Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)
Part 8
[258] STRAB., IV, 1, 6; 9; 2, 1; 12 sgg.; 3, 2; 5; NOËL, op. cit., 76 sgg.; MAYR, op. cit., 127 sgg.
[259] STRAB., IV, 1, 6; 12; 3, 2.
[260] STRAB., 5, 1, 11; BEER, op. cit., 1, 103. La crescente importanza commerciale della Gallia Cisalpina (e della Transalpina) risulta altresì dal numero delle corporazioni industriali ivi costituite. Cfr. WALTZING, _Étude hist. sur les corporations professionelles chez les Romains_, Louvain, 1895-900, II, pp. 158-59; BLÜMNER, op. cit., 98 sgg.
[261] STRAB., 3, 2, 8; BLÜMNER, op. cit., 127 sgg.; _Hispania_, in _Diz. epigr._ di E. DE RUGGIERO, 780 sgg.
[262] PLIN., _N. H._, 3, 7; 18.
[263] Sull’importanza dell’Africa settentrionale, rispetto a Roma, cfr. BOISSIÈRE, _L’Algérie romaine_, Paris, 1883, pp. 45-47, 56 sgg. G. BOISSIER, _L’Afrique romaine_, Paris, 1895, 136 sgg., 147. Su l’opera spiegata dai Romani in Africa, cfr. J. TOUTAIN, _Essai pour l’histoire de la colonisation romaine dans l’Afrique du nord_, Paris, Fontmoing, 1896.
[264] MANZI, _Il commercio in Etiopia dai primordî alla dominazione musulmana_, 1886, pp. 99 sgg., 113 sgg.
[265] STRAB., 4, 5, 3; [EUMEN.], _Paneg. Constantio_, 9, 11; CUNNINGHAM, _Lo sviluppo della industria e del commercio inglese_ (trad. it. in _Bibl. Stor._ ec., VI), pp. 55-56.
[266] BEER, op. cit., 1, 105.
[267] DIOG. LAERT., 5, 75. Le entrate di Atene tornano adesso a risalire a circa 1200 talenti (DURIS, in _F. H. G._, II, p. 475, ed. Didot).
[268] XEN., _De vectig._, I, 6.
[269] BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 286-87 (1ª ed.).
[270] BELOCH, op. cit., III, 1, 279 e fonti citate (1ª ed.).
[271] FRANCOTTE, _L’industrie en Grèce_, I, 45-46; GLOTZ, _Le travail dans la Grèce ancienne_, pp. 395-400.
[272] HÜLLMANN, op. cit., 253 sgg.
[273] BLÜMNER, _Die gewerbliche Thätigkeit_, p. 49.
[274] Op. cit., 78, 83.
[275] Op. cit., 87.
[276] Op. cit., 90.
[277] PLIN., _N. H._, 36, 4, 9.
[278] BLÜMNER, op. cit., 67-68, 87.
[279] Nel II secolo a. C. esse importano cereali; cfr. POL., 4, 38, 5. Sui prezzi dei cereali in Egitto nel periodo Tolomaico, cfr. WILCKEN, _Ostraka_, I, 667 sgg.
[280] GLOTZ, op. cit., 415.
[281] POL., 20, 6, 5-6; DICEARCH., I, 14-15 (in _Geogr. Gr. minores_, I, p. 103, ed. DIDOT).
[282] GLOTZ, in _Journal des Savants_, 1913, pp. 259-60.
[283] BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 319-21 (1ª ed.); si confrontino i prezzi del periodo precedente, indicati dal BELOCH stesso (op. cit., III, 1, 356-57, 2ª ed.). È strano perciò rilevare come questo storico concluda che «in generale la vita, nell’età successiva ad Alessandro, non divenne più cara».
[284] Cfr. LIV., 42, 5; POL., 15, 1 sgg.; 20, 6, 3.
[285] BEER, op. cit., 1, 103 sgg.
[286] HÜLLMANN, op. cit., 114 sgg.
[287] MAYR, op. cit., 47-48.
