L'anima, la natura e la saggezza
Part 3
Vedete nell’Elena di Goethe lo stesso desiderio che ogni parola sia una cosa. Queste figure, egli dice, questi Chironi, Griffoni, Elena e Leda, sono qualche cosa e certamente esercitano una peculiare influenza sulla mente. Pur così lontane, sono esse eterne entità, tanto reali oggi come nella prima Olimpiade. E riflettendo su esse egli liberamente scrive, secondo il suo carattere e dà ad esse corpo con la sua propria immaginazione. E benchè questo poema sia vago e fantastico come un sogno, pure è più attraente che la più regolare opera drammatica dello stesso autore; per la ragione che solleva la mente dal solito seguito d’imagini, desta l’invenzione e la fantasia del lettore con la selvaggia libertà del disegno e con l’incessante succedersi di destri colpi di scena.
L’universale natura, troppo forte per la debole natura del bardo, siede sul suo collo e scrive con le sue mani: cosicchè quando par ch’egli esprima un semplice capriccio o un impetuoso romanzo, il risultato è un’esatta allegoria. Per questo Platone disse che «i poeti dicono grandi e saggie cose, che essi stessi non comprendono». Tutte le opere di fantasia del medio evo sono un’oscura e bizzarra espressione di ciò che la mente di quel periodo tentò di effettuare. La magia, e quanto è ascritto ad essa, è manifestamente un profondo presentimento dei poteri della scienza. Gli stivali di velocità, la spada affilata, il potere di sottomettere gli elementi, di usare le segrete virtù dei minerali, di comprendere la voce degli uccelli, sono gli oscuri sforzi della mente verso una retta direzione. La straordinaria prodezza dell’eroe, il dono della perpetua gioventù ed altre simili cose sono uguali allo sforzo dello spirito umano di «piegare le sembianze delle cose ai desideri della mente».
Nel Perceforest e in Amadis di Gaula, un serto e una rosa fioriscono sul capo di colei che è fedele e sfioriscono sulla fronte di colei che è incostante. Nella storia del Ragazzo e del Mantello, anche un maturo lettore può essere commosso da virtuosa gioia per il trionfo della gentile Genalas: e, in verità, tutti i postulati degli annali della magia: che alle Fate non garba d’esser nominate, che i loro doni sono capricciosi e non degni di fiducia, e che colui che cerca un tesoro non ne deve parlare e simili, io trovo esser veri in Concord, per quanti essi possono esser in Cornovaglia o in Brettagna.
È forse altrimenti nel più recente romanzo? Io leggo la Sposa di Lamermoor. Sir William Ashton è una maschera per una volgare tentazione; il Castello di Ravensvood è un gentil nome per un’orgogliosa povertà, e la missione governativa all’estero è soltanto un pretesto di Bugan per un onesto lavoro. Noi possiamo tutti annullare una bolla che voglia distruggere il buono ed il bello col combattere l’ingiusto ed il sensuale. Lucia Ashton è un altro nome per la fedeltà, che è sempre bella e sempre soggetta alle calamità di questo mondo.
Ma unitamente alla civile e metafisica storia dell’uomo, un’altra storia procede, quella del mondo esterno, con la quale egli non è meno strettamente legato. Egli è il compendio del tempo; egli è anche il correlativo della natura. Il potere dell’uomo consiste nella moltitudine delle due affinità, nel fatto che la sua vita è intrecciata con l’intera catena dell’essere organico ed inorganico. Nell’età dei Cesari, in Roma, procedevano dal Foro le grandi vie del nord, del sud, dell’est, dell’ovest, verso il centro di ciascuna provincia dell’impero, rendendo ciascuna città della Persia, della Spagna, della Brettagna, penetrabile ai soldati della capitale: così dall’umano cuore partono vie al cuore di ciascun oggetto di natura, per ridurlo sotto il dominio dell’uomo. Un uomo è un fascio di relazioni, un modo di radici, il cui fiore e frutto è il mondo. Tutte