L'anima, la natura e la saggezza
Part 31
Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato; ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per ciò che egli dice, un valore superiore a quello di qualsiasi uditore. Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza, gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avere un’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa, potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la compirò impunemente.
Allo stesso modo vi è in tutta la natura qualche cosa di burlesco, qualche cosa che ci conduce avanti incessantemente, ma che non giunge in alcun luogo e manca con noi di fede. Ogni promessa oltrepassa il compimento. Noi viviamo in un sistema di approssimazioni. Ogni fine è antiveggente di un altro fine, che è a sua volta passeggiero; un esito perfetto e finale non v’è in alcun luogo. Noi siamo accampati nella natura, ma non siamo di casa. La fame e la sete ci sospingono a mangiare ed a bere; ma mescolate e cuocete come volete il pane ed il vino, essi ci lasciano affamati ed assetati, dopo che lo stomaco è sazio. Lo stesso avviene con le nostre arti e le nostre imprese. La nostra musica, la nostra poesia, la nostra stessa lingua non sono dei piaceri, ma delle suggestioni. Il desiderio violento della ricchezza che trasforma il nostro pianeta in un giardino, si burla del più ingordo persecutore. Quale è il fine agognato? Semplicemente quello di salvaguardare gli interessi del buon senso e della bellezza dall’intrudersi di disformità o volgarità d’ogni specie. Ma quale metodo laborioso! Quale infinita varietà di mezzi per assicurare una piccola conversazione! Questo palazzo di mattoni e di pietre, questi servi, questa cucina, queste stalle, questi cavalli e vetture, questi titoli bancarii e queste ipoteche; il commercio con tutto il mondo; la casa di campagna; il tugurio vicino all’acqua, ecc... per una piccola conversazione, alta, chiara e spirituale! Non potrebbe essere tenuta allo stesso modo dagli accattoni sulla strada provinciale? No, tutte queste cose pervennero dagli sforzi successivi di questi accattoni per eliminare l’attrito delle ruote della vita e promuovere delle occasioni favorevoli. La conversazione, il carattere, erano i fini confessati; la ricchezza era buona perchè appagava i desiderii animali, rimediava al fumaiolo fumoso; ammutoliva la porta cigolante, adunava insieme gli amici in una sala tranquilla e tiepida, e teneva i bambini e la tavola da pranzo in camere differenti. Il pensiero, la virtù, la bellezza, erano gli intenti; ma si sapeva che gli uomini di pensiero e di virtù talvolta avevano il mal di capo, oppure i piedi bagnati o che potevano perdere del tempo prezioso mentre si scaldava la camera nei giorni d’inverno. Sfortunatamente negli sforzi necessari per togliere questi inconvenienti l’attenzione generale è stata stornata da questo obbietto; i vecchi intenti furono perduti di vista, ed il togliere l’attrito divenne lo scopo. Quello è il ridicolo degli uomini ricchi, e Boston, Londra, Vienna e generalmente gli odierni governi del mondo sono città e governi dei ricchi, e le masse non sono uomini, ma _poveri uomini_, vale a dire uomini che vorrebbero essere ricchi; questo è il ridicolo della classe: che essi vengono pur con sofferenza e sudore ed impeti folli a capo di nulla; quando tutto è fatto, è fatto per nulla. Essi sono come coloro che interrotto il discorso di una brigata per pronunziare il proprio discorso, al momento opportuno dimenticano ciò che volevano dire. L’aspetto di una società o di una nazione priva di fini colpisce ovunque l’occhio. Erano dunque gli intenti della natura così grandi e desiderabili da esigere tale immenso sacrifizio