Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)

Part 7

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Dall’Oriente affluiva la più abbondante e svariata copia di prodotti e di manufatti, ai quali soltanto era dato placare la febbre di lusso e di piacere, da cui fu invasa la metropoli del mondo, erede delle monarchie e delle Corti dei successori di Alessandro[250]. Di là provenivano l’incenso, la cassia, la senna, le resine, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zucchero, il riso, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, gli opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, l’avorio, l’indigo, l’anice, le mussoline, l’ebano, il legno di _teck_, il marmo, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina[251].

Al paragone di tanto ben di Dio, la Grecia, non offriva che del marmo e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario[252]. Oltre cento milioni di sesterzi, pari a 20 milioni di lire-oro, escivano ogni anno dai forzieri romani, pigliando il volo per le Indie e per la Serica, all’acquisto e all’importazione delle perle[253]; cinquanta e più, per i rimanenti prodotti[254], ed essi non costituivano che il saldo in moneta dell’importazione dell’Impero, non coperta dalle sue esportazioni in Oriente.

E in che cosa consisteva codesta esportazione? Essa consisteva, in massima parte in produzioni dell’Europa occidentale, quali il piombo, il rame, lo zinco, l’argento[255] ed in altre che venivano fornite dallo stesso Egitto. Per tal modo l’Egitto, che disponeva delle principali vie dell’Oriente: l’Egitto, che ne aveva quasi monopolizzato il commercio, era anche la provincia che forniva a Roma buona parte dei mezzi con cui pagare le sue costose importazioni orientali. Dall’Egitto il commercio romano spediva in Cina manufatti di vetro, in Arabia e in India stoffe sontuose, broccati, bronzi, strumenti musicali, nonchè, probabilissimamente, lo splendido materiale da costruzione fornito dalle sue cave, quali il granito di Siene, la breccia verde della regione di Koser, il basalto, l’alabastro, il porfido. Quali vantaggi al confronto poteva fornire la Grecia europea?

Roma e il nuovo Occidente romano.

Ma un rivolgimento economico, assai simile a quello che la conquista di Alessandro aveva determinato in Oriente, comincia, un secolo e mezzo più tardi, verso la metà del sec. II a. C., a disegnarsi, anche nell’Europa occidentale, sin adesso barbarica.

Mentre Alessandria e l’Oriente si popolano di uomini e di ricchezze, nuovi centri di produzione, di commercio, d’industria balzano fuori dall’ombra che fin adesso ha velato l’orizzonte dell’Europa. Dalla distruzione di Cartagine, nel traffico del bacino occidentale del Mediterraneo e dell’Atlantico, la greca Marsiglia era poco a poco sottentrata ai Fenici d’Africa. Essa commercia in loro vece con la Gallia, con la Bretagna, con le isole Cassiteridi: stanzia nuove colonie, inaugura industrie di metalli, fabbriche d’armi, arsenali[256] e assurge all’onore d’essere definita l’Atene della Transalpina, sì che, in sui primi anni dell’êra volgare, sebbene già in parte travolta dall’onda fatale della decadenza, occuperà con la sua grande ombra il quadro, che il geografo Strabone verrà abbozzando dell’antica Gallia meridionale[257].

