L'anima, la natura e la saggezza
Part 29
L’aria aperta ed i campi, le strade e le Camere dei deputati, sono i luoghi dove l’uomo eseguisce il suo volere; lasciate che egli ceda o condivida il suo scettro alla porta di casa sua. La donna, con il suo istinto sul modo di comportarsi, immediatamente scopre nell’uomo un amore alle frivolezze, una qualche indifferenza od imbecillità, o in breve, una certa mancanza di quel contegno aperto, scorrente, magnanimo, che è indispensabile come lo sono le decorazioni in un palazzo. Le nostre istituzioni americane sono state favorevoli alla donna, ed io credo che in questo momento una delle principali felicità di questo paese sta nell’eccellenza delle sue donne. Una specie di goffo convincimento dell’inferiorità degli uomini può far sorgere una nuova cavalleria protettrice dei diritti della donna. Abbia essa un posto più elevato nelle leggi e nelle forme sociali, come il più zelante riformatore può domandare, ma io confido così intieramente nella sua muliebre natura ispirante e musicale da credere che la donna possa solo insegnarci come essa deve essere servita. La meravigliosa generosità dei suoi sentimenti la innalza talvolta alte regioni eroiche e divine, e rende vere le pitture di Minerva, Giunone o Polimnia; e la fermezza con la quale essa segue il suo alto cammino convince il più rude calcolatore dell’esistenza, d’una via diversa da quella che i suoi piedi sono abituati a calpestare. Ma oltre a quelle che avverano nella nostra immaginazione il regno delle Muse e delle Sibille Delfiche, non vi sono forse altre donne che colmano la nostra coppa di vino e di rose fino all’orlo, cosicchè il vino trabocca e riempie la casa di profumo; altre donne che ci ispirano la cortesia, che sciolgono la nostra lingua, e noi parliamo; che toccano i nostri occhi, e noi vediamo? Noi per vero diciamo delle cose che non avevamo mai pensato di dire; per una volta, le barriere del nostro riserbo abituale svanirono, e ci lasciarono al largo; noi eravamo dei bambini trastullanti con dei bambini in un vasto campo di fiori. Poneteci, noi gridammo, sotto tali dominii, per giorni, per settimane, e noi saremo i poeti del sole, e scriveremo in parole variopinte il romanzo che voi siete. Fu Hafiz o Firdusi che disse della sua Lilla Persiana: Essa era una forza elementare e mi stupì per il suo cumulo di vita, quando la vidi per giorni e giorni raggiante, ad ogni momento ridondante di gioia e di grazia tutto intorno a lei? Essa era un solvente capace di raccogliere ogni persona eterogenea in una sola società, come l’aria o l’acqua, elementi d’innumeri raggi di affinità, che si combinano rapidamente con mille sostanze. Dove essa è presente, tutti gli altri si sentiranno più di quel che sono. Essa era un’unità ed un intiero così che qualsiasi cosa essa facesse, le si conveniva. Essa aveva tanta simpatia e desiderio di piacere quanta voi non potreste immaginare; le sue maniere erano dignitose, e nessuna principessa potrebbe in qualunque occasione superare il suo aperto e retto contegno. Essa non studiò la grammatica persiana, nè i libri dei sette poeti, ma tutti i poemi dei sette parvero essere scritti a sua gloria. Perchè, sebbene l’inclinazione della sua natura non fosse verso il pensiero, ma verso la simpatia, pure essa era così perfetta nella sua propria natura, da incontrare le persone intellettuali con la pienezza del suo cuore, infiammandole con i suoi sentimenti, credendo, come faceva, che con il trattare nobilmente con tutti, tutti si sarebbero dimostrati nobili.
Io so che questa costruzione bizantina della Cavalleria o Moda, che sembra così bella e pittoresca a coloro che guardano ai fatti contemporanei per istudio o per passatempo, non è ugualmente piacevole a tutti gli spettatori. La costituzione della nostra società la rende un castello da gigante per il giovine ambizioso che non ha trovato il suo nome nel suo libro d’Oro, e che essa ha escluso dai suoi ambiti onori e privilegi. Questi giovani debbono ancora imparare che la sua apparente grandezza è nebulosa e relativa: essa è grande per loro concessione: le sue porte più superbe si apriranno di volo all’approssimarsi del loro coraggio e della loro virtù. Vi sono tuttavia dei facili rimedi all’afflizione presente di coloro che sono predisposti a soffrire delle tirannie di tale capriccio. Cambiare la vostra residenza di un paio di miglia o di quattro al massimo tempererà comunemente la più estrema suscettibilità. Poichè i vantaggi apprezzati dalla moda sono piante che crescono in località molto ristrette, vale a dire in poche località. All’infuori di questi luoghi essi sono nulla: a nulla servono nella cascina, nella foresta, nel mercato, nella guerra, nel matrimonio, nei circoli scientifici o letterarii, al mare, nell’amicizia, nel dominio del pensiero o della virtù.