di uomini? Un effetto completamente analogo alle frodi della vita è quello prodotto sugli occhi dall’aspetto della natura esterna. Vi è nei boschi e nelle acque una certa lusinga ed una certa seduzione, unita ad una deficienza nel produrre una soddisfazione vera. Questa delusione noi la sentiamo in ogni paesaggio. Io ho ammirata la morbidezza e la bellezza delle nuvole estive naviganti come piume sul nostro capo; liete della loro altezza, della loro libertà di moto, esse non apparivano tanto come panneggiamento di quel dato luogo e di quella data ora quanto come preannunzio di qualche padiglione e di qualche giardino situato oltre di esse. È un tormento strano, ma il poeta non si trova mai abbastanza vicino al suo soggetto. Il pino, il fiume, il poggio fiorito che sono dinnanzi a lui non sembrano essere la natura. La natura è ancora altrove. Questo o quello è se non il limitare, il riflesso lontano, l’eco del trionfo che è passato e che si trova ora al massimo suo splendore forse nel campo vicino o, se voi vi fermate nel campo, nei boschi adiacenti. L’oggetto presente vi darà il senso di riposo che segue la solenne cerimonia or ora compiuta. Quale meravigliosa lontananza, quali recessi di fasto e di vaghezza ineffabile in un tramonto! Ma chi li può raggiungere e stendere su di essi la mano o porvi il suo piede? Essi scompaiono dal mondo per sempre. Lo stesso è fra gli uomini e le donne, come fra gli alberi silenziosi: sempre una vita di relazione, perciò una lontananza, giammai una presenza. Forse che la bellezza non può mai essere affermata? È essa egualmente inaccessibile nelle persone e nel paesaggio? L’amante accettato e fidanzato ha perduto il maggior fascino della sua amata nell’accettazione ch’essa ha fatto di lui. Essa era il cielo, quand’egli la seguiva come una stella: essa non può essere più il cielo se si china per una persona quale egli è.
Che cosa diremo noi di questo apparire onnipresente del primo impulso proiciente, di questa lusinga e del disinganno di tante creature così bene intenzionate? Dobbiamo noi non supporre l’esistenza d’una sottile perfidia e derisione in qualche parte dell’universo? Non siamo noi trascinati ad un vivo risentimento per l’uso che si fa di noi? Siamo noi dunque degli ingenui lusingati e degli zimbelli della natura? Un solo sguardo all’aspetto del cielo e della terra ci acqueta e ci blandisce con convinzioni più saggie. Per l’uomo intelligente la natura si converte in un’immensa promessa, che non vuole essere sconsideratamente esplicata. Il suo segreto è inespresso. Molti e molti Edipo giungono: ciascuno ha il cervello pregno del suo segreto. Ma la stessa malìa ha sciupata la sua destrezza; non una sola sillaba egli può formulare con le sue labbra. La sua orbita potente si perde come l’arcobaleno nel profondo, e nessun’ala di arcangelo fu fin’ora forte abbastanza per seguirla ed informarci dell’altra parte dell’arco. Ma appare anche che le nostre azioni sono sorrette ed indirizzate a risultati più grandi di quelli che avevamo divisati. Noi siamo seguiti da ogni lato ed in tutta la vita da agenti spirituali, ed attesi da un proposito benefico. Noi non possiamo rivaleggiare a parole con la natura e trattare con essa come trattiamo con le persone. Se noi misuriamo le nostre forze individuali con le sue possiamo facilmente intuire d’essere il trastullo di un destino insuperabile. Ma se invece di identificare noi stessi con l’opera, noi sentiamo l’anima dell’artefice scorrere attraverso di noi, troveremo la pace mattutina dimorante nei nostri cuori e gli incommensurabili poteri della gravità e della chimica e, al dissopra di essi, quelli della vita pre-esistenti dentro di noi nella loro forma più alta.
