L'anima, la natura e la saggezza
Part 1
RALPH WALDO EMERSON
L’ANIMA, LA NATURA E LA SAGGEZZA
SAGGI
1ª E 2ª SERIE
TRADUZIONE DALL’INGLESE DEL Prof. MARIO COSSA
BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1911
PROPRIETÀ LETTERARIA
AGOSTO MCMXI — 28476
AVVERTENZA DEL TRADUTTORE
Era mia intenzione di far precedere alla traduzione uno studio sul grande filosofo americano; ma per ragioni non dipendenti dalla mia volontà e certo non per le solite impazienti sollecitazioni dell’Editore (che anzi mi fu sempre cortese) dovetti abbandonare questo mio disegno con vivo rammarico ancorchè presentasse non poche difficoltà. Perciò ho pensato ch’era la cosa migliore, licenziando questa mia onesta fatica, evitare una prefazione fatta sul tipo di troppe prefazioni messe insieme a colpi di forbice, che hanno nessun pregio, se non quello d’un ingegnoso pasticcio.
Dopo aver passate tante ore d’intimità spirituale con l’Emerson è cresciuta in me l’ammirazione e la riverenza per la sua anima pura, per il suo spirito profondo, per la sua filosofia tutta umana; sarei un ingrato se volessi in poche linee tratteggiare la sua figura, correndo il rischio di fare una caricatura per il desiderio di comporne un rapido schizzo.
Questa è appunto la ragione che m’ha spinto ad aggiungere al volume un indice bibliografico, che è largo se non completo. Il lettore che desideri conoscere con maggior ampiezza il grande filosofo potrà trovare in esso le indicazioni necessarie.
Avverto ancora che i saggi contenuti in questo libro erano stati composti dall’Emerson per esser pronunziati ad alta voce in pubblico e non per esser riuniti in volume e presentati alla lettura. Ciò darà al lettore ragione di certe oscurità, di certi troncamenti, di certe spezzettature di stile e di pensiero, che l’intonazione viva e varia della voce avrebbe illuminate o coperte.
A me è di grande conforto ciò che scrisse Tommaso Carlyle all’apparire a Londra di questo volume nella sua veste originale: «... Noi dovremo chiamare questo libro il soliloquio di un’anima sincera, sola sotto le stelle...».
MARIO COSSA.
Torino, agosto 1911.
OPERE DI RALPH WALDO EMERSON.
«_Nature_». 1836. _Address delivered before the Senior Class in Divinity College, Cambridge._ Massachusetts, 1838. _Essays_ — 1st series. Boston, 1841. _Essays_ — (preface by T. Carlyle). London, 1841. _The method of Nature, an oration._ Massachusetts, 1841. _Address in the Court-House, in Concord._ Massachusetts, 1844. _Essays_ — 2nd series. Boston, 1844. _Man, the reformer, a lecture._ 1844. _Man Thinking, an oration._ 1844. _Representative Men_ (Lectures). 1844. _The Young American._ London, 1844. _Essays, Lectures and Orations._ London, 1844. _English traits._ London, 1856. _The conduct of Life._ London, 1860. _May-day and other pieces_ (poems). Massachusetts, 1867. _Society and Solitude._ London, 1870. _Culture, Behaviour, Beauty._ Massachusetts, 1876. _Letters and Social aims._ United States, 1876. _Power, Wealth, Illusions._ Boston, 1876. _Miscellanies._ Massachusetts, 1876. _Books, Art, Eloquence._ Massachusetts, 1877. _Love, Friendship, Domestic Life._ Massachusetts, 1877. _Success, Greatness, Immortality._ Massachusetts, 1877. _Fortune of the Republic, lecture._ Massachusetts, 1879. _The senses and the Soul; two essays._ London, 1884.