Con Marsiglia si ha ora tutta una fioritura economica, chè sorgono quivi Arles, Bordeaux, Nîmes, Forum Julii, Tolosa, Lione[258], sovra ogni altra, Narbona, fra non guari emporio di tutta la Gallia[259], la quale fornisce carni, pesci salati, pelli, miele, lino, legname da costruzione. Più a oriente, la pianura padana, l’antica Gallia Cisalpina, entra ora nel gran mare della civiltà mediterranea. La Cisalpina è, in sullo scorcio di Roma repubblicana, una delle poche regioni italiche, in cui l’agricoltura continui a fiorire e l’industria proceda con passo sempre più rapido. Ivi Piacenza, Cremona, Parma, Padova, Modena, Bologna, Ravenna, forniscono, e continueranno per gran tempo a fornire l’Italia imperiale di tessuti di lana, di tele, di tappeti, ecc.[260]. Più a sud, la Spagna, per la cui conquista Roma aveva sì a lungo guerreggiato e sofferto, comincia ora a versare in larga copia i suoi beni: il suo olio, il suo vino, i suoi cereali, il suo miele, la sua pece, il suo cinabro, il suo rame, il suo piombo, il suo oro, il suo argento, il suo stagno, nonchè a lavorare il lino e i metalli[261]. Anche qui, come in Oriente, i centri cittadini divengono presto numerosi, e Plinio, in sullo scorcio del primo secolo dell’êra volgare, vi menzionerà più che 330 città maggiori e 293 minori[262]. Più a sud ancora, al di là delle oramai violate Colonne d’Ercole, Roma aveva scoperto la Numidia e la Mauretania, le terre classiche, insieme con l’Egitto, dell’orzo, del finimento, di tutti i cereali, donde essa trarrà quattro dei milioni di grano che le occorrevano per approvvigionare l’Italia. Poichè l’Africa, dunque, era considerata dal governo romano come l’alma donatrice del pane cotidiano all’Italia, Roma si studierà di suscitarne la ricchezza con le cure più meticolose, con un regolare rimboschimento, con grandiose opere idrauliche, che ancor oggi sfidano la devastazione dei secoli[263]. Oltre che cereali, l’Africa settentrionale maturava l’uva, l’ulivo, le classiche mele puniche; produceva cotone, sparto, giunco, canne, fichi, mandorli, palme, melagrani; celava nelle sue viscere marmo e allume e, attraverso il suo territorio, dall’Etiopia e dalle più recondite contrade del misterioso continente africano, era possibile ricavare altri metalli e altre pietre preziose, polvere d’oro, bestie feroci, carichi umani di negri e di schiavi[264]. E anche qui, disseminate sur un Paese gravido di storia, che darà all’Impero le intelligenze migliori, e alla civiltà, i suoi maggiori apostoli, tornano ora a brillare, come fari d’improvviso riaccesi, le antiche città numide e fenicie romanizzate, porti, fattorie, mercati, centri di studi e di piaceri: _Caesarea_ (Cherchell), _Cirta_ (Costantina), Lambesa e, sovra tutte, la nuova Cartagine, risorta, al pari della mitica Fenice, rigogliosa dalle sue ceneri e di cui un retore avrà a dire che contendeva il primato ad Alessandria e ad Antiochia, e rimaneva inferiore soltanto a Roma.

Dai Paesi mediterranei la luce della civiltà irradia ora sull’Europa settentrionale. A nord, al di là di quella felice Gallia Transalpina, che la spada di Cesare aveva dischiuso a Roma, e su cui la lungimirante accortezza di Augusto aveva fermato l’attenzione dell’Impero nascente, la lontana Britannia comincia a discoprire le sue risorse, le quasi sconosciute ricchezze naturali — il piombo, lo stagno, il rame, il ferro, l’elettro, perfino (incredibile!) il frumento — e comincia a lavorare l’avorio, a produrre collane, vasi di elettro e di vetro[265]. Man mano che gli anni passano, e che la civiltà romana lavora più a fondo l’Occidente, la vecchia, barbarica Europa celtica, fino al confine estremo della Germania, rivela i suoi tesori nascosti, disvela le sue produzioni ignorate, mette ogni giorno più in valore la sua attività produttrice. E Roma, l’Augusta Signora dell’universo, appresta alle mutate condizioni le nuove vie del traffico internazionale.

Le strade più battute, fra le mediterranee, saranno, fin dal primo secolo dell’êra volgare, quelle, che, da Dicearchia o da Ostia, condurranno a Marsiglia, in Gallia, o a Cadice in Spagna, o le altre che da Pozzuoli per Messina proseguiranno alla volta della provincia d’Africa o dell’Egitto. Ma assai più importanti divengono ogni giorno le linee del traffico romano dei Paesi dell’est. Durante la Repubblica avevano dominato due linee terrestri attraverso l’Asia Minore. La prima, costeggiando le rive del Mar Nero, penetrava nell’Asia nord e centrale; l’altra si dipartiva dall’Eufrate per Mazaca, Apamea e Laodicea, fino ad Efeso, recando i prodotti naturali e industriali della Caldea, della Fenicia, della Siria, della Persia e dell’India, che colà attendevano d’essere alla loro volta caricati e trasportati in Italia[266].

