L'anima, la natura e la saggezza

Part 2

Chapter 23,726 wordsPublic domain

La natura ha una sublime rassomiglianza di famiglia in tutte le sue opere e con le più inaspettate affinità ci meraviglia. Io ho veduta la testa di un vecchio capo indiano della foresta, che ad un tratto mi ricordò la rotonda e calva sommità d’una montagna ed il solco delle sopraciglia di quella, gli strati della roccia di questa. Ci sono degli uomini, i cui atteggiamenti hanno lo stesso essenziale splendore della semplice e magnifica scultura dei fregi del Partenone e degli avanzi della prima arte greca. Vi sono composizioni, che per il loro carattere, noi troviamo nei libri di tutte le età. Che cosa è l’Aurora di Guido Reni, se non un mattutino pensiero e in essa i cavalli se non una mattutina nube? Se qualcuno vorrà solo osservare la varietà di azioni, alle quali è ugualmente portato in certi stati di mente, e la varietà di quelle a cui è avverso, vedrà quanto è recondito il legame dell’affinità.

Un pittore mi diceva che nessuno può disegnare un albero, senza divenire in qualche modo un albero: che il disegnare un bambino non è semplicemente studiare il contorno delle sue forme, ma vigilare per qualche tempo i suoi movimenti, i suoi giuochi, e allora il pittore penetra la natura di lui e può rappresentarlo a volontà in ogni atteggiamento. Così Roos «entrò nella più segreta natura d’una pecora». Io conobbi un disegnatore, impiegato in un pubblico ufficio, il quale non poteva disegnare delle roccie, finchè non conosceva la loro struttura geologica.

Che cosa si può dedurre da tali fatti se non questo: che in un certo stato di pensiero si trova la comune origine di opere molto diverse? È lo spirito e non il fatto, che è identico. Col discendere giù nella profondità dell’anima e non con il faticoso acquisto di molte abilità manuali, l’artista attinge il potere di destare altre anime ad una data attività.

È stato detto che «le anime comuni rimunerano con ciò che fanno, le anime più nobili con ciò che sono». E perchè? Perchè un’anima, traendo vita dalla grande profondità dell’essere, risveglia in noi, con le sue azioni e le sue parole, con i suoi aspetti ed i suoi modi, quello stesso potere e quella stessa bellezza che una galleria di scultura e di pittura suole suscitare.

La storia civile, la storia naturale, la storia dell’arte, della letteratura, debbono essere spiegate dalla storia individuale o debbono restar parole. Nulla v’è che non abbia rapporto con noi; nulla che non ci interessi: regno, scuola, albero, cavallo; le radici di tutte le cose sono nell’uomo. È nell’anima che l’architettura esiste. Santa Croce e la Basilica di S. Pietro sono imperfette copie d’un divino modello. La cattedrale di Strasburgo è un materiale riflesso dell’anima di Erwin von Steinbach. Il vero poema è la mente del poeta; la vera nave è il costruttore della nave. Se potessimo vedere dentro ad un uomo, noi troveremmo la sufficiente ragione dell’ultima fioritura della sua opera; così ogni spina e colore della conchiglia marina preesistono nei secernenti organi del pesce. Il nocciolo dell’araldica e della cavalleria è nella cortesia. Un uomo di modi cortesi pronuncierà il vostro nome con tutto l’ornamento, che i titoli nobiliari potrebbero ad esso aggiungere.

L’esperienza quotidiana sempre conferma a noi qualche vecchia tradizione e trasmuta in fatti, parole e segni che noi abbiamo uditi e veduti senza porvi attenzione. Arreco come esempi, quelli che cadono nel campo d’osservazione di ciascun uomo, e che pur essendo fatti comuni, giovano ad illustrare grandi e cospicui fatti.

