Il tulipano nero

Part 8

Chapter 83,871 wordsPublic domain

— Adesso, disse Cornelio, asciugandosi una lacrima affacciatasi all’orlo della sua palpebra e che era tributata più a quel maraviglioso tulipano nero che non doveva ormai vedere, che alla vita ch’ei doveva lasciare, io non desidero più niente se non che il tulipano si chiami _Rosa Barlaeensis_, cioè che richiami al tempo stesso il vostro nome e il mio; e non sapendo voi punto di latino, facilissimamente vi potreste dimenticare di tali parole, fate che io abbia un apis e della carta, che ve le scrivo.

Rosa singhiozzando forte, porsegli un libro rilegato in sommacco, che portava le iniziali C. W.

— Che cosa è? domandò il prigioniero.

— Ahimè! rispose Rosa, è la Bibbia del vostro compare Cornelio de Witt, in cui attinse la forza di subire la tortura e di ascoltare senza impallidire la sua sentenza. L’ho trovata in questa stanza dopo la morte del martire e la conservo come una reliquia; ve l’avevo oggi portata, perchè mi pareva che questo libro avesse in sè questa forza tuttaffatto divina. Voi non avete avuto bisogno di questa forza che Dio vi ha concessa. Che sia lodato! scriveteci sopra ciò che avete da scrivere e, per quanto io abbia la disgrazia di non saper leggere, sarà fatta la vostra volontà.

Cornelio prese la Bibbia e la baciò rispettosamente, dicendo:

— Con che scriverò io?

— Vi ha dentro un apis, disse Rosa. Vi era, e l’ho conservato.

Era l’apis che Giovanni de Witt aveva prestato a suo fratello e che non aveva pensato a riprendere.

Cornelio lo prese e sulla seconda pagina, — perchè, rammentiamoci, la prima era stata staccata, — presso a morte come il suo compare egli scrisse con mano non meno ferma.

«Il 23 agosto 1672, sul punto di rendere, benchè innocente, l’anima mia a Dio sopra di un palco, io lego a Rosa Grifo il solo bene che siami restato di tutti i miei beni in questo mondo, gli altri essendo stati confiscati; io lego, ripeto, a Rosa Grifo tre talli, che nella mia convinzione profonda devono dare nel mese di maggio prossimo il gran tulipano nero, oggetto del premio de’ cento mila fiorini proposti dalla società di Harlem, desiderando che ella riceva que’ cento mila fiorini in mio luogo e vece e come mia unica erede col solo obbligo di sposare un giovine della mia età a un circa, che l’ami e sia da lei amato, e di dare al gran tulipano nero, che creerà una nuova specie, il nome di _Rosa Barlaeensis_ dal suo ed il mio nome congiunti.

«Dio mi accordi grazia, a lei salute!

«Cornelio VAN BAERLE.»

Poi dando la Bibbia a Rosa le disse:

— Leggete.

— Ahimè! rispose la giovinetta, già ve l’ho detto che non so leggere.

Allora Cornelio lesse a Rosa il testamento ch’egli aveva fatto. I singulti di quella povera giovine si raddoppiarono.

— Accettate le mie condizioni? interrogò il prigioniero melanconicamente sorridendo, e baciando la punta delle dita tremanti della bella Frisona.

— Oh! non saprei, signore, disse balbettando.

— Non lo sapete, mia ragazza? E perchè mai?

— Perchè ve n’è una delle condizioni che non saprò mantenere.

— Quale? Io credeva pertanto aver concluso il nostro trattato d’alleanza.

— Voi mi date i centomila fiorini a titolo di dote?

— Sì.

— E per sposare un uomo che io amassi?

— Senza dubbio!

— Ebbene! signore, non è per me quel denaro. Non amerò mai nessuno e non mariterommi mai.

E dopo queste parole pronunziate a stento, Rosa piegossi sulle ginocchia, e sveniva di dolore; ma Cornelio spaventato di vederla così pallida e così moribonda si affrettò di sorreggerla sulle sue braccia, quando un passo pesante seguito da rumori sinistri risuonò per le scale accompagnato dall’abbaiare del cane.

— Si viene a cercarvi! esclamò Rosa incrociando le mani. Mio Dio! mio Dio! avete più altro a dirmi, o signore?

E cadde in ginocchio, con la testa nascosta tra le sue mani e soffocata dai singulti e dalle lacrime.

