L'anima, la natura e la saggezza

Part 5

Chapter 53,762 wordsPublic domain

Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli. L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane, e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa, fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia, il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti, nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore».

Se noi non possiamo ad un tratto innalzarci alla santità dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice, con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie, o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze. D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori, di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso. Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete, io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni. Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli ipocriti riguardi.

Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità, unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi? Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta; allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno.

Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo; ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi delitti.

Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali, nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti per un solo giorno.

E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro, scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri.

Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica. I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza nasce.

Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli è _rovinato_. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando, apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città. Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni; che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi, i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome caro a tutta la storia.

È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire speculative.

1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità, al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura, sebbene innalzate per fini modesti. _Caratack_ nella «Bonduca» di Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: — il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni ardite sono i nostri migliori dei».

Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere. Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche, mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei. Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono benigni».

Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo; parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente. Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar loro, il loro sistema.

Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa, dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel primo mattino.

2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione, fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa, con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare cose più grandi di quelle che conosce.

Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede, viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine fra le rovine.

Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco, ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii. Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io, mi segue ovunque io vada.

3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza. Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa. Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona. L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti.

Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore, può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il «scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente, e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai il mondo anteriore, di nuovo.

Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce.

La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita, ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà, mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro.

L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia; se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano?

Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza, l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora, Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome, ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane».

La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro.