Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)

Part 2

Chapter 23,543 wordsPublic domain

In tali condizioni il libero uso del mare era, per Atene, non solo la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma una questione di vita e di morte. È evidente perciò a quali colpi lo stato di guerra e le incerte fortune della medesima abbiano dovuto replicatamente esporre l’economia del Paese. Se gli sbalzi dei prezzi delle cose venali furono, nell’Attica antica, assai più gravi e frequenti, che non in qualsiasi altra contrada del mondo contemporaneo, questo dovette seguire in modo particolare per il genere, di tutti più necessario alla vita: i cereali[32].

Allora si potè assistere a questa singolare e tormentosa tragedia economica: mentre la guerra in permanenza poneva ogni giorno in serio pericolo la campagna dell’Attica; mentre ormai non era lecito curare le produzioni più adatte al Paese e più remunerative — la viticoltura e l’olivicoltura — occorse insistere, fino al limite estremo possibile, nella coltivazione dei cereali, cui l’indole del terreno repugnava; il che voleva dire nella semina di terre, che non potevano lasciare alcun margine di profitto.... Per tal guisa sulla fatale decadenza dell’agricoltura dell’Attica non operavano soltanto i pericoli delle invasioni imminenti, ma anche il semplice terrore del commercio limitato o impacciato.

Tutto ciò, si potrebbe pensare, poteva giovare a risollevare i prezzi all’interno e a procurare l’agiatezza di buona parte della popolazione agricola. Mera illusione! Chi era costretto a vendere i prodotti della propria terra al primo offerente, o si era già in precedenza gravato di debiti, non riesciva a sostenere la concorrenza della grande proprietà. Il rialzo dei prezzi non giovava quindi che a una piccola parte dei proprietari della terra, e nuoceva contemporaneamente alla grande massa della popolazione produttrice e consumatrice. La carestia e quello che oggi si dice il caroviveri si delineavano come un fatto economico quotidiano, recando seco — infallibilmente — la febbre affamatrice dell’incetta e della speculazione[33].

Ancora de la guerra e il commercio.

Ma il commercio ateniese non riguardava soltanto l’approvvigionamento vittuario del Paese. L’ignoto autore de _La repubblica ateniese_ ribatte ad ogni piè sospinto su quello, che potremmo dire cosmopolitismo mercantile della vita economica dell’Attica. «Ciò che di squisito è in Sicilia, in Italia, in Cipro, in Egitto, in Libia, sulle rive del Mar Nero, nel Peloponneso o in qualsiasi altra regione, tutto, in grazia dell’impero marittimo, che noi teniamo, affluisce presso di noi»[34]. E Tucidide aveva scritto: «La potenza della nostra città fa sì che godiamo agevolmente non solo dei nostri prodotti, ma di quelli di ogni parte del mondo»[35]. Vi affluivano di fatti le materie prime d’ogni genere e gli elaborati di ogni perfezione: legname per navigli e per costruzioni, lane, tele, pece, cuoio, papiro, pelli, cera, miele, metalli, pesci e carni salate, cacio, strutto, sego, bestiame, frutta, avorio, incenso, unguenti, droghe, silfio, vini, tessuti, tappeti, stoffe di seta, di lana e di porpora[36], oggetti di metallo, anche prezioso, lavori in ceramica, porcellana, oggetti di legno, schiavi ecc. ecc. I rivoli di tanta importazione scaturivano da ogni parte del mondo allora conosciuto, dalla Grecia peninsulare, dalla Tracia, dalla Macedonia, dal Tirreno, dal Jonio, dall’Egeo, dalle coste dell’Asia Minore, dalle sponde del Mar Nero, da Cipro, Creta, Cartagine, dalla Magna Grecia, in Etruria, in Caria, in Frigia, in Paflagonia, in Fenicia, in Spagna, in Siria[37].

