Part 7
Quindi dopo essere ridisceso dal cielo in terra, dopo di terra essere rientrato nella segreta e bene assicurato che in quella egli era solo, cavò di seno i tre talli del tulipano nero e nascoseli dietro un palchetto sul quale posavasi il tradizionale boccale, in un canto il più oscuro della prigione.
Inutile fatica di tanti anni! O dolci speranze perdute! La sua scoperta avrebbe fatto capo al niente, com’egli alla morte! In quella prigione nemmeno un filo d’erba, un briciolo di terra, un raggio di sole.
A questo pensiero Cornelio fu preso da tetra disperazione, da cui non escì che per una circostanza straordinaria.
Qual fu questa circostanza?
Ci serbiamo dirlo nel capitolo seguente.
X
La figlia del Carceriere.
In quella stessa sera Grifo portando da mangiare al prigioniero, nell’aprire la porta della carcere sdrucciolò sull’impiantito umidiccio e cadde sforzandosi invano di sorreggersi. Battuta la mano in falso, si ruppe il braccio al disotto del pugno.
Cornelio fece un movimento verso il carceriere; ma siccome non sospettava della gravità del caso:
— Non è niente, disse Grifo; zitto.
E volle rialzarsi appoggiandosi al suo braccio, ma si piegò l’osso; allora soltanto Grifo sentì il dolore e cacciò un grido.
Si avvide che aveva il braccio rotto; e costui sì duro per gli altri ricadde svenuto sulla soglia della porta, dove rimase inerte e freddo simile a un morto.
Per tutto quel tempo la porta della prigione era rimasta aperta, e Cornelio trovavasi quasi libero. Non gli passò per la mente neppure l’idea di profittare di quell’accidente. Egli aveva veduto nel modo, con cui erasi piegato il braccio, allo scatto che aveva fatto piegandosi, che v’era dolore; perciò non pensò ad altro che a soccorrere il ferito, per quanto male intenzionato gli fosse paruto costui a suo riguardo nell’unico abboccamento, che egli aveva avuto con lui.
Al fracasso che Grifo aveva fatto cadendo, al rammarico che erasi lasciato sfuggire, fecesi sentire un passo precipitoso per le scale, e alla apparizione, che seguì immediatamente lo strepito del calpestio, Cornelio cacciò una voce, alla quale rispose il grido di una giovinetta.
Aveva risposto al grido la bella frisona, che vedendo suo padre disteso in terra e il prigioniero chinato sopra di lui, aveva creduto dapprima che Grifo, di cui ella conosceva la brutalità, fosse caduto per una rissa attaccata tra lui e il prigioniero.
Cornelio ne comprese il pensiero; ma la giovinetta, essendosi al primo colpo d’occhio assicurata della verità, e vergognandosi d’averlo solo sospettato, alzò sul giovine i suoi begli occhi lacrimosi, e gli disse:
— Perdono e grazie, o signore. Perdono di ciò che ho pensato, e grazie di ciò chè avete fatto.
Cornelio arrossì, e rispose:
— Non ho fatto che il mio dovere di cristiano, soccorrendo il mio simile.
— Sì, e soccorrendolo stasera, avete dimenticato le ingiurie che vi ha detto questa mattina. Signore, è più che da uomo, è più che da cristiano.
Cornelio alzò gli occhi sulla bella fanciulla, tutto maravigliato di sentire dalla bocca di una figlia del popolo una parola al tempo stesso così nobile e così compassionevole.
Ma egli non ebbe tempo da testimoniarle la sua sorpresa; chè Grifo riavutosi aprì gli occhi, e con la vita ritornò la sua usuale brutalità:
— Ah! d’ecco cosa tocca! diss’egli, ci si affretta a portare da mangiare al prigioniero, si cade sorreggendosi, e cadendo ci si rompe il braccio, e lascianvi là sul mattonato.
— Zitto, babbo mio, disse Rosa, voi siete ingiusto verso questo signore, che ho trovato tutto occupato a soccorrervi.
— Lui? fece Grifo non persuaso.
— Gli è tanto vero, o signore, che sono pronto ancora a soccorrervi.
— Voi? disse Grifo; che siete dunque medico?
— È la mia prima professione, rispose il prigioniero.
— Talchè mi potreste rimettere il braccio?
— Perfettamente.
— E che ci vuole, vediamo?