Ma noi ci siamo soffermati troppo in queste corti lussuose. Il valore della cosa significata deve giustificare la nostra inclinazione per ciò che essa rappresenta. Ogni cosa chiamata moda e cortesia si umilia dinanzi alla causa ed alla sorgente dell’onore, creatore di titoli e gradi; si umilia cioè dinnanzi al gran cuore dell’amore.
Questo è il sangue regale, questo è il fuoco, che in tutti i paesi ed in tutte le contingenze seguirà la sua specie e conquisterà ed espanderà tutto ciò che lo avvicina. Questo dà nuove significazioni ad ogni fatto; questo impoverisce il ricco, non sopportando altra grandezza che la sua propria. Che cosa significa ricco? Siete voi ricco abbastanza per aiutare qualcuno? per soccorrere il goffo e l’eccentrico? siete voi ricco abbastanza per far sentire al viandante, dall’attestato consolare che lo raccomanda «Ai caritatevoli»; al bruno italiano con le sue poche e frammentarie parole d’inglese; al povero zoppo, cacciato di paese in paese dalle guardie; ad un misero uomo o ad una misera donna, istupiditi e naufragati, la nobile eccezione della vostra presenza e della vostra casa dalla freddezza e durezza generale? siete voi ricco abbastanza per far sentire a costoro d’esser richiamati da una voce che li faccia ricordare e sperare? Che cosa significa «vile» se non rifiutare il diritto di sottili e decisive ragioni? Che cosa significa «gentile», se non il concederlo e dare ai loro cuori ed ai nostri un giorno di lieto oblio dalla circospezione nazionale? Senza un cuore generoso la ricchezza è una laida pezzente. Il re di Schiraz non aveva il potere di essere così generoso come il povero Osman che dimorava al suo cancello. Osman aveva un’umanità così larga e profonda che sebbene la sua parola riguardo al Korano fosse così libera ed audace da disgustare tutti i Dervisci, pure non vi fu mai un povero proscritto, un pazzo, uno scemo, che si fosse rasa la barba o che fosse stato mutilato per un voto, od avesse avuto un accesso di pazzia nel suo cervello, che non corresse subito a lui; e quel grande cuore giaceva là nel centro del paese, così benefico ed ospitale da sembrare che lo istinto di tutti i sofferenti li avvincesse al suo fianco. Ed egli non condivise la pazzia alla quale dava ricovero. Non è questo essere ricco? questo solo l’essere giustamente ricco?
Ma io udrò senza dolore che rappresento molto male il cortigiano e che parlo di cosa che non comprendo bene. È facile l’osservare che ciò che è chiamato per distinzione «società» e «moda», ha leggi buone e leggi cattive; ha molte cose necessarie e molte assurde. Non idonea alla maledizione ed alla benedizione, essa ci ricorda una tradizione della mitologia pagana, nei tentativi di definire il suo carattere. Io udii un giorno Giove — diceva Sileno — che parlava di distruggere la terra; egli diceva che essa era decaduta; che gli uomini erano tutti bricconi e megere; che facevano di male in peggio, e così rapidamente come i giorni si succedevano l’uno all’altro. Minerva rispose che non lo credeva; che gli uomini erano solo dei piccoli esseri ridicoli, con questa circostanza curiosa, di avere un marchio od un aspetto indeterminato, visti da lontano o visti da vicino: onde se voi li dite cattivi essi appaiono cattivi; se voi li dite buoni, essi appaiono buoni; e che non vi era una sola persona od una sola azione fra essi, che avrebbe non meno imbarazzato la sua civetta, che tutto l’Olimpo, nel sentenziare se fosse fondamentalmente buona o cattiva.