Tanto ben di Dio non era unicamente destinato al fabbisogno della città, ma ne alimentava a sua volta lo scambio ed il commercio con l’estero. I forestieri scendevano sia al Pireo che ad Atene a fare le loro provviste e a fornirsi dei manufatti dell’industria paesana o forestiera, accumulati nei magazzini della metropoli. «Tutti coloro», chiedeva Senofonte o, piuttosto, l’anonimo autore di un suggestivo libretto su _Le entrate di Atene_; «tutti coloro i quali abbondano di grano, di vino (specie se si tratta di qualità prelibate), di olio, di bestiame, vogliono trar vantaggio o dalla loro sagacia o dal loro danaro», «tutti quelli che han bisogno di vendere o di comperare nella maggiore quantità e nel più breve tempo possibile, dove potrebbero meglio profittare che in Atene?»[38]. In tal guisa, Atene, a cui tutti i prodotti delle contrade mediterranee mettevano capo, esportava, a sua volta, ovunque[39] pellicce, oggetti in cuoio, tessuti di varie fogge, vasi di terra e di metallo, letti, strumenti musicali, profumi, chincaglierie, oreficerie, argenterie, libri, tavole, statue, oggetti artistici, marmo, piombo, e, fra i generi alimentari, vino, miele, fichi e, specialmente olio[40], dal cui commercio, come dall’unica derrata, che la politica finanziaria ateniese affrancasse da misure proibitive, massimo era, qual’è ancor oggi, il guadagno.

D’altro lato, i mercanti ateniesi facevano direttamente, fuori dell’Attica, un attivissimo scambio di merci, acquisite e caricate[41], ed esportavano dall’Egeo vini e altri articoli in Sicilia, in Italia, nella Colchide, nel Ponto[42], ecc.

A quanto ascendeva il valore del movimento commerciale di Atene? Noi non abbiamo mezzo sicuro per determinarlo. Calcolando sull’ammontare del dazio d’entrata e di uscita, a cui sottostavano le merci che per terra o per mare entravano nell’Attica o ne uscivano — la famosa _cinquantesima_, ossia un’imposta del 2% — quale ci è riferito per un anno di grave crisi economica ateniese, ci troveremmo di fronte a un movimento di 10-12 milioni[43]. Ma il commercio ateniese doveva essere ben altra cosa negli anni normali o nei giorni della gloria. Del resto esso non si svolgeva soltanto nell’Attica, ma circolava per tutto il suo impero marittimo. Entro così vasta periferia, noi non possiamo supporlo inferiore a 160-180.000.000 di lire-oro[44], ossia, dato il valore del denaro nell’evo antico, rispetto a quello moderno, pari circa a un miliardo di lire, il triplo di ciò a cui, innanzi la Guerra europea, ascendesse il movimento commerciale della Grecia contemporanea, che è pure uno dei più fiorenti del Mediterraneo[45].

Or bene, tutta questa gigantesca e preziosa attività veniva d’un tratto arrestata dalla guerra. Le navi, gli uomini erano tosto destinati a scopi ben diversi, che non fossero più quelli del pacifico commercio; i porti erano ingombri di vascelli militari e di materiale bellico; a tutte le flotte era imposto il duro cómpito della così detta guerra di corsa.

Una tale e tanto grave conseguenza basterebbe da sola ad avvertire delle proporzioni della crisi, che la guerra, col suo semplice annunzio, veniva ogni volta a provocare.

Nè la guerra si combatteva soltanto con le armi. Il gioco delle armi si intrecciava e si serrava con quello delle proibizioni commerciali. «I nostri nemici», avvertiva acutamente l’autore de _La Repubblica ateniese_, «non consentiranno mai che le merci vengano portate in luoghi diversi da quelli in cui essi tengono il dominio del mare»[46]. La Guerra del Peloponneso — era ben noto in Atene — era stata inaugurata da un decreto vietante ai Megaresi l’accesso nei mercati dell’Attica e nei restanti porti della Confederazione[47]; più volte Egina ed Atene s’erano a vicenda bandito il boicottaggio di determinate mercanzie; in tempi lieti e tranquilli, Sparta, antico Impero celeste, chiudeva l’ingresso agli stranieri[48], e quindi alle loro importazioni. Ma la guerra induceva naturalmente a moltiplicare all’infinito la frequenza e la gravità di tante rappresaglie e di così gravi danni.