Ma già, fin dagli ultimi anni della Repubblica, s’era cominciato a seguire una terza linea di comunicazione fra l’Occidente e l’Oriente, quella di Alessandria, la città che, dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, accoglierà il maggior nerbo del commercio romano-orientale. Questa linea procedeva per terra o per mare. Per terra, era continuata da altre vie, fluviali e terrestri, attraverso l’Egitto, l’Arabia, fino alle Indie, a loro volta rotte e diramate a seconda delle occorrenze e delle destinazioni. Per mare, essa costeggiava tutta l’Asia sud-occidentale, e, grazie alla migliore navigabilità del Nilo e al più breve tragitto terrestre, era facilmente prevalsa sulle più antiche comunicazioni fra l’Europa e l’Oriente. Meglio ancora, ottant’anni circa dopo la conquista romana dell’Egitto, ai navigatori toccava la buona fortuna di scoprire i mussoni di nord-est e di sud-ovest. Una nuova linea, senza confronto più rapida e più agevole, si schiudeva così fra l’Africa e l’India; il commercio occidentale la ricalcherà senza interruzioni per ben quattordici secoli, ed essa ribadirà la soggezione economica di Roma all’Egitto, e quella del mondo intero all’una ed all’altro.

D’altro canto, l’Impero cessa di servirsi dei porti greci di transito per l’Oriente di cui s’era servita la Repubblica. L’Impero rivolge ai porti italici della costa occidentale della penisola Balcanica gli estremi residui del traffico greco con l’Asia. Non soltanto, dunque, l’Oriente ellenizzato, ma anche Roma e il nuovo Occidente romanizzato strappano alla Grecia la corona dell’antica gloria, la ricacciano in sempre più angusti confini, e finiscono col concludere definitivamente un fatale processo, che altri eventi memorandi avevano iniziato.

La nuova situazione della Grecia nel mondo.

La Grecia classica non ha a tutta prima la sensazione dell’abisso, in cui il nuovo rivolgimento del mondo la trascina. A tutta prima, l’inopinato rifiorire del vecchio Oriente sembra apportarle del bene. Il nuovo Paese, che sorge d’improvviso alle sue spalle, mancante di tutto e di tutto bramoso, par che ridesti la sua dormiente attività, che ridoni nuovi sbocchi e nuove clientele ai suoi mercati. Nei dieci anni di pacifico governo di Demetrio il Falereo, dal 317 al 307, rivive in Atene, ancora una volta, lo splendore di tempi oramai trapassati[267]. Non è solo il buon governo del suo improvvisato signore a colorare di luci rosee quel tramonto, che pure ha le sembianze di una nuova aurora. È il reflesso mendace del primo irradiarsi dell’ellenismo sul mondo. D’altro canto, l’acuta penuria di terre, di lavoro, l’eccesso di popolazione, di cui fin ora la Grecia ha sofferto, sembrano alleviarsi. Gli emigranti, che si recano all’estero, vendono a buon prezzo le loro terre; molte famiglie in patria inaridiscono, si spengono, e i loro beni vanno a ingrossare il patrimonio dei congiunti dei rami collaterali. Ma, appena le grandi città ellenistiche hanno oltrepassato il breve periodo critico dell’adolescenza, le concepite illusioni sfioriscono una dopo l’altra. Se finora Atene, come un dì la magnificava Senofonte[268], è stata l’umbilico del mondo civile, e le sue navi hanno potuto con eguale facilità toccare la Sicilia greca, la greca Napoli, il medio Adriatico, le città tracie, la Cirenaica, l’Asia Minore, Cipro, ora non più! Ora il mondo si è disteso assai più ad Oriente di un tempo. Ora Atene non è al centro, ma in un angolo dell’antico _oichouméne_[269]. Il nuovo ordito stradale, che i sovrani ellenistici vanno allacciando, consolida questa inferiorità, ch’è poi, in fondo, l’inferiorità di tutta la Grecia classica, dalla quale non si salvano che per breve ora alcune sue stazioni isolate: Corinto, grazie alla sua incomparabile situazione di regina di due mari e al suo privilegio di residenza greca dei monarchi macedoni[270], Rodi e qualcuna delle città costiere dell’Asia Minore, grazie alla minor distanza dal cuore del nuovo mondo[271]; poi, dopo la violenta, romana decapitazione di Corinto e di Rodi, Delo, diventa centro vitale del commercio italico nell’Egeo[272]. Ma non si tratta di splendori durevoli, nè di nuovi grandiosi centri di produzione o di civiltà, sibbene di effimeri porti e di stazioni marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell’Occidente e dell’Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di prodotti altrui.