— Due spranghette di legno e fasce di lino.
— Senti, Rosa, disse Grifo, il prigioniero mi rimette il braccio; vediamo, aiutami ad alzarmi: — sono di piombo.
Rosa presentò al ferito la sua spalla; ed egli abbracciò il collo della giovinetta col braccio sano, e facendo uno sforzo, rizzossi, mentrechè Cornelio per risparmiargli di muoversi, tirò verso lui una seggiola. Grifo vi si assise, e poi volgendosi alla sua figlia, le disse:
— Hai bene inteso? Va’ a cercare ciò che ci vuole.
Rosa scese e ritornò poco dopo con due doghe da barile e una gran fascia di lino. Cornelio si era intanto occupato a levare il vestito al carceriere e a rovesciargli le maniche.
— Va bene così? domandò Rosa.
— Sì, mia fanciulla, le rispose Cornelio gettando un’occhiata sugli oggetti portati; sì, va bene. Intanto accostate cotesta tavola, mentre che io sorreggo il braccio di vostro padre.
Rosa accostò la tavola, su cui Cornelio stese il braccio rotto, e con una perfetta abilità, raggiustò la frattura, adattovvi l’incannucciatura e strinse le fasce.
All’ultima stretta il carceriere si svenne per la seconda volta.
— Andate a cercare dell’aceto, mia cara giovine, disse Cornelio; gli bagneremo le tempie e riavrassi.
Ma invece di adempire la prescrizione, che erale stata data, Rosa dopo essersi assicurata che suo padre era fuori dei sensi, si avanzò verso Cornelio:
— Signore, diss’ella, piacere per piacere.
— Cioè? mia bella fanciulla? domandò Cornelio.
— Cioè, signore, che il cancelliere che vi deve interrogare dimani è venuto oggi ad informarsi della stanza che occupate; e che essendogli stato risposto che occupate la carcere di Cornelio de Witt, egli ha sogghignato sinistramente; il che mi fa credere che nulla di buono vi attenda.
— Ma, domandò Cornelio, che cosa mi possono fare?
— Vedete di qui quelle forche?
— Ma non sono colpevole, soggiunse Cornelio.
— Eranlo pure quelli laggiù, appiccati, mutilati, sbranati?
— Gli è vero, disse Cornelio attristandosi.
— D’altronde, continuò Rosa, l’opinione pubblica vuole che voi siate colpevole. Ma colpevole o non colpevole, il vostro processo comincerà dimani e posdimani sarete condannato: le cose vanno presto ai tempi che corrono.
— Ebbene, che concludete con ciò?
— Concludo, che io sono sola, che sono debole, che mio padre è svenuto, che il cane ha la musoliera, che niente per conseguenza v’impedisce di salvarvi. Salvatevi dunque, ecco la conclusione.
— Che dite?
— Io dico, ohimè! che non ho potuto salvare nè Cornelio nè Giovanni de Witt, e che vorrei salvarvi... voi. Solamente fate presto; ecco la respirazione che ritorna a mio padre, forse tra un minuto riaprirà gli occhi e allora sarà troppo tardi. Esitate?
Effettivamente Cornelio stava immobile, guardando Rosa, ma come s’ei la guardasse senza intenderla.
— Non capite? disse la giovinetta impazientita.
— Capisco, rispose Cornelio, ma....
— Ma?
— Non accetto. Sareste processata.
— Che importa? disse Rosa arrossendo.
— Grazie, fanciulla mia, rispose Cornelio; ma io resto.
— Voi restate! Mio Dio! mio Dio! Non avete dunque capito che sarete condannato... condannato a morte, giustiziato sopra un palco e forse assassinato, messo in pezzi come sono stati assassinati e messi in pezzi Giovanni e Cornelio? A nome del cielo, non vi occupate di me, e fuggite questa stanza dove voi siete. Guardatevene, che fu fatale ai de Witt.
— Ohè! esclamò il carceriere riavendosi. Chi parla di quei malanni, di que’ miserabili, di quegli scellerati dei de Witt?
— Non ve ne importi, mio brav’uomo, disse Cornelio col suo amabile sorriso; chè ciò che v’ha di peggio per le fratture, è il riscaldamento del sangue.
Poi sotto voce a Rosa:
— Mia ragazza, soggiunse, io sono innocente, aspetterò i miei giudici con la tranquillità e con la calma di uno innocente.