— Ho a dirvi che nascondiate preziosamente i vostri tre talli, e che ne abbiate cura secondo le prescrizioni che vi ho date, per amor mio. Addio Rosa.

— Oh! sì, disse Rosa senza alzare la testa, oh! sì farò tutto quello che avete detto; fuorchè di maritarmi, soggiunse a voce bassa, perchè questo, oh! questo io lo giuro, mi è cosa impossibile.

E cacciò nel suo seno palpitante il caro tesoro di Cornelio.

Il romore che avevano sentito Cornelio e Rosa, facevalo il cancelliere che tornava a cercare il condannato, seguito dall’esecutore, dai soldati destinati a guardia del palco, e dai curiosi famigli della prigione.

Cornelio senza debolezza come senza millanteria li ricevette piuttosto da amici che da persecutori, e feceli fare ciò che loro piacque per l’esecuzione del loro ufficio.

Poi con un’occhiata gettata sulla piazza per la sua finestrella inferriata scorse il palco a venti passi dal quale la forca, da cui per ordine dello Statolder erano state distaccate le reliquie vituperate dei due fratelli de Witt.

Quando gli convenne discendere per seguire le guardie, Cornelio ricercò con gli occhi l’angelico sguardo di Rosa, ma non vide dietro alle spade e alle alabarde che un corpo steso presso di una panca, e una faccia livida e mezzo velata dai lunghi capelli.

Ma Rosa cadendo esanime, aveva per obbedire al suo amico posata la mano sulla sua giubbetta di velluto, e nell’oblio anco dei sensi, continuava istintivamente a sorvegliare il deposito prezioso, che aveale confidato Cornelio.

I! giovine lasciando la segreta potè travedere tra le dita serrate di Rosa il foglio giallastro della Bibbia, sul quale Cornelio de Witt aveva con tanto stento e con tanto dolore scritto alcune linee, le quali, se Cornelio le avesse lette, avrebbero salvato un uomo e un tulipano.

XII

L’esecuzione.

Cornelio non aveva che trecento passi a fare fuori della prigione per arrivare a piè del palco. In fondo alla scala il cane lo guardò passare tranquillamente; Cornelio credè pure rimarcare negli occhi del mastino una certa espressione di dolcezza che confinasse con la compassione. Forse il cane conosceva i condannati, e mordeva solo quelli che escissero liberi.

Si capisce bene che quanto più il tragitto era corto dalla porta della prigione a piè del palco, tanto più era ingombro di curiosi. Erano li stessi, che iniquamente inebriati dal sangue che avevano già bevuto tre giorni innanzi, attendevano una nuova vittima.

Però appena che Cornelio comparve un urlo immenso prolungossi per la via, s’intese su tutta la superficie della piazza e si distese in tutte le direzioni delle strade che sboccavano al palco e che erano ingombre di accorrenti, cosicchè il palco rassomigliava a un’isola, che fossero venute a battere onde di quattro o cinque fiumane.

In mezzo alle minacce, agli ululati e agli schiamazzi, senza dubbio per non intenderli, Cornelio erasi tutto riconcentrato in se stesso.

A che pensava il giusto che andava a morire? Non ai suoi nemici, non a’ suoi giudici, non a’ suoi carnefici. Pensava a’ bei tulipani, che vedrebbe dall’alto dei cieli, sia a Ceylan, sia a Bengala, sia altrove, allorchè assiso con tutti gl’innocenti alla destra di Dio egli potrebbe riguardare con compassione questa terra dove erano stati scannati Giovanni e Cornelio de Witt per aver troppo pensato alla politica, e dove si andava a scannare Cornelio Van Baerle per aver troppo pensato ai tulipani.

— Un colpo di spada, diceva il filosofo, e comincerà la mia bella visione.

Solamente restava a sapersi se come al de Chalais, come al de Thou e ad altri iniquamente uccisi, il boia non serbasse più di un colpo, quanto dire più di un martirio al povero tulipaniere.

Non per questo Van Baerle montò meno risolutamente li scalini del suo patibolo. Vi montò orgoglioso, che che ne fosse, di essere l’amico dell’illustre Giovanni e il figlioccio del nobile Cornelio, che i furfanti accalcati per vederlo avevano spezzato e arrostito tre giorni innanzi.

S’inginocchiò, fece la sua preghiera e rimarcò non senza provare una viva gioia, che posando la sua testa sul ceppo e tenendo gli occhi aperti vedrebbe fino all’ultimo momento la finestra ferrata del Buitenhof.

