Part 5
Per grazia de l’umana creatura [L. c. 13] Deo fe’ li celi col terrestro mondo, In lei creando divina figura, A someglianza de soa forma degna, [C. c. 12] Ponendola ne l’orizzonte fondo, Ove se dampua over se fa benegna. Movendo queste benedecte spere De l’umano seme, se forma ’l subiecto; De tutte la potenzia lì ne fere. Prima el core nel concepto nasce,[46] L’altre doe prime pone ’l ceco aspecto, Ma pure nel cor lo spirito se pasce. Lo spirto che fo del patre messo, Per le ferventi stelle del Leone, Forma le membre, movendose spesso. Da questo nasce lo spirto animale E naturale de sua perfeczione; Passano in acto sotto le prime ale. Dodece parti de l’octava spera Sono cagione de le nostre membra, Ciascuna del creare è forma vera; In lor fa qualitate et accidenti; Per la vertù divina se remembra De la soa parte cum acti lucenti. Quando tu vedi questi zoppi e scombi, Impio fo lo signo de la parte, Et anche questi con li flexi lombi. Defecto corporal fa l’anema ladra, In peggiorando, dico, le lor carte; [L. c. 13 t.] Sono soperbi de la mala quadra. De doplo sceme se fan corpo umano Le vestite ossa de la carne pura: Ciò fa el superchio de lo tempo sano. Lo spirto del patre, che nel sperma, Sempre operando, le membra figura, Le molle parte per potenzia ferma. De lo soverchio che da donna move Pascese creatura, non per bocca; E ciò se mostra per l’antique prove. Per l’ombelico va ciò che nutrica, [C. c. 12 t.] Stando ligato sì che le vene tocca. Or scolta como sta nel corpo implica. Sta genuflexa con l’arcato dosso, Le mani ten a le gote in fra le cosse Sopra le calcagne, como veder posso; Verso de noi son le spalle volte; Così natura informa le mosse, Per più salute de le membra raccolte. In questo tempo non macula specchio La donna ch’al soverchio se devide. L’una nutriga, lassando lo vecchio. Natura l’altra manda a le mammille, Per le doe vene che de ciò son guide, Nel tempo in blanca forma, sì che stille. Septe recepti per ciascun planeta Sono ne la matre, però septe nati Nascer posson, como vidi a Leta: Questo adovenne per lo molto seme, Et anche per li signi geminati, Quando li lumi si vingon inseme. Nel nono mese ven nel mondo lustro Per la vertù che signoreggia Iove; Perchè de septe vive, mo’ te mustro: La luna in questo mes’ha signoria, Benignitate in creatura plove, [L. c. 14] Natura confortando tutta via. Ma, ne l’octavo, chi che nasce more, Chè lo signoreggia quella stella trista, Che per fredezza tira l’anima dal core. Ciascun planeta spira nel so mese, Fin che vene a luce la creata vista; Così natura in ciò l’ordene prese. Quando concepe, la matre se strenge Ch’entrarve non porìa na ponta d’aco; Così Saturno sua virtù gl’impenge. Ben se po’ aprire per novo disio, Como addevenne a Leta del Laco, Che fè do nati là ov’era io: Uno nel nono, l’altro lo fe’ nel dece; Qual foe concepto nel tempo serato, Quando a la voglia sua sodesfece. Per gran voler de l’acto carnale Se gemina ’l concepto già creato, Quando a la donna ben d’amor l’encale. El nato porta de lo patre semiglia, Quando ’l sceme de la donna è vincto; Intanto nasce la viril famiglia. Ciò se converte dal contrario senso, Quando el nato è da parenti spinto E ’l doplo sperma fo dal celo offenso. El forte imaginar fa simel vulto Quando la donna, nel desìo d’amore, Tenendo l’omo ne la mente occulto, Simele celo fa simele aspecto, Natura se non perde ’l so valore; Lo imaginar fa caso e vede affecto. La tarda stella la memoria pone Nel concepto; è Iove per lo qual cresce, Mercurio move lo acto de rasone, Marte ne forma l’impeto con l’ira, El terzo cielo l’appetito mesce, [L. c. 14 t.] Lo primo spiritello lo Sol ve spira, La Luna move natural vertute, Ciascun pianeta con l’octavi lumi Dispone ’l mondo con le lor vedute. Onne creato se corrumpe in tempo. Passano l’acti umani como fumi; Chi ne va tardo e chi ne va per tempo. Tu vidi bene como in questi celi Movendo, creatura per sè produce In acto umano: ciò tu non me celi. Conven ormai che dei segni certi [C. c. 13 t.] Tu veggi lo iudicio de la luce; Po’ che seranno li occhi nostri esperti, Noi cantaremo de le donne sancte, Lor diffiniendo perchè, como e quante.