Quando Atene ebbe rotto le ostilità contro Filippo II, fu bandita la pena di morte contro chiunque apprestasse armi o attrezzi navali al nemico[49]. E, poichè le fabbriche ateniesi erano le fornitrici principali del materiale di guerra a molti Stati greci, siffatta disposizione, che deve aver avuto conseguenze crudeli, non deve certo essere rimasta episodio isolato. Noi non abbiamo menzione di veri e propri blocchi, parziali o totali, contro l’Attica: ma sappiamo che contro Atene fu più volte condotta la così detta guerra di corsa e siamo autorizzati a pensare che blocchi veri e propri non dovettero certamente mancarne poichè ne troviamo enumerati parecchi a danno di altri Paesi. Il blocco, del resto, non danneggia soltanto coloro contro cui è dichiarato, ma ricade su quelli stessi che lo dichiarano, specie se si tratta di Stati industriali e commerciali. Esso equivale alla chiusura di una delle fonti dell’importazione e di taluno dei mercati d’esportazione, cioè a dire al disseccamento di una parte dell’agiatezza e della ricchezza di quei Paesi, che lo hanno per primi volontariamente decretato[50].

Ma non si trattava di ripercussioni o di effetti limitati. La grande legge della solidarietà universale abbraccia tutto il dominio e tutti i rami della produzione. «I frammenti del gran tutto», parla un antico, «si sorreggono come gli anelli di una catena; l’agricoltura ha bisogno dell’arte del legnaiuolo e del fabbro ferraio; questi, dei tessitori e degli architetti, e così, a chi ben guardi, tutto è solidale nell’intrecciarsi dell’umano consorzio». Per tal guisa, il fiorire o il decadere del commercio decideva in buona parte delle sorti dell’agricoltura e di quelle dell’industria.

Il rapporto di queste due attività riesce nell’evo antico alquanto diverso da quello che fra esse corre nell’evo moderno. Oggi il rapido miglioramento degli strumenti di produzione, la tenuità del prezzo delle merci sforzano i mercati più refrattari, determinano le correnti d’importazione e di esportazione, eludono i talora contrastanti rapporti diplomatici. Nel mondo antico, invece, delle sorti del commercio, e quindi della esistenza delle varie industrie, decideva il più delle volte la violenza delle armi.

Gli Stati, con le loro navi da guerra e con la loro autorità, assicuravano le pericolose vie del transito, aprivano o chiudevano i mercati ai più temuti concorrenti, s’accaparravano, in gran copia e a buon mercato, l’approvvigionamento delle materie prime. L’industria e il dominio della terra e del mare erano, assai più che nell’evo contemporaneo, intimamente connessi fra loro, e la ricchezza e la forza erano, assai più che non oggi, a un di presso, un unico fenomeno sotto denominazioni differenti. «Non vi è città», spiega ancora l’autore de _La Repubblica ateniese_, «che non abbia bisogno di importare o di esportare; il che non potrebbe, se non assoggettandosi alle disposizioni di coloro che tengono il dominio delle acque»[51]. «Se taluna ha eccesso di legname per navi, dove lo venderà se non consente chi impera sul mare? Se tal’altra abbonda di ferro, di bronzo, di cotone, dove li scambierà se a costoro non si renderà benevisa?»[52]. Ma se tale circostanza faceva ad ogni popolo gradito il pensiero della guerra, ogni disastro bellico segnava necessariamente la fine d’ogni prosperità industriale.

A sua volta la rovina del commercio e dell’industria si ripercoteva malauguratamente su quello che abbiamo definito il fulcro dell’economia antica: l’agricoltura. Si è talora ritenuto che le società puramente agricole siano capaci di vivere e di fiorire in piena ed isolata indipendenza. Nulla di meno esatto. Condizione necessaria della loro prosperità è stata in ogni tempo l’esistenza di mercati prossimi al coltivatore, ove questi possa smerciare le proprie derrate e donde abbia mezzo di ritrarre gli elementi necessari al proprio benessere. Quanto diverse non sono le prospettive dell’agricoltura in Paesi poveri e in Paesi arricchiti dalla febbrile attività del commercio e dell’industria! Le sorti dell’agricoltura risultano quindi strettamente connesse con le sorti dell’uno e dell’altra; fioriscono e decadono insieme. Tale è stata la sorte loro in ogni tempo: tale fu nell’Attica antica!