Era venuta finalmente l’ora di venire a quell’atto: Cornelio posò il suo mento sul ceppo umido e freddo; ma in quel momento a suo malgrado gli si chiusero gli occhi per sostenere più risolutamente l’orribile fendente che era per cadergli sul collo e per rapirgli la vita.

Un lampo balenò sul tavolato del palco: il boia sguainava la spada.

Van Baerle disse addio al gran tulipano nero, certo di svegliarsi dando il buon giorno a Domeneddio in un mondo altramente illuminato, altramente colorito.

Tre volte sentì il vento freddo della spada passare sul suo collo rabbrividito; ma oh! sorpresa! non sentì nè dolore nè scossa; non vide nessun cambiamento di sorta.

Poi ad un tratto, senzachè egli sapesse da chi, Van Baerle si sentì rialzare da mani assai delicate, e bentosto ritrovossi ritto su’ suoi piedi un pochetto barcollanti.

Riaprì gli occhi. Qualcuno leggeva qualche cosa presso di lui sopra una cartapecora con un gran suggello di ceralacca.

E il medesimo sole giallastro, come conviensi a un sole olandese, splendeva in cielo e la medesima finestra ferrata lo guardava dall’alto del Buitenhof, e i medesimi marrani non più urlanti ma sbigottiti, riguardavanlo dal basso della piazza.

A forza di aprire gli occhi, di riguardare, di ascoltare, Van Baerle cominciò a comprendere questo: Che monsignor Guglielmo principe di Orange, temendo senza dubbio che le diciassette libbre di sangue, che Van Baerle oncia più oncia meno aveva nel corpo, non facessero traboccare la bilancia della giustizia celeste, aveva avuto misericordia del suo carattere, compassione della sua innocenza.

In conseguenza di che sua Altezza aveagli fatto grazia della vita. Ecco perchè la spada, che erasi alzata con reflesso sinistro, aveva volteggiato tre volte attorno la sua testa, come l’uccello di malaugurio attorno a quella di Turno; ma non l’aveva percosso e perciò ne aveva lasciate intatte le vertebre.

Ecco perchè non aveva sentito nè dolore nè scossa. Ecco ancora perchè il sole continuava a ridere nell’azzurro slavato, è vero, ma sopportabilissimo delle volte celesti.

Cornelio che aveva sperato Dio e il panorama tulipanico dell’universo, rimase un poco sconcertato, ma si consolò della sua non trista avventura con le risorse intellettuali di quella parte del corpo, che i Greci chiamavano _trachelos_, e che noi Francesi modestamente nominiamo collo.

E poi Cornelio sperò che la grazia fosse completa, e che si liberasse e si rendesse alle sue caselle di Dordrecht.

Ma Cornelio prese un _qui pro quo_; come diceva verso il medesimo tempo la signora di Sévigné, eravi un _post-scriptum_ alla lettera, e la parte più importante della lettera era nel _post-scriptum_ col quale Guglielmo Statolder d’Olanda condannava Cornelio Van Baerle a una perpetua prigionia.

Egli era poco colpevole per la morte, ma troppo colpevole per la libertà.

Cornelio ascoltò dunque il _post-scriptum_, poi dopo la prima contrarietà sollevata dalla decezione, che recava il _post-scriptum_:

— Eh! pensò egli, non è tutto perduto; che nella risoluzione perpetua avvi del buono: vi ha Rosa, sonvi ancora i miei tre talli del tulipano nero.

Ma Cornelio dimenticava che le Sette Province possono avere sette prigioni, una per provincia; e che il pane del prigioniero è d’altronde meno caro all’Aya che in una capitale.

Sua Altezza Guglielmo, che non aveva, a quello che pareva, i mezzi di alimentare Van Baerle all’Aya lo recluse in prigione a vita nella fortezza di Loevestein ben presso a Dordrecht, ma ahimè! ben troppo lontano; benchè Loevestein, dicono ì geografi, sia situato alla punta dell’isola, la quale in faccia a Gorcum formano il Wahal e la Mosa.

Van Baerle sapeva molto ben la storia del suo paese per non ignorare che il celebre Grozio era stato recluso in quel castello dopo la morte di Barneveldt, e che li Stati nella loro generosità verso il celebre pubblicista, giureconsulto, istorico, poeta, teologo, aveangli accordato la somma di ventiquattro soldi di Olanda al giorno pel suo mantenimento.