CAPITOLO III[47]
Mostra la vista qualità del core, Lagreme poche col tracto sospiro, Col pietoso sguardo _che_ ven d’amore. Cambiar figura con acti umili, Poco parlare con dolce remiro Segni perfecti son d’amor non vili. Crispi capilli con l’ampiata fronte Con li occhi piccinini posti dentro Memoria e rason con lor son ionte: Fanno desdegno ne l’anema superba, Et onne sottil cosa mira al centro [L. c. 15] Ma pur de umilità se mostra acerba. Non te fidar de le iuncte ciglie, Nè de le folte se guizza la luce, Chi che le porti guarda non te piglie. Impio, d’animo falso, ladro e fello Col bel parlare so tempo conduce; Rapace lupo con vista d’agnello. Non fo mai guercio con anima perfecta Che non portasse de malicia schermo, Sempre seguendo la soperba secta. Li occhi eminenti in figura grossi, Li occhi veloci con lo sbatter fermo Matti e falsi de mercede scossi, La impia fortuna d’aquilino naso Viver desìa de lo bene altrui, Onde de morte vene l’impio caso E l’è magnanimo for de pietate, Sempre deserve et non guardando a cui Vive come fera senza umanitate. El concavato et anche ’l naso fino [C. c. 14] Ciascuno ad luxuria s’accosta Più del secundo, dico, che del primo. Chi l’ha sottile e nell’extremo aguzzo, Over rotundo con l’ottusa posta, Movese a ira ’l primo che me cuzzo. L’altro è magnanimo e de grave stile. Soperbo è chi possede l’ample nare E l’ample oregle de bestia simile: Così le labre grossa chi demostra. Chi l’ha sottili e de bellezza care Serà magnanimo per scienzia nostra. Mostrase audace chi ha li denti rari, Concupiscenzia ten carnosa faccia E forte teme piccolini affari. Chi che possede la sua vita macra, Con la sollicitudine s’abbraccia, [L. c. 15 t.] E non l’abbandona como cosa sacra. Chi che l’ha grande, ben se mostra tardo Ne li soi moti: de ciò ben t’accorgi: Piccola faccia, te poni a reguardo; Che raro ne foe nulla liberale E timida se fa, se tu li porgi: Nel mondo non fo mai si nov’animale. Vista dolente e lintiginosa, Che par traslata col beato aspecto, De l’altrui male se fa graciosa. Non fe’ mai tanto el populato Gracco (?) Che questo plù non faccia ne l’effecto; Iuda tornasse, non li darìa scacco. Li omini che hanno lo curto collo, Pelosi per natura como lupi, Non basterebbe la virtù d’Apollo A solvere lor ditti senza norma E senza modo de malicia cupi: Con lor gridar la contrata storma. E grosso collo de fortezza è segno, [C. c. 14 t.] E imbecille como sottil legno: Sottile e longo fa timido l’omo; El grande quale non ten troppo de grosso Magnanimo se mostra: tu entendi como; Ciò ch’io penso, qui dirte non posso. L’omo guardando in terra, che va chino, O ell’è avaro o de sottil ingegno. Or me conven lassar questo cammino. De corporati segni e aver modo, Sì como intendo ciò ch’io desegno, È questa cognoscenza como lodo. Iudicio procede da savere, Cum scritta legge receve repulsa Ecceptuando ’l singular vedere. Per una vista iudicare ’l facto Sentenzia da vertute se resulta Erro e rasone se corrumpe ’l pacto. Non iudicare, se tu non vedi, E non serai ingannato se ciò credi.
