Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)

Part 9

Chapter 93,371 wordsPublic domain

Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere giustizia ai provinciali?

«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali, come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso, inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento, nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio, e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.

Indiscutibile apoftegma dei dominatori era questo: che il giudizio sulla condotta dei Romani nelle province, non poteva non essere riserbato a Romani. Che peso potevano avere, al confronto, i risentimenti e le opinioni dei provinciali? Nulla, quindi, di singolare se molti tra i più virtuosi romani, fra i più puri spiriti repubblicani — Cassio, Bruto, ed altri con loro trattarono le province con una durezza veramente stupefacente, non solo per noi moderni, ma per moltissimi di altri loro contemporanei, che certo non li valevano. Essi si ispiravano alla più pura teorica della amministrazione repubblicana, quella teorica, che l’Impero comincerà a mitigare, a svalutare, attirandosi, per questo le censure dei vecchi romani _temporis acti_. Che i governati non trepidassero all’arrivo d’un ufficiale romano; che dei cittadini romani potessero venir gravati di processo, al solo primo reclamo di un gruppo di provinciali; che questi, anzi, avessero riconosciuto il diritto di reclamare, era, per il repubblicano del buon tempo antico, indice sicuro di debolezza civica, di sùbita protervia, di sopravvenuta, deplorevole corruzione[323].

Vane e disperate erano dunque le proteste e le querele, ma — ciò non si era preveduto — esse finivano per riaprire e inacerbire le piaghe medesime dei querelanti. — È stato notato altra volta, dirà Cicerone, che, qualora i giudizi contro i concussionari «non esistessero, ciascun magistrato porterebbe via dalle province solo quanto reputasse necessario per sè e per i suoi figliuoli. Oggi invece che tali giudizi esistono, egli porta seco — e la cifra raggiunge altezze vertiginose — quanto fa d’uopo ai suoi protettori, ad suoi avvocati, al pretore, ai giudici.... Or bene, è possibile soddisfare alla cupidigia del più ingordo fra gli uomini, ma non lo è egualmente procurare il necessario al buon successo di un giudizio, più pernicioso di tutte le rapine....»[324].

Quanto, per gli infelici, non era preferibile giungere, rassegnati, le mani e serrare in silenzio le labbra, praticando, consapevoli o no, quelle norme di rassegnazione cristiana, che sprizzavano dalle viscere stesse delle cose e che attendevano solo la voce fatidica di chi le raccogliesse e le promulgasse!

L’organizzazione provinciale delle terre elleniche.

Quale fu, in particolare, la sorte che Roma fece alle varie contrade elleniche, cadute sotto il suo dominio?

Buona parte della Grecia peninsulare fu incorporata senz’altro alla già esistente provincia di Macedonia: l’Epiro, le isole Ionie, i porti greci d’Illiria. La Grecia propria, ossia la Grecia di mezzo e meridionale, perduto il glorioso nome di Ellade e assunto quello di Acaia, forse in memoria dell’ultima contrada, che aveva guerreggiato con Roma, venne sottoposta a tributo[325] e affidata alla sorveglianza del governatore della Macedonia, in una singolare forma di soggezione politica, che stette fra la servitù provinciale e il protettorato moderno. Ma una buona parte del territorio — quello delle città che più tenacemente avevano resistito a Roma — venne dichiarata, come si diceva, _agro pubblico_, ossia strappata agli antichi proprietari, e fatta dominio diretto del popolo romano. Così avvenne certamente nella Corinzia, nella Beozia, nell’Eubea, ed in altre meno famose contrade. Noi conosciamo, in modo abbastanza particolareggiato, quello che in simili casi soleva avvenire. Ce ne avverte il ricordo di quanto era toccato alla cittadina beotica di Tisbe, dopo la terza Guerra macedonica, dopo il 168, allorquando, tuttavia, la Grecia non era ancora divenuta provincia romana. Un’apposita commissione si era recata colà, a «riformare» il vecchio ordinamento, economico e politico, della città. Il territorio dei Tisbensi, era stato dichiarato demanio pubblico del popolo romano, che lo aveva ceduto, ma solo in locazione, agli antichi proprietari, i quali perciò avrebbero versato un periodico tributo. Buona parte della popolazione — tutti i cittadini non chiaramente favorevoli a Roma — era stata esclusa dalla pienezza dei diritti politici, dalle magistrature, dai sacerdozi, a cui potevano aspirare soltanto gli amici dei Romani. Le mura della città erano state demolite, e la residenza sull’acropoli, concessa soltanto a cittadini tisbensi dimostratisi indubbiamente fedeli[326].

