Part 9
Ritornò la sera: aveva ancora il biglietto. Lo conservò così per quindici giorni; dapprima con grave sconcerto, poi con gran dispiacere di Van Baerle. Finalmente il sedicesimo tornò senza.
Ora Van Baerle indirizzava quel biglietto alla sua balia, la vecchia Frisona, e supplicava le anime caritatevoli che lo trovassero, di farlo a lei recapitare con la maggiore sicurezza e la maggior prontezza possibile.
Dentro a quel biglietto per la balia era un bigliettino per Rosa.
Dio che porta col suo soffio i semi di capperi sulle muraglie dei vecchi castelli, e con un poco di pioggia falli fiorire, Dio permise che la balia di Van Baerle ricevesse quella lettera.
Ed ecco come. Lasciando Dordrecht per l’Aya e l’Aya per Gorcum, Isacco Boxtel aveva abbandonato, non solo la casa sua, non solo il suo servitore, non solo il suo osservatorio, non solo i suoi tulipani, ma ancora i suoi piccioni. Il domestico, lasciato senza provvisione, cominciò dal mangiare quel poco che avea di risparmi, e poi si mise a mangiare i piccioni; il che questi vedendo, emigrarono dalla colombaia di Boxtel a quella di Van Baerle.
La balia aveva buon cuore, chè sentiva il bisogno di amare una qualche cosa. Ella fece stretta amicizia con quei piccioni venuti a chiederle ospitalità; e quando il servitore d’Isacco reclamò, per mangiarli, i dodici o quindici ultimi, come aveva mangiato i dodici o quindici primi, la buona donna gli offrì di comprarli pagando sei soldi d’Olanda all’uno.
L’era il doppio del valore dei piccioni; il perchè il servitore accettò con gioia il prezzo offerto.
La balia dunque trovavasi legittima padrona dei piccioni dell’invidioso; i quali erano mescolati con altri che nelle loro peregrinazioni visitavano l’Aya, Loevestein, Rotterdam, andando senza dubbio in cerca di biada di un’altra natura, di canape di un altro gusto.
Il caso, o piuttosto Dio, chè Dio solo ci vede a fondo, Dio permise che Cornelio Van Baerle avesse preso per l’appunto uno di quei piccioni.
Ne resultò che se l’invidioso non avesse abbandonato Dordrecht per seguire il suo rivale all’Aya sulle prime, e poi di seguito a Gorcum o a Loevestein, come si vedrà, non essendo que’ due luoghi separati che dalla giunzione del Wahal con la Mosa, il biglietto scritto da Van Baerle sarebbe caduto nelle sue mani e non in quelle della balia; di modo che il povero prigioniero, come il corvo del ciabattino romano, avrebbe perduto tempo e fatica, e noi, invece d’avere a raccontare i varii casi che simili a un tappeto a mille colori vanno a svolgersi sotto la nostra penna, noi non avremmo avuto a descrivere che una lunga serie di giorni, pallidi, tristi e cupi come il manto della notte.
Il biglietto cadde dunque nelle mani della balia di Van Baerle; imperò verso i primi giorni di febbraio, quando le prime ore di sera discendevano dal cielo, lasciando dietro a sè le stelle nascenti, Cornelio intese nella scala della torricella una voce che fecelo trasalire.
Si posò le mani sul cuore e stette in orecchi. Era la dolce e armoniosa voce di Rosa.
Confessiamolo, Cornelio non fu però così stordito dalla sorpresa e così fuor di sè dalla gioia, quanto lo sarebbe stato senza la storia del piccione; il quale aveagli recato in cambio sotto la sua ala una lieta speranza; e stava ogni giorno in espettativa, perchè, se il biglietto le fosse rimesso, conosceva Rosa, di aver nuove del suo amore e de’ suoi talli.
Si alzò, porse l’orecchio, chinando il capo verso la porta. Sì, l’era la voce che così dolcemente avealo commosso all’Aya.
Ma ora che Rosa aveva fatto il viaggio dall’Aya a Loevestein, che era riuscita, Cornelio non sapeva come, a penetrare nella prigione, giungerebb’ella così felicemente a penetrare fino al prigioniero?
Mentrechè Cornelio a tal proposito accatastava pensiero sopra pensiero, desiderii sopra inquietudini, lo sportello posto alla porta della sua cella si aperse, e Rosa brillante di gioia, d’aspetto, e bella soprattutto per l’angoscia che da cinque mesi aveva impallidito le sue guancie, Rosa accostossi alla ferrata di Cornelio, dicendogli:
— Oh! signore, signore, eccomi!