L’inquietudine che ci cagiona il pensiero della nostra debolezza nel viluppo delle cause, risulta dal fatto che noi guardiamo troppo ad una sola condizione della natura, vale a dire al Moto. Ma il freno non è mai staccato dalla ruota. Ovunque l’impulso eccede, l’immobilità od identità s’introduce come compensazione. Dopo ogni giornata pazza noi dormiamo per guarire dalle esalazioni e dalle violenze delle sue ore; e sebbene siamo sempre incatenati ad esse e spesso siamo loro schiavi, portiamo con noi ad ogni esperimento le innate leggi universali. Queste mentre esistono nella mente come idee, pongono nella natura incorporata intorno a noi una sanità vigile per mostrare e guarire la pazzia degli uomini. La nostra servitù alle proprie peculiari disposizioni ci pone in cento speranze stolte. Noi ci ripromettiamo un’era nuova dall’invenzione di una locomotiva o di un pallone; ma la nuova macchina porta seco i vecchi impedimenti. Dicono che per mezzo dell’elettro-magnetismo la vostra insalata crescerà dal seme mentre il vostro pollo sta arrostendo per il pranzo. Questo è un simbolo dei nostri tentativi e dei nostri sforzi moderni nella condensazione ed accelerazione degli obbietti: ma nulla s’è acquistato in più; la natura non può essere frodata; la vita di un uomo non dura se non settanta insalate, crescano esse rapidamente o crescano adagio. In questi ostacoli ed impossibilità tuttavia noi troviamo il nostro vantaggio non meno che negli impulsi. Cada la vittoria dove vuole, noi siamo dalla sua parte. Il sapere poi che noi attraversiamo l’intiera scala dell’essere, dal centro della natura fino ai suoi poli, e che abbiamo qualche posta da vincere in ogni evenienza, concede quel lustro sublime alla morte, che la filosofia e la religione hanno tentato di esprimere troppo superficialmente e letteralmente nella popolare dottrina dell’immortalità dell’anima. La realtà è più eccellente della sua fama. Qui non v’è nè rovina, nè soluzione di continuità, nè forza morta. La circolazione divina non si riposa nè si sofferma mai. La natura è l’incarnazione di un pensiero e ritorna di nuovo pensiero, come il ghiaccio diviene acqua e gaz. Il mondo è un precipitato della mente, e l’essenza volatile ritorna eternamente allo stato di libero pensiero. Di qui scaturisce la virtù e la sottile penetrazione dell’influenza degli oggetti naturali sulla mente, siano essi organici od inorganici. L’uomo imprigionato, l’uomo cristallizzato, l’uomo vegetativo, parla all’uomo personificato. Il potere della natura che non rispetta la quantità, che fa ugualmente dell’unità e della frazione il suo canale, concede il suo sorriso al mattino, e distilla la sua essenza in ogni goccia di piova. Ogni momento ed ogni oggetto ammaestrano, perchè la saggezza è infusa in ogni forma. Essa è stata versata in noi come sangue; ci prostrò come dolore; guizzò in noi come piacere; ci coinvolse in giorni tristi, melanconici o in giorni di serena fatica; noi non indovinammo la sua essenza se non dopo lungo tempo.
SETTIMO SAGGIO
LA POLITICA
Trattando dello stato dovremmo ricordare che le sue istituzioni non sono aborigine, sebbene esistessero prima della nostra nascita: che esse non sono superiori al cittadino: che ognuna di esse fu una volta l’azione di un solo uomo: che ogni legge e consuetudine fu il mezzo di un uomo per fare fronte ad un caso particolare: che esse sono tutte imitabili ed alterabili: che noi possiamo essere altrettanto buoni e che possiamo essere migliori. La società è un’illusione per il giovane cittadino. Essa sta innanzi a lui in rigido riposo, con alcuni nomi, uomini ed istituzioni, radicati al centro come quercie intorno a cui tutti si dispongono come meglio possono. Il vecchio statista invece sa che la società è fluida; che non vi sono tali radici e centri, ma che qualsiasi particella può subitamente diventare il centro del movimento e forzare il sistema a rotare intorno ad essa, come qualsiasi uomo di forte volontà, quali Pisistrato e Cromwell, fa per un certo tempo, ed ogni uomo di verità come Platone o Paolo fa per sempre. Ma la politica si regge su istituzioni necessarie e non può essere trattata con leggerezza. Le repubbliche abbondano di giovani legulei, i quali credono che le leggi facciano la città; che gravi modificazioni della politica o del modo di vita, che le