BIBLIOGRAFIA
ALBEE JOHN — _Remembrances of Emerson._ New-York, 1901. ALCOTT A. B. — _R. W. Emerson, philosopher and seer._ Boston, 1882, 1888. ARNOLD MATTHEW — _Discourses on America._ London, 1885. CABOT J. E. — _Memoir of Ralph Waldo Emerson._ Boston and London, 1887, 2 vol. CARLYLE THOS. — _The correspondence of Th. Carlyle and R. W. Emerson._ London, 1883. CONWAY M. D. — _Emerson at home and abroad._ Boston (Mass.), 1882; London, 1883. COOKE G. W. — _Emerson: his life, writings and philosophy._ Boston, 1881, 1882. DUGARD M. — _Emerson: sa vie et son oeuvre._ Paris, 1908. EMERSON EDW. WALDO — _Emerson in Concord: a memoir._ Boston, 1889. FEDERN KARL. — _Essays zur amerikanischer Litteratur._ Halle, 1899. FORSTER JOSEPH — _Four great teachers._ London, 1890. GARNETT RICHARD — _Life of R. W. Emerson._ London, 1888. GRIMM F. H. — _Neue Essays._ Berlin, 1865. GUERNSEY A. H. — _Ralph Emerson._ New-York, 1881. HAGUE W. — _R. W. Emerson_ (Life and philosophy). New-York, 1884. HALE ED. EV. — _R. W. Emerson:_ together with two early essays of Emerson. Boston, 1899. HARRIS W. T. — _R. W. Emerson._ Boston, 1882. HIGGINSON T. W. — _Contemporaries._ Boston, 1899, 1900. HOLMES O. W. — _R. W. Emerson._ Boston, 1885. HUSBAND T. F. — _Emerson: a lecture._ London, 1892. IRELAND ALEX. — _Ralph Waldo Emerson: a biographical sketch._ London, 1882. LOWELL J. R. — _My study windows._ Boston, 1871. MORLEY JOHN — _Critical miscellanies._ London, 1871, 1877, 1888. ROBERTSON J. M. — _Modern Humanists._ London, 1891, 1901. ROZ FIRMIN — _L’idéalisme américain._ «Revue des Deux Mondes». Paris, 1902. SANBORN F. B. — _The genius and character of Emerson._ Boston, 1885. SANTAYANA GEORGE — _Interpretation of poetry and religion._ New-York, 1900. SCUDDER H. E. — _Men and letters._ Boston, 1887. SCARLE JOHN. — _Emerson: his life and writings._ London, 1895. STEWART G. J. — _Select writings from reviews: second series._ Quebec, 1893. THAYER W. R. — _The influence of Emerson._ Boston, 1886.
PRIMO SAGGIO
LA STORIA
C’è una sola mente comune a tutti gli uomini individui.
Ciascun uomo è adito ad essa ed a tutto ciò che ad essa appartiene.
Colui, che una volta è ammesso al diritto della ragione, diviene completamente libero; ciò che Platone ha pensato, egli può pensare, ciò che un santo ha sentito, egli può sentire, ciò che in ogni tempo a ciascun uomo è accaduto, egli può comprendere. Chi possiede questa universale mente partecipa di tutto ciò che è o può essere fatto, poichè questa è l’unico e sovrano agente.
La storia è il complesso delle opere della mente. Il suo genio è illustrato dall’intero svolgersi del tempo; l’uomo in nessun modo comprensibile, diviene tale per mezzo della sua storia. L’umano spirito, senza precipitazione, senza riposo, s’appresta fin dal principio a raggruppare ogni facoltà, ogni pensiero, ogni emozione che gli appartenga, intorno ad appropriati eventi. Ma il pensiero precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente come leggi. Ciascuna legge è a sua volta il prodotto di circostanze predominanti, ed i limiti di natura danno potere ad una sola per volta. Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti.
La creazione di mille foreste sta in un solo seme; e l’Egitto, la Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America, stanno già rinchiuse nel primo uomo.
Successivamente campo, regno, impero, repubblica, democrazia, sono semplicemente l’applicazione del molteplice spirito umano al molteplice universo.
L’umana mente scrisse la storia e deve leggerla. Come la Sfinge doveva risolvere i suoi propri enimmi, così il complesso della storia, che sta in un uomo, dev’essere totalmente spiegato dall’individuale esperienza. C’è una relazione fra le ore della nostra vita ed i secoli del tempo. Come l’aria ch’io respiro è tratta dai grandi depositi della natura, come la luce sul mio libro è prodotta da un astro, distante cento milioni di miglia, come il peso del mio corpo dipende dall’equilibrio tra le forze centrifughe e quelle centripete; così le ore dovrebbero essere create dalle età e le età spiegate dalle ore.