CAPITOLO IV[48]
Vertù s’acquista per raggio de stella, Non dico ch’a noi sia naturale, Ma in quanto se despon l’anima bella Ad conseguir el vertuoso bene. Fugendo per rason l’impio male Desposta creatura in acto vene. Se per natura la vertute fosse, Como la terra a la gravezza soa, Che mai per soa natura sè non mosse, In ciascun tempo seria l’om beato, Se al natural pon la mente toa: Non se costuma nel contrario lato. Abilitata l’anima e desposta Da questi celi elege el ben perfecto, E plù leggera con vertù s’accosta Non che ciascuno non possa seguire [C. c. 15] Per so voler de vertù l’effecto, Ma non desposto plù li po’ languire. Donqua, vertù è abito electivo Che sta nel mezzo de do parti extreme, Onde procede el bene effectivo. E quel che senza ’l mezzo contradice, Che l’una de le parti sempre preme, [L. c. 16 t.] Per lui se priva tutto ’l ben felice. Questa radice con li sancti rami Già fo plantata ne l’umano sangue, Quando se andava per li diritti trami; Ma ’l tempo ha variato li costumi De gente in gente, sì che virtù langue Nel ceco mondo con li spenti lumi. Quest’enno le scale de nostra gravezza A sormontare sopra tutti celi, Ire mirando l’eterna bellezza; Ma ’l vizio che tutto ’l bene desface Del mondo nostro cum l’aguzzi teli Da voi il tolle l’una e l’altra pace. El tutto ne le parti se divide: Questa è la vertute diffinita, Che sotto lei ciascuna s’asside. Conven ch’io canti de la iusta donna In prima, po’ de l’altre de la vita; Per più vedere la toa mente sonna E mira ne l’aspecto de costei Che tanto piacque sempre a l’occhi miei.
CAPITOLO V[49]
O guida sancta de queste altre donne Le to belance con la spada nuda Sono nel mondo perfecte colonne. O desolata terra, o posta a guai, Che toa bellezza mirando refuda, [L. c. 17] Soa trista plaga non sanarà mai. Verrà ’l diviso, povertate e fame, [C. c. 15 t.] Ploverà sangue sopra campi et erbe, Pararà che ’l celo la vendetta clame. Seranno li iusti oppressi da tiranni, Bagnando ’l viso de lacreme acerbe, Per la tristezza de l’impii affanni. Però vedemo le città deserte Con basse mura a l’ombra di boschi, Che già fo tempo ch’erano ben erte. Non forno fundate ne la iusta petra Come Pistoia, terra di Toschi, Che peste nascerà de sua faretra. Però diritto iudicate, o vui, Con li volumi de Cesare Augusto, Ch’a tutti specchio sia la pena altrui. Non provocate ad ira li alti poli, Ponendo man ne lo sangue iusto, Ch’a stento caccia li nostri fioli. Fanno nel mondo paterni peccati E le acerbe uve de lo tempo antiquo Plaga cadere ne li iusti nati; Ma li occhi cechi che non vego ’l fine, Per lo volere del disio iniquo, Non reguardando le cose divine. Onne peccato ha limitata pena, E più gravosa quant’è più lontana, Contra vertute, lasso, chi ne mena?[50] Non altro che l’inordinata voglia, Per qual s’attrista la natura umana Nel tempo che del dolce sente voglia. El iudicare con l’impii scripti, Che fanno lacrimar li occhi innocenti E lor fanno de povertate afflicti. Mover da celo fa la iusta plaga, Iustificando queste grave genti, [L. c. 17 t.] Ciascun movendo ch’a vertù se traga, Pe l’orfani vedoe e pupilli [C. c. 16] Clamando deo ne l’amaro planto, Stirpando con le mani li lor capilli. Sì como iusto prende lor balestre, Sedendo soli e afflicti tanto, Como columbe ne le lor fenestre. Ma sopra terra l’impio tenere, O voi, con la milicia pomposa, Faite nel mondo l’anima virtuosa. Faite a la croce novo desplacere Non librate chi è degno de morte Sì che non planga ne l’eterna sorte. Questa vertute ven dal quarto celo, E como ’l sole illuma l’orizzonte, Così fa questa con lo iusto zelo, Illuma ’l mondo, dando a ciascun so merto Et pena vendicando sopra l’onte, Per lei el mondo sta che non è deserto. Iusticia non è altro, a meo vedere, A ciascun tribuendo soa rasone Che fermo con perpetuo volere È iusto quel che vive onestamente, Altrui non offende nè fa lesione, A ciascun dà so merito puramente; E questo porta le trumfe olive E ne l’eterna pace sempre vive.