occupazioni della popolazione, il commercio, l’educazione e la religione possano essere accolte o rigettate con un voto e che qualsiasi provvedimento, anche assurdo, possa essere imposto al popolo, pur che si abbiano voti sufficienti per farne una legge. Ma il saggio sa che la legislazione sconsiderata è una corda di sabbia, la quale perisce nell’intrecciarla; che lo stato deve seguire e non guidare le disposizioni ed il progresso del cittadino; che il più vigoroso usurpatore è rapidamente scacciato; che solo coloro i quali costruiscono sulle Idee, costruiscono per l’eternità, e che la forma di governo che prevale, è quella che esprime il grado di educazione del paese. La legge è solo un memorandum. Noi siamo superstiziosi, e consideriamo lo statuto un qualcosa: la sua forma invece corrisponde a quel tanto di vita che esso ha nel carattere degli uomini viventi. Lo statuto esiste per dire «ieri ci siamo accordati così e così, ma che vi pare di questo articolo?» Il nostro statuto è una moneta, che noi imprimiamo con il nostro proprio ritratto; essa in breve diviene irriconoscibile e coll’andar del tempo ritornerà alla zecca. La natura non è democratica, nè monarchica-costituzionale, ma dispotica, e non vuole essere schernita o avvilita nella sua autorità di un solo iota dai più petulanti fra i suoi figli: e via via che lo spirito pubblico si apre ad una intelligenza, il codice appare insensato e balbuziente: esso non parla più distintamente e deve perciò essere perfezionato. Frattanto l’educazione dello spirito generale non s’arresta. I sogni evanescenti di ciò che è vero e semplice sono profetici. Ciò che la tenera giovinezza sogna e prega e dipinge oggi, non palesandolo ad alta voce per evitare il ridicolo, costituirà fra breve la deliberazione dei pubblici poteri, la rivendicazione ed il diritto tra i conflitti e la guerra, la legge trionfante e l’assetto di cento anni, finchè a sua volta non ceda il posto a nuove preghiere e pitture. La storia dello stato delinea a larghi tratti il progresso del pensiero, e segue in distanza la squisitezza della coltura e delle aspirazioni.
La teoria politica che ha posseduto la mente degli uomini che l’hanno espressa nel miglior modo possibile nelle loro leggi e nelle loro rivoluzioni, considera le persone e le proprietà come i due oggetti per la cui protezione il Governo esiste. In quanto alle persone esse hanno uguali diritti, in virtù della loro identità in natura. Questo vantaggio, naturalmente, con il suo completo potere richiede una democrazia. Mentre i diritti di tutti, come persone, sono uguali in virtù del loro accesso alla ragione, i loro diritti in proprietà sono molto ineguali. Un uomo possiede i suoi abiti ed un altro possiede una contea. Questo fatto dipendente in primo luogo dall’abilità e dalla virtù delle parti, qualunque sia la loro condizione, e secondariamente dal patrimonio, sopraggiunge in modi disparati, ed i diritti naturalmente sono disuguali. I diritti personali, universalmente gli stessi, richieggono un governo formato in rapporto al censo; la proprietà richiede un governo formato in rapporto ai possessori ed alle cose possedute. Laban, che ha greggi ed armenti, desidera la presenza d’un agente che abbia cura di essi alle frontiere, affinchè i Medianiti non li rubino, e paga una tassa a questo scopo. Jacopo non ha greggi nè armenti, non teme perciò i Medianiti, e non paga tassa per l’agente. Pare perciò giusto che Laban e Jacopo debbano avere diritti uguali per eleggere l’agente, che deve difendere le loro persone, ma che Laban e non Jacopo debba eleggere l’agente protettore delle mandre e degli armenti. E, se sorgesse questione sulla convenienza di avere degli agenti supplementari o delle torri di osservazioni, non debbono Laban ed Isacco e coloro che debbono vendere parte delle loro mandre per comperare protezione per l’altra parte giudicare meglio intorno a ciò e con maggior diritto di Jacopo, il quale essendo giovane e vagabondo mangia il loro pane e non il suo?
Nella società più primitiva i proprietari creavansi la loro propria ricchezza; fino a che essa viene ai possidenti per una via così diretta, nessuna altra opinione potrebbe sorgere in ogni equa comunità, all’infuori di questa che «la proprietà dovrebbe creare la legge per la proprietà, e le persone la legge per le persone».