— Zitto! disse Rosa.
— Zitto e perchè?
— Bisogna che mio padre non si accorga che abbiamo insieme discorso.
— E che male sarebbe?
— Che male sarebbe? D’impedirmi che io qui più tornassi, disse la giovinetta.
Cornelio accolse questa infantile confidenza con un sorriso; sembravagli che un raggio di bene splendesse sopra la sua disgrazia.
— Ebbene! che cosa barbottate costì voi due? disse Grifo alzandosi e sorreggendo il suo braccio diritto col suo sinistro.
— Niente! rispose Rosa; il signore mi prescrive il regime che dovete seguire.
— Il regime che io devo seguire! eh! il regime che io devo seguire! Voi pure, o graziosina, voi pure ne dovete seguire uno!
— E quale, babbo mio?
— Di non affacciarvi neppure alle carceri dei prigionieri, e quando vi comparirete, d’andarvene il più presto possibile; via dunque innanzi a me, e lesta!
Rosa e Cornelio cambiaronsi un’occhiata; quello di Rosa voleva dire:
— Voi lo vedete!
Quello di Cornelio:
— Sia fatta la volontà del Signore!
XI
Il Testamento di Cornelio Van Baerle.
Rosa non si era punto ingannata: i ministri processanti vennero l’indomani al Buitenhof e interrogarono Cornelio Van Baerle. In verità l’interrogatorio non fu lungo; fu accertato che Cornelio aveva serbato la corrispondenza fatale dei de Witt con la Francia. Ei non lo negò minimamente.
L’era solo dubbioso agli occhi dei giudici che la corrispondenza gli fosse stata consegnata dal suo compare Cornelio de Witt.
Ma siccome, dopo la morte dei due martiri, Cornelio Van Baerle non aveva ragione di niente più nascondere, non solamente non negò che il deposito eragli stato confidato da Cornelio, ma raccontò ancora, come, quando e dove il deposito eragli stato confidato.
Questa rivelazione implicava il figlioccio nel delitto del compare; eravi complicità patente.
Cornelio non si limitò a questa semplice confessione: egli disse tutta la verità delle sue simpatie, delle sue abitudini, delle sue familiarità; disse la sua indifferenza per la politica, il suo amore per li studi, per le arti, per le scienze e per i fiori. Raccontò che più mai dal giorno, in cui era andato a Dordrecht e aveagli confidalo il deposito, esso non era stato più toccato e neppure conosciuto dal depositario.
Gli si obiettò a questo proposito che gli era impossibile che ciò fosse vero, dappoichè i fogli erano precisamente chiosi in una cassetta, dove ogni giorno metteva gli occhi e le mani.
Cornelio rispose che l’era ciò la verità, ma che metteva solo la mano nella cassetta per assicurarsi che le sue cipollette fossero ben prosciugate e vi gettava gli occhi per assicurarsi soltanto se le sue cipollette tallissero.
Gli si obiettò che la sua pretesa indifferenza a riguardo di quel deposito non potevasi ragionevolmente sostenere, avvegnachè fosse impossibile che avendo ricevuto dalle mani del suo compare un deposito così fatto, egli non ne conoscesse l’importanza.
Al che egli rispose: che al suo compare lo amava troppo e di più gli era un uomo troppo saggio per non avergli niente detto del contenuto di quei fogli, giacchè tal confidenza non avrebbe servito ad altro che a tormentare il depositario.
Gli si obiettò che se il signor de Witt avesse di tal sorte operato, avrebbe unito all’involto in caso di accidentalità un certificato costatante che il suo battezzato era completamente estraneo a quella corrispondenza, ovvero durante il suo processo avrebbegli scritto una lettera che potesse servire a sua giustificazione.
Cornelio rispose che senza dubbio il suo padrino non aveva pensato affatto che il suo deposito corresse pericolo alcuno, nascosto com’era in un armario che era riguardato come sacro al pari dell’arca da tutta la casa Van Baerle; che aveva per urgenza stimato inutile il certificato; che quanto a una lettera gli pareva sovvenirsi che un momento prima del suo arresto, siccome egli era assorto nella contemplazione di una cipolletta delle più rare, il servitore di Giovanni de Witt era entrato nel di lui prosciugatoio e aveagli rimesso un foglio; ma che di tutto questo eragli rimasto una ricordanza simile a una visione; che il servitore era scomparso e che quanto al foglio forse troverebbesi facendone diligente ricerca.