Ma gli effetti economici della guerra perenne, quale noi la ritroviamo in Grecia, non conoscono limiti. Le nazioni antiche non disponevano di una quantità sempre uguale e costante di prodotti naturali o di merci di cui godere. Le difficoltà dei trasporti, l’impossibilità di reagire artificialmente alle violenze degli agenti naturali, la mancanza di un comune mercato regolatore; sopra tutto, la scarsa potenzialità produttiva, riescivano di ostacolo insuperabile alla stabilità e alla costanza della produzione[53]. Ma, fra le cause di squilibrio, massime erano quelle dipendenti dalla guerra.

La guerra distruggeva ciò che si era prodotto, allontanava le braccia dalla produzione, arrestava e stornava l’investimento dei capitali, turbava la pastorizia e l’agricoltura, impediva l’importazione e l’esportazione, determinava mirabolanti dislivelli nei prezzi delle derrate naturali e delle merci, che, come l’esperienza oggi ci avverte, dovevano anche allora prolungarsi per gran tempo, o, magari, aggravarsi, al ritorno delle brevissime paci[54]; arrestava gli affari o distruggeva il credito; sospendeva l’obbligo della correttezza e della legalità, e, sotto la minaccia di oscuri pericoli, terminava per pesare sulla vita sociale con una continua incertezza, un oscuro malessere, una paralisi quotidiana delle sue migliori energie, di cui, nell’assai più stabile regolarità del mondo contemporaneo, riesciamo a mala pena a cogliere la portata.

La guerra e le finanze ateniesi.

Con la crisi universale dell’economia privata s’accompagna quella dell’economia dello Stato. A quali proporzioni ascese lo sforzo finanziario che la Repubblica d’Atene si imponeva al ricorrere di ogni guerra?

Già, fin dal V secolo, la Città, sobbarcandosi a un dispendio annuo di circa 200.000 lire-oro aveva acquistato, e manteneva a suo carico, un corpo di mille arcieri, che salirono più tardi a 1600, i quali, pur serbando, quale principale attribuzione, la polizia della città, potevano essere impiegati in operazioni più specificatamente militari[55].

Venne quindi istituito un corpo di cavalieri, i quali salirono via via a mille, e poi a mille e duecento[56], e per cui la spesa ascendeva a non meno di 225.000 lire annue[57]. Venne al tempo istesso organizzato, pel servizio della marina, un esercito di _teti_, anch’essi a carico dell’erario[58], e, finalmente, allorchè le guerre si resero permanenti e fu d’uopo combatterle in remote contrade, occorse, come nella Repubblica romana, stipendiare senza distinzione, tutti i soldati, nonchè reclutare dei mercenari. Allora ogni pedone ricevette in guerra L. 0,60 giornaliere, talora perfino L. 2, e ogni cavaliere, il doppio, o, magari, il triplo della prima delle cifre sovra indicate[59], senza calcolare l’indennità di equipaggiamento: la così detta καταστάσις[60].

Noi possiamo calcolare a quanto ammontasse la spesa giornaliera per lo stipendio di un esercito in piede di guerra. Supponendo un esercito in armi, tra milizie attive e di riserva, di 20.000 uomini di fanteria e di un migliaio o poco più di cavalieri[61], avremmo, per il solo stipendio ai soldati, L. 13.500 al giorno, ossia circa L. 900.000 all’anno, ossia, a seconda i tempi, 1/6 o 1/12 di tutte le entrate annuali del bilancio ateniese![62]. Ma all’indennità di equipaggiamento e al soldo per l’esercito di terra, occorreva in Atene aggiungere le spese per le fortificazioni intorno alla città, e, sopra tutto, quelle pel mantenimento della flotta.