— Io che sono ben lontano da valere quanto Grozio, diceva a se stesso Van Baerle, mi si daranno dodici soldi al più, e vivrò malamente, ma pure vivrò.

Poi a un tratto colpito da una ricordanza terribile:

— Ah! sclamò Cornelio, quel paese è umido e nebbioso! quel terreno è cattivo pe’ tulipani! E di più Rosa non sarà a Loevestein, mormorò lasciandosi cadere sul petto la testa, che poco era mancato che non gli cadesse più basso.

XIII

Ciò che in quel tempo passava nell’animo di uno spettatore.

Mentrechè Cornelio così divagava col pensiero, una carrozza erasi avvicinata al palco. L’era pel prigioniero, e vi si invitò a montare. Obbedì.

Il suo ultimo sguardo fu pel Buitenhof; sperava vedere alla finestra la faccia consolatrice di Rosa, ma la carrozza era attaccata a buoni cavalli, che trasportarono ben presto Van Baerle dal seno delle acclamazioni, che vociferava quella moltitudine in onore del magnanimissimo Statolder con una certa mescolanza di invettive diretta ai de Witt e al loro figlioccio salvata dalla morte.

E li spettatori perciò pensavano:

— È stata una gran bella cosa la nostra furia di giustiziare quel gran scellerato di Giovanni e quella buona lana di Cornelio, senza che la clemenza di Sua Altezza ce li avrebbe liberati come ha liberato costui!

Tra tutti quelli spettatori che erano stati attirati sul Buitenhof dalla esecuzione di Van Baerle, e che la faccenda come l’era andata, dissestava non poco, certamente il più dissestato era un certo borghigiano vestito propriamente, e che fin dalla mattina aveva così ben lavorato di mani e di piedi, che avea fatto tanto da non essere separato dal palco che dalla fila di soldati, che chiudevano l’istrumento del supplizio.

Erasi mostrato molto avido di vedere scorrere il _perfido_ sangue del colpevole Cornelio; ma nessuno nella espressione del funesto desiderio avea mostrato l’accanimento del borghigiano in questione.

I più arrabbiati erano venuti alla punta del giorno sul Buitenhof per avere un posto migliore; ma costui più arrabbiato degli arrabbiati aveva passato la notte alla soglia della prigione, e dalla prigione era arrivato alla prima fila, come abbiamo detto, _unguibus et rostro_, graffiando gli uni, urtando gli altri.

E quando il boia ebbe condotto il suo condannato sul palco, il borghigiano montato sul parapetto della fontana per meglio vedere ed essere meglio veduto, aveva fatto al carnefice un gesto che significava:

— È fissato, eh?

Gesto al quale il boia aveva risposto con un altro gesto che voleva dire:

— Sta bene.

Chi era dunque il borghigiano che pareva tanto intrinseco del boia, e che voleva dire tal ricambio di gesto?

Niente di più naturale; il borghigiano era Isacco Boxtel, che dopo l’arresto di Cornelio, come abbiamo visto, era venuto all’Aya per far di tutto onde appropriarsi i tre talli del tulipano nero.

Boxtel aveva sulle prime pensato di interessarvi Grifo; ma costui in quanto a fedeltà, a diffidenza e a mancinate aveva del _bouledogue_. Aveva in conseguenza preso contropelo l’odio di Boxtel, avealo battezzato come un ardente amico che figurando indifferenza si maneggiasse certamente di trovare un qualche mezzo di fare evadere il prigioniero.

Però alla prima proposizione fatta a Grifo da Boxtel, di sottrarre cioè i talli, che Van Baerle se non in seno, per lo meno in qualche cantuccio della sua segreta doveva avere nascosto, Grifo non aveva risposto che con una scarica accompagnata dalle carezze del cane guardiano della scala.

Boxtel non si era perduto di coraggio ad onta di un brano di calzoni rimasto tra’ denti del mastino. Era tornato alla carica; ma questa volta Grifo era in letto, febbricitante e col braccio rotto. Egli dunque non aveva neppure ammesso il postulante, che erasi rivolto a Rosa, offrendo a quella giovinetta, in cambio dei tre talli un’acconciatura d’oro puro. Il perchè la nobile giovinetta ancora insciente del valore del furto che le si proponeva fare, e che le si offriva pagare così bene, aveva rinviato il tentatore al boia non solo ultimo giudice, ma ancora ultimo erede del condannato.