Cornelio stese le braccia, guardò il cielo, e cacciò un grido di gioia.
— Oh! Rosa, Rosa! esclamò.
— Zitto! Parliamo sotto voce, che mio padre m’è dietro, disse la giovinetta.
— Vostro padre?
— Sì, gli è giù in corte in fondo alla scala, che riceve le istruzioni dal governatore, e sale.
— Le istruzioni dal governatore?...
— Sentite, vi racconto tutto in due parole. Lo Statolder ha una villa a cinque miglia da Leida, o piuttosto una gran cascina, e non altro; la sua balia è mia zia, che ha la direzione di tutti gli animali che sono chiusi in quella masseria. Dacchè ho ricevuto la vostra lettera, che non ho potuto leggere, ahimè! ma che mi ha letto la vostra balia, sono corsa dalla mia zia; là sono rimasta fino a che il principe venne alla cascina, e appena vi giunse, gli domandai, che mio padre fosse promosso dalle sue funzioni di primo soprastante della prigione dell’Aya a quello di carceriere alla fortezza di Loevestein. Ei non sospettò affatto del mio fine; che se lo avesse anche trapelato, forse me lo avrebbe recusato, ed invece me lo concesse.
— Di sorte che eccovi qui?
— Come vedete.
— Di modo, che vi vedrò tutti i giorni?
— Il più spesso che potrò.
— O Rosa! mia bella Rosa! disse Cornelio; voi dunque mi amate un poco?
— Un poco... diss’ella, oh! voi non siete troppo esigente, signor Cornelio.
Cornelio le stese passionatamente le mani; ma le sole loro dita poterono toccarsi a traverso la ferrata.
— Ecco mio padre! disse la giovanetta.
E Rosa lasciò prontamente la porta e si lanciò verso il vecchio Grifo, che appariva in cima alla scala.
XV
Il Carceriere.
Grifo era seguito dal mastino, che facevagli fare la sua ronda perchè all’occasione riconoscesse i prigionieri.
— Babbo, l’è qui la famosa stanza donde Grozio evase; l’avete sentito nominare, Grozio?
— Sì, sì, quel mariolo di Grozio; un amico di quello scellerato di Barneveldt, che io vidi giustiziare quando ero bambino. Grozio! ah! ah! evase da questa stanza. Ebbene, io scommetto che nessuno a suo esempio potrà evadere.
E aprendo la porta, cominciò dall’oscuro a volgere il suo discorso al prigioniero.
Quanto al cane, andando a fiutare le polpe al prigioniero, pareva gli volesse domandare con qual diritto non fosse morto, egli che aveva veduto uscire col cancelliere e col boia. Ma la bella Rosa chiamollo, e il mastino obbedì.
— Signore, disse Grifo, alzando la sua lanterna per farsi un po’ di lume all’intorno, voi vedete in me il vostro nuovo carceriere. Io sono il capo soprastante, e le stanze tutte sono sotto la mia sorveglianza. Non sono perverso, ma sono inflessibile per tutto ciò che concerne la disciplina.
— Oh! vi conosco perfettamente, mio caro Grifo, disse il prigioniero avanzandosi dentro il circolo di luce, che gettava la lanterna.
— Toh! toh! Siete voi, sig. Van Baerle, disse Grifo; oh! siete voi; guarda, guarda, come ci si rincontra.
— Sì, e godo infinitamente, mio caro Grifo, nel vedere che il vostro braccio va a meraviglia, perchè con quello appunto tenete la lanterna.
Grifo aggrottò il sopracciglio e rispose:
— Vedete, come va in politica, si fa sempre qualche sbaglio. Sua Altezza vi ha lasciato la vita, e io non l’avrei fatto mai e poi mai.
— Voi? domandò Cornelio; e perchè?
— Perchè voi siete uno da cospirare nuovamente; voialtri scienziati avete commercio col diavolo.
— Ohè! maestro Grifo, non siete stato contento del modo con cui vi ho rimesso il braccio, ovvero del prezzo che vi ho chiesto? disse ridendo Cornelio.
— Al contrario, perbacco! al contrario! mormorò il carceriere; me l’avete rimesso benissimo; vi è sotto qualche stregoneria: in capo a sei settimane io mi serviva del braccio, come nulla mi fosse accaduto. A segno tale che il medico del Buitenhof, che sa il fatto suo, voleva rirompermelo, per rimettermelo nelle regole, promettendomi che questa volta starei tre mesi senza potermene servire.