CAPITOLO VI[51]
O Colonnesi, o figlioli de Marte,[52] [L. c. 18] Toccaste ’l celo con l’armata mano, Che sempre sonarà per onne parte. Subita spada con gigliato grido Faravve onnora nel terren romano Tenere all’inimici lo becc’ al nido. De gente in gente pur la terza foglia De la colonna serà posta in croce. Tornando el celo ne la prima doglia Non perderà la gloria del so nome, [C. c. 16 t.] Pur resurgendo di tenebre a luce: Qui non è loco de dirvi come. O figurati[53] de la forte donna, Firmi e constanti ne li tempi pravi, Senza temere sta vostra colonna, La qual pur vignirà nel degno merto, Aprendo el celo con le iuste clavi De dirne qui del quando non sum certo. Dal Marte vene la fortezza umana, Quando se mostra soa benigna luce, Che sotto l’Ariete s’entana. Omo desposto dal soperno lume Legeramente a lo ben s’adduce, Se non l’offende el paternal costume. Che la villana natura paterna, Che passa nel fiol naturalmente, Repugna a l’influenzia superna. Pono ch’ensceme sian doi creati: L’uno è gentile, l’altro è de vil gente, Sotto una spera, in un grado nati. Mostre el celo che debia conseguire Ciascun de dignitate la corona: Ciò ben serà secondo ’l me sentire De nato de l’exelso re Roberto, Che ’n gentilezza molto l’un sperona, A conseguir lo cel che l’ha coverto. [L. c. 18 t.] Serà questo altro sopra so legnaggio. Sì como rege fra li vili parenti, Chè cel non po’ levar plù so coraggio. Cosa desposta fa nel celo aiuto, Se deversi effecti te rammenti; L’acqua lercera desecca e fa luto. Fortezza non è altro diffinita Ch’animo constante de paura In ne l’avverse cose de la vita. Non è vertute prodezza sforzata, [C. c. 17] Quando de morte vedem la figura, Se l’alm’è in soa defensa donata. Maior prodezza tegno lo fuggire Quando abesogna, che noe lo stare Sol per ’vitare l’acerbo morire. Sempr’è fortezza col iusto temere. Ma chi che vole la vita abandonare, Già non è forte: dico, in mio vedere. Ma alla fortezza, tegno, vertuosa, Che per tre modi l’om s’abandona, Che fa nel mondo la vita famosa: Prima, per non recever desenore, Ne le so cose pone la persona E per soa terra conservando onore; Ma li occhi mei ben se ne son accorti, Che pochi son nel mondo questi forti.
CAPITOLO VII[54]
Non è vertù là ov’è el poco ingegno. [L. c. 19] Or fuga l’anima mia el penser vile Che ’l qual’è grande, chè questo fa degno. Prudenzia, dico, over discrezione Altro non è, secondo ’l nostro stile, [C. c. 18 r.] Che ’l ben dal male descerner per rasone: E la memoria del tempo passato E provedenza de quel ch’ha a venire Conserva l’omo nel felice stato. Da questa de saver la fonte nasce Che fa la vita benigna finire, Quando la mente de so amor se pasce. Questa natura vertuosa e bella Prende radice ne l’umana planta, Quand’è in so stato l’anima bella. Questa è la luce de saver umano, Che dona a l’alma conoscenza tanta, Che trae l’umanità dal penser vano. Plù val saver che tesor non vale, Ov’è savere ricchezza non manca Se l’alma te non sforza nel so male. Non vidi virtuoso mai perire Ma ben repulso de la contraria branca, Ov’è vertute pur conven salire. Non po’ morir chi a saver è dato, Nè vivere in povertà nè in defecto, Nè da fortuna po’ esser dampnato Ma questa vita e l’altro mondo perde Chi del savere ha sempre despecto, Perdendo ’l bene de lo tempo verde. Chi perde ’l tempo e virtù non acquista, Como plù ce pensa, l’anima plù s’attrista.
CAPITOLO VIII[55]
O madre bella, o terra esculana, [L. c. 19 t.] Sfondata fosti nel dopliato cerchio,[56] Sì ch’hai mutata toa natura umana.[57] L’acerba setta de le genti nove, Sì t’ha conducta nel vizio soperchio, Or te conduca quel che tutto move. Alteri occulti son li toi fioli E timidi in conspecto de le genti; Invidiosi son pur fra lor soli. O Esculani, omini inconstanti, Tornate ne li belli acti lucenti, Prendendo note de li primi canti, Chè da li celi siti ben desposti, Ma non seguite el ben naturale Del sito bello dove foste posti. Fra le vertute pur de temperanza Dovreste stare sotto le so ale, Ma nol possete se vizio avanza. È temperanza ferma signoria [C. c. 17 t.] E de li moti naturali è freno, Quando nel male l’animo pur disía. Move da Lione la dolce vertute, È ne l’umanitate plù e meno Secondo le beate so ferute. Ma chi refrena lo natural instincto Del vizio, che de qualitate vene, De sofferenza ben se mostra cinto. O quant’è bella, o quant’è gentile La mente che se conduce nel bene, Quando se vince ne l’affanno vile. Chi sè non vince non vincerà altrui De sì medesmo avendo ’l so valore: De questa oppinione sempre fui Ma chi sè vince in questi septi modi Ben è fondato nel divin amore. [L. c. 20] Dico de’ quali se m’entendi et odi. In giovenezza se vidi l’om casto, Et in allegrezza vidi l’om antiquo E largo in povertà che non porti asto. In ubertate anche chi ha mesura, Et in grandezza umilitate sico. E pacienzia nella ría ventura; E sofferenza ne li forti moti Del gran desio che ven nella mente. Or quisti sono dal vizio remoti, E desprezzando el mondo dolente; Or quisti sono immaculati e puri, Sempre seguendo li acti maiuri: Ne l’alto celo la vertù li mena, L’altri lassando ne l’eterna pena.