QUINTO SAGGIO
I DONI
Si dice che il mondo sia in uno stato di bancarotta; che il mondo debba al mondo più di ciò che possa pagare, e che esso dovrebbe essere pignorato e venduto. Io non credo che questa insolvibilità generale, che in certo modo coinvolge tutta la popolazione, sia la ragione della difficoltà esperimentata a Natale e a Capo d’Anno od in altre epoche, nel fare i doni; poichè è sempre piacevole essere generoso, sebbene sia vessatorio il pagare i proprii debiti. Ma l’impedimento giace nella scelta. Se in un momento qualunque mi si mette in capo che io devo un presente a qualcuno, io sono imbarazzato sul dono fino a che l’opportunità è passata. I fiori ed i frutti sono sempre dei doni adatti; quelli perchè sono una superba affermazione che un raggio di bellezza supera tutte le utilità del mondo; l’aspetto gaio di essi contrasta con l’aspetto severo della natura ordinaria; infine perchè essi sono come una musica udita dall’esterno di un ricovero. La natura non ci accarezza: poichè noi siamo dei bambini, non già dei favoriti: essa non è indulgente: ogni cosa è distribuita a noi senza timori e senza favori, ma secondo leggi severe ed universali. Eppure questi fiori delicati appaiono come il capriccio e l’intervento dell’amore e della bellezza. Gli uomini usarono affermare che noi amiamo l’adulazione, anche se non ne siamo ingannati, perchè essa dimostra che noi abbiamo un sufficiente valore per essere corteggiati. I fiori ci dànno un piacere alquanto simile a questo: infatti che cosa sono io per colui al quale questi dolci segni sono indirizzati? I frutti sono doni accetti, perchè sono il fiore dei profitti, ed ammettono che dei valori fantastici siano ad essi attribuiti. Se un uomo mi mandasse a chiamare da cento miglia lontano, e mettesse davanti a me un canestro di bella frutta estiva, io penserei esservi una proporzione fra la mia fatica ed il mio guiderdone.
Per i doni comuni la necessità produce cose convenevoli e belle ogni giorno, e si è contenti quando un imperativo non ci lascia diritto di scelta; infatti se l’uomo che batte alla vostra porta non ha scarpe, voi non dovete star a pensare se potreste regalargli una scatola di colori. E poichè è sempre cosa piacevole il vedere un uomo che mangia del pane e beve dell’acqua, in casa e fuori, così è sempre una grande soddisfazione il provvedere a queste prime necessità. La necessità fa ogni cosa bene. Nella nostra condizione di dipendenza universale sembra eroico il permettere che il richiedente sia il giudice della sua necessità, e dare tutto ciò che è domandato, anche se ciò si fa con grave disturbo. Se esso è un desiderio fantastico, è meglio lasciare agli altri l’ufficio di punirlo. Io posso pensare a molte altre parti da rappresentare che a quella delle Furie. Dopo le cose di prima necessità, la regola prescritta da un mio amico per fare un dono è questa: che noi possiamo donare ad una persona ciò che propriamente appartenne al suo carattere, e che fu facilmente associato a lui nel pensiero. Ma i nostri pegni d’amore e di omaggio sono per la maggior parte barbari. Gli anelli od altri gioielli non sono dei doni, ma delle apparenze di doni. L’unico dono è una parte di te stesso. Tu devi versar sangue per me. Perciò il poeta dona il suo poema; il pastore il suo agnello; l’agricoltore il suo grano; il minatore una gemma; il marinaio coralli e conchiglie; il pittore il suo quadro; la ragazza un fazzoletto cucito da lei stessa. Questo è giusto e piacevole, poichè quando la biografia di un uomo è espressa nel suo dono, e la ricchezza di ogni uomo è un indice del suo merito, la società è restaurata sulle sue basi primitive. Ma è un’azione fredda e senza vita il vostro andare nei negozi ad acquistar per me qualcosa, che non rappresenta la vostra vita ed il vostro talento, ma quella di un orefice. Questo è convenevole ai re ed agli uomini ricchi, che rappresentano i re, ed è falsa ostentazione di beni il fare futili regali in oro ed argento, come una specie di simbolico sacrificio espiatorio o pagamento di una taglia.
La legge dei benefici è un canale difficile, che richiede una navigazione prudente o dei robusti battelli. Non è ufficio dell’uomo quello di ricevere doni. Come osate voi farli? Noi desideriamo di sostentarci da noi stessi. Noi non perdoniamo mai interamente al donatore. La mano che ci alimenta è sempre in pericolo di essere morsicata. Noi possiamo ricevere qualche cosa dall’amore, perchè esso è un modo di ricevere da noi stessi, ma non da chiunque assuma l’ufficio di donatore. Talvolta noi odiamo la carne che mangiamo, perchè ci pare una dipendenza degradante quella di vivere per suo mezzo.
«Fratello, se Giove ti fa un dono bada di prender nulla dalle sue mani». Noi domandiamo il tutto. Nulla meno ci accontenterà. Noi citiamo in giudizio la società se non ci dona oltre alla terra, al fuoco e all’acqua, l’opportunità, l’amore, la riverenza ed obbietti di venerazione.
