Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)
Part 3
Ma le voci delle entrate ateniesi, che la guerra comprometteva, non si limitavano — dicemmo — al tributo degli alleati. Vi seguivano in primo luogo le imposte doganali. Il commercio ateniese aveva un valore suo proprio, quale fonte della ricchezza dell’erario[91]. L’abbiamo notato: la _cinquantesima_ (la πεντηκοστή), ossia il dazio del 2% sopra tutte le merci, imbarcate, sbarcate, reimbarcate al Pireo, rendeva alla Repubblica, nei suoi giorni più difficili, circa 200.000 lire[92] all’anno. C’erano poi altre imposte doganali, di cui diamo soltanto accenni oscuri e indefiniti[93]. Una imposta dell’1% (una _centesima_) (ἑκατοστή), che non era forse l’unica del genere, colpiva — pare — l’uso del porto, così come due dazi, difficili a determinare con precisione, esatti rispettivamente dallo Stato e dai Comuni, colpivano tutte le merci che venivano trasportate al pubblico mercato, alla classica _agorà_[94]. Gli alleati di Atene — sappiamo — erano obbligati a recarsi nella capitale dell’Attica per la trattazione e la risoluzione delle loro controversie giudiziarie. C’era poi l’imposta sulle vendite e sulle pubbliche aggiudicazioni di immobili: l’_eponion_[95]. Or bene, anche questi varî cespiti del bilancio ateniese, dipendevano, direttamente e indirettamente, dall’alterno stato di pace e di guerra. La guerra li aveva creati o almeno ne aveva, per Atene, elevato il gettito a proporzioni, che la maggior parte delle città greche ignorava. Ma la guerra, con le sue crisi, veniva ad annullarli o a scarnificarli profondamente. Essi dipendevano dalla potenza della nazione che ne godeva, dalla sua autorità sopra alleati e sopra forestieri; e questi non erano più tenuti nè a dogane nè a spese giudiziarie fin dal primo giorno in cui, alla soccombente repubblica veniva meno la forza necessaria a tanta coercizione, o le invasioni straniere arrestavano la regolarità dell’amministrazione della giustizia, o impedivano la possibilità materiale dell’esazione[96].
Per tal modo, se in ogni tempo la guerra ha esercitato un’influenza notevole sulla finanza degli Stati belligeranti, il particolare assetto delle finanze delle grandi città greche, in intimo, organico rapporto con la loro potenza politica, rendeva tale legame indissolubile. Non soltanto ogni guerra ingigantiva le spese; ma il suo solo annunzio bastava a far sì che le entrate precipitassero a proporzioni miserevoli e insufficienti. La guerra bruciava ad ambo i capi l’esistenza economica di quelle repubbliche: ne distruggeva gli utili, ne rincrudiva i danni. Così il circolo di quella che fu la perenne tragedia finanziaria degli staterelli greci era chiuso e saldato.
Tributi e imposizioni straordinarie.
A rompere il malefico incantesimo, non v’era altro mezzo che trasformare le basi stesse del bilancio ateniese: farne, di un bilancio politico, un bilancio economico, al riparo, nella più alta misura possibile, da tutti i contraccolpi della guerra. Fu il sogno di quel singolare autore dell’operetta che ha per titolo _Le entrate di Atene_, che si è voluto identificare con Senofonte, e che, in ogni modo, in sulla metà del sec. IV, rappresentava il pensiero di una buona parte dell’opinione pubblica ateniese, completamente aliena dal voler ripetere le terribili esperienze dell’età che vi aveva proceduto[97]. Il sogno del democratico autore dell’opuscolo è quello di trasformare lo Stato ateniese in uno Stato industriale, in uno Stato imprenditore di lavori e di speculazioni commerciali. Su questa particolare concezione, per altro disegnata, idealmente, in modo perfetto, incombe un pericoloso elemento utopistico[98]. Ma l’utopia celava una profonda verità ed una purissima intenzione: quella di far vivere gli Ateniesi, non più sui frutti dell’impero e della guerra, ma sui proventi della pace.