Ogni singolo uomo è ancora un’incarnazione della mente universale. Tutte le sue proprietà consistono in lui: ogni passo, nella sua privata esperienza, getta una luce su ciò che grandi masse d’uomini hanno fatto, e le crisi della sua vita conducono alle crisi nazionali. Ogni rivoluzione fu in antecedenza un pensiero nella mente di un solo uomo; quando lo stesso pensiero sorge in un altro uomo, s’ha la chiave che apre quel periodo. Ogni riforma fu una volta una personale opinione; e quando un’altra volta diverrà opinione personale, essa scioglierà il problema dell’età. Il fatto narrato, deve corrispondere a qualche cosa in me, che sia credibile od intelligibile: così quando noi leggiamo, dobbiamo trasmutarci in greci, romani, turchi, sacerdoti e re, martiri e giustizieri; dobbiamo unire queste immagini, nella nostra segreta esperienza, a qualche realtà o noi vedremo nulla, impareremo nulla, riterremo nulla. Quanto accadde ad Asdrubale od a Cesare Borgia non è maggiore illustrazione delle forze e delle depravazioni della mente, di quanto non sia ciò che è accaduto a noi. Ciascun movimento politico e ciascuna legge nuova ha significazione per voi. State dinnanzi a ciascuna delle sue tavole e dite: «Ecco uno dei miei manti: Sotto questa fantastica o graziosa od odiosa maschera, la mia proteiforme natura celò sè stessa». Ciò rimedia al difetto della nostra troppo grande prossimità a noi stessi; ciò pone le nostre proprie azioni in prospettiva; e come i granchi, i capri, gli scorpioni, la bilancia e l’acquario, perdono ogni loro meschinità, quando si riflettono come segni nello Zodiaco, così io posso contemplare senza disgusto i miei propri vizi, nelle lontane figure di Salomone, di Alcibiade e di Catilina.
È questa natura universale che dà valore agli uomini e alle cose. La vita umana che la contiene, è misteriosa ed inviolabile e noi la cingiamo di pene e di leggi. Tutte le leggi traggono di qua la loro ultima ragione, tutte esprimono infine reverenza a qualche comando di questa illimitata essenza suprema. La proprietà pure tiene dell’anima, copre grandi fatti spirituali e noi istintivamente aderiamo, a tutta prima, ad essa con spade e leggi, e con ampie e complesse combinazioni. L’oscura coscienza di questo fatto è luce del nostro giorno, il diritto dei diritti, lo scopo dell’educazione, della giustizia, della carità, il fondamento dell’amicizia e dell’amore, dell’eroismo e della grandezza, che appartiene alle azioni derivate dalla fiducia in se stesso. È notevole che involontariamente noi sempre leggiamo come se fossimo superiori. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle loro grandiose descrizioni — nei palazzi sacerdotali ed in quelli imperiali, nei trionfi della volontà e del genio, in alcun luogo infine non perdono la nostra attenzione; ma piuttosto ciò è vero che nei loro tratti più grandi, là noi ritroviamo maggiormente noi stessi. Quel ragazzo, che legge nell’angolo, sente esser vero per se stesso, tutto ciò che Shakespeare dice del re. Noi simpatizziamo con i grandi momenti della storia, con le grandi scoperte, con le grandi resistenze, con le grandi prosperità degli uomini, perchè la legge fu promulgata, il mare fu esplorato, la terra fu scoperta o il colpo fu dato per noi, come noi stessi vorremmo aver fatto od applaudito.