— E voi non avete voluto?
— Ho detto: No. Tanto che con questo braccio possa farmi il segno della croce (Grifo era cattolico) tanto che con questo braccio possa farmi il segno della croce, mi rido del diavolo.
— Ma se vi ridete del diavolo, maestro Grifo, a più forte ragione vi dovete ridere dei sapienti.
— Oh! i sapienti, i sapienti! esclamò Grifo senza rispondere alla domanda; i sapienti! amerei meglio avere da guardare dieci soldati che un solo sapiente. I soldati fumano, bevono, si ubriacano; sono trattabili come pecori, quando si dà loro dell’acquavite o del vino della Mosa; ma un sapiente ha ben altro che fumare, bere, ubriacarsi! Gli è sobrio, stringato, e conserva la sua testa per cospirare. Ma comincio dal dirvi che non vi sarà molto facile il cospirare; onde punti libri, punta carta, punti grimaldelli. Grozio si salvò per i libri.
— Vi assicuro, maestro Grifo, riprese Van Baerle, che forse per un momento mi è venuta l’idea di salvarmi; ma che ora non ci penso neppure.
— Va bene! va bene! rispose Grifo, vegliate su voi che io farò altrettanto. Ci vuol pazienza, ma Sua Altezza ha fatto un brutto sbaglio.
— Non facendomi mozzare la testa?.... Grazie, grazie, maestro Grifo.
— Senza dubbio. Guardate un po’ come ora stanno buoni i signori de Witt.
— È atroce quel che dite, o maestro Grifo, disse Van Baerle volgendosi altrove per nascondere il suo disgusto. Voi dimenticate che uno di quegl’infelici era mio amico e l’altro.... l’altro mio secondo padre.
— Sì, ma mi ricordo che l’uno e l’altro erano cospiratori. E poi parlo così per filantropia.
— Ah! davvero? Spiegatemelo dunque un poco, mio caro Grifo, perchè non lo capisco bene.
— Sì, se voi foste rimasto sul ceppo di maestro Harburck.....
— Ebbene?
— Ebbene! voi non soffrireste più. Mentre, non ve lo nascondo, son qui per rendervi la vita dolorosissima.
— Grazie della promessa, maestro Grifo.
E mentre che il prigioniero sorrideva ironicamente al vecchio carceriere, Rosa di dietro alla porta rispondevagli con un sorriso pieno di angelica consolazione.
Grifo andò verso la finestra. Faceva anche tanto di giorno da vedere senza distinguere un immenso orizzonte che perdevasi in una nebbia grigiastra.
— Qual veduta di qui si gode? domandò il carceriere.
— Bellissima, rispose Cornelio, guardando Rosa.
— Sì, sì, troppa veduta, troppa veduta.
In quel frattempo i due piccioni spaventati dalla vista, e più dalla voce di quello sconosciuto, escirono dal loro nido e disparvero sbigottiti in mezzo alla nebbia.
— Oh! oh! che cosa è questa? domandò il carceriere.
— I miei piccioni, rispose Cornelio.
— I miei piccioni! esclamò il carceriere, i miei piccioni! Che forse un prigioniero ha qualcosa di suo?
— Allora, soggiunse Cornelio, i piccioni che Dio buono mi ha imprestati.
— Ecco già una contravvenzione, replicò Grifo; dei piccioni! Ah! giovanotto, giovanotto, io vi prevengo di una cosa, ed è che non più tardi di dimani quegli uccelli bolliranno nella mia pentola.
— Bisognerebbe prima di tutto che voi li prendeste, disse Van Baerle. Non volete che quei piccioni sieno miei, e vi giuro che non lo sono, ma molto meno sono vostri.
— Il lasciato non è perso, borbottò il carceriere, e non più tardi di dimani, loro torcerò il collo.
E nel fare questa sgarbata promessa a Cornelio, Grifo si spenzolò al di fuori per esaminare la struttura del nido: ciò che diede campo a Van Baerle di correre alla porta e di stringere la mano di Rosa che gli disse:
— Stasera alle nove.
Grifo tutto occupato dal desiderio di prendere nell’indomani i piccioni, come aveva promesso di fare, niente vide e niente intese; e dopo chiusa la finestra prese a braccio la figlia, escì, diede due girate alla serratura, spinse i chiavistelli e andò a fare le medesime promesse ad un altro prigioniero.