Ma per la trasformazione della finanza ateniese in una finanza di pace, occorrevano tempo, calma, abnegazione e, sopra tutto, uno stato di tranquillità, che assai di rado Atene godette. Nella ressa delle esigenze quotidiane, con la guerra permanente alle spalle, il rimedio più rapido e più naturale era, invece, quello d’inasprire i tributi: effetto e segno, insieme, dell’immiserirsi del pubblico erario e causa di mali nuovi e impreveduti. Siamo alla vigilia del grandioso conflitto col Peloponneso. La guerra di Samo (440-39), la difesa di Corcira contro i Corinzi (433-32), la successiva spedizione in Tracia e, finalmente, il tremendo assedio di Potidea (432-30), che inaugura appunto la guerra, hanno importato una spesa di circa 4000 talenti (= circa 24 milioni di lire)[99]. Occorse allora procedere ad una prima revisione dei tributi degli alleati, in parte ribelli, e, com’era naturale, a un rincrudimento dei medesimi[100]. Ma il rimedio è insufficiente, e, mentre le spese incalzano, esso provoca nuove renitenze e nuove defezioni. Dopo le entrate, le riserve del bilancio, di cui Pericle andava così orgoglioso, vengono, come giammai, profondamente intaccate[101]. E la guerra non s’arresta, anzi è d’uopo intensificarla e passare decisamente all’offensiva. Intanto scoppia la rivolta di Mitilene (428). Allora viene riesumata l’antica _eisphorà_ ateniese, che un tempo avea colpito le sole proprietà fondiarie dell’Attica, e ora dovrà colpire, insieme, la ricchezza, mobiliare e immobiliare, del Paese.
L’_eisphorà_ del 428 è prelevata nella misura di 200 talenti (oltre un milione di lire)[102]. Era un gettito cospicuo; ma una goccia d’acqua nell’oceano dei bisogni infiniti. L’anno dopo, occorre tornare a rivedere i tributi[103]. Pure, siccome la guerra non dà successi notevoli, è pericoloso imporre agli alleati grandi sacrifizi. Bisogna limitarsi quindi a piccoli ritocchi. Ma nel 425 si ha la felice occupazione di Pilo, ossia l’invasione della Messenia, donde si spera, in Atene, non sia difficile far saltare in pezzi il dominio spartano sul Peloponneso. Allora, salito Cleone all’ufficio, che per tanti anni era stato gloriosamente tenuto da Pericle, si osa decretare un raddoppiamento dei tributi confederali. I 460 talenti, che Aristide aveva loro imposti e che già erano stati portati a 600[104] sono ora fatti salire a circa 1000: sei milioni di lire[105]! Si sperava forse sfuggire alla necessità di nuove _eisphorai_, così penose per il cittadino ateniese, da lustri abituato a vivere delle entrate del suo impero? Se tale voleva essere la speranza dei reggitori di Atene, essa riuscì vana, chè, circa un anno dopo, intorno al 424, bisognò ricorrere di nuovo, e, probabilmente, più di una volta, all’_eisphorà_[106].