Una signora, con la quale cavalcava nella foresta, mi diceva che le selve le parevano sempre «aspettare», come se i genî che le abitano, interrompessero le loro opere, finchè il viandante fosse oltrepassato. Questo è precisamente il pensiero che la poesia ha celebrato nella danza delle Fate, le quali s’arrestano all’approssimarsi di un passo umano. L’uomo, che ha veduto la saliente luna sgusciare a mezzanotte dalle nubi, è stato presente, come un arcangelo, alla creazione della luce e del mondo. Io mi ricordo d’un giorno estivo, in cui un mio compagno mi additò una larga nube, che s’estendeva per un quarto di miglio lungo l’orizzonte, interamente a forma di cherubino, quali sono dipinti nelle chiese: una massa tonda nel centro, ch’era facile vivificare con gli occhi e la bocca, sorretta da entrambi i lati da ali tese e simmetriche. Ciò che appare una volta nell’orizzonte, può apparire sovente e quella nube fu certamente l’archetipo di quel familiare ornamento. Io ho veduto nel cielo una catena di fulmini estivi, i quali ad un tratto mi rivelarono che i greci disegnarono dal vero, quando dipinsero la saetta nella mano di Giove. Io ho veduto un ammasso di neve lungo le pareti di pietra d’un muro, che evidentemente diede l’idea del comune zoccolo, che accerchia una torre.

Col semplice porre noi stessi in nuove circostanze, noi senza tregua di nuovo scopriamo le leggi e gli ornamenti dell’architettura, e vediamo come semplicemente ciascun popolo abbia ornate le sue primitive case. Il tempio dorico presenta ancora una rassomiglianza con la selvatica capanna, nella quale il Dorico abitò. La pagoda chinese è chiaramente una tenda tartara. I templi indiani ed egiziani ancora palesano i terrapiani e le sotterranee case degli antichi. «L’uso di fare case e tombe nella pietra viva» dice Heeren nelle sue Ricerche sugli Etiopi «stabilì molto chiaramente il carattere dell’architettura Nubio-egiziana, indirizzandola a quella colossale forma, ch’essa assunse. In queste caverne già preparate dalla natura, l’occhio s’era abituato alle forme grandi e massiccie, cosicchè quando l’arte venne in aiuto della natura, essa non potè muoversi su piccola scala senza avvilir se stessa. Che cosa sarebbero sembrate le statue di grandezza usuale o i portici e le ali, unite a quelle gigantesche aule, dinnanzi alle quali solo i colossi potevano sedere come sentinelle od appoggiarsi alle colonne dell’interno?»

La chiesa gotica derivò semplicemente da un rozzo adattamento degli alberi della foresta, con tutti i loro rami, ad una festosa e solenne arcata, e i vincoli attorno alle colonne indicano ancora i verdi vimini che li strinsero. Nessuno può passare per un sentiero tagliato attraverso una foresta di pini, senza essere colpito dell’architettonica apparenza di essa, specialmente nell’inverno — quando la nudità degli altri alberi, mostra il basso arco dei Sassoni. Chiunque potrà in una foresta osservare, durante un invernale pomeriggio, l’origine delle finestre colorate, che adornano le cattedrali gotiche, per mezzo dei colori del cielo occidentale veduti attraverso i nudi ed incrociantesi rami della selva. Nessun innamorato della natura può entrare nei vecchi edifizi di Oxford o nelle cattedrali inglesi, senza sentire che la foresta dominò la mente del costruttore e che la sua sega, il suo scalpello, la sua pialla, sempre riprodussero le vette fiorite, le felci, le locuste, il pino, la quercia, l’abete, il rovere di quella.

La cattedrale gotica è una fioritura in pietra, determinata dall’insaziabile desiderio d’armonia dell’uomo. La montagna di granito si trasmuta in un eterno fiore, con la leggerezza e la delicata finezza della prospettiva e delle aeree proporzioni della bellezza vegetale.

In ugual modo tutti i pubblici fatti debbono essere individualizzati, e tutti i fatti privati generalizzati. Solo allora la storia diviene ad un tratto fluida e vera, e la biografia profonda e sublime. Come il persiano imitò negli agili fusti e nei capitelli della sua architettura lo stelo del fior di loto e della palma, così la corte persiana, nella sua grandiosa età, giammai desistette dal nomadismo delle sue barbare tribù, ma peregrinò da Ecbatana, sul finir di primavera, a Susa in estate ed a Babilonia in inverno.