Appena partito, Cornelio si approssimò alla porta per ascoltare lo strepito decrescente dei passi; poi, appena acquietato, corse alla finestra e guastò da capo a fondo tutto il nido dei piccioni.
Amava meglio di cacciarli per sempre dalla sua presenza, che esporre alla morte i gentili messaggeri, ai quali doveva la felicità d’avere riveduta Rosa.
La vista del carceriere, le sue minacce brutali, la cupa prospettiva della sua sorveglianza, di cui egli conosceva gli abusi, nulla di tutto questo potè distrarre Cornelio dai dolci pensieri e soprattutto dalla dolce speranza, che la presenza di Rosa veniva a risuscitare nel suo cuore.
Aspettò impazientemente che le nove suonassero all’orologio di Loevestein.
Rosa aveagli detto: «Stasera alle nove.»
L’ultimo tocco del bronzo vibrava ancora per l’aria, quando Cornelio intese su per le scale il passo leggiero e la veste ondeggiante della bella Frisona, e ben presto la graticola della porta, sulla quale desiosamente Cornelio fissava gli occhi, rischiarossi. Lo sportello dall’altra parte si aperse.
— Eccomi, disse Rosa, ancora tutta ansante per aver salito le scale, eccomi!
— Oh! buona Rosa!
— Siete dunque contento di vedermi?
— E lo domandate! Ma, dite come avete fatto a venire?
— Sentite, mio padre si addormenta tutte le sere non appena ha mangiato; allora io lo metto a letto un poco stordito dallo spirito di ginepro. Non ne fate parola, perchè grazie a questo sonno potrò ogni sera venire a discorrere un’oretta con voi.
— Oh! ve ne ringrazio, Rosa, mia cara Rosa.
E così dicendo, Cornelio accostò la sua faccia così vicina allo sportello, che Rosa ritirò la sua.
— Vi ho riportato, diss’ella, i vostri talli di tulipano.
Il cuore di Cornelio balzò. Non aveva ancora osato di domandare a Rosa che cosa avesse ella fatto del prezioso tesoro che aveale confidato.
— Ah! li avete dunque conservati?
— Non me li avevate consegnati come una cosa a voi carissima?
— Sì, ma appunto perchè ve li avevo donati, sembravanmi cosa vostra.
— Miei dopo la vostra morte, ma siete vivo per fortuna. Ah! come ho benedetto sua Altezza! Se Dio accordi al principe Guglielmo tutte le felicità che gli ho augurato, certamente sarà l’uomo il più felice del suo regno, ma ancora di tutta la terra. Voi siete vivo, e conservando io la Bibbia del vostro compare, ero risoluta di riportarvi i vostri talli; solamente io non sapeva come fare. Sul punto di prendere la risoluzione d’andare a chiedere allo Statolder il posto di carceriere di Loevestein per mio padre, la balia portommi la vostra lettera. Ah! piangemmo tanto e poi tanto insieme, credetemelo; ma la vostra lettera non fece che confermarmi nella presa risoluzione. Fu allora che partii per Leida; voi sapete il resto.
— Come, come, mia cara Rosa, riprese Cornelio, dunque prima di vedere la mia lettera pensavi a venirmi a trovare?
— Se io vi pensavo! rispose Rosa lasciando prendere al suo amore il di sopra al suo pudore, non pensava che a questo!
E dicendo queste parole Rosa divenne così bella, che per la seconda volta Cornelio precipitò la sua fronte e le sue labbra sulla graticola, e ciò senza dubbio per ringraziare la bella giovanetta, che si ritirò come la prima volta.
— In verità, diss’ella con quella civetteria, che palpita in cuore di tutte le giovanette, in verità mi sono bene spesso rimproverata di non saper leggere; ma non mai tanto e di tal maniera che quando la vostra balia mi portò la vostra lettera. Io ho tenuto in mano mia quella lettera che parlava per gli altri e che per me povera balorda l’era muta.
— Voi vi siete molto spesso pentita di non saper leggere; e in quale occasione?
— Madonna! esclamò la giovine sorridendo, per leggere tutte le lettere che mi si scrivono.
— Voi ricevete lettere, o Rosa?
— A centinaia.
— Ma chi vi scriveva dunque?...
— Chi mi scriveva? Primieramente tutti li studenti che passavano sul Buitenhof, tutti gli officiali che andavano alla piazza d’arme, tutti i giovani di banco e li stessi negozianti, che mi vedevano alla mia finestrella.
— E cosa voi facevate, mia cara Rosa, di tutti quei biglietti?