Le costruzioni navali non venivano, nè in pace nè in guerra, interrotte. Ogni anno si costruivano non meno di venti triremi[63], e il _Consiglio_, che non vi avesse provveduto, non poteva avanzare diritti ad onorificenze[64]. Ogni trireme costava, nel V secolo, un talento, ossia 6000 lire circa[65]. Al suo armamento occorrevano, tra marinai e soldati, duecento persone, di cui ciascuna, se normalmente, tra soldo e indennità di vitto, percepiva, al pari dei soldati di terra, L. 0,60 al giorno[66], riceveva talora, quale eccitamento a maggiore attività ed emulazione, fino ad una dramma (L. 1) circa[67]; sì che, calcolando in base ad una flotta di 300 triremi, le sole spese pel mantenimento dell’equipaggio, per un solo mese, dovevano ascendere a non meno di un milione di lire. Or bene, un’armata di 300 triremi fu tutt’altro che straordinaria per Atene. Al 353 la flotta ateniese ne contava 349[68]; nel 325, 360, oltre a 50, più costose, quadriremi e a 7 quinquiremi[69]; al 330, 392 triremi e 18 quadriremi[70].

Ma alla costruzione delle navi e all’allestimento delle flotte occorreva un arsenale: quello del Pireo era costato non meno di sette milioni[71]. Oltre ai vascelli da guerra occorrevano le navi onerarie, le altre destinate al tragitto della cavalleria, i battelli di servizio. Gli assedî reclamavano nuove spese per costruzioni in legno o in muratura, per macchine da attacco e da difesa, sempre più copiose e più dispendiose, a misura del progresso dell’arte bellica, per l’acquisto dei proiettili[72], e per le mille altre imprevedibili necessità.

Nè il dispendio si limitava alle somme, teoricamente e ragionevolmente calcolabili. Ogni guerra implica di necessità un mondo di spese irragionevoli, eccessive, illecite, eppure inevitabili. Il disordine amministrativo ne decuplò in ogni caso il vertiginoso ammontare. I quattrini spremuti dal sangue più vivo dei cittadini, andarono, il maggior numero delle volte, a finire nello scialacquo dei generali, nelle speculazioni dei trasmettitori del soldo, nelle truffe dei fornitori, i quali, naturalmente, gareggiarono, come sempre, nel segnare in conto spese non avvenute, soldati inesistenti, forniture mai apparecchiate[73].

È possibile oggi, in base agli scarsi elementi che possediamo, calcolare il vuoto spaventoso, che ogni guerra ed ogni previsione di guerra dovevano scavare nel bilancio dell’antica Repubblica ateniese? L’assedio di Samo di soli nove mesi (440-39) costò ad Atene 8 o 9 milioni[74]; l’assedio biennale di Potidea (432-30), da 12 a 15 milioni di lire[75]; quello di Siracusa (415-413) superò di parecchio queste cifre, toccando i 100 milioni[76]: tutta la prima fase della guerra del Peloponneso — la così detta Guerra decennale (431-21) — dovette ingoiare intorno ai 100 milioni[77]; la Guerra deceleica (412-404) dovette importare circa 40 milioni; l’intera guerra del Peloponneso costò non meno di 50.000 talenti, pari a circa 300 milioni[78]; le operazioni militari del 378-374, importarono 12.000.000 di lire[79]; altrettante la Guerra sociale del 357-55, di cui più di 9.000.000 circa per i soli stipendi ai mercenari[80]. Orbene, la gravità di tutte queste cifre risalta agevolmente quando si confrontano con quelle complessive del bilancio ateniese.