Sorte uguale toccò, dopo il 146, a buona parte della Grecia. Ma le circostanze più gravi, nei rispetti politici, non furono l’improvvisa perdita della libertà, non lo smantellamento delle fortezze, il disarmo degli abitanti, e neanche la devastazione d’interi territori, o il feroce trattamento usato alla popolazione — in parte asservita e venduta schiava —, non la confisca violenta della gloria secolare dei tesori artistici (cose tutte che seguirono immediatamente alla guerra); fu specialmente il divieto delle antiche confederazioni, nonchè, a ciascuna città, di qualsiasi forma di rapporti, civili ed economici, con le sue vicine o con le antiche alleate. La nazionalità greca era per tal modo atterrata e frantumata: la vita dei singoli municipii, spenta o soffocata!

Quello ch’era toccato alle città il cui territorio veniva confiscato, toccò anche a tutte le altre, che vennero semplicemente sottoposte a tributo. I loro ordinamenti municipali subirono una violenta, radicale trasformazione. Le secolari democrazie furono abolite, e ovunque sostituite con governi oligarchici[327], che, non le singole condizioni locali determinavano, ma venivano forzatamente e meccanicamente imposti dal di fuori. Le antiche assemblee popolari, che qua e là sopravvissero, ebbero ritolto l’antico potere legislativo, e spettò solo ai magistrati formulare quelle proposte di legge, che un tempo erano state gelosa prerogativa di ogni cittadino[328]. Dietro i magistrati stava poi lo Stato romano, nel cui interesse ogni, più o meno ardita, iniziativa municipale doveva ritrarsi e disparire.

Tra la folla dei Comuni sudditi e tributari, esistevano, è vero, in Grecia, come in tutte le province romane, città privilegiate: le così dette _città libere_, sia sotto la forma di città alleate (_foederatae_), sottomesse cioè all’osservanza di un patto speciale con Roma, prezzo della serbata libertà, sia sotto l’altra di cittadine libere _sine foedere_. Atene e Sparta, innanzi ogni altra, godevano di questa ambita e privilegiata condizione. Ma quale singolare libertà non era quella ad esse consentita! La loro costituzione era, come per tutte le altre, fissata, una volta per sempre, da Roma, e la loro sedicente libertà consisteva nel potersi muovere entro il visibilissimo telaio di questa gabbia dorata[329]. Inoltre le città libere restavano legalmente obbligate a prestazioni gratuite di vascelli e di truppe, a forniture di grano a corso forzoso, all’ospitalità verso i funzionari e le legioni romane in viaggio[330]; talora, sebbene più di rado, al versamento delle imposte consuete delle province[331]; in ogni caso, al di sopra di tutto e di tutti, imperava, invisibile, onnipossente, la Maestà del nome romano.

Nei termini del trattato con Roma era infatti inserita la formula consueta di salvaguardia dell’arbitrio romano — _maiestatem populi romani comiter conservato_ — [332]; e lo stesso voluto equivoco della dizione lasciava la misura della indipendenza delle «libere» città greche all’arbitrio del più forte. In grazia sua queste obbedivano di fatto ai proconsoli, ricevevano ordini da Roma, sottomettevano al governatore gli atti della propria amministrazione, inviavano annualmente una deputazione al senato per invocarne la decisione degli affari più intimi, senza che per questo potessero appellarsi ad alcunchè di solido il giorno in cui il buono o mal talento della lontana dominatrice avesse voluto dar di frego al concesso, grazioso privilegio[333].

Ma più di tutto amara e gravosa riesciva, anche per loro, quella trasformazione in senso oligarchico delle secolari istituzioni cittadine, che veniva ad equipararle senz’altro alle città suddite[334]. Atene, la città autonoma per eccellenza[335], vide così, all’estrazione a sorte dei suoi magistrati, sostituita l’elezione fra poche centinaia di elettori censiti e restituito all’_Areopago_ l’antico potere di controllo politico[336], che a mezzo il V secolo era caduto sotto i colpi della democrazia ateniese, guidata da Efialte e da Pericle. Per tal guisa, fin dai primi anni dell’Impero, la decimata assemblea popolare, sovrana in principio ed impotente in realtà, fu vista ridurre le proprie attribuzioni ai decreti di elogi e di onori suggeriti dall’alto, e l’antico _Consiglio_ cittadino, ridotto di numero, tramutarsi in un corpo esclusivamente, o quasi, di parata, mentre i magistrati serbavano solo le più ovvie tra le funzioni amministrative.