Le stoffe seriche, fin ora uscite dalle frequenti fabbriche di Coo, scompaiono poco a poco dinanzi all’affluire di quelle che provengono dall’Estremo Oriente[273]; l’Argolide e la Laconia chiudono, una dopo l’altra, le sonanti fabbriche di armi[274]; le miniere, di ferro e di rame, dell’Eubea vengono abbandonate[275]; l’arte del bronzo e delle chincaglierie si spegne in quella Egina, che ne era andata per secoli gloriosa[276]; le officine artistiche di Sicione si fanno deserte[277]; Atene — la stessa Atene — abbandona per sempre le sue ricche miniere di Laurio e le secolari industrie ceramiche[278]. Di quali materie — ripetiamo —, di quali prodotti naturali, di quali speciali attività poteva la Grecia disporre, che la mettessero in grado di resistere alla nuova concorrenza dell’Oriente e dell’Occidente?

Per altro lo sforzo stesso della conquista di un mondo nuovo si è rivolto contro il vecchio mondo, che l’ha intrapresa e miracolosamente condotta a termine. Le grandi e medie proprietà, che in Grecia ora si ricostituiscono, finiscono col mancare di braccia, e i loro prodotti non trovano più compratori. Per tal modo l’agricoltura, viene man mano abbandonata e cede il posto alla pastorizia o al deserto. È lo spettacolo, che offrono la Tessaglia, l’Attica, e, in modo ancora più impressionante, l’Eubea. Anche le città greche del Mar Nero, un giorno opulente esportatrici di cereali, prive della loro clientela, battute dalla insuperabile concorrenza dell’Egitto, dell’Africa e del nuovo Occidente, riducono poco a poco le tradizionali colture[279].

I piccoli proprietari vanno in rovina, e sono costretti a vendere il loro boccone di terra, ad emigrare, o ad arrolarsi quali mercenari. Taluni cedono altrui la propria terra, e restano come fittavoli sul podere, che un tempo era stato dei loro padri, o pigliano in fitto le terre, che i grandi proprietari o i templi pongono in aggiudicazione. Ma la terra non rende più. Il fitto ingoia il ricavato della vendita dei prodotti. È il fenomeno di cui ci sono documento terribile i conti dei beni del tempio di Delo nel periodo ellenistico[280]. Così i nuovi fittavoli precipitano tra la folla dei debitori; il loro raccolto è sequestrato; il lavoro dell’anno successivo, ipotecato dai debiti e dai suoi gravosi interessi.

Di contro a questa poveraglia rurale, andata in rovina, i pochi fortunati grandi proprietari del tempo passano la loro vita, come i baroni medioevali, banchettando e bevendo, litigando a mano armata o ricercando i più bassi godimenti, bramosi di scordarsi nell’ebbrezza delle miserie che li circondano, dei pericoli che li attendono[281].

Un fenomeno analogo ricorre nell’industria. Le officine si sono chiuse, e gli schiavi operai sono stati ridotti di numero. Ma non ci sono più operai liberi. Essi sono quasi tutti emigrati, e gli industriali non possono mai sapere se i pochi superstiti rimarranno al loro servizio fino al termine del lavoro intrapreso. Manca il lavoro e manca, al tempo stesso, la mano d’opera. I salarî sono assai più bassi che nel periodo classico[282], e intanto la messa in circolazione delle ingenti riserve auree dell’Oriente ha provocato una diminuzione della potenza di acquisto della moneta, ossia un accrescimento generale dei prezzi. Si hanno, nel IV-III secolo a. C., sensibili rincari dei cereali, del vino, dell’olio, del bestiame[283], e, in corrispondenza, di tutti gli altri generi, senza che il Paese trovi in se medesimo la forza di rimediare, giacchè, pur troppo, contemporaneamente, si svolge l’altra, parallela crisi, commerciale e industriale, e infieriscono ovunque le crudeli guerre dei Diadochi e degli Epigoni.

Quell’impoverimento, quell’indebitamento generale della Grecia nei secoli IV-III, che noi abbiamo visto dipendere da tante altre cause, e che continuerà ad essere il tratto caratteristico dell’economia del Paese nei due secoli successivi[284], dipende anche da questa impossibilità di lavorare, di guadagnare, di vivere.