Nei primordi della storia d’Asia e d’Africa, il nomadismo e l’agricoltura sono i due fatti antagonistici. La geografia dell’Asia e dell’Africa richiedeva una vita nomade. Ma i nomadi erano il terrore di quelli, che la terra ed i guadagni d’un mercato avevano indotto a costruir città. L’agricoltura fu pertanto un obbligo religioso a causa dei pericoli che allo stato derivavano dal nomadismo. E in queste civili contrade d’Inghilterra e d’America, l’urto di queste tendenze ancora s’agita in ciascun individuo. Noi tutti siamo girovaghi e stazionari, a seconda delle vicende ed a seconda di vicende rapide e piacevoli. I nomadi d’Africa sono forzati a peregrinare in causa degli assalti del tafano, che fa impazzire il bestiame e obbliga la tribù ad emigrare nella stagione piovosa ed a condurre il bestiame in più alte regioni sabbiose. Il nomade d’Asia continua la pastura di mese in mese. In America e in Europa, il nomadismo è il risultato del commercio e della curiosità: e dal tafano di Astabora all’anglo ed italomania di Boston-Bay certamente v’è un progresso. La differenza fra gli uomini, sotto questo aspetto, sta nella facoltà del rapido adattamento e nel potere di trovar dovunque la sedia ed il letto, potere ed adattamento che uno ha ed un altro non ha. Alcuni uomini hanno tanto dell’indiano mancato, hanno costituzionalmente tali abiti di accomodamento, che al mare o nella foresta o nella neve, essi dormono comodamente e pranzano con lo stesso buon appetito e s’affratellano così lietamente, che nelle loro case. E se noi portiamo questo vecchio fatto ad un grado più alto, noi possiamo considerarlo il rappresentante d’un avvenimento permanente nell’umana natura.

Il nomadismo intellettuale è la facoltà dell’oggettivismo o la facoltà degli occhi di rimunerarsi ovunque. Chi ha questi occhi trova ovunque facili relazioni con il suo compagno-uomo. Ciascun uomo, ciascuna cosa, è un pregio, uno studio, una proprietà per lui e questa sua benevolenza spiana il suo ciglio, unisce lui agli uomini e lo fa bello e caro al loro sguardo. La sua casa è una vettura, ed egli vaga attraverso tutte le latitudini così facilmente come un Calmucco. Ogni cosa che l’individuo vede, corrisponde ai suoi stati di mente ed è a sua volta a lui intellegibile, mentre il suo progressivo pensiero lo conduce alla verità, alla quale questo fatto o serie di fatti appartengono.

Il mondo primitivo, io posso ricercarlo in me stesso, così bene com’io posso frugarlo, con tremanti dita, nelle catacombe, nelle biblioteche e negli infranti rilievi e torsi delle sue ville abbattute.

Qual’è il fondamento dell’interesse, che tutti gli uomini provano per la storia greca, le lettere, l’arte, la poesia, in tutti i suoi periodi, dall’età eroica ed omerica, fino alla domestica vita degli spartani e degli ateniesi, quattro o cinque secoli più tardi? Questo periodo ci attrae perchè noi siamo greci. Esso è uno stato attraverso il quale ciascun uomo in qualche modo passa. Il periodo greco è l’êra della natura corporea, della perfezione dei sensi, della spirituale natura svelata in istretta unità col corpo. In ciò esistettero quei corpi umani, che provvidero allo scultore i modelli di Ercole, Febo e Giove; non certo tali sono le figure che abbondano nelle strade delle moderne città, in cui v’è un confuso tentativo di lineamenti ed in cui le orbite sono così formate, che sarebbe impossibile agli occhi di guardar di sbieco e di lanciar sguardi da una parte o dall’altra, senza volgere interamente il capo.

I costumi di quell’età sono schietti e fieri. Si rende pubblicamente onore per personali qualità, per il coraggio, l’accorgimento, la padronanza di sè, la giustizia, la forza, la rapidità, la voce tonante, il petto ampio. Il lusso non è conosciuto, così l’eleganza. La popolazione sparsa e il bisogno rende ciascun uomo servitore di se stesso: cuoco, macellaio e soldato; l’abito di provvedere alle proprie necessità educa il corpo a meravigliose azioni.