— Un tempo, rispose Rosa, me li facevo leggere da qualche amica, e ciò mi divertiva assai; ma da poco in qua, a che prò perdere il suo tempo a sentire tante sciempiaggini? da poco in qua le brucio.
— Da poco in qua? esclamò Cornelio con occhio a un tempo confuso tra la gioia e l’amore.
Rosa abbassò gli occhi fattasi rossa di maniera che non vide accostarsi le labbra di Cornelio che s’imbatterono ohimè! nella graticola; ma che malgrado quell’ostacolo inviarono fino alle labbra della giovinetta il soffio ardente del più tenero bacio.
A quella vampa che arse le sue labbra, Rosa divenne tanto pallida, più pallida forse che non l’era stata al Buitenhof il giorno della esecuzione. Ella cacciò un gemito lamentevole, chiuse i suoi begli occhi e se ne fuggì col cuore palpitante, sforzandosi invano di comprimere sotto la mano i palpiti del suo cuore.
Cornelio rimasto solo contentossi di aspirare il dolce profumo dei capelli di Rosa, rimasto come prigioniero tra le sbarre.
Erasi Rosa così precipitosamente ritirata, che avea dimenticato di rendere a Cornelio i tre talli del tulipano nero.
XVI
Maestro e Scolara.
Quel buonuomo di Grifo, come si è visto, era ben lungi di divider la buona volontà di sua figlia verso il battezzato di Cornelio de Witt.
Non aveva che cinque prigionieri al Loevestein; l’incarico di carceriere non era dunque difficile a disimpegnarsi, e l’ergastolo era una specie di riposo accordato alla sua età.
Ma nel suo zelo il degno carceriere aveva ingigantito con tutta la potenza della sua immaginazione l’officio statogli imposto. Per lui Cornelio aveva preso la proporzione gigantesca di un delinquente di prima classe; ed era in conseguenza per lui divenuto il più pericoloso de’ suoi prigionieri. Sorvegliava ogni suo movimento e lo lasciava sempre con viso crucciato, facendogli portare la pena, com’egli diceva, della sua orribile ribellione contro il clemente Statolder.
Egli visitava tre volte il giorno la stanza di Van Baerle, credendo sorprenderlo in fatto; ma Cornelio aveva renunziato alle corrispondenze dacchè aveva presso la sua corrispondente. È parimente probabile che Cornelio se avesse ottenuto la sua intiera libertà e pieno permesso di ritirarsi ovunque gli fosse piaciuto, avrebbe preferito a ogni altro domicilio il domicilio della prigione con Rosa e con i suoi talli.
E di fatti ogni sera alle nove Rosa aveva promesso di venire a discorrere col caro prigioniero, e fin dalla prima sera, lo abbiamo visto, Rosa aveva mantenuta la parola.
L’indomani ella salì come la sera innanzi col medesimo mistero e con le medesime precauzioni. Solamente aveva fatto proposito di non accostar troppo la faccia alla graticola. D’altronde per entrare ad un tratto in discorso, che potesse sul serio occupare Van Baerle, ella cominciò da porgerli a traverso alla graticola i di lui tre talli sempre rinvoltati nel medesimo foglio.
Ma a gran meraviglia di Rosa, Van Baerle respinse la di lei bianca mano con la punta delle sue dita. Il giovine aveva riflettuto:
— Ascoltatemi, disse; rischieremmo troppo, io credo, se mettessimo tutta la nostra fortuna nel medesimo sacco. Pensate che si tratta, mia cara Rosa, di compire una impresa che si riguarda fino al giorno d’oggi come impossibile. Si tratta di far fiorire il gran tulipano nero. Prendiamo dunque tutte le nostre precauzioni, affine se non si riesce di non avere nulla a rimproverarci. Ecco qual è il calcolo che ho fatto per giungere alla meta.
Rosa prestava tutta la sua attenzione a ciò che anderebbegli a dire il prigioniero, e ciò più per l’importanza che vi attaccava l’infelice tulipaniere, che per l’importanza che ella per sè vi annettesse.
— Ecco, continuò Cornelio, come io ho calcolato la nostra comune cooperazione in questo grande affare.
— Vi ascolto.
— Avrete in questa fortezza un piccolo giardino, o in mancanza una corte qualunque, o in mancanza pure di questa una terrazza?
— Abbiamo un bellissimo giardino, disse Rosa: si stende lungo il Wahal, ed è pieno di belle piante annose.