Tale è la Grecia, nella quale, a mezzo il II secolo a. C. s’abbatte la nuova egemonia mediterranea romana, per assestarle l’ultimo colpo: sola, povera, relegata in un angolo del mondo, tagliata fuori dalle grandi arterie commerciali, vuotantesi d’uomini e di energie, invasa già dal rigore e dal gelo della morte. Nelle frequenti menzioni di Paesi, d’ora innanzi in rapporti commerciali con Roma, la Grecia non serba più che l’ultimo posto. Roma commercerà con la Sicilia, l’Africa, le regioni dell’Europa settentrionale e occidentale, l’Arabia, la Siria, la Persia, le Indie; poco o nulla con la patria di Epaminonda e di Temistocle[285]. Tutti i Paesi, un tempo soggetti all’impero del commercio ellenico, le coste dell’Egeo e del Mediterraneo, la Spagna, l’Italia, la Sicilia, la Libia, l’Egitto e l’Asia Minore[286], subiscono ora altri dominî ed altri dominatori, e signoreggiano essi stessi i territorî della Grecia classica. Atene, mutila d’industrie e di commerci, si adatta a vivere delle benevoli oblazioni di quei Romani, che vi dispenseranno regolarmente frumento, vi istituiranno dotazioni alimentari e ne pagheranno i giuochi pubblici. I mercati dell’Impero romano obliano, o quasi, gli antichi olii e gli antichi vini dell’Egeo[287]; e le frequenti strade, militari o commerciali, riattate o costrutte _ex novo_ rimangono lontane da questa penisola, un tempo sorrisa dal bacio della prosperità e della gloria.

Nuove strade si apriranno in Palestina, in Egitto, nella provincia d’Africa, tra l’Italia e l’Europa centrale, in Ispagna, nelle Gallie, in Britannia, in Tracia, in Asia Minore, in Siria. La Grecia rimane tagliata fuori dall’empito di tante arterie di vita[288], se ne togli un tragitto attraverso le montagne dell’Epiro, paese che i Greci, veramente, non avevano mai considerato come ellenico.

Per mare e per terra risorgono la pirateria e il brigantaggio dei tempi primitivi, che l’intensa attività del commercio ellenico avevano fugato[289]. Ma i mercati e le grandi fiere, che un tempo, in giorni determinati, adunavano e agitavano tutta la nazione, dispaiono; sedi di fiere e di mercati sono divenute l’Africa, l’Oriente, l’Europa occidentale[290]. L’industria arena, regredisce all’originaria fase domestica; priva di sbocchi e di avvenire, si accontenta di bastare alla meno peggio ai bisogni locali.

Si maturava, esclama un moderno, un processo d’involuzione analogo a quello che subirebbe l’Inghilterra, ove perdesse d’un tratto la sua egemonia, commerciale e industriale, e scendesse al grado di Paese di secondaria importanza. Ricorreva, in anticipazione di secoli, quell’identico processo storico, che subiranno, con analoghe conseguenze, fra quindici secoli, alla scoperta dell’America, tutti i Paesi mediterranei. E come allora la prosperità e la fortuna passeranno dalle Repubbliche marinare dell’Italia alle città spagnuole, portoghesi, francesi, olandesi; dagli emporî meridionali a quelli occidentali dell’Europa moderna[291], così, ora alla nuova scoperta dell’Oriente ellenistico e della più giovane Europa occidentale, l’asse del mondo si sposta, dalla Grecia e dalla Magna Grecia, verso l’Asia, l’Egitto, l’Africa, l’Atlantico, provocando la decadenza delle nazioni, dalle cui sponde la Fortuna aveva esulato per sempre.

NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[232] Sull’opera colonizzatrice di Alessandro e dei successori, cfr. J. G. DROYSEn, _Les villes fondées par Alexandre_ etc., in DROYSEN, _Hist. de l’hellenisme_, II, 1884, App. III (trad. fr.).

[233] MAYR, _Lehrbuch d. Handelsgeschichte_, Wien, 1894, pp. 27-29, 48 (trad. it. in _Bibl. st. econ_., vol. VI); MOMMSEN, _Le province romane da Cesare a Diocleziano_ (trad. it. di E. DE RUGGIERO), Roma, 1887, pp. 330-32; RICHTER, _Handel und Verkehr der wichtigsten Völker des Mittelmeeres im Alterthum_, Leipzig, 1886, pp. 110 sgg.

[234] GUIRAUD, _Main d’oeuvre industrielle ecc_., pagine 35-36; BELOCH, _Gr. Gesch_., III, 1, 287-88 (1ª ed.).

[235] DROYSEN, _Hist. de l’hell_., III, 61 sgg.

[236] BLÜMNER, _Die gewerbliche Thätigkeit der Völker d. klass. Alt._, Leipzig, 1869, 19 sgg. (trad. it. in _Bibl. st. econ_., II, 1).

[237] STRAB., 16, 2, 5.

[238] STRAB., 16, 2, 9.

[239] BEER, _Geschichte d. Welthandels_, Wien, 1860-84, pp. 90-91. Su Seleucia, cfr. altresì HÜLLMANN, _Handelsgeschichte d. Griechen_, Bonn, 1839, pp. 237-54 e BELOCH, _Gr. Gesch_., III, 1, 296 sgg. (1ª ed.).