Tali sono gli Agamennoni e i Diomede di Omero e non molto diversa è la descrizione che Senofonte fa di se stesso e dei suoi compagni nella Ritirata dei Diecimila: «Dopochè l’armata ebbe attraversato il fiume Teleboa nell’Armenia, lì cadde molta neve e le truppe giacquero miserevolmente sulla terra, coperte da essa. Ma Senofonte s’alzò ignudo e, presa una scure, cominciò a spaccar legna; allora gli altri pure s’alzarono e fecero lo stesso». In tutto il suo esercito pare vi fosse un’illimitata libertà di parola. Essi vengono a contesa per il bottino; discutono con i generali ad ogni nuovo ordine e Senofonte è linguacciuto come alcun altro e più linguacciuto che i più, e rende pane per focaccia. Chi non vede che questa è una truppa di grandi ragazzi con lo stesso codice d’onore e la stessa rilassata disciplina?

La superba bellezza dell’antica tragedia e di tutta la letteratura consiste in ciò, che i personaggi parlano semplicemente, come persone dotate di molto buon senso, prima ancora che la riflessione sia divenuta l’abito predominante della mente. La nostra ammirazione per l’antico non è ammirazione del «vecchio», ma del «naturale». I greci non sono riflessivi, ma sono perfetti nei loro sensi, perfetti nella loro salute, con la più sottile organizzazione fisica del mondo. Adulti operano con la semplicità dei bambini. Essi facevano vasi, tragedie, statue, guidati dall’equilibrio perfetto dei loro sensi, vale a dire con buon gusto. Tali cose si continuarono a fare in tutte le età ed anche ora, dovunque esista un fisico vigoroso; ma come una classe, per la loro superiore organizzazione, essi hanno superato tutti. Essi fondono insieme l’energia della maturità colla seducente incoscienza della fanciullezza, e la nostra reverenza per essi è reverenza per la fanciullezza. Nessuno può pensare ad un atto inconscio o con compatimento o con disprezzo. Bardo od eroe, nessuno può guardar dall’alto la parola od il gesto di un fanciullo. Esso è grande come loro. La seduzione dei loro costumi è tale, perchè essi appartengono all’uomo e sono da esso conosciuti, per esser stato, ciascuno uomo, fanciullo un tempo, e perchè ci sono individui che serbano tali caratteristiche. Una persona dotata di genio fanciullesco e di innata energia è ancora un greco e rivive il nostro amore per la musa dell’Ellade. Un grande fanciullo ed una grande fanciulla, di buon senso, sono greci. Bello è l’amore della natura in Filottete, e nel leggere quelle sottili apostrofi al sonno, alle stelle, alle roccie, alle montagne, alle onde, io sento il tempo trascorrere come un rifluente mare. Io sento l’eternità dell’uomo, l’identità del suo pensiero. Il greco ebbe, così pare, gli stessi compagni, che io ho. Il sole e la luna, l’acqua ed il fuoco, incontrarono il suo cuore precisamente come questi incontrarono il mio. Allora la vantata distinzione fra greco ed inglese, fra scuola classica e romantica, appare una pedante e superficiale distinzione. Quando un pensiero di Platone diviene pensiero mio, quando una verità che divampò nell’anima di Pindaro, divampa nella mia, il tempo è più nulla. Quando io sento che noi due c’incontriamo in una percezione, che le nostre due anime sono tinte dello stesso colore, e si fondono in una sola, perchè dovrei io misurare i gradi di latitudine e contare gli anni d’Egitto?

Lo studente interpreta l’età della cavalleria mediante la sua propria età della cavalleria e le avventure di mare e di circumnavigazione, mediante la sua propria parallela esperienza in miniatura. Per la consacrata storia del mondo egli ha la stessa chiave. Quando la voce d’un profeta, dagli abissi dell’antichità, è semplicemente eco d’un sentimento della sua propria infanzia, d’una preghiera della sua propria giovinezza, egli allora giunge alla verità attraverso la confusione delle tradizioni e la caricatura delle istituzioni.