Quanto a Craeke era impossibile trovarlo, avvegnachè avesse abbandonato l’Olanda; e quanto alla carta gli era così poco probabile potersi ritrovare, che non valse neppure la pena a farne ricerca.
Cornelio stesso non insistè molto su questo punto, perchè posto anche che il foglio si ritrovasse, non potrebbe forse avere nessun rapporto con la corrispondenza che formava il corpo del delitto.
I giudici vollero avere l’aria di spingere Cornelio a difendersi meglio di quello che ei lo facesse; e usarono in faccia a lui di quella pazienza benigna, che denota o un magistrato interessato per l’accusato, o un vincitore che abbia atterrato il suo avversario, e che essendo completamente padrone di lui non ha bisogno di opprimerlo per perderlo.
Cornelio non accettò niente affatto tale ipocrita protezione, e in un’ultima risposta che diede con la nobiltà di un martire e la calma di un giusto, disse loro:
— Voi mi domandate cose, o signori, alle quali non ho niente altro a rispondere che la verità. La verità esatta, eccola. L’involto è venuto a me per la via che ho detto; protesto davanti Iddio che ne ignorava e ne ignoro ancora il contenuto; che nel giorno soltanto del mio arresto ho saputo che quel deposito era la corrispondenza del gran Pensionario col marchese di Louvois. E protesto finalmente che ignoro come siasi potuto sapere che quell’involto fosse presso di me, e soprattutto come io possa essere colpevole per avere ricevuto ciò che portavami il mio illustre infelice compare.
Questa fu tutta la perorazione di Cornelio. I giudici andarono ai considerandi:
Che ogni germoglio di dissenzione civile è funesto, e suscitatore di guerra, e che è interesse di tutti estinguere.
Che (e questa considerazione fecela un uomo che passava per un profondo osservatore) quel giovine così flemmatico in apparenza doveva in sostanza essere dannosissimo, attesochè dovesse nascondere sotto il manto di ghiaccio che servivagli di inviluppo, un ardente desiderio di vendicare i signori de Witt suoi prossimani.
Che, secondo un altro, l’amore dei tulipani legasi perfettamente con la politica, e che è storicamente provato che molti uomini pericolosissimi hanno atteso al giardinaggio nè più nè meno, che se eglino se ne occupassero esclusivamente, quantunque in fondo si occupassero di ben altre cose; testimone Tarquinio Prisco, che coltivava papaveri a Gabio, e il gran Condè che innaffiava i suoi aglietti nella reclusione di Vincennes, e ciò al momento che il primo meditava la sua rientrata a Roma e il secondo la sua escita di prigione.
I giudici conclusero con questo dilemma:
O Cornelio Van Baerle ama fortemente i tulipani, o ama fortemente la politica; nell’uno e nell’altro caso ha mentito, primo perchè è provato che si occupasse di politica, e ciò con le lettere trovate pressa di lui; secondo perchè è provato che occupavasi dei tulipani: i talli ne fanno fede. In fine — e qui sta l’enormità — perciocchè Cornelio Van Baerle occupavasi al tempo stesso di tulipani e di politica, dunque l’accusato era di una natura ibrida, di una organizzazione anfibia, occupatesi con eguale ardore alla politica e al tulipano, il che darebbegli tutti i caratteri della specie di uomini la più dannosa al pubblico riposo, e una certa anzi una completa analogia coi grandi spiriti, di cui Tarquinio Prisco e il principe di Condè fornivano a proposito un esempio.
Il resultato di tutti questi ragionamenti fu che il principe statolder d’Olanda saprebbe senza dubbio buon grado alla magistratura dell’Aya di semplificargli l’amministrazione delle Sette Province, distruggendo fino all’ultima radice la cospirazione contro la sua autorità.
Questo argomento prevalse a tutti gli altri e per distruggere efficacemente i germi delle cospirazioni, la pena di morte fu pronunziata all’unanimità contro Cornelio Van Baerle, interrogato e convinto di avere, sotto le innocenti apparenze di un amatore di tulipani, partecipalo ai detestabili intrighi ed ai complotti abominandi dei de Witt contro la nazionalità olandese, ed alle loro segrete relazioni col nemico francese.