Colui che può ricevere vantaggiosamente un dono è un uomo buono. Noi siamo lieti o spiacenti per un dono, ed entrambe le emozioni sono disdicevoli. Io credo che quando mi rallegro o mi rattristo per un dono, qualche violenza si compie e qualche avvilimento sorge. Io soffro quando la mia indipendenza è invasa o quando il dono viene da uno che non conosce il mio spirito; quando poi il dono mi piace oltremodo, allora io dovrei vergognarmi che il donatore mi legga nell’anima, e veda che io amo il suo dono e non lui. Il dono per essere vero deve consistere nel fluire del donatore in me, corrispondente al mio fluire in lui. Quando le acque sono a livello, allora i miei beni passano a lui ed i suoi a me. Tutti i miei sono suoi, tutti i suoi sono i miei. Io gli dico: «come potete darmi questo recipiente d’olio o questo fiasco di vino, se tutto il vostro olio e tutto il vostro vino è mio?» Ecco il perchè della convenienza delle cose belle come doni e non delle cose utili. Quest’ultima specie di doni ha il carattere d’una insulsa usurpazione, e perciò quando il beneficato è ingrato, (ogni beneficato odia ogni Timone) e non considera affatto il valore del dono, ma tiene d’occhio il fondo donde quello fu tolto, io simpatizzo piuttosto con il beneficato che con lo sdegno del benefattore. Infatti la speranza fiduciosa della gratitudine è cosa vile ed è continuamente punita dall’insensibilità totale della persona obbligata. È una grande felicità l’allontanarsi senza offese e senza odio da chi ha avuta la cattiva fortuna d’essere soccorso da voi. L’essere soccorso è una cosa assai onerosa ed il debitore per natura desidera ferirvi. Parole auree per questi signori sono quelle che io tanto ammiro nel Buddista, che non ringrazia mai e dice: «Non adulate i vostri benefattori».
Io immagino che la ragione di queste discordie sta in ciò, che non vi è alcuna giusta proporzione fra un uomo ed un dono. Voi non potete dare alcuna cosa ad una persona magnanima. Dopo che voi lo avete servito, egli pone subito voi in debito per la sua magnanimità. Il beneficio che un uomo rende al suo amico è volgare ed egoista se è comparato al beneficio che egli sapeva di dover ricevere dall’amico stesso prima che egli avesse incominciato a giovargli. Il beneficio, che posso rendere ad un mio amico mi pare piccolo, comparato alla benevolenza che mi spinge verso di lui. Inoltre la nostra azione reciproca, sia buona o cattiva, è così incidentale e casuale, che noi possiamo raramente udire una persona che vorrebbe senza vergogna e umiliazione ringraziarci per un beneficio. Raramente noi possiamo calare un colpo diretto, ma dobbiamo accontentarci di uno obliquo; allo stesso modo raramente abbiamo la soddisfazione di fare un beneficio diretto che sia direttamente ricevuto. Ma la rettitudine sparge favori da ogni lato senza saperlo, e riceve con meraviglia i ringraziamenti di tutta la gente.
Io temo di esprimere un certo tradimento contro la maestà dell’amore, che è il genio ed il dio dei doni, e che noi non dobbiamo aspirare di dirigere. Conceda egli indifferentemente regni o petali di fiori. Vi sono delle persone da cui ci attendiamo sempre dei regali di fata; non cessiamo dunque di attenderli! Questa è una prerogativa, che non deve essere limitata dalle nostre leggi municipali. Del resto mi piace d’osservare che noi non possiamo essere comprati o venduti. La miglior parte dell’ospitalità e della generosità non sta nella volontà, ma nella sorte. Io m’avvedo di non esser molto per voi; voi non avete bisogno di me; voi non mi sentite ed allora io sono scacciato dalla casa anche se mi offrite case e terre. Nessun servizio ha valore alcuno, solo le apparenze lo hanno. Quando io ho cercato di unirmi ad altri per mezzo di favori, ne risultò un’astuzia intellettuale, null’altro. Essi si cibano dei vostri favori come fossero delle mele e vi lasciano fuori. Ma voi amateli, ed essi vi sentiranno, e si rallegreranno di voi per sempre.