Così è riguardo alla condizione ed al carattere. Noi onoriamo il ricco, perchè egli ha esteriormente la libertà, il potere ed il favore che noi sentiamo esser propri all’uomo, propri a noi. Così, tutto ciò che è detto dell’uomo saggio dallo storico o dall’orientale o dal moderno studioso, descrive a ciascun uomo la sua propria idea, descrive il suo inarrivato, ma raggiungibile se stesso. Ogni letteratura delinea il carattere dell’uomo saggio; ogni libro, monumento, pittura, conversazione, è il ritratto nel quale il saggio trova i lineamenti, di cui è modellato. Il silenzio e le voci risonanti lodano lui e l’avvicinano, ed egli è stimolato dovunque vada, come da personali illusioni. Un’anima buona e saggia però non deve mai cercare, nel discorso, allusioni personali e lodative. Egli sente la lode, ma non di se stesso, bensì, lode più dolce, di quel carattere cui egli aspira, che è descritto in ogni parola concernente il carattere stesso e più ancora da ogni fatto, che accade nel fluente fiume, o nel fremente grano. La lode è cercata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce dalla natura silenziosa, dalle montagne, dagli splendori del firmamento. Questi avvertimenti, versati a goccie, come se provenissero dal sonno e dalla notte, usiamoli in pieno giorno. Lo studente deve leggere la storia attivamente e non passivamente; deve considerare la sua propria vita il testo, ed il libro il commento. Così costretta, la Musa della storia pronunzierà gli oracoli che giammai disse a quelli, che non rispettano se stessi. Io non ho speranza che bene leggerà la storia alcuno di coloro, i quali pensano che quanto fu fatto in una remota età, da uomini il cui nome risuonò lontano, abbia qualche più profondo senso di ciò che si fa oggi. Il mondo esiste per l’educazione di ciascun uomo. Non c’è età o condizione di società, o modo di azione nella storia, che non corrisponda in qualche modo alla sua vita. Ogni cosa tende nel più meraviglioso modo a rimpicciolir se stessa ed a cedere a lui la sua propria virtù. Egli dovrebbe osservare che potrebbe rivivere tutta la storia nella sua propria persona. Egli deve rimanere nella sua casa, forte e potente, e non sopportare vessazione di re od imperi; egli deve sapere che egli è più grande di tutta la geografia e di tutto il governo del mondo; egli deve rimuovere il punto di vista, dal quale la storia è comunemente letta, cioè da Roma, da Atene, da Londra, a se stesso, e non rifiutare il suo convincimento che egli è la Corte e se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualche cosa da dire a lui, egli giudicherà, altrimenti tacciano per sempre. Egli deve cogliere e ritenere quella sublime visione, in cui i fatti concedono il loro segreto senso ed in cui annali e poesia sono eguali. L’istinto della mente e l’intento della natura denunciano se stessi, sull’uso che noi facciamo delle insigni narrazioni della storia. Il tempo smussa alla luce del sole l’angolarità dei fatti. Nessun’àncora, nessuno schermo, nessuna gomena, giovano a mantenere un fatto come tale; Babilonia, Troia, Tiro, ed anche la prima Roma stanno già passando nella leggenda.
Il giardino dell’Eden, il sole immobile sul Gibeone, è poesia, d’allora in poi, di tutte le nazioni. Chi si cura di ciò che fu il fatto, quando noi l’abbiamo trasformato in una costellazione da appendere nel cielo come immortale segno? Londra, Parigi, e New-York debbono fare lo stesso cammino. «Che cos’è la storia» disse Napoleone «se non una favola convenuta?» Questa nostra vita è connessa con l’Egitto, la Grecia, la Gallia, l’Inghilterra, la guerra, la colonizzazione, la chiesa, la corte, il commercio, come con altrettanti fiori e ornamenti gravi e lieti. Io non farò un’enumerazione di essi. Io credo nell’eternità. Io posso trovare la Grecia, la Palestina, l’Italia, la Spagna e le isole, il genio ed il principio informatore di ciascuna e di tutte le cose nella mia propria mente. Noi ci imbattiamo sempre nella nostra privata esperienza con i fatti, che nella storia ci hanno commossi e con quella li constatiamo. Tutta la storia allora diviene subiettiva: in altre parole non c’è propriamente _Storia_, ma soltanto _Biografia_. Ogni anima deve sapere per se stessa tutta la lezione, deve percorrere tutta la terra. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, essa non conoscerà. Ciò che la passata età ha compendiato in una formula o legge per manipolare convenienza, essa perderà la gioia di verificare, per l’inciampo di quella legge. Ma in un modo o nell’altro, in un tempo o nell’altro, essa domanderà e troverà il suo compenso per questa perdita, col rifare lo stesso lavoro. Ferguson scopri nell’astronomia molte cose che da lungo erano conosciute. — Meglio per lui.