Rari, bizzarri spiriti vengono a noi di tempo in tempo che ci rivelano nuovi fatti della natura. Io vedo che gli uomini di Dio hanno sempre camminato tra gli uomini ed hanno fatto sentire nel cuore e nell’anima del più comune uditore, la loro missione. Onde, evidentemente, il tripode, il sacerdote, la sacerdotessa, furono ispirati dal divino afflato.

Gesù meraviglia e soggioga un popolo sensuale. Essi non possono unire lui alla storia e riconciliarlo con se stessi, ed allora s’apprestano a venerare le loro intuizioni e ad aspirare alla vita santa, mentre la loro stessa devozione spiega ogni fatto ed ogni parola.

Come facilmente le vecchie adorazioni di Mosè, di Zoroastro, di Socrate, di Meno, s’adagiano nella mente. Io non posso trovare in esse alcuna antichità. Esse sono tanto mie quanto loro.

Io ho visto il primo monaco ed anacoreta, senza traversare mari e secoli. Più d’una volta qualcuno è apparso a me, pregando in nome di Dio, così trascurante del lavoro, così imponente nella sua contemplazione, come se rincarnasse, nel XIX secolo Simeone lo stilista, la Tebaide ed il primo Cappuccino.

L’arte sacerdotale dell’est e dell’ovest, del Bramino, del Druido e dell’Inca, viene spiegata nella privata vita di ciascun individuo. L’influenza che un rigido formalista ha su un ragazzo, reprimendo i suoi spiriti ed il suo coraggio, paralizzando la sua intelligenza, senza produrre indignazione, ma timore ed obbedienza ed anche simpatia verso il tiranno, è un fatto familiare, chiaro al ragazzo quando diviene uomo e quando vede che l’oppressore della sua giovinezza è egli stesso un ragazzo, dominato da quei nomi, da quelle parole, da quelle forme, della cui influenza egli fu semplicemente lo strumento. Il fatto insegna a lui come Belo fu adorato e come le piramidi furono costrutte, meglio che la scoperta fatta da Champollion dei nomi di tutti gli operai e del costo di ciascuna lastra. Egli trova l’Assiria e i baluardi di Cholula alla sua porta, ed egli stesso ne ha poste le basi.

Ancora, in quella protesta che ciascun uomo di giudizio fa contro la superstizione del suo tempo, egli recita punto per punto la parte dei vecchi riformatori, e nella ricerca della verità s’imbatte, come essi, in nuovi pericoli per la virtù. Egli impara di nuovo quale morale vigore abbisognò per supplire l’appoggio di una superstizione. Una grande sregolatezza cammina sui passi d’una riforma. Quante volte nella storia del mondo il Lutero dell’epoca ha dovuto lamentare il languire della devozione nella sua propria casa! «Dottore — disse un giorno a Martino Lutero la sua sposa — perchè quand’eravamo soggetti al papato noi pregavamo così sovente e con grande fervore e ora noi preghiamo con la maggior freddezza e molto di rado?»

L’uomo progredito scopre quali profondi attributi egli ha in tutta la letteratura, in tutte le favole come in tutta la storia. Egli si persuade che il poeta non fu lo strano individuo, che descrisse strane ed impossibili situazioni, ma fu l’universale uomo, che scrisse con la sua penna una confessione vera per uno e vera per tutti. Egli trova la sua propria segreta biografia, in parole meravigliosamente intelligibili a lui, scritte già prima ch’egli nascesse. Una dopo l’altra le vicende della sua vita privata combaciano con ciascuna favola di Esopo, di Omero, di Hafiz, dell’Ariosto, di Chaucer, dello Scott e personalmente le constata.