La sentenza portava provvisoriamente che il suddetto Cornelio Van Baerle sarebbe estratto della prigione del Buitenhof per essere condotto al patibolo alzato sulla piazza dello stesso nome, dove l’esecutore di giustizia gli taglierebbe la testa.
Come se questa deliberazione fosse stata seria, era continuata una mezz’ora, durante la quale il prigioniero era stato ricondotto in prigione.
Là il cancelliere degli Stati andogli a leggere la sentenza.
Maestro Grifo era obbligato a guardare il letto per la febbre cagionatagli dalla frattura del braccio. Le sue chiavi erano passate in mano di un secondino, dietro al quale, che aveva introdotto il cancelliere, Rosa la bella Frisona erasi venuta a porre sull’angolo della porta col fazzoletto alla bocca per soffocare i suoi sospiri e i suoi singhiozzi.
Cornelio ascoltava la sentenza con volto più maravigliato che tristo. Letta la sentenza il cancelliere domandogli se avesse qualche cosa a dire:
— Affè! no, rispose; ma confesso solamente che tra tutte le cause di morte, che un uomo cauto può prevenire per iscansarle, non ho mai neppure per immaginazione pensato a questa.
Alla qual risposta il cancelliere salutò Cornelio Van Baerle con tutta la considerazione che tal sorta di funzionarii accordano ai gran delinquenti di ogni genere. Ed essendo per escire:
— A proposito, signor cancelliere, disse Cornelio, per qual giorno è la cosa, se non vi dispiace?
— Oh! per oggi, rispose il cancelliere un poco piccato dal sangue freddo del condannato.
Scoppiò un singulto dietro la porta. Cornelio si sporse per vedere da chi venisse; ma Rosa aveva indovinato la mossa ed erasi tirata indietro.
— E, soggiunse Cornelio, a qual’ora l’esecuzione?
— Signore, pel mezzogiorno.
— Diavolo! mi pare, se non sbaglio, aver sentito battere le dieci almeno da venti minuti fa. Non ho tempo da perdere.
— Per riconciliarvi con Dio, sì, o signore, disse il cancelliere salutandolo profondamente, e potete chiedere quel ministro che vi piacerà.
Dicendo queste parole escì all’indietro, e il carceriere provvisorio affrettavasi a seguirlo chiudendo l’uscio di Cornelio, quando un candido braccio tutto tremante s’interpose tra quell’uomo e la porta pesante.
Cornelio non vide che la cuffia d’oro a orecchiette di merletti bianchi, acconciatura delle belle Frisone; ei non intese che un bisbiglio all’orecchio dello sbirro; ma costui mise le sue chiavi pesanti nella bianca mano a lui stesa, e scendendo alcuni scalini si sedette a mezza scala, da lui guardata all’alto, al basso dal cane.
La cuffia d’oro fece un volta faccia, e Cornelio riconobbe il viso irrigato di pianto e i grandi occhi turchini tutti bagnati della bella Rosa.
La giovine avanzossi verso Cornelio, appoggiando le sue due mani sull’affranto suo petto.
— Oh! signore! signore! diss’ella.
E non potè dirè altro.
— Mia bella ragazza, replicò commosso Cornelio, che desiderate da me? Ormai non ho da star molto su questa terra, voi già lo sapete.
— Signore, vengo a chiedervi una grazia, stendendo un po’ le braccia verso Cornelio e un po’ verso il cielo.
— Racconsolatevi, o Rosa, disse il prigioniero; imperciocchè le vostre lacrime mi commovono assai più della mia morte vicina. E, voi il sapete, più il prigioniero gli è innocente, più deve incontrare la morte con calma e ancora con gioia, dappoichè egli muore martire. Via, non piangete più e ditemi il vostro desiderio, mia bella Rosa.
La giovinetta si lasciò cadere in ginocchio:
— Perdonate a mio padre, diss’ella.
— A vostro padre? ammirò Cornelio.
— Sì, gli è stato così duro per voi! ma gli è così per natura, gli è così con tutti, e non siete solamente voi che ha così brutalmente trattato.
— È punito, cara Rosa, più che punito pel caso accadutogli, e gli perdono.
— Grazie! disse Rosa. E adesso, ditemi, poss’io invece qualcosa per voi?
— Potete asciugare i vostri begli occhi, cara fanciulla, rispose Cornelio col suo dolce sorriso.