le sue facoltà si collegano a nature fuori di lui, tutte le sue facoltà predicono il mondo che egli deve abitare, come le pinne dei pesci predicono l’esistenza dell’acqua o come le ali d’un’aquila in germe presuppongono un «medium» chiamata aria. Isolatelo e voi lo distruggete. Egli non può vivere senza un mondo. Rinserrate Napoleone in un’isola; fate che le sue facoltà non trovino uomini da dominare, alpi da valicare, poste da scommettere ed egli batterà l’aria ed apparirà stupido. Trasportatelo in un grande paese, con densa popolazione, con complessi interessi, con potere avverso, e voi vedrete che l’uomo Napoleone, inceppato da tali condizioni, non è il Napoleone virtuale. Questi non è che l’ombra di Talbot:
«La sua sostanza non è qui, perchè ciò che voi vedete non è che la più piccola parte e la minore porzione d’umanità; ma se fosse qui il suo intiero essere, esso è di tale immensa grandezza, che il vostro tetto non sarebbe sufficiente a contenerlo.[1]
Colombo abbisogna di un pianeta verso cui dirigere la sua rotta. Newton e Laplace abbisognano di miriadi di età e di immense aree celestiali. Si può dire che un sistema solare gravitante è di già profetizzato in natura dalla mente di Newton. Non meno ripromettono le leggi dell’organizzazione, i cervelli di Davy e di Gay-Lussac, fin dalla fanciullezza ricercando sempre le affinità e repulsioni delle molecole. L’occhio dell’embrione umano non predice la luce? L’udito di Händel non predice l’arte dei suoni? Le industriose dita di Watt, Fulton, Whittemore, Arkwright, non predicono la temperabile e fusibile tessitura dei metalli, la proprietà della pietra, dell’acqua e del legno? I graziosi attributi della bambina non predicono le raffinatezze e gli ornamenti della società civile? Anche qui noi ricordiamo l’azione dell’uomo sull’uomo. Una mente potrebbe stillare il suo pensiero per anni ed anni e non guadagnare tanta auto-conoscenza quanta la passione dell’amore ad essa insegnerà in un giorno. Chi conosce se stesso prima di essere, con indignazione, colpito da un oltraggio o prima di aver udito una lingua eloquente o d’aver partecipata al battito di mille cuori in un’esultanza od allarme nazionale? Nessun uomo può precorrere la sua esperienza o indovinare quale facoltà o sentimenti un nuovo oggetto potrà destare in lui, più di quanto egli possa tratteggiare oggi, il viso d’una persona che egli vedrà domani per la prima volta.
Io non mi farò forte ora dell’affermazione generale per indagare la ragione di questa corrispondenza. Basti che sotto la luce di questi fatti, che, cioè, la mente è una sola e che la natura è la sua corrispondente, la storia venga letta e scritta.
Così in tutti i modi l’anima concentra e riproduce i suoi tesori per ogni novello scolaro. Egli pure passerà attraverso l’intero ciclo dell’esperienza. Egli raccoglierà in un fuoco i raggi della natura. La storia non sarà più un libro noioso; essa camminerà incarnata in ogni uomo giusto e saggio. Voi non mi direte in lingue e titoli diversi un catalogo dei volumi letti. Voi mi farete sentire quali periodi voi avete vissuti. Un uomo sarà il tempio della Fama: egli camminerà come quella dea che i poeti hanno descritta, in una veste ricamata di eventi meravigliosi e di dottrine; la sua propria forma e le sue fattezze saranno quella variegata veste. Io troverò in lui il mondo primitivo; nella sua fanciullezza l’età d’oro; il frutto della scienza; la spedizione degli argonauti; la chiamata di Abramo; la costruzione del tempio; la venuta di Cristo; l’età media; il rinascimento, la riforma; le scoperte delle terre nuove; l’apparire delle nuove scienze e dei nuovi orizzonti aperti all’uomo. Egli sarà il sacerdote di Pan, e porterà con sè nelle umili capanne la benedizione delle stelle mattutine e tutti i ricordati benefizi del cielo e della terra.