[288] MOMMSEN, op. cit., 270. Cfr. LEGER, _Les travaux publics au temps des Romains_, Paris, 1875, pp. 179 sgg.; BERGIER, _Hist. des grands chemins de l’Empire rom._, Bruxelles, 1728, I _passim_.
[289] Sulla pirateria nei secoli II-I a. C., cfr. _I. G._, XII, 2, 860 (= _C. I. Gr._, 2335), 1, 8; CIC., _De imp. Cn. Pomp._, II, 31-32; APP., _Mithr._, 63; sul brigantaggio terrestre, cfr. STRAB., 12, 8-9.
[290] NOËL, op. cit., 75, 84.
[291] MEYER, _Die wirtschaftliche Entwickelung d. Altertum_ (in _Jahrbuch f. Nationalökon_, ecc., 1895 p. 728); MAYR, op. cit., 114, 116, 136; BEER, op. cit., II, 25-26.
CAPITOLO TERZO.
LA CONQUISTA ROMANA
La conquista.
La Grecia libera non aveva saputo far degno uso della propria libertà. Essa aveva bruciato a tutti i suoi capi la propria esistenza storica. La Grecia del periodo ellenistico, ossia la Grecia dei secoli IV-II a. C., aveva subito i terribili contraccolpi dell’immenso rivolgimento economico che s’era operato nel mondo antico. A mezzo il II secolo la Grecia sopporterà, invocherà, anzi, la conquista romana, e per essa getterà via l’indipendenza, che tanto le era stata cara e alla quale numerosi beni aveva fin ora sacrificati.
Pur troppo, il mutamento non le sarà apportatore di fortuna. La Grecia diventava provincia romana in un momento critico della storia della grande Città laziale, ora assurta alla onnipotenza di metropoli mediterranea. La Grecia diventava schiava per sempre nell’atto stesso in cui Roma usciva da un periodo veramente grave della sua istoria: da una insurrezione generale dei Paesi mediterranei, che per circa mezzo secolo (dal 201 al 149) essa si era illusa di dominare con l’esercizio di una mite, indiretta, egemonia. A un tratto il grande sogno dei suoi maggiori politici — dei Flaminini, degli Scipioni — era crollato. Le più remote e diverse contrade del mondo mediterraneo le si erano rivoltate tutte insieme, come al richiamo di un segnale convenuto — e le due Spagne, e Cartagine e la Macedonia, e la Grecia —, e l’avevano inchiodata alla croce di una guerra quasi ventennale, che, come la Seconda Punica, era tornata a devastare le risorse della Repubblica, e più volte aveva messo in pericolo il destino di un impero faticosamente conquistato. Appunto per questo Roma, adesso, abbandona ogni pietà, e non esita a schiacciare la rivolta — ferocemente — col flagello e con la spada, col ferro e col fuoco. Sotto la raffica della sua implacabile vendetta si abbatterono Cartagine, Corinto, Numanzia. N’è consigliero, e artefice, al tempo stesso, il più mite, il più squisito degli spiriti dei Romani del tempo — Scipione l’Emiliano —: segno che non era più lecito condursi in modo differente. Pur troppo, è nelle mani di questa implacabile e feroce virago, odiatrice del molle ellenismo di cinquant’anni prima, che cade ora, anch’essa, la Grecia, vinta a Scarfea e a Leucopetra, schiantata a Corinto, e per oltre un secolo espierà sanguinosamente tutte le imprudenze e le leggerezze passate[292].
Ma la Grecia — e non soltanto quella balcanica — ha altresì la sventura di passare sotto il dominio di Roma, allorchè nella società italica si è già compiuta una trasformazione profonda, che, con le sue ripercussioni farà sanguinare tutte le province romane, sino al giorno, che ormai sembra follia sperare, dell’avvento dell’Impero.
