L'anima, la natura e la saggezza
Part 30
I giorni in cui abbiamo osservato qualche oggetto naturale, non sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani; gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica religione. La mia casa è posta sopra un basso tratto di terra, con un orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio, anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto; i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili, delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo: sostenere con tali robusti accessori le loro personalità difettose. Io non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto, del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte, che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte le montagne in un’arpa eolica, e questo _tiralirà_ soprannaturale risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società eleganti, vanno ai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi.
La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino, come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni luogo.
Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo argomento, che gli scolastici chiamano _natura naturata_ o natura passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e l’eccedere è facile, come affrontare in una società mista «il soggetto della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo. La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza, sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La natura è amata dalla nostra parte migliore.
Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto: esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane che siano così buone come essa stessa. Se vi fossero degli uomini buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta, e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia diventano frenologia e palmistria.
Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi alla Natura Efficiente, _natura naturans_, causa vivente dinnanzi alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe (gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo attraverso a successive trasformazioni, da semplici particelle alle più elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato. La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi, poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente come il primo atomo ha due lati.
Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno per anno conduce in fine alle forme più complesse; eppure la natura con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà. Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero, uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà.
La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia, radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze.
Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei «boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa. Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali. Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta.
Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fatto conosciuto nella scienza naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna, la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò che esso scopre ora.
Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole — disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire un piccolo eccesso delle sue proprie qualità. Dato il pianeta è ancora necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine, una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe, parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste, dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora? È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro, per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose, schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono, senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni, abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna, felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia. Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non poteva essere affidato a nessuna cura meno perfetta della sua propria. Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente. La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione. L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale. L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione ovvero la perpetuazione della specie.