L’ombra di quella tregua, che il capo del partito conservatore ateniese, Nicia, riuscì a segnare nel 421 con Sparta, interruppe la continuata adozione di mezzi così eroici. Ma la speranza della pace non era stata che un inganno, un breve agitato respiro per meglio prepararsi alla nuova presa d’armi. Nel 418 si ha la guerra così detta di Mantinea; nel 417, una nuova spedizione ateniese in Tracia; nel 416 una spedizione contro Melo.... Pure, ad Atene non si vuol più sentir parlare di nuove _eisphorai_[107]; in compenso, non si esita, tra il 420 e il 417, a tornare ad aggravare il tributo dei pazienti alleati. Per alcuni distretti, esso è senz’altro triplicato, per altri, l’aumento è forse ancora più considerevole....[108]. Si toccano in questo momento i 1200 o 1300 talenti annui, a cui mai fin adesso il contributo federale era salito[109]. Era una entrata cospicua, che superava da sola quella, a cui un tempo s’era levata la somma complessiva delle entrate ateniesi. Ma i preparativi per la nuova guerra di Sicilia (415-13) costringono a pensare alla possibilità di nuove _eisphorai_[110]. Poi la guerra ha principio; si svolge paurosamente; affonda in un’enorme catastrofe, e finisce con l’ingoiare tutto: entrate ordinarie ed entrate straordinarie; vecchie riserve e nuovi proventi. Ma, poichè le ostilità con Sparta si riaccendono, e si inaugura la terza fase della guerra peloponnesiaca — la fatale êra della Guerra deceleica (413-04) — occorre di nuovo dar mano a operazioni cesaree. Subito, nel 413, si sostituisce il tributo federale annuo con la nota imposta del 5% su tutte le merci esportate o importate nei territori federali[111]. Ora stesso si raddoppiano i diritti d’uso del Pireo, dall’1% al 2%, e l’antica _centesima_ diviene la nuova _cinquantesima_; anche ora, forse, viene raddoppiata la percentuale dei diritti sulle vendite[112]. Ma il nuovo sforzo è sempre insufficiente ai bisogni: nel 410-09 viene creata la _decima_ (la δεκάτη), una imposta del 10% sul transito delle merci sul Bosforo, che sarà per parecchio tempo l’unica risorsa costante della cassa militare degli strateghi ateniesi[113], e, qualche anno dopo, si deve, di nuovo, replicatamente ricorrere a ulteriori _eisphorai_[114]. Finalmente, nel 404, la terribile guerra si chiude: la distruzione della potenza ateniese è consumata.
Ma poco dopo, ancora una volta, si dà mano alle armi. L’egemonia su tutta l’Ellade, che Sparta era riuscita ad imporre, sembra in pericolo. Le città, un tempo sue alleate, e le sue suddite recenti si sollevano contro la nuova dominatrice, che si dimostra assai peggiore dell’antica. Divampa la _Guerra corinzio-beotica_ (395-387). Atene si getta di nuovo nella mischia, e perciò impone, a carico della sua stremata cittadinanza, nuove contribuzioni straordinarie[115]. Gli abili accordi di Sparta con la Persia e l’improvvisa pace di Antalcida (387) frustrano le speranze della coalizione antispartana. Ma, di lì a non molto, l’onnipotenza di Sparta pericola nuovamente. Tebe ha dato il segnale della riscossa, e ad Atene si torna a lavorare per la ricostituzione dell’antica lega marittima e per una nuova ripresa del gigantesco duello con Sparta. Perciò si intima un’altra contribuzione straordinaria, ma si vuole che la nuova _eisphorà_ sia più grandiosa delle precedenti; onde vi si apparecchiano basi più solide e strumenti più sicuri degli antichi. Fu questo il capolavoro finanziario del 387-77, che, dal primo arconte, pigliò il nome di Nausinico. Questa volta, non solo furono senza dubbio riveduti e controllati i ruoli delle fortune ateniesi, ma vennero istituiti dei gruppi di cittadini, delle _società_ — delle _simmorie_, come allora si disse — incaricate di riscuotere l’imposta, e farsi in certo modo garanti di tale riscossione[116]. Pur troppo, il censimento delle fortune ateniesi dette soli 5750 talenti di fortune imponibili, pari a 35 milioni di lire[117]; e, poichè, immediatamente dopo, veniva ordinata la prelevazione di almeno 300 talenti d’imposta[118], ne risulta che le fortune ateniesi vennero colpite per oltre il 5% del loro ammontare totale, o, ragguagliandone il reddito netto al tasso, certo elevato, del 10%, per oltre il 50% del frutto annuo[119]!
L’indizione dell’_eisphorà_ si rinnova due altre volte, fra il 376 e il 367. Siamo adesso nel cuore del grande duello tebano-spartano, nel quale, ancora una volta, entra di mezzo Atene, sforzandosi di riconquistare, appoggiandosi ora all’una or all’altra, la parte preminente, un tempo goduta, in Grecia. L’imposta sembra adesso colpire il 10% della ricchezza censita[120]. Il che significa che in due riprese vien assorbito l’intero reddito annuo dei cittadini ateniesi!