Come se ciò non bastasse, la politica estera delle città «libere», tal quale era già toccato alle cittadine dell’Italia romana, venne ora compressa e soffocata entro limiti intollerabili. Al pari delle città suddite, esse subivano il divieto sia di comunicare con altre città, sia di stringere alleanze di qualsivoglia genere[337]. Per tal guisa, soffocate all’interno e all’estero, fissate su rotaie salde ed incrollabili, ognora impedite di manifestare i pensieri ed i desiderî più innocui, le sedicenti città libere potevano dirsi tali soltanto di nome[338]. Eppure l’antico regime municipale, come del resto ogni regime politico, per vivere e per generare quei meravigliosi effetti, di cui le innumeri autonomie locali erano state capaci nella Grecia classica, avea bisogno di un’indipendenza quasi assoluta: la subordinazione a un potere estraneo e cervellotico, l’osservanza di norme artificiose, colpivano i suoi organi e le sue funzioni più vitali, ne provocavano la decadenza e la corruzione[339].

I Romani in Grecia.

Accanto a questa teoria, vi fu, al solito, l’assai più lugubre pratica. Quale si dimostrò nella Grecia, ridotta a provincia, il contegno dei Romani?

I magistrati romani, anzi i semplici luogotenenti, traversavano la Grecia, sia spillando danaro alle città immiserite, sia costringendo le autorità locali ad obbedire alle loro intimazioni, sia saccheggiando _manu militari_ i tesori e i capolavori artistici delle metropoli e dei templi, nel silenzio complice o condiscendente del governo e dei suoi governatori.

P. Gabinio Capitone, sia nella qualità di luogotenente, come nell’altra di _comes_ di Sulla, aveva tosto approfittato della partenza del suo generale per arricchirsi, a furia di quelle violente estorsioni, che certo non erano state sua originale invenzione. Lui aveva imitato il giovane ufficiale sullano Caio Antonio Ibrida, infausto proconsole della Macedonia e dell’Acaia, sotto lo specioso pretesto di ammannire una degna pena alle città già defezionate al nemico. In Grecia, Verre, il famigerato Verre, attingerà l’esperienza delle sue future gesta di Sicilia. Ivi egli comincerà con l’estorcere alle città statue e capolavori di arte, e, quando ne sarà sazio, si darà ad operazioni più prosaiche, ma non meno lucrose. Imporrà a Sicione un indebito tributo in danaro, e il primo magistrato cittadino, che avrà l’audacia di contrastargli, sarà messo sotto chiave in uno stambugio, e, perchè sangue non venisse sparso, si adoprerà il fumo delle legna verdi a fargli subire un lento e persuasivo processo d’asfissia. Indi spoglierà il Partenone del suo oro, Delo delle meravigliose statue di Apollo, Diana, Latona, e continuerà la sua via di rapine e di fervidi ritrovati, navigando alla volta delle colonie elleniche dell’Asia Minore, ove, con l’occhio fisso a più superbi destini, si recava ad accompagnare il propretore della Cilicia[340].

Finora non si era trattato che di novellini alle prime armi o di ufficiali romani in viaggio; ma tutti costoro doveva, senza tema di scapitarci, superare il proconsole del 57 a. C., L. Calpurnio Pisone.

Già scaltrito nei segreti dell’amministrazione, Pisone rinnoverà, in Macedonia e in Grecia, in una volta sola, tutti gli eccessi, di cui già molti altri governi provinciali solevano oramai rendersi colpevoli: e l’indebita percezione delle granaglie, e la scorretta amministrazione giudiziaria, e l’imposizione di nuove tasse ad esclusivo vantaggio del governatore, e la violazione delle più gelose libertà personali e municipali, e la rapina dei capolavori d’arte[341], e innumeri altri consimili abusi. «Egli», dirà, accusandolo, Cicerone, «ha abbandonato la Macedonia alle rapine dei Traci e dei Dardani perchè potessero cavarne la somma, a prezzo della quale avea venduto loro la pace...; egli ha estorto delle somme ingenti a Durazzo, ha spogliato i Tessali, imposto un nuovo tributo annuo agli Achei, derubato loro e i loro templi delle statue, dei quadri, dei capolavori d’arte.... Ha così sfruttato, vessato, dilacerato l’Acaia, la Tessaglia, Atene, Durazzo, Apollonia, Ambracia...; ha fatto scempio dell’Epiro, della Locride, della Focide, della Beozia; ha mercanteggiato l’Acarnania, l’Amfilochia, la Perrebia, l’Atamania; ha abbandonato ai barbari la Macedonia, mandato in rovina l’Etolia, scacciato dalle loro terre i Dolopi e i popoli confinanti....»[342].