CAPITOLO IX[58]
Questa vertù che tanto onora altrui El terzo celo la forma ne li umani, Sì como nel crear fo posta in lui Volere col poder è bella vista, Larghezza vole se tena lontani E miri la soa graziosa lista. È largitate con mesura dare [C. c. 18 t.] A cui e quando e como se convene; Questa è vertute nel gentil affare. Ma chi che fanno contra queste note, A povertà conduceli la spene, [L. c. 20 t.] Se la fortuna varia le rote. È plù beato el dare ch’el recevere, E de vertute recevendo l’omo Quando e quanto dico como devere. Ma chi che pur receve e non vergogna, Et in lui non è defesa perchè e como, Contra vertute dì e nocte sogna. E vui, che date pur passando el modo, Or ve recordi che la fronte suda Del domandare poichè siti a sodo. La conoscenza in povertà è pena; Quel’è felice che vizio refrena, E plù dogliosa fa la vita cruda. O quanti amici, o quanti parenti Se vede l’omo nel felice stato, Non respirando li contrarii venti. Dura l’amore fin che dura ’l fructo, Che quanto l’om po’, tant’è amato Da queste genti col vedere structo. Tant’è l’omo, quant’è de vertute, E tanto quanto plù el se fa valere. O gente ceche con le menti mute Mirate che la milicia è desolata E senza onore, se non v’è podere: Plù che de vita, de morte è beata. Non retineti ne l’antica bursa Quel che misura vol che pur se spenda, Ch’a poco ven lo tempo de la cursa Con accidenti non pensati e pravi. Chi vole che la spera non li offenda Tegna misura con l’aperte clavi. Questa vertute degno fa ciascuno, E grazia possede in ciascun loco. Plù tosto dare che recever duno, Plù tosto soffrir che far vendetta: Questa è la carità col dolce foco Che de l’eterna pace el tempo aspecta; E fa nel mondo grazia possedere A chi con queste serva ’l bel tacere.
CAPITOLO X[59]
Da quant’è posta in croce questa donna Da li omini col falso iudicare, Perchè lo celo questi non profonna? Ove è conducta la noiosa vita, Solea nel tempo umilità regnare: Del ceco mondo par che sia smarrita. Quel è plù degno che po’ triumfare, Per lo diviso ch’è fra ’l nero e ’l bianco, Dando a li vicini le percosse amare. Deo prese al mondo la umilitate, Se ’l ve recorda de sanguigno fianco, Quando recomparò la umanitate. Segue ’l so fattor la creatura. Donqua se deve conseguir costei, Si como degna e beata figura; Chè chi se exalta fa depresso ’l volto, Cadendo sopra lui li tempi rei: Per plù soa pena regna l’omo stolto. Umilitate fa grazia seguire, Et a la summità de le vertute, Per nova cognoscenza, fa salire. Che sì como li auseli stringon l’ale, Per sormontare ne l’alte vedute, [L. c. 21 t.] Così te strenge se del ben te cale. Non fare como fa el villan grifango, Che nel gran stato fa nota superba E non se recorda del primo fango. De grande altura vengon li gran tumi, [C. c. 19 t.] E vidi umiliare la vista acerba, El tempo variando li costumi. Deve ciascun lo cor umiliare Al so fattore de l’eterna luce, A vertuosi la testa inclinare; A quilli che sono de povertate afflicti Umiliar l’audito a la lor voce, Sì como aviti ne l’antichi scripti. La Luna sopra questa vertù spira La qual refrena del voler l’altezza: Questa è umilità chi ben la mira. Subiecto e menor mostrase sempre A cui e quando deve e non sprezza, Abbandonando de virtù le tempre. La reverencia qual se fa al maiore, Onor ch’è testimonio de lo bene; Obedienzia qual se fa al signore; Gratificare ch ’l servir cognosce, Da l’umeltate ciascaduna vene. Così dal so contrario l’angosce. Questa vertute che dal cel descense, Fa pur beato chi con lei se strense.
CAPITOLO XI[60]