Ed infatti, l’Italia del II-I sec. a. C. è un Paese, nel quale le antiche occupazioni indigene sono state abbandonate, quasi del tutto, per sempre. Le vecchie forme dell’agricoltura sono andate in rovina; l’introduzione della mano d’opera servile, che le guerre gigantesche hanno fornito in gran copia; le guerre stesse, che hanno distrutto la piccola e media proprietà; le devastazioni annibaliche; la concorrenza dei prodotti di province assai più ricche e feconde: queste ed altre cause minori hanno fatto sì che la tradizionale agricoltura italica perisca. La grande crisi, di cui l’età dei Gracchi ci sarà testimone, è la conseguenza di un così molteplice processo. Nè più l’Italia riesce a ripiegarsi verso la terra. Le province, il commercio, la speculazione sono ora motivi più lucrosi di guadagno, e per essi l’antica Italia agricola diventa quello che suol dirsi un grande Paese mercantile[293]. È l’età in cui prorompe — talora, per vie coperte, tal’altra sfacciatamente —, ai primi posti della vita pubblica, quella classe che sarà detta dei cavalieri, ossia dei capitalisti, dei nuovi arricchiti.
Sorte non diversa dell’agricoltura subiscono le manifatture e le industrie proprie della vecchia Italia — l’Italia etrusca e greca —, la cui tradizione non si era mai perduta fino a Q. Fabio Massimo e al primo Scipione. Prevale ora, su tutto, la frenesia della speculazione e del commercio; trionfa, su ogni altra classe sociale, la così detta plutocrazia, produttrice di ricchezza, ma di preferenza speculatrice sulla produzione altrui, talora a danno di questa produzione medesima, ed essa lega, trascina, verso quelli propri, gl’interessi della maggior parte della società romana[294], e nelle sue mani stritola il mondo intero, che da Roma dipende, e che a Roma essa finisce di asservire.
In questa situazione di spiriti e d’interessi ha radice l’imperialismo, politico ed economico, romano, che si disfrenerà implacabile fin dalla metà del sec. II a. C., ma in modo particolare nel secolo successivo, da Sulla a Cesare, nell’età delle grandi guerre orientali, mitridatiche, civili, galliche. In tutto questo periodo, mentre i generali romani e i capipartito guideranno gli eserciti: mentre decine di migliaia di soldati mercenari combatteranno contro i nemici di Roma o contro quelli del loro duce improvvisato, si formerà il concetto e si stabilirà saldamente la pratica, che tutto il carico della guerra e dell’impero, tutto il privilegio e il capriccio di Roma e dell’Italia romanizzata devono pesare sui provinciali.
Nel pieno cuore di questa età procellosa cade l’ingresso della Grecia nel novero delle province della Repubblica.
Le contrade greche cominceranno ad apprendere da Sulla, durante la prima guerra mitridatica, quanto costi l’orgoglio del dominio romano. Al generalissimo, intento all’assedio di Atene, la Beozia sarà costretta a spedire ben 10.000 muletti carichi di provvigioni; l’Attica, e la Megaride, a fornirgli il legname delle foreste abbattute; i templi di Epidauro, di Delfo, di Olimpia, a vuotarsi dei tesori, accumulati faticosamente per secoli, nella gloria di lui e del popolo romano. Più tardi, allorquando, durante la seconda guerra civile, Pompeo con uno sforzo supremo s’accingerà a contrastare il passo al fortunoso e audace avversario, tutta, o quasi, la Grecia dovrà donargli il suo sangue migliore: e le Cicladi, e Corcira, e Atene, e la Beozia, e la Focide, e la Tessaglia, e l’Epiro, e Creta; e tutte le città verseranno somme considerevoli nel grembo del generale romano, un tempo più felice di Sulla, ora flagellato crudelmente dalla fortuna[295]. La nuova guerra civile dei triumviri, Ottaviano ed Antonio, contro gli uccisori di Cesare, farà di nuovo contorcere la Grecia in uno spasimo di disperazione. La Grecia aveva favorito la riscossa dei tirannicìdi del 15 marzo 44. Or bene, dopo Filippi, i vendicatori dell’eccidio di Cesare dichiareranno, è vero, di volersi mostrare clementi. Ma uno di essi, Marco Antonio, si farà ripagare la propria personale generosità con circa un milione di lire, quale strana dotazione di un suo eccentrico fidanzamento con la dea protettrice della città di Atene....[296]. Ma egli stesso si ricorderà bene dei torti, un giorno condonati alla Grecia, dieci anni dopo, alla vigilia della guerra di Azio. Allora Antonio mancava di rematori per le sue navi; farà quindi catturare, per ogni parte dell’Ellade, i viaggiatori, i mulattieri, i mietitori e quanti potevano essere atti al mestiere dei remi[297]; mancava di vettovaglie per l’esercito e per la flotta, mancava di bestie da soma e di schiavi pei trasporti; saranno quindi gli abitanti, a colpi di flagello, obbligati a trasportare a braccia, e non per una volta soltanto, il grano occorrente ai suoi uomini[298].