SESTO SAGGIO
LA NATURA
Vi sono dei giorni in questo clima e quasi in ogni stagione dell’anno nei quali il mondo tocca la sua perfezione; nei quali l’aria, i corpi celesti e la terra compongono una sola armonia, come se la natura volesse accarezzare la sua progenie; giorni in cui in queste tristi regioni nordiche del pianeta non abbiamo nulla da desiderare di ciò che abbiamo udito delle più felici regioni, e ci culliamo nelle ore soleggiate della Florida e di Cuba; giorni in cui ogni cosa che ha vita dà segni di soddisfazione, e gli armenti stessi sembrano avere dei pensieri grandi e sereni. Noi possiamo attendere con una maggior certezza questi alcioni in quel tempo sereno d’Ottobre, che noi distinguiamo con il nome di estate indiano. Il giorno infinitamente lungo dorme sulle larghe colline e sui vasti campi ardenti. L’aver vissuto tutte le sue ore di sole pare una sufficiente longevità. I luoghi solitari non sembrano del tutto deserti. Sul limitare della foresta l’uomo attonito è obbligato ad abbandonare i suoi criterii cittadini del grande e del piccolo, del saggio e del folle. Il gravame delle abitudine ci cade dal dorso al primo passo che noi facciamo in questi luoghi appartati. Qui vi è una santità che fa arrossire le nostre religioni, ed una realtà che scredita i nostri eroi. Qui constatiamo che la natura è la circostanza che avvilisce qualsiasi altra circostanza, e che essa giudica come un dio tutti gli uomini che le si avvicinano. Noi siamo sgusciati dalle nostre case chiuse ed affollate, nella notte e nel mattino, e vediamo quali bellezze maestose ci avvolgono ogni giorno nel loro seno. Quanto volentieri vorremmo noi evitare le barriere che rendono queste bellezze comparativamente prive di potere: sfuggire la menzogna ed il secondo pensiero e lasciare che la natura penetri in noi. La luce temperata dei boschi è come un mattino perpetuo ed è stimolante ed eroica. Gli antichi incanti tramandatici di questi luoghi ci conquidono lentamente. Gli steli della cicuta, i tronchi dei pini e delle quercie brillano come acciaio innanzi all’occhio eccitato. Gli alberi muti poco a poco ci persuadono a vivere con essi ed a lasciare la nostra vita composta di solenni inezie. Qui nessuna storia o chiesa o stato interviene nel cielo divino e nell’anno immortale. Quanto facilmente noi potremmo procedere nell’aperta pianura, assorti in nuovi spettacoli ed in pensieri che si succedono rapidamente l’uno all’altro, finchè grado a grado il ricordo di casa nostra venisse cancellato dalla mente, come se fossimo portati in trionfo dalla natura!
Questi incanti sono salutari; essi ci rendono sobrii e ci guariscono. Questi sono piaceri semplici, che s’addicono alla nostra natura. Noi ritorniamo a ciò che è nostro proprio; stringiamo amicizia con la materia, che le chiacchiere ambiziose delle scuole vorrebbero persuaderci a disprezzare. Noi non possiamo mai dipartircene; la mente ama la sua vecchia abitazione; come l’acqua per la nostra sete, così è la roccia, la terra per i nostri occhi, le nostre mani e i nostri piedi. Essa è dell’acqua solida: essa è una fiamma fredda: quale equilibrio quale affinità! Quando noi cianciamo affettatamente con degli estranei, questo viso onesto della natura sempre s’introduce come un vecchio amico, come un caro amico e fratello, e con un’autorevole dimestichezza ci vergogna delle nostre parole insensate. Le città non danno ai sensi umani spazio sufficiente. Noi andiamo ogni giorno ed ogni notte a nutrire i nostri occhi nell’orizzonte ed abbisogniamo di un luogo aperto come abbisogniamo dell’acqua per il nostro bagno. A cominciare da questi piccoli poteri fino ai suoi ministeri più cari e più grandi dell’immaginazione e dell’anima vi sono in natura tutte le gradazioni dei poteri. V’è la secchia dell’acqua fredda che nasce dalla sorgente, il fuoco del legno, al quale corre il viaggiatore intirizzito per salvezza, e v’è la morale sublime dell’autunno e del meriggio. Noi ci ricoveriamo nella natura, e viviamo da parassiti con le sue radici ed i suoi grani, e riceviamo lampi di luce dai corpi celesti, che ci chiamano alla solitudine e che ci predicono il più remoto futuro. Lo Zenit azzurro è il punto in cui si incontrano la favola e la realtà. Io penso che se noi fossimo rapiti in tutto ciò che noi sogniamo del paradiso, e se conversassimo con Gabriele e con Uriele, il cielo che ci sta sul capo sarebbe tutto ciò che rimarrebbe delle nostre cose presenti.