[240] STRAB., 17, 1, 45; MAYR, op. cit., 29.

[241] LIEBLEIN, _Handel und Schiffahrt auf dem Rothen Meere_, Cristiania, 1886, pp. 99 sgg.

[242] DROYSEN, op. cit., II, 773.

[243] NOËL, _Hist. du commerce du monde_, Paris, 1891, p. 23; cfr. STRAB., 17, 1, 13.

[244] LUMBROSO, _Économie polit. de l’Égypte sous les Lagides_, Torino, 1870, 95-96, 130.

[245] J. KAERST, _Geschichte d. hellenistichen Zeitalters_, Leipzig u. Berlin, 1909, II, 1, 188 sgg.

[246] A testimoniare della varietà dell’industria dell’Egitto greco suole citarsi un passo di una lettera di Adriano, riportato da FLAVIO VOPISCO (_Hist. Aug_., 8, 5). La lettera imperiale è confermata da molti elementi dei papiri greco-egizi (cfr. WILCKEN, _Griech. Ostraka_, I, 188 sgg.; PR. S., 5124; P. TEBT., 385), richiamati da A. CALDERINI, in _Aspetti e problemi del lavoro secondo i papiri_, Milano, 1920, pp. 14 sgg.

[247] Sulle macchine idrauliche e le relative menzioni nei papiri greci, cfr. A. CALDERINI, _Macchine idrofore secondo i papiri greci_, in _Rendiconti del R. Ist. lombardo di sc. e lett._, 1920, pp. 621 sgg.

[248] Sull’agricoltura, sull’industria e sul commercio nel periodo ellenistico, cfr. le _Revenue Laws of Ptolemy Philadelpus_, Oxford, 1896, di GRENFELL e MAHAFFY e la relativa _Introduzione_, pp. XXXIV sgg.; i _Griechische Ostraka_ ecc. del WILCHEN, I, 664 sgg.; 681 sgg.; LUMBROSO, op. cit. _passim_, e ROBIOU, _Mémoire sur l’écon. polit. de l’Egypte_ (Paris, 1871), _passim_; E. CICCOTTI, _Il tramonto della schiavitù_, pp. 134 sgg.; J. BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 279 sgg. (1ª ed.); G. LUZZATTO, _Storia del commercio_, Barbèra, Firenze, 1914, I, 85 sgg.; BOUCHÈ LECLERQ, _Hist. des Lagides_, Paris, 1906; III, 179-381; G. GLOTZ, in _Journal des savants_, 1913, pp. 206 sgg., 251 sgg.; IDEM, _Le travail en Grèce_, parte IV, capp. I-V; E. CICCOTTI, _Lineamenti dell’evoluzione tributaria del mondo antico, Introd_ al vol. V della _Bibl. di st. econ._, 1921, pp. 30 sgg.; M. ROSTOVTZEFF, _A large estate in the third century B. C._, Madison, 1922.

[249] STRAB., 17, 1, 13.

[250] RICHTER, op. cit., pp. 112-13.

[251] HÜLLMANN, op. cit., 202 sgg.; NOËL, op. cit., pp. 59, 63; MAYR, op. cit., 49, 51; BEER, op. cit., 1, 106 sgg.; cfr. PARDESSUSS, _Mémoire sur le commerce de la soie chez les anciens_ (estr. dalle _Mémoires de l’Institut royal de France_, Paris, 1832). Ecco il pensiero romano sul valore economico della provincia d’Asia, che formava appena un breve angolo dell’Asia Minore ellenistica: «_tam opima est et fertilis ut et ubertate agrorum et varietate fructuum et magnitudine pastionis et multitudine earum rerum quae exportantur, facile omnibus terris antecellat_» (CIC., _De imp. Cn. Pomp._, 6, 14).

[252] NOËL, op. cit., p. 50. Cfr. il quadro dell’importazione dell’Impero romano, disegnato dal RICHTER (op. cit., 144 sgg.), sia pure senza eccessivi riguardi per la cronologia.

[253] PLIN., _N. H._, 12, 84.

[254] PLIN., _N. H._, 6, 101.

[255] Cfr. BEER, op. cit., I, 107.

[256] BLÜMNER, op. cit., 141-42; BÜCHSENSCHÜTZ, _Die Hauptstätten d. Gewerbfleisses im klass. Alterthum_, Leipzig, 1869, p. 54.

[257] STRAB., 4, 1, 5 sgg.