Atene, nell’età della sua maggiore floridezza, allorquando reggeva indiscussa il primato delle nazioni elleniche, vantava un’entrata di appena sei o, tutt’al più, di dodici milioni di lire[81]. Un solo anno di guerra bastava quindi ad ingoiare ogni entrata del bilancio, ed è perciò agevole intendere come, al momento della catastrofe dell’impresa di Sicilia, nel settembre 413, tutte le risorse ateniesi fossero state distrutte[82]. È facile spiegarsi come, due anni dopo, alla vigilia della grande vittoria navale di Cizico (410), la Città non si trovasse più in grado di pagare i suoi marinai e i suoi soldati[83]. Si capisce come la Guerra del Peloponneso, così decisiva per l’esistenza di Atene, fosse perduta due volte, nel 421 o nel 404, non già per i successi militari dell’avversario, ma per la impossibilità finanziaria, in cui la Città, dopo la disfatta di Antipoli, e dopo l’assai più crudele sorpresa di Egospotamòs, si trovò di mettere in mare una nuova flotta[84]. Riesce infine perfettamente legittimo concepire quello che di fatto avvenne: come sforzi bellici, tanto superiori alle capacità finanziarie, finissero col mettere in pericolo la incolumità, l’esistenza storica dello Stato, anzi della nazione ateniese.

In che modo, con che mezzi, rischiando che terribili conseguenze, la Repubblica ateniese tentò provvedere alle sue impellenti, inesauribili necessità finanziarie?

Il bilancio dell’antica Atene, come quello di tutte le Repubbliche greche indipendenti, era un bilancio di guerra. Esso non poggiava su imposte regolari ed ordinarie, cui provvedessero la ricchezza e l’attività dei cittadini. I suoi cespiti principali erano il tributo dei così detti alleati, e le tasse doganali su tutte le merci all’entrata o all’uscita dal territorio nazionale e le imposte per l’uso dei loro porti e dei loro mercati. Era evidente la natura politica di cotali forme di tassazione e, quindi, la loro intima connessione con la potenza del Paese.

Il tributo degli alleati importava almeno la metà di tutte le entrate ordinarie dello Stato ateniese. Ma a quali repentagli non era esso posto dalla guerra, molte volte intrapresa per assicurarne, talora, per ampliarne i gettiti!

Durante la rovinosa spedizione d’Egitto del 460-49 parecchie delle città alleate di Atene si credettero autorizzate a interrompere i periodici versamenti[85]. Nel 440, in seguito alla ribellione di Bisanzio e di Samo, l’ampio distretto della Caria fu visto ridursi a sole trenta città; la Ionia, stremata di municipi tributari, perdette ogni diritto all’autonomia finanziaria, e numerose cittadine del Chersoneso e della Calcidica, interruppero, le une, per breve ora, le altre, definitivamente[86], i rispettivi annui contributi. Nel 436-35, in seguito ai gravi malcontenti che avevano determinato l’invio di una colonia là dove sorgerà Anfipoli, quel pericoloso esempio è imitato da cinque altre cittadine della Tracia[87]. Nel 432-30, la rivolta di Potidea torna a rattizzare la defezione e l’insurrezione[88]. E così, ad ogni alitare di fronda, ad ogni insuccesso militare, ad ogni tentativo, ad ogni pericolo che si disegna all’orizzonte contro Atene, l’impero vacilla sulle sue basi, si sgretola, e un vuoto pauroso si apre sotto le fondamenta economiche dello Stato. Nel 404, in seguito alla miseranda catastrofe della Guerra peloponnesiaca, il contributo federale vien meno del tutto, e lo Stato ateniese precipita nella miseria più nera. Cinquant’anni dopo, al dissolversi della terza Lega marittima, la tragedia si rinnova. Il contributo federale discende a 45 talenti, poco più di L. 250.000[89], quante un tempo ne versava la sola Samo, e la storia di Atene è finita per sempre.

Ma non a questo soltanto si limitavano, nei rapporti con gli alleati, i contraccolpi delle guerre continue. Le sempre emergenti strettezze finanziari e l’acuirsi del malcontento delle città alleate, che accompagnava di pari passo ogni periodo di ostilità, costringevano Atene ad usare della forza per ricondurre i debitori insolventi all’osservanza dei loro obblighi federali[90]. La guerra provocava la guerra! E, quando si pensa che prime a sottrarsi erano sempre le città più lontane, poste alla periferia dell’impero, e che ogni parziale, felice ribellione ingenerava, col contagio dell’esempio, nuove ribellioni, apparirà evidente di qual danno, prossimo e remoto, riescisse, per Atene, ogni più lieve guasto nello strumento medesimo della sua potenza, politica ed economica.