Nè le _eisphorai_ del 376-67 sono le ultime della serie. I ricorsi di quelle aborrite contribuzioni si ripeterono implacabili con l’incalzare delle nuove necessità militari, col declinare del commercio e dei redditi delle dogane, col crescere in sicurezza dei redditi federali. L’età di Iseo, Lisia, Senofonte, Demostene[121], n’è tutta ingombra, sì che, di tanta frequenza e della consueta od eventuale gravezza dell’imposta, noi ritroviamo traccia nei lamenti di tutti gli oratori del tempo.
Ma l’_eisphorà_ diviene ancora più esosa, quando, nel 362, è introdotta la speciosa innovazione della così detta _proeisphorà_, la quale impone ai ricchi l’obbligo di anticipare all’erario le somme votate dall’assemblea, salvo il diritto, che sempre rimaneva teorico, di risarcirsene sui contribuenti[122]. Le conseguenze di questo anticipo forzoso dovettero essere terribili, e, per averne un’idea noi dobbiamo correre col pensiero ai _decurioni_ del basso Impero romano. Fin adesso ogni cittadino aveva pagato, sia pur duramente, in proporzione della propria fortuna; d’ora innanzi i cittadini agiati dovranno pagare senza limiti in proporzione della ricchezza propria e del malvolere di tutti gli altri. Molte fortune, sulle quali lo Stato fin adesso aveva potuto contare per i suoi bisogni, vennero ora schiantate; altre famiglie fuggirono, imprecando, la patria, o preferirono chiamare i nemici del di fuori contro gli usurpatori del di dentro. E la Repubblica, per eccessivo studio di assicurare le sue finanze di guerra, finì col trovare inaridite tutte le fonti della sua prosperità.
Ma un altro sistema adoperava — come tutte le città greche a regime democratico — Atene, per assicurare il suo bilancio: quello di sforzare i cittadini agiati ad assumere taluni servizi pubblici. Fra questi, agli scopi della guerra, primeggiava la _trierarchia_.
La _trierarchia_ è il più costoso, e, dopo l’_eisphorà_, il più rigido[123] fra i così detti doveri liturgici, cioè l’obbligo fatto ai cittadini più agiati di sobbarcarsi per un anno all’armamento e alla manutenzione di una trireme. Or bene, questo carico doveva, gli è evidente, riescire sempre più gravoso col crescere della forza marittima ateniese, con l’incalzare delle guerre, col ripetersi di disastrosi insuccessi, i quali venivano senz’altro ad imporre l’urgenza e l’armamento di nuove flotte[124].
Se si calcola inoltre che, dalla seconda metà del secolo V, le maggiori imprese militari di Atene furono tutte marittime; che, almeno fin dalla prima metà del IV, lo Stato non assicurava più, come nel V, la mercede a tutto l’equipaggio, ma ai soli remiganti, dinanzi ai quali, del resto, il trierarca rimaneva moralmente e direttamente impegnato[125]; che fin d’allora neanche i componenti l’equipaggio o i remiganti venivano forniti in numero sufficiente e di qualità adeguata[126], per cui toccò più volte al trierarca, acquistarne dei nuovi, stipendiarli e, magari, regalarli abbondantemente[127]; quando si riflette che la difettosa legislazione, la lungaggine amministrativa, la forzata taccagneria dell’erario vennero procurando ai trierarchi brighe gravi e molteplici, sì da distorli dal reclamo di quegli arredi, cui avevano diritto[128], s’intenderà facilmente come l’ottemperanza al dovere della trierarchia potesse, durante una sola guerra, trascinare alla perdizione gran numero di cospicue famiglie ateniesi[129].
