Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)
Part 1
CORRADO BARBAGALLO
IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ
O
LA FINE DELLA GRECIA ANTICA
«..... Indagheremo e conosceremo insieme le ragioni per cui Sparta ed Atene, dal colmo della gloria, cui, fra i Greci, erano dal nulla pervenute, rischiarono poscia di precipitare nella servitù; le ragioni per cui i Tessali, straordinariamente cresciuti in ricchezza ed in potenza, sono ora ridotti allo stremo della disperazione». «Occorre all’uopo risalire alle cause prime, non già richiamare gli eventi, che da quelle sono proceduti: alle cause prime dei mali che ci hanno condotti allo sbaraglio attuale».
(ISOCR., _La Pace_, 116-17; 101).
VOLUME SECONDO
FIRENZE FELICE LE MONNIER EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
49-1924 — Firenze, Stab. Tip. E. Ariani, Via S. Gallo, 38
CAPITOLO PRIMO.
LA GUERRA
Le guerre nella Grecia antica.
La Grecia antica fu, per tutta la sua non lunghissima, ma neanche brevissima, esistenza storica, profondamente afflitta dal male, endemico e inguaribile, della guerra. Sotto questo riguardo, le sue gloriose repubbliche non hanno che un solo termine di paragone (e il ripetersi del fenomeno non fu casuale): i Comuni italiani del Medio Evo. La sua vita fu tutta una serie ininterrotta di lunghe ostilità e di brevi armistizi, un affilare, un brandire, un incrociare, un risonare incessante di armi.
L’età, che potremmo dire preistorica, della Grecia antica si dischiude al nostro pensiero con la evocazione di due grandi serie di guerre: la guerra troiana e le altre infinite, che vanno sotto il nome di «migrazione dorica». Poi, in età cronologicamente più sicura, troviamo, nei secc. VII-VI, le incessanti guerre contro Messeni, Argivi, Arcadi, ecc., attraverso le quali Sparta conquista l’alta sovranità sul Peloponneso. Poi, dal 500 al 494, si ha la insurrezione e la guerra delle colonie greche di Asia, aiutate da Atene e da Eretria, contro la Persia; dal 492 al 479, le prime paurose invasioni persiane; dal 478 al 449, la controffensiva greca ai danni della Persia, mentre contemporaneamente, nella Sicilia, e nell’Italia greca — la Magna Grecia — si svolgono lotte, lunghe e cruente, fra colonie e colonie elleniche — Crotoniati contro Sibariti, Siracusani contro Agrigentini, Siracusani contro Crotoniati —, nonchè fra Greci e Cartaginesi, Greci ed Etruschi, Greci ed Italici.... Nel 466 o nel 471, nella Grecia vera e propria, si ha la insurrezione, fieramente domata, di Nasso contro Atene; dal 466 al 464, la guerra di Atene contro Taso; dal 459 al 451, mentre la guerra della Lega ateniese contro la Persia continua, si susseguono una duplice serie di ostilità ateniesi-corinzio-spartane; dal 449 al 446, una guerra beotico-ateniese-spartana; nel 440-39, le ribellioni di Samo e di Bisanzio contro Atene; nel 437-34, una spedizione ateniese contro le città greche della Tracia e del Ponto; dal 435 al 433 la guerra corinzio-corcirese-ateniese; dopo di che, l’anno successivo scoppia l’insurrezione di Potidea e di una parte della Calcidica contro Atene, che inaugura i quasi ininterrotti ventisette anni della tremenda _Guerra peloponnesiaca_ (431-04), che avvolse nelle sue fiamme l’intero mondo ellenico. Tra il 404 e il 403, segue la prima riscossa di Atene e la campagna di Trasibulo contro «I Trenta»; fra il 400 e il 387, una nuova guerra spartano-persiana, intramezzata da ostilità di Sparta contro l’Elide e contro Tebe, mentre in Occidente si svolgono le conquiste del primo Dionigi su territorio siciliano ed italico, nonchè una lunga guerra di Siracusa contro i Cartaginesi. Nel 394 si apre, e continua fino al 387, la grande, così detta, _Guerra corinzio-beotica_, che travolse anch’essa nel suo turbine Tebe, Atene, Corinto, Argo, Sparta, l’Eubea, la Grecia centrale, la Calcidica, mentre, in Occidente, Dionigi il grande ripigliava la guerra contro Cartagine (383 ?) e i suoi tentativi di espansione in Italia, che adesso lo fanno entrare in lotta persino con gli Etruschi. Dal 386 al 380, s’incalzano e intrecciano guerre spartano-mantineesi, guerre olintiaco-calcidesi, guerre spartano-olintiache. Dal 377 al 362, si distende l’êra