A tanto crudele destino non isfuggirono le città alleate e «libere». Fra Roma e queste città, non poteva darsi parità di relazioni. Quali che si fossero i termini degli accordi reciproci, era ingenuo supporvi un’eguale forza di obbligazione per amendue i contraenti. La dura realtà delle cose imponeva che l’esistenza, politica ed economica, delle città libere o alleate di Roma venisse mantenuta entro quei ristretti confini, che l’interesse ed i bisogni della grande metropoli reclamavano. Per ciò tutti i personali atti di devozione e di servilismo rimanevano talora assai lungi dal colmare la misura, tanto più che quelle città, sparse sul territorio provinciale, si trovavano, per dir così, a portata di mano, e, a differenza di quelle suddite, offrivano, col loro relativo benessere, maggiori incitamenti all’ingordigia peccaminosa dei dominatori. Così esse divennero zimbello delle voglie di tutti e di tutte le malversazioni degli ufficiali romani. Vedremo ciò che tenterà Verre in Sicilia; ma nel 57 a. C. il già citato governatore della Macedonia, Pisone, userà fare le città libere della Grecia oggetto particolare del proprio quotidiano saccheggio. Bisanzio, Apollonia[343], Durazzo, Atene, e con esse numerose altre del continente ellenico, anzi, per esprimerci col suo accusatore, tutte le città libere greche, provarono le carezze delle sue mani rapaci[344]. Persino Cassio, il severo Cassio, assalirà la «libera» Rodi, la saccheggerà, confischerà gli averi dei privati, truciderà i cittadini più cospicui....

«Quanti proconsoli, esclamava Cicerone, non sono entrati nelle città alleate, come irrompendo in una piazza forte, presa d’assalto, e ne sono usciti lasciando dietro di sè vestigia così eloquenti da far esclamare: ‘Si giurerebbe che vi sia passato, non un uomo, ma una belva feroce!’»[345]. Non è quindi a meravigliare se, nell’ultimo secolo della Repubblica, noi troviamo molte città alleate, da cui Roma si augurava di poter sempre ritrarre il miglior nerbo delle sue milizie, letteralmente incapaci a fornire i contingenti più esigui![346].

Su quella folla d’infelici scendevano, come dovunque, quotidiani, famelici avvoltoi, i mercanti, i capitalisti romani, gli uomini d’affari: i così detti _negotiatores_.

La Grecia fu, con la provincia di Asia, il maggiore e più sciagurato campo delle loro gesta. Gli Italici, massacrati per ordine di Mitridate nell’88 a. C., ammontarono, nella sola Delo, a circa 20.000[347]. Quarant’anni più tardi, Pompeo potrà reclutare, da Creta e dalla Macedonia, una legione d’Italici[348], due dall’Asia[349], da Cipro circa 2000 soldati[350], altri ancora dalla Tessaglia, dalla Beozia, dall’Acaia, dall’Epiro[351]. E dalla Grecia e dall’Asia è a noi, fra tanta esiguità di notizie, pervenuta la copia maggiore — una copia enorme, rispetto alle rimanenti province — di menzioni di società commerciali romane[352]. Or bene, tutta questa folla di Italici, domiciliati all’estero non erano in massima parte che speculatori, attirati fuori della patria dalla brama di formarsi un patrimonio o di accrescere quello di cui disponevano[353]. Essi non erano, in genere, che dei prestatori di danaro a interesse, pronti ad accorrere là dove la pubblica o privata miseria ne facesse probabile il guadagno e la fortuna. Tale era, pur troppo, la Grecia. Le guerre, le devastazioni, le requisizioni militari e tutte le altre cause, che abbiamo passate in rassegna, avevano ivi provocato o ingigantito la povertà, e la povertà avea costretto privati e municipi a gittarsi in un baratro di debiti. Ma gli obblighi, che i poveri ed i deboli contraggono con i ricchi ed i potenti, somigliano troppo ai patti che, nella favola esopica, le bestie più miti avevano stipulato col re della foresta. I capitali dei doviziosi vincitori furono messi a disposizione dei vinti, ma le usure ne riescirono enormi, ed acerrime, le conseguenze.