Ma, come se ciò non bastasse, fin dalla Guerra del Peloponneso, i trierarchi in carica, o, magari, uno solo fra essi, dovettero garantire per il successore od il collega[130] anticipando, al solito, per periodi di tempo indefiniti, le spese necessarie, e, finalmente, dopo il 357, come già era avvenuto per la _eisphorà_, i trecento più ricchi ateniesi furono, davanti allo Stato, fatti responsabili delle contribuzioni dei rimanenti e tenuti all’anticipazione delle somme che sarebbero occorse[131]. Ma, poichè il numero dei trierarchi venne contemporaneamente fissato a 1200, la loro cifra per nave, e quindi la ripartizione degli oneri, variò in proporzione inversa della quantità delle triremi richieste.
Non si poteva non ricorrere alla menzogna ed alla frode. E i nuovi _liturgi_ — è il nome che il diritto pubblico ateniese assegnava a questi, più o meno volontarî, contribuenti — furono più fortunati o più abili dei futuri decurioni del basso Impero romano: appaltando a dei terzi la trierarchia[132], riserbando per sè la riscossione dell’intera somma dei soci meno abbienti, valendosi all’uopo dei mezzi più odiosi; violando, in una parola, lo spirito della legge, finirono per collaborare a quella rovina delle medie e delle piccole fortune dell’Attica[133], che già altre cause non meno inscongiurabili, andavano provocando.
Le _eisphorai_ e l’obbligo della trierarchia non esaurivano la serie delle liturgie e dei danni suscitati dalla necessità della guerra e gravanti sui cittadini ateniesi. Il loro buon volere veniva altresì sollecitato dalle contribuzioni volontarie, le così dette _epidoseis_[134], il cui versamento, manifestatane l’intenzione, diveniva obbligatorio, e ogni suo postumo rifiuto cadeva sotto le sanzioni penali comminate dalla legge[135].
Riassumendo in breve giro di frasi gli effetti delle imposte straordinarie di guerra, così Senofonte induceva Socrate ad esprimersi: «Se scoppia una guerra, tu sarai nominato trierarca, e con la trierarchia sarai gravato di tali e tanti gravami che non potrai riuscire a sostenerli. E se opineranno che tu non ti comporti con prodigalità, ti colpiranno con lo stesso rigore con cui se ti sorprendessero a rubare le loro sostanze....»[136]. Nè si trattava di amplificazioni retoriche. Sin dallo scorcio del secolo V, una nuova taglia, rivoluzionaria sì, ma, pur troppo, regolare, venne a gravare sui più abbienti: quella confisca dei beni, che avrebbe dovuto rappresentare una legale punizione dei reati comuni o politici, e che, invece, ora, diviene a poco a poco una delle entrate ordinarie del bilancio ateniese. «Gli è più pericoloso», dirà Isocrate, «essere tenuto per ricco che avere perpetrato un delitto.... Di questo si può ottenere grazia o indulgenza, mentre la ricchezza condanna irremissibilmente a perire....»[137]. E ad Atene, nei frangenti più gravi, come negli anni più foschi della Rivoluzione francese le misure giacobine non mancarono mai nell’ordine del giorno della vita pubblica, sì che, attraverso le delazioni e le montature dei facili sicofanti, il Moloch della guerra ingoiò facilmente, insieme con le fortune, il sangue e l’onore dei cittadini[138].
Il disagio dei privati.
Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era — con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie ordinarie, ad esempio, la così detta _coregia_, sopperissero magari due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per _società_[140]. In maniera analoga, la _trierarchia_ cedette il posto alla _syntrierarchia_, per la quale le spese dell’arredamento e della manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141], e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per _società_[142].
Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari. Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].
Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza. Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi, se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145], e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa, almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire, chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV, Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e, quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato, «quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti, e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero, e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori, che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre ridotti a sì dolorose strettezze»[152].
Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli apparivano quelle della popolazione minuta della città e della campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva senz’altro come _indigente_[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la città si levano grida di dolore e di passione»[154].
Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della _plebs urbana_ della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini, il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche elemosina[156].
E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma, così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze dell’erario[157].
Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo servizio di pubblica assistenza[158].