La storia dev’essere questo o è nulla. Ogni legge che lo stato promulga, indica un fatto nell’umana natura: questo è tutto. Noi dobbiamo nella nostra propria natura vedere la necessaria ragione di ogni fatto, vedere come esso poteva e doveva essere. Con questo convincimento volgiamo la nostra attenzione ad ogni opera pubblica o privata, ad una orazione di Burke, ad una vittoria di Napoleone: ad un martirio di Tommaso Moro, di Sidney, di Marmaduke Robinson, ad un Regno del Terrore, ad un Salem impiccante le streghe, ad un fanatico risorgimento, al magnetismo animale di Parigi e alla Provvidenza. Noi concludiamo allora che, sotto eguale influenza, noi saremmo egualmente commossi e compiremmo la stessa opera, e noi aspiriamo a padroneggiare intellettualmente i passi e raggiungere la stessa altezza e la stessa degradazione, che il nostro simile ha raggiunta.
Ogni investigazione nell’antichità, ogni curiosità riguardante le Piramidi, le città dissepolte, Stonehenge, il Messico, Memphi, non è che il desiderio di sopprimere quei feroci e selvaggi e assurdi «là» «allora» per porvi invece il «qui» o «l’oggi»; è bandire il non «io» e porre «l’io»; è abolire la differenza e restaurare l’unità. Belzoni scava e misura nelle tombe e nelle piramidi di Tebe, finchè egli giunge al termine della differenza fra la mostruosa opera e se stesso. Quand’egli ha dimostrato a se stesso, nelle generali e nelle particolari cose, che quella fu compiuta da un uomo simile a lui, armato come lui e per fini, per i quali egli stesso, in date circostanze avrebbe operato, allora il problema è risolto; il suo pensiero vive lungo l’intera teoria dei templi, delle sfingi, delle catacombe; passa tra essi in tutto simile ad un’anima di creatore, con gioia, ed essi rivivono nella mente, ovvero sono «oggi».
Una cattedrale gotica afferma che essa fu costrutta da noi e non da noi. Certamente essa fu fatta da un uomo, che noi non troviamo nell’uomo del nostro tempo. Noi allora applichiamo noi stessi alla storia della sua produzione; poniamoci nel momento e nella condizione storica del costruttore: ricordiamo gli abitanti delle foreste, i primi templi, l’affinità al primo tipo e la decorazione di esso, quando la ricchezza della nazione s’accresceva: ricordiamo il valore che è dato al legno, riferito all’intero cumulo granitico della cattedrale. Quando noi siamo passati per questo processo e siamo giunti alla chiesa cattolica, alla sua croce, alla sua musica, alle sue processioni, ai suoi giorni dei santi e culto delle immagini, noi siamo stati l’uomo che fece la cattedrale; noi abbiamo veduto quanto poteva e doveva essere: noi abbiamo la sufficiente ragione.
La differenza tra gli uomini sta nel loro principio d’associazione. Alcuni classificano gli oggetti a seconda del colore, della forma o di altre apparenze accidentali; altri a seconda di una intrinseca somiglianza o della relazione tra causa ed effetto. Il progresso dell’intelletto consiste in una più chiara visione di cause che tralascia le superficiali differenze. Al poeta, al filosofo, al santo, tutte le cose sono amiche e sacre, tutti gli eventi giovevoli, tutti i giorni benedetti; tutti gli uomini divini. Poichè l’occhio è legato alla vita, sprezza la circostanza. Ogni sostanza chimica, ogni pianta ed ogni animale, nel suo crescere, ammonisce sull’unità della causa e la varietà dell’apparenza.