Questo rinvio fece nascere nello spirito di Boxtel un’idea. In questo mezzo la sentenza era stata pronunziata; sentenza espeditiva, come abbiamo visto. Isacco dunque non ebbe tempo di corrompere nessuno; e per conseguenza si fermò all’idea suggeritagli da Rosa; andò a trovare il boia.

Isacco non dubitava che Cornelio morisse co’ suoi tulipani sul cuore; perchè non poteva indovinare due cose:

Rosa, cioè l’amore;

Guglielmo, cioè la clemenza.

Meno Rosa e meno Guglielmo il calcolo dell’invidioso sarebbe stato giusto.

Meno Guglielmo, Cornelio sarebbe morto; meno Rosa, Cornelio sarebbe morto co’ suoi talli sul cuore.

Boxtel andò dunque a trovare il boia, si diede a costui come uno dei grandi amici del condannato, e meno gli oggetti d’oro e di argento comprò ogni spoglia del futuro morto per la somma un po’ eccessiva di cento fiorini.

Ma cosa era una somma di cento fiorini per un uomo lì lì per tal somma sicuro di comprare il premio della società d’Harlem?

Era lo stesso che mettere il denaro a mille per uno, onde bisogna convenire che era molto bene allogato.

Il boia dal canto suo non aveva niente o quasi niente a fare per guadagnare i suoi cento fiorini; solamente doveva a esecuzione finita lasciar montare il bravo Boxtel sul palco col suo servo per raccogliere gli esanimi avanzi del suo amico.

La cosa del resto era in uso tra i fedeli, quando uno dei loro maestri moriva pubblicamente sul Buitenhof. Un fanatico, com’era Cornelio, poteva aver bene un altro fanatico, il quale desse cento fiorini per le sue reliquie.

Però il boia accondiscese alla proposizione. Non aveva premesso che una condizione: di essere pagato avanti.

Boxtel, come tutti coloro che entrano nella baraonda della fiera, poteva non essere contento e per conseguenza non voler pagare che alla consegna; ma pagò avanti, e aspettò.

Giudichi ognuno da questo, se Boxtel fosse agitato, se invigilasse guardie, cancelliere, esecutore, e se lo inquietassero i movimenti di Van Baerle. Come si aggiusterebbe sul ceppo? Come cadrebbe? Cadendo non potrebbe schiacciare l’inestimabili talli? Avrebbe avuto la cura di chiuderli in una scatoletta d’oro, exempli grazia essendo l’oro il più duro di tutti i metalli?

Noi lascieremo di descrivere l’effetto prodotto sopra questo degno mortale per l’ostacolo sopravvenuto alla esecuzione della sentenza. A che dunque il boia perdeva il suo tempo a sventolare la sua spada così al disopra della testa di Cornelio invece di troncarla? Ma quando vide il cancelliere prendere la mano del condannato, rialzarlo tirando fuora di tasca una pergamena; quando intese la lettura pubblica della grazia accordata dallo Statolder, Boxtel non fu più un uomo. La rabbia del tigre, del jena e del serpente schizzò da’ suoi occhi, dal suo grido, dal suo gesto; se egli fosse stato a portata di Van Baerle, sarebbesi gettato su lui e avrebbelo assassinato.

Così dunque Cornelio vivrebbe, e andrebbe a Loevestein; là nella sua prigione porterebbe i talli e troverebbevi un giardino, dove potrebbe far fiorire il tulipano nero.

Sonvi certe catastrofi che la penna di un povero scrittore non possono descrivere, e che egli è costretto lasciarle alla imaginazione de’ suoi lettori in tutta la semplicità del fatto.

Boxtel scornato cadde dal suo muricciuolo sopra alcuni orangisti scontenti come lui dal giro che andava a prendere l’affare, i quali pensando che i gridi cacciati dal bravo Isacco fossero gridi di gioia, lo gratificarono di pugni di tutto carato, i quali certo non sarebbero stati meglio consegnati al di là dello stretto.

Ma un pugno più o meno non poteva accrescere il dolore che provava allora Boxtel. Volle correr dietro alla carrozza che portava Cornelio co’ suoi talli; ma nella sua furia non vide un lastrone, inciampicò, perdette il suo centro di gravità, ruzzolò a dieci passi di distanza, e non rialzossi che calpestato, ammaccato, solo quando tutto il fangoso popolaccio dell’Aya gli ebbe passato di sopra.