Nella prima metà del sec. I a. C., la città di Teno, non ostante la liberalità di taluni dei suoi creditori, non riesce a liberarsi dei debiti che la schiacciano[354]. Nella seconda metà dello stesso secolo, l’amico intimissimo di Cicerone, T. Pomponio, Attico, terrà in Grecia, legati agli uncini dei suoi prestiti, i privati e le città della Macedonia, dell’Epiro, dell’Acaia e delle isole greche, e, probabilmente rivestito delle guarentige e dei poteri della _legatio libera_, partirà in guerra, quasi si trattasse di nemici in armi, contro i suoi debitori di Sicione, intenzionato a farsi giustizia da sè, se il senato non fosse stato pronto a impedirne lo scempio. Attico era, in fondo, un onesto; ma uomini assai peggiori di lui si aggiravano a migliaia per le città greche: vampiri famelici e voraci, in caccia, non di prosperità, ma di quella miseria, che non avrebbe tardato a generare, per loro, ricchezza. Nè l’attività o le gesta dei così detti finanzieri italici si arrestavano all’industria del danaro. Essi, dicemmo, s’impadronivano degli ultimi resti della produzione e del commercio locale, dimezzando e contendendo agli indigeni le ultime briciole, le estreme risorse della esistenza.

Così la Grecia formicolava di Romani e d’Italici — coloni, operai, negrieri di carne bianca, temibili concorrenti dei pirati[355], trafficatori in bestiame, in grano, in vino, proprietari di terre, largite loro dalla guerra e dallo Stato, impiegati, ispettori, intendenti, subamministratori, che calavano vittoriosi a privare dell’aria e della luce gli agonizzanti della remota provincia, o, magari, letteralmente, a finirli. E nell’Ellade antica, non ostante il talora vantato filellenismo romano, noi rileviamo da per tutto quella caratteristica partigianeria dei governatori in pro degli Italici e a danno dei provinciali, che ribadiva le catene del loro servaggio e ne impediva la resurrezione futura.

Cicerone, che pure una volta si rifiutava di ottemperare alle richieste di Marco Bruto, non cessava di invocare servigi consimili da Servio Sulpicio Rufo, governatore dell’Acaia; e le sue insistenti raccomandazioni non si rivolgono ad una sola persona, ma sono indirizzate a tutta una folla di amici benevoli. Ma, se i più morigerati, come Cicerone, non esitavano a pretendere la rovina d’intere città, il cui destino, a loro modo di vedere, valeva bene l’attaccamento degli amici comuni[356], non diverso, noi abbiamo il diritto di affermarlo, doveva essere il tono delle raccomandazioni di tutti i più cospicui fra i contemporanei e i predecessori. Da per tutto, e da parte di tutti, un richiedere il privilegio per i concittadini e l’iniquità per i provinciali; da per tutto, uno spirito diffuso e sfacciato di _clique_, un ricorrere di transazioni, di concessioni, di permutazioni di favori, nel cui ingranaggio periva stritolata l’esistenza di un grande e fragile popolo.

Quale complicazione di effetti disastrosi tutto ciò dovesse arrecare, è facile arguirlo, allorchè si pensa che la Grecia era un Paese in decadenza, cui, invece di gabelle e vessazioni, sarebbe stato d’uopo largire le più delicate esenzioni di gravami, e sul quale ogni gravezza era un onere dieci volte più sentito e intollerabile che nelle rimanenti contrade. Allorchè alla Repubblica romana successe l’Impero, la Grecia non era più in grado di reggere alla prosecuzione dello scempio sesquisecolare, e i giustificati lamenti che da tempo risonavano alle orecchie dei Grandi di Roma, indussero il primo imperatore, Augusto, ad adottare i primi rimedi ai mali, di cui il Paese moribondo soffriva[357]. Poco più tardi, il meno ellenofilo dei principi romani, Tiberio, accoglieva per sempre la Grecia tra le privilegiate province imperiali![358].

La Sicilia greca.

Ma già, prima ancora che la Grecia vera e propria passasse sotto il dominio romano, eguale destino era toccato alle città greche della Sicilia. Le sorti della Sicilia greca coincidono esattamente con quelle generali di questa provincia, che era destinata a sperimentare uno dei regimi più duri, sul quale noi siamo, per indiscreta fortuna, informati con sufficiente larghezza[359].