Le belle favole dei greci, essendo proprie creazioni dell’immaginazione e non della fantasia, sono universali verità. Quale moltitudine di significati e quale perpetua attualità ha la storia di Prometeo! Oltre il suo principale valore, come primo capitolo della storia di Europa, essa ci dà la storia della religione con qualche riferimento intorno alla credenza delle età più tarde. Prometeo è il Gesù della vecchia mitologia: egli è l’amico dell’uomo; egli sta tra l’ingiusta «giustizia» dell’Eterno Padre e la schiatta dei mortali: e sollecitamente ogni cosa sopporta a suo benefizio. Ma dove la sua storia si stacca dal cristianesimo calvinistico e mostra lui come sfidatore di Giove, essa rappresenta uno stato di mente che appare dovunque la dottrina del teismo è appresa sotto una cruda forma obbiettiva e pare l’autodifesa dell’uomo contro questa menzogna, rivelantesi in uno scontento per la creduta esistenza d’un Dio, e in un sentimento d’aggravio per la reverenza a Lui dovuta. Essa vorrebbe involare, se potesse, il fuoco al Creatore e vivere separata da lui ed indipendente. Il Prometeo Vinto è il romanzo dello scetticismo. Nè meno vere sono per tutti i tempi le particolarità di quel superbo apologo. Apollo custodì le greggi d’Admeto, dissero i poeti. Ogni uomo è una divinità travestita, un dio che rappresenta la parte dell’imbecille. Egli appare come gli insani angeli, che il cielo mandò nel nostro mondo, i quali qui giunti intonano la loro musica nativa e pronunziano ad intervalli le parole udite in cielo, finchè, tornata la pazzia, essi istupidiscono e s’avvoltolano come cani. Quando gli dei scendono fra loro non sono riconosciuti; Gesù non lo fu; Socrate e Shakespeare non furono; Anteo fu soffocato dalla stretta di Ercole, ma ogni qualvolta toccò la madre terra, il suo vigore si rinnovò. L’uomo è il gigante abbattuto, ma in tutta la sua debolezza, sia il suo corpo che la sua mente sono rinvigoriti dall’abito di conversare con la natura. Il potere della musica, quello della poesia, di render fluida e dar ali a tutta la solida natura, spiegano a lui l’enigma d’Orfeo, che fu nella sua infanzia solo una vana fiaba. La percezione filosofica dell’identità attraverso le infinite mutazioni della forma, fa conoscere a lui il Proteo. Che cosa altro sono io, che risi e piansi ieri e dormii la passata notte come un corpo morto e stamane mi alzai e corsi? Che cosa vedo io in ogni parte, se non le trasmigrazioni del Proteo? Io posso simbolizzare il mio pensiero, usando il nome di qualsiasi creatura, di qualsiasi fatto, perchè ogni creatura è uomo agente o paziente. Tantalo non è che un nome per voi e per me. Tantalo significa l’impossibilità di bere le acque del pensiero, che sono sempre raggianti ed ondeggianti nella visione dell’anima. La trasmigrazione delle anime: anche ciò non è fiaba: io vorrei che fosse tale, ma uomini e donne non sono che a metà umani. Ogni animale della cascina, del campo e della foresta, della terra e delle acque, ha trovato modo di stanziarsi e di lasciare l’impronta delle sue fattezze e della sua forma, in uno o nell’altro di questi esseri eretti, che parlano alzando il viso al cielo. Ah! fratello, tienti avvinto all’uomo e tieni a segno la bestia: arresta il declinare della tua anima, rifluente verso quelle forme, nel cui uso tu per molti anni indugiasti. Pure vicino a noi è la vecchia favola della Sfinge, che seduta sul margine della strada, poneva enimmi ad ogni viandante: S’egli non sapeva rispondere, essa vivo l’inghiottiva, se rispondeva essa veniva uccisa. Che cos’è la nostra vita se non un’infinita fuga di fatti e di eventi alati? Con splendida varietà queste vicende giungono, tutte ponendo questioni all’umano spirito. Chi non risolve con una superiore saggezza questi fatti o queste questioni diviene schiavo. I fatti lo vincolano, lo soggiogano e lo fanno l’uomo del senso, nel quale una completa obbedienza ai fatti ha estinto ogni scintilla di quella luce, per cui l’uomo è veramente uomo. Ma se l’uomo, fedele ai suoi migliori istinti e sentimenti, rifugge il dominio dei fatti come colui che scende da una più alta schiatta e rimane stretto alla sua anima, allora i fatti cadono e ritornano al loro posto, riconoscono il loro signore ed il più insignificante di essi lo glorifica.