Anco in questa circostanza Boxtel, che era in vena di malanni, ebbe pure tutti gli abiti stracciati, il dosso ammaccato e le mani sgraffiate.

Sarebbesi potuto credere che tutto ciò fosse assai pel nostro Boxtel; ci si sarebbe ingannati.

Rizzatosi, stracciossi a tutta possa i capelli, e gettolli in olocausto a quella divinità feroce e insensibile che chiamasi Invidia.

La fu senza dubbio un’offerta gradita a quella divinità che non ha, dice la Mitologìa, che serpenti per capigliatura.

XIV

I piccioni di Dordrecht.

Era già un grande onore per Cornelio Van Baerle d’essere recluso precisamente in quella medesima prigione, che aveva ospitato il sapiente Grozio.

Ma una volta giunto alla prigione, un onore ben più grande attendevalo. Si combinò che la stanza abitata dall’illustre amico di Barneveldt era vuota a Loevestein, quando la clemenza del principe d’Orange v’inviò il tulipaniere Van Baerle.

Questa stanza aveva una ben pessima reputazione nel castello, dacchè grazie all’inventiva di sua moglie, Grozio se n’era fuggito nella famosa cassa da libri, che si era trascurato di visitare.

Dall’altro canto ciò parve di buono augurio a Van Baerle, che quella stanza gli fosse data per alloggio; perchè alla fin fine, secondo la sua maniera di vedere, non avrebbero mai dovuto fare abitare ad un secondo piccione la colombaia, donde un primo si fosse facilmente involato.

La stanza è istorica; ma non perderemo il nostro tempo a descriverla per filo e per segno. Salvo un’alcova che era stata appositamente fatta per la signora Grozio, l’era una stanza da prigione come tutte le altre, forse un po’ più sfogata; cosicchè avevasi dalla finestra ferrata una incantevole veduta.

D’altronde l’interesse della nostra storia non è in un certo numero di descrizioni d’interni; e poi per Van Baerle la vita era tutt’altra cosa che un apparecchio respiratorio. Il povero prigioniero amava al di là della sua macchina pneumatica due cose, di cui soltanto il pensiero, questo libero viaggiatore, potevagli ormai fornire il fittizio possesso: un fiore e una donna, l’uno e l’altra da lui per sempre perduti.

Ingannavasi per bonomia il buon Van Baerle. Dio che avealo nel momento che andava al patibolo, riguardato col sorriso di padre, Dio riserbavagli nel seno stesso della sua prigione, nella stanza di Grozio, l’esistenza la più avventurata che sia mai toccata in sorte a un tulipaniere.

Una mattina stando alla finestra a respirare l’aria fresca, che saliva dal Wahal, e ad ammirare in lontananza dietro una foresta di cammini i molini di Dordrecht sua patria, vide dei piccioni volare in frotta, da quel punto dell’orizzonte, e appollaiarsi, spollinandosi al sole, sugli acuti comignoli di Loevestein.

— Que’ piccioni, disse tra sè Van Baerle, vengono da Dordrecht e conseguentemente vi debbono ritornare. Chi gli attaccasse un fogliettino sotto un’ala, correrebbe il rischio di far sapere le sue nuove a Dordrecht dove l’è pianto.

Poi dopo un momento di meditazione:

— Sta a me, soggiunse, a prenderne qualcuno.

Si è pazienti, quando si ha vent’otto anni e che si è condannati a una perpetua prigionia, che equivale giù per su a ventidue o ventitre mila giorni di reclusione.

Van Baerle pensando solo a’ suoi tre talli, — perchè questo pensiero batteva sempre nel fondo della sua memoria come batte il cuore nel fondo del petto, — Van Baerle, diciamo, pensando solo ai suoi tre talli, tese un aguato ai piccioni. Ei tentò quei volatili con tutte le risorse della sua cucina, otto soldi di Olanda (dodici di Francia) e a capo di un mese d’infruttuosi tentativi, prese alla fine una femmina.

Gli ci vollero due altri mesi per prendere un maschio; poi li mise insieme, e verso il principio dell’anno 1673, avendo fatto le uova, diede la via alla femmina, che fidando nel maschio che le covasse in suo luogo, se ne andò tutta gioiosa a Dordrecht col suo bigliettino sotto l’ala.