Ma la proprietà si trasmette per donazione od eredità a coloro che non la crearono. La donazione, solo caso, rende la proprietà passata al nuovo proprietario, sua propria, come il lavoro la rese tale nel primo proprietario: nell’altro caso, del patrimonio, la legge crea un diritto di possesso, che avrà validità a seconda dell’apprezzamento che ciascun uomo farà della tranquillità pubblica.
Però non fu facile il dar vita al principio agevolmente ammesso che la proprietà debba far la legge per la proprietà e le persone per le persone: perchè le persone e le proprietà si mescolarono in ogni negozio. Alfine sembrò stabilito esser giusta distinzione che i proprietari dovessero aver un maggior diritto elettorale che i non-proprietari, basandosi sul principio spartano di «chiamare uguale ciò che è giusto, e non di chiamare giusto ciò che è uguale».
Tale principio non appare più tanto manifesto come apparve nei primi tempi, in parte perchè sorse il dubbio se troppo valore non fosse stato concesso nelle leggi alla proprietà, e se non fosse stata data una struttura alle nostre consuetudini, che permette al ricco d’imporsi al povero e di mantenerlo tale; ma specialmente perchè vi è un ammonimento istintivo, tuttavia oscuro ed inespresso, per cui l’intiera costituzione della proprietà, sulle sue basi presenti è intuita esser dannosa, e la sua influenza sulle persone deteriorante ed umiliante; che veramente l’unica cura dello Stato sono le persone: che la proprietà seguirà sempre le persone: che lo scopo più alto del Governo è l’educazione degli uomini: e che se gli uomini possono essere educati, le istituzioni parteciperanno al loro miglioramento, ed il sentimento morale scriverà la legge della terra.
Se non è facile determinare l’equità di tale questione, il pericolo è minore quando noi teniamo in considerazione le nostre protezioni naturali. Noi siamo protetti da una vigilanza migliore di quella dei magistrati, che comunemente eleggiamo. La società si compone nella sua maggior parte di persone giovani e stolte. I vecchi, che hanno penetrata l’ipocrisia delle corti e degli uomini di stato, muoiono senza lasciare la propria saggezza ai proprii figli. Questi credono nei loro giornali, come già i genitori credettero alla loro età. Con tale maggioranza ignorante ed ingenua gli Stati presto correrebbero a rovina se non vi fossero dei limiti, oltre i quali la follia e l’ambizione dei governanti non possono andare. Le cose hanno le loro leggi, come gli uomini; e le cose si rivoltano alla burla. La proprietà vuole essere protetta. Il frumento non crescerà, se non è seminato e concimato, ma l’agricoltore non lo seminerà e non lo coltiverà se non ha cento probabilità contro una di tagliarlo e raccoglierlo. Sotto qualsiasi forma le persone e la proprietà devono e vogliono avere il lor dominio. Esse esercitano il loro potere, così fermamente come la materia esercita la sua attrazione. Coprite completamente una libbra di terra nel modo che voi volete, dividetela e sottodividetela; scioglietela in un liquido; convertitela in gaz, essa peserà sempre una libbra: essa attrarrà e resisterà sempre alla materia, per la forza di una libbra di peso; allo stesso modo gli attributi di una persona, il suo spirito e la sua energia morale eserciteranno sotto qualsiasi legge o tirannide mortale la loro propria forza, se non apertamente copertamente: se non in favore della legge, contro di essa; con il diritto o con la forza. È impossibile fissare i limiti della influenza personale, perchè le persone sono organi di una forza morale o soprannaturale. Sotto il dominio di un’idea, che possegga le menti delle moltitudini, come la libertà civile od il sentimento religioso, il potere di una persona non è più soggetto a calcolo. Una nazione di uomini all’unanimità china verso la libertà o la conquista può facilmente sconvolgere l’aritmetica degli statisti e compire azioni sorpassanti il limite dei loro mezzi; così fecero i Greci, i Saraceni, gli Svizzeri, gli Americani ed i Francesi.