V’è qualchecosa di troppo presuntuoso in questa pretesa? Allora io disdico tutto ciò che ho scritto, poichè a che cosa serve il pretendere di sapere ciò che noi non conosciamo? Ma è per una lacuna della nostra rettorica che noi non possiamo fortemente affermare un fatto senza parere di calunniarne un altro. Io tengo la nostra attuale scienza in pochissima stima. Udite i topi nel muro, guardate la lucertola sulla siepe; i funghi sotto i vostri passi; i licheni sul tronco. Che cosa so io intorno a qualsiasi di questi mondi di vita simpaticamente e moralmente? Così a lungo come l’uomo del Caucaso, più a lungo forse, queste creature hanno tenuto i loro concilii vicino a lui e non v’è ricordo di alcuna parola e di alcun segno passato fra essi. Ancora, che cosa ricorda la storia degli annali metafisici dell’uomo? Quale luce versa essa su questi misteri, che noi veliamo sotto il nome di Morte ed Immortalità? Ancora, ogni storia dovrebbe scriversi con una veggenza che divinasse il cerchio delle nostre affinità e ci presentasse i fatti sotto luce di simboli. Io sono vergognoso di constatare che la nostra così detta storia è un futile racconto di villaggio. Quante volte noi dobbiamo dire Roma e Parigi e Costantinopoli! Che cosa sa Roma del topo e della lucertola? Che cosa sono le Olimpiadi e i Consolati per questi esseri a noi vicini? Oltre a ciò quale alimento od esperienza o soccorso rappresentano essi per i pescatori di foche esquimesi, per il Kanàka nella sua canoa, per il caricatore di bastimenti, per il facchino? Più ampi e più profondi noi dobbiamo scrivere i nostri annali, partendo da una riforma etica, da un influsso della coscienza sempre rinnovata, sempre salutare, se noi vogliamo più francamente esprimere la nostra centrale natura, invece di questa vecchia cronologia di egoismo e di superbia, alla quale noi, per troppo lungo tempo, abbiamo dato i nostri occhi. Quel giorno già esiste per noi, esso brilla di già su noi, impensatamente; ma il cammino delle scienze e delle lettere non è il penetrare nella natura, ma piuttosto il partirsi da essa. L’idiota, l’indiano, il ragazzo e l’incolto fanciullo del contadino, s’avvicinano a ciò e lo comprendono molto più che non l’anatomico e l’antiquario.
SECONDO SAGGIO
LA FIDUCIA IN SE STESSO
Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore, che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono. Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi; invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro.
V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna: e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita. L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori; e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito; e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti! chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso? Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane! Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo! Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo, interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie, si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e genererebbero in essi il terrore.
Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società, ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini.
Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente. Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere un filo tagliente altrimenti è nulla.
La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola.
Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta: «capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo, che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare.
Le virtù sono, secondo il giudizio popolare, piuttosto l’eccezione che la regola. V’è l’uomo e le sue virtù. Gli uomini fanno, ciò che è chiamata una buona azione nello stesso modo con cui pagherebbero una multa, in espiazione di un’assenza al giornaliero ufficio. Essi compiono le loro opere come scusa e attenuante del loro vivere nel mondo, allo stesso modo che gli invalidi ed i pazzi pagano un’alta pensione: le loro virtù sono delle penitenze. Io invece non desidero di espiare, ma di vivere: la mia vita non è una scusa, ma una vita; essa è per se stessa e non per uno spettacolo. Io preferisco maggiormente che essa sia d’un livello più basso, ma genuina ed uguale, piuttosto che brillante e mal ferma: io desidero ch’essa sia sana e dolce e che non abbisogni di dieta e di dissanguamento: la mia vita dovrebbe essere unica, dovrebbe essere un’elemosina, una battaglia, una conquista, una medicina. Io domando innanzi tutto l’attestazione che voi siete un uomo e vi ricuso di trasferire questa attestazione, dall’uomo alle sue azioni. Io non faccio alcuna differenza tra il compiere o no quelle azioni che sono considerate eccellenti. Io non acconsento di pagare come privilegio, ciò che ho come intrinseco diritto. Io attualmente sono e, per quanto piccole e scarse siano le mie doti, non abbisogno per la mia sicurezza o per quella dei miei simili, di qualsiasi secondaria testimonianza.
Ciò che io devo fare è tutto ciò che mi concerne, e non ciò che la gente pensa. Questa regola, ugualmente ardua nella vita dell’azione e dell’intelletto, può servire per la completa distinzione tra la grandezza e la pochezza. Essa è più molesta, perchè voi sempre troverete coloro, che credono di sapere qual’è il vostro dovere, meglio di quanto non lo sappiate voi stessi. È facile nel mondo vivere secondo l’opinione del mondo; è facile in solitudine vivere secondo la nostra propria opinione; ma il grande uomo è colui che nel mezzo della folla mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.
La ragione per non conformarsi ad usi ormai morti per voi, è che ciò disperde la vostra forza, spreca il vostro tempo e intorpidisce l’impronta del vostro carattere. Se voi sostenete una chiesa morta, se contribuite ad una consunta società biblica, se votate con un gran partito per il governo o contro di esso, ecc. io difficilmente distinguerò, sotto questi vari aspetti, quale vero tipo d’uomo voi siate, e naturalmente altrettanta forza sarà tolta dalla vostra propria vita. Fate invece quanto vi spetta ed io vi conoscerò. Eseguite le vostre opere, e voi vi rinforzerete. Un uomo deve considerare qual giuoco o quale mosca-cieca sia questo della conformità.