Perchè, essendo circondati, come noi siamo, da questa omnigena natura, tenera e fluida come una nube o l’aria, saremmo tali difficili pedanti da magnificare poche forme? Perchè terremmo noi calcolo del tempo, della grandezza, dell’esteriorità? L’anima non conosce queste cose, ed il genio, obbedendo alle sue leggi, sa scherzare con esse, così come un ragazzo scherza con i vecchi e nelle chiese. Il genio studia il pensiero causale, e, molto addentro nelle viscere delle cose, vede i raggi partentesi da una sola orbita, che diverge prima ch’essi si stendano per infiniti diametri. Il genio vigila la monade a traverso tutte le sue sembianze, mentre egli rappresenta la metempsicosi della natura. Il genio sorprende attraverso la mosca, il verme, il bruco, l’uovo, il tipo costante dell’individuo; scopre, fra innumerevoli individui, le specie fissate; attraverso molte specie, il genere; attraverso tutti i generi, il costante tipo; attraverso tutti i regni della natura organica, l’eterna unità. La natura è una mutevole nube che è sempre e mai la stessa. Essa trasmuta lo stesso pensiero in moltitudini di forme, come il poeta fa venti favole con una sola morale. Bello riluce uno spirito attraverso la brutalità e la durezza della materia. Sola, onnipotente, essa converte tutte le cose al suo proprio fine. Il diamante splende nella più pura e precisa forma, ma mentre io lo guardo, la linea esteriore e la sua struttura sono interamente cambiate. Così nulla è più variante della forma, eppure essa mai rinnega completamente se stessa. Nell’uomo noi ancora rintracciamo gli accenni ed i rudimenti di tutto ciò che noi stimiamo segni di servilismo nelle razze inferiori, pure in lui essi rialzano ed aumentano la sua nobiltà e grazia; così Io, in Eschilo, trasformata in giovenca, offende l’imaginazione; ma quanto cambiata allorchè come Iside in Egitto, essa incontra Giove, non avente più nulla della metamorfosi, eccetto che le corna a mezzaluna, quali splendidi ornamenti della sua fronte!
L’identità della storia è ugualmente intrinseca, la diversità ugualmente manifesta. C’è alla superficie infinita varietà di cose, al centro c’è semplicità e unità di causa. Quanti sono gli atti di un solo uomo, nei quali noi riconosciamo lo stesso carattere! Rivolgiamo la nostra attenzione alle fonti della nostra conoscenza del genio greco: per prima cosa noi abbiamo la _storia civile_ di quel popolo, come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, ce la diedero; da essa noi sufficientemente sappiamo chi fu questo popolo e che cosa fece. La sua anima la troviamo ancora espressa per noi, nella sua letteratura, nei poemi, nel teatro, nella filosofia, in una forma completa; più ancora nella sua architettura, la più pura e sensuale bellezza, il perfetto «medium» che mai oltrepassa il limite della convenienza, della grazia incantevole. Nella scultura poi — l’ago sulla bilancia dell’espressione — noi maggiormente vi troviamo la sua anima, sotto ogni aspetto, in ogni azione, in ogni età di vita, attraverso tutte le condizioni, da Dio alla bestia, e mai oltrepassante l’ideale serenità, se non nello sforzo convulso d’essere obbediente all’ordine e alla legge. Così noi abbiamo del genio d’un popolo quattro diverse manifestazioni, la più varia espressione d’un solo valore morale: ed infatti che cosa v’è di più dissimile per i sensi che un ode di Pindaro, un marmo del Centauro, il peristilio del Partenone e le ultime gesta di Focione? Eppure queste varie esteriori espressioni derivano da una sola mente nazionale.
Ciascuno avrà osservato aspetti e forme, che, pur non avendo somiglianza, producono un’egual impressione nello spettatore. Una particolare pittura o un gruppo di versi, se non suscitano lo stesso seguito di immagini, risvegliano lo stesso sentimento che l’ascendere una montagna selvaggia, sebbene l’affinità non sia evidente ai sensi, ma occulta e al di là del limite dell’intelligenza. La natura è un’infinita combinazione e ripetizione di pochissime leggi: essa sommessamente canta il vecchio e ben conosciuto motivo in innumerevoli variazioni.