— Ma per voi... per voi...
— Chi non ha da vivere che un’ora, è un gran sibarita, se gli ha bisogno di qualche cosa, mia cara Rosa.
— Il ministro che vi era stato offerto?...
— Ho adorato Dio per tutta la mia vita, o Rosa. Io l’ho adorato nelle sue opere, benedetto nella sua volontà. Dio non può aver nulla contro di me, io non chiederovvi dunque un ministro. L’ultimo pensiero che mi occupa, o Rosa, è tutto volto a glorificare Iddio. Aiutatemi, mia cara, ve ne prego, nel compimento di quest’ultimo pensiero.
— Ah! signor Cornelio, parlate, parlate! esclamò la giovine inondata di lacrime.
— Datemi la vostra bella mano, e promettetemi di non ridere, mia fanciulla.
— Ridere! esclamò Rosa con dispiacenza, ridere in questo momento? Ma non mi avete dunque guardato, signor Cornelio?
— Io vi ho guardato, o Rosa, e con gli occhi del corpo e con gli occhi dell’anima. Giammai mi si è offerta dinanzi donna più bella e anima più pura; e se fin d’ora non vi guardo più, perdonatemi, perchè pronto a lasciare la vita, amo meglio di non aver nulla a rimpiangervi.
Rosa trasalì. Mentre il prigioniero proferiva queste parole, battevano le undici alla torre del Buitenhof. Cornelio la comprese.
— Sì, sì, spicciamoci, diss’egli; avete ragione, o Rosa.
Allora cavando dal petto, dove aveala nascosta dappoichè non aveva più paura di essere frugato, la carta che involtava i tre talli:
— Anima mia bella, soggiunse, ho molto amato i fiori in tempi, in cui io ignorava che si può amare qualche altra cosa. Oh! non arrossite, non vi volgete altrove, o Rosa, non sono per farvi una dichiarazione di amore. Ciò, povera giovine, non avrebbe scopo; che avvi laggiù sul Buitenhof un certo ordigno che tra sessanta minuti farà ragione della mia temerità. Amo dunque i fiori, o Rosa, e avevo trovato, lo credo almeno, il segreto del gran tulipano nero, che si crede impossibile e che è, lo sappiate o non lo sappiate, l’oggetto di un premio di centomila fiorini proposto dalla società orticola di Harlem. Questi centomila fiorini — e Dio sa che io non mi lagno per essi — questi centomila fiorini io li ho in questa carta; che sono guadagnati con i tre talli che racchiude e che voi potete prendere, o Rosa, chè io ve li dono.
— Signor Cornelio...
— Oh! li potete prendere, o Rosa, non fate torto a nessuno. Io sono solo al mondo; mio padre e mia madre sono morti; non ho mai avuto nè fratelli nè sorelle; non ho mai pensato ad amare persona di cuore, e se qualcuna ha pensato ad amarmi, io non l’ho mai saputo. D’altronde vedete bene, o Rosa, che sono abbandonato, dappoichè voi sola a quest’ora siete nella mia segreta mia consolatrice e mia incoraggiatrice.
— Ma, signore, centomila fiorini...
— Ah! l’è una cosa seria, cara fanciulla, disse Cornelio. Centomila fiorini saranno una bella dote alla vostra bellezza; voi li avrete i centomila fiorini, perchè sono sicuro dei miei talli. Voi li avrete dunque, mia cara Rosa, e non vi domando in contraccambio che la promessa di sposare un bravo giovine, che vi ami quanto io amai i fiori. Non m’interrompete, o Rosa, ho pochi minuti più...
La povera figlia soffocava i suoi singulti. Cornelio le prese la mano.
— Ascoltatemi, continuò egli; ecco come farete. Prenderete della terra del mio giardino di Dordrecht; chiederete a Butruysheim mio giardiniere del terriccio della mia casella n.º 6; vi pianterete in una cassetta profonda questi tre talli, che fioriranno nel maggio prossimo, che è quanto dire tra sette mesi; e quando vedrete il fiore nel suo boccio, passate le notti a guarantirlo dal vento, il giorno a salvarlo dal sole. Il fiore sarà nero, ne sono sicuro. Allora farete prevenire il presidente della società di Harlem, che farà constatare dal consiglio il colore del fiore, e vi saranno contati i centomila fiorini.
Rosa gettò un gran sospiro.