L’uragano devastatore si placherà in sullo scorcio dell’ultimo secolo innanzi l’êra volgare; ma allora esso avrà schiantato e distrutto, per gran parte, la ricchezza, la vita, l’onore di tutto il mondo, da Roma trionfalmente asservito, con la violenza delle armi o con l’abilità della diplomazia.
I divoratori delle provincie.
L’organizzazione delle province, escogitata dalla Repubblica romana, fu, teoricamente — senza dubbio — migliore della sua trista fama. Le province pagavano imposte dirette — decime e _stipendia_ —; pagavano numerose imposte indirette, i cui proventi, però, venivano ora impiegati, non più a beneficio della regione, ma a vantaggio del lontano fisco romano. Ma il terribile male, di cui soffrirono le province, non istava nella teorica norma legislativa, sibbene negli abusi — infiniti — di coloro che erano delegati ad eseguirla o di quegli altri, che speculavano sulla esecuzione.
Fra i primi figurano, e al primo posto, i governatori. I governatori si recavano in provincia, dopo avere speso somme enormi per conquistarsi, attraverso lunghi anni, la popolarità, per varare le loro gratuite magistrature di questori, pretori, consoli, per averle esercitate con dignità, o, più spesso, con isfarzo. La provincia quindi doveva essere, per loro, il campo opimo di risarcimento e di rifacimento di tutti i loro dispendi, troppe volte, anzi, di tutti i loro sperperi. E colà, armato di un potere assoluto — vicereale — esente da tutte le limitazioni, che incombevano sui magistrati in Roma, il governatore romano non esitava a speculare e a frodare sui suoi amministrati, a proposito di ogni cosa e di tutto: dell’acquartieramento delle truppe, dell’alloggio, dovuto o preteso per lui stesso, pei suoi impiegati, pei suoi aiutanti, pei suoi medici, pei suoi sacerdoti, delle requisizioni, della ripartizione e della percezione delle imposte, dei giudizi, dei testamenti, delle opere militari.... Perciò vediamo Cicerone, dopo il governo della Cilicia — un proconsolato, che, rispetto alle consuetudini del tempo, passò come uno dei più singolarmente onesti — riportare in patria un guadagno netto di circa mezzo milione di lire[299]; Verre, che fu un tipo, e non, come erroneamente si crede, un’eccezione[300], riportare dalla Sicilia circa 10 milioni[301]; Sallustio, il moralissimo Sallustio, rovinato dai debiti di una vita dissipata, preposto, nel 46 a. C., da Cesare all’amministrazione della Numidia, o, come si esprime un antico, più propriamente, alla rovina di quel Paese[302], dopo due anni di governo, tornare a Roma quasi impacciato dalle proprie ricchezze, a edificarvi un palazzo senza rivali, a piantarvi giardini, l’uno e gli altri giudicati, più tardi, degni del soggiorno imperiale, e le cui terme, gli acquedotti, il tempio, il Circo, le statue, i colonnati ci offrono ancor oggi, coi loro ruderi, un esempio dei più mirabili monumenti dell’arte antica.