— Potreste voi, mia cara Rosa, portarmi un po’ di terra del giardino, affinchè ne giudichi?
— Dimani.
— Ne prenderete all’ombra e al sole, affinchè io giudichi delle sue due qualità sotto le sue condizioni di asciuttezza e di umidità.
— Siate tranquillo.
— La terra scelta da me e modificata se ve n’è di bisogno, faremo tre parti dei nostri tre talli; voi ne prenderete uno che pianterete il giorno che vi dirò io, nella terra da me scelta; fiorirà certamente se voi lo custodirete secondo le mie indicazioni.
— Le eseguirò a puntino.
— Me ne darete un altro che io procurerò di allevare qui nella mia camera, onde così passare meno peggio l’intiere giornate, duranti le quali io non vi vedo. In quanto a questo, ve lo confesso, ci ho poca speranza, e preventivamente riguardo una tale sciagura come resultato del mio egoismo. Nonostante il sole mi visita di tanto in tanto; io trarrò artificiosamente partito da tutto, anco dal calore e dalla cenere della mia pipa. Infine terremo, o per dir meglio terrete in riserva il terzo tallo, nostra ultima risorsa nel caso che le nostre due prime speranze fossero mancate. In tal maniera, mia cara Rosa, è impossibile che noi non arriviamo a guadagnare i centomila fiorini di vostra dote, e a procurarci la suprema contentezza di vedere riuscire l’opera nostra.
— Ho inteso, disse Rosa. Dimani vi porterò della terra, e voi sceglierete la mia e la vostra. Quanto alla vostra mi ci vorranno molti viaggi perchè non ve ne potrò portare che poca alla volta.
— Oh! non c’è furia, mia cara Rosa; i nostri tulipani non devono essere interrati che di qui a più di un mese, cosicchè voi vedete bene che abbiamo del tempo d’avanzo. Solamente per piantare il vostro tallo seguirete tutte le mie istruzioni, eh?
— Ve lo prometto.
— E una volta piantato, mi terrete in corrente di tutte le circostanze che possano interessare il nostro allievo, come cangiamenti atmosferici, orme nelle viottole, orme nelle caselle. Ascolterete la notte se il nostro giardino fosse mai frequentato da gatti; chè due di questi tristi animali mi hanno in Dordrecht rovinato due caselle.
— Ascolterò.
— I giorni di lunazione.... Avete veduta sul giardino, mia cara ragazza?
— Vi dà sopra la mia finestra di camera.
— Buono! I giorni di lunazione guarderete se dai buchi del muro escono dei topi, che sono rosicatori terribili; ed ho veduto alcuni tulipani sfortunati rimproverare bene acremente il patriarca Noè per aver messo una coppia di topi nella sua arca.
— Guarderò, se vi sono gatti, topi...
— Bene, e avvisarmene. In seguito, continuò Van Baerle divenuto sospettoso dacchè egli era in prigione: in seguito avvi un animale più terribile ancora del gatto e del topo!
— E qual’è?
— È l’uomo! Voi capite, cara Rosa, che si ruba un fiorino, e si risica la galera per una simile miseria; a più forte ragione si può rubare un tallo di tulipano, che vale centomila fiorini.
— Nessuno fuorchè io entrerà nel giardino.
— E me lo promettete?
— Ve lo giuro!
— Bene, Rosa! grazie, cara Rosa! Oh! dunque ogni contentezza mi viene da voi!
E siccome le labbra di Van Baerle ravvicinavansi alla graticola col medesimo ardore della sera innanzi, e che d’altronde era giunta l’ora di ritirarsi, Rosa allontanò la testa e allungò la mano.
In quella mano gentile, di cui la birichina aveva una cura tutta particolare, era il tallo. Cornelio le baciò la punta delle dita; e perchè? Perchè forse quella mano teneva il gran tulipano nero? Perchè forse era la mano di Rosa?
Lasciamo ciò a indovinare ai più sapienti di noi. Rosa si ritirò con gli altri due talli, che serrava contro il suo petto.
Ma serravali contro il suo petto, perchè fossero i talli del gran tulipano nero, o perchè fossero di Cornelio Van Baerle?
Questo punto, a nostro credere, sarà più facilmente spiegabile dell’altro. Comunque fosse, a partire da questo momento la vita divenne dolce e piena pel prigioniero. Abbiamo visto che Rosa aveagli restituito un tallo.
Ogni sera ella portavagli una manciata di terra della porzione del giardino, la quale egli aveva ritrovata migliore, e che difatti era eccellente.