«È difficile dire», esclamava una volta Cicerone[303], «fino a qual segno noi siamo odiati dai provinciali a motivo dell’ingordigia e dell’iniquità dei magistrati, che abbiamo in questi ultimi anni delegato al loro governo. Quale tempio ha loro imposto rispetto? Quale città è stata per essi sacra? Quale domicilio, sbarrato a sufficienza? Le città, un tempo ricche e prospere, sono da costoro ricercate in modo speciale, e ad esse si muove guerra per aver campo di poterle saccheggiare».
Ma Cicerone si riferiva all’esercizio normale del governo delle province, allorquando tutti i mali, di cui queste soffrivano, dipendevano solo dall’applicazione rigorosa del concetto, essenzialmente romano-repubblicano, che ai magistrati inviati da Roma toccava affermare, in tutta la sua assolutezza, il dominio della città ch’essi rappresentavano[304]. Di assai peggio toccò alle province tra l’infuriare delle numerose guerre civili, allorquando, venuto meno ogni freno giuridico, sia pur nominale, i luogotenenti della Repubblica, operavano ciascuno per proprio conto, a null’altro mirando che ad eccitare, ad esaltare la bravura dei soldati, ad accaparrarsi a qualsiasi prezzo la loro fedeltà, a procurarsi gl’istrumenti necessari della vittoria o della salvezza.
La conquista divenne allora un vero e proprio flagello, e l’amministrazione, un bottino, sistematicamente organizzato.
Sarà questo il tempo in cui Cesare largirà a ciascuno dei suoi veterani 2.000 sesterzi e 300 a ciascun cittadino romano, che volesse serbarsi neutrale; il tempo in cui salderà le spese occorsegli durante la terza fase della seconda guerra civile, imponendo ai senatori pompeiani di Utica il tributo di oltre 25 milioni di lire e vendendo all’asta pubblica un milione di Galli; il tempo in cui egli stesso potrà versare nelle casse dello Stato 150 milioni e, nel suo tesoro privato, 20 milioni di lire. Sarà questo il momento in cui lo stoico e morigerato Cassio caverà dal miglior sangue e della Giudea, un tributo di ben 4 milioni, e poichè quei debitori, improvvisati d’ufficio, non si sbrigavano, ordinerà la messa all’incanto di ben quattro città[305].
Tutto ciò, senza calcolare i profitti privati dei legionari e degli ufficiali, i gravami straordinari per esaudizioni di voti, per allestimenti di giuochi pubblici, per nuove costruzioni edilizie; tutto quel contorno di fuochi di gioia, che, volta per volta, accompagnavano l’ebbrezza della vittoria, i fumi del trionfo, e spremevano lagrime di sangue dalle pupille inaridite dei provinciali.
Nè il governatore era solo. Con esso accorreva nella provincia un largo e numeroso stuolo di _legati_, questori, prefetti, interpreti, littori, mezzani elettorali, amici, «gente tutta egualmente affamata, cui la provincia doveva fare o rifare un patrimonio e per cui doveva rappresentare quasi un’oasi, nella quale, non solo si avevano a godere tutti i possibili diletti, ma si dovevano eziandio fare le provvigioni ed i rifornimenti per proseguire a miglior agio il lungo cammino della vita pubblica e dell’esistenza»[306].
Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta, d’intermediari fiscali, che furono in provincia i _pubblicani_. Roma antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio, e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così detti _pubblicani_. Era quindi naturale che costoro, forti della loro qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno, in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano finora soggiacere.
Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà: «Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento, o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per gli alleati»[312].
Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci, i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema, questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta, sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313]; così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314], l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine, l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale sino allo Zanzibar e alle Indie[316].
Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare, tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata ricchezza[317].
La consorteria dei dominatori.
Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica. Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei _cives romani_ furono identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318], e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della loro non difficilissima probità amministrativa.
E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio, a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati, «le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque, i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un uomo crudelissimo, che ha _assassinato, derubato, ruinato innumeri liberi, madri, cittadini romani_, che ha devastato intere contrade, _uno scimmione feroce, un uomo vilissimo_.... Che cosa risponderò a coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli, i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319]. Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi, non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena volontà del sollecitatore: «_Faciam omnia sedulo quae te sciam velle_....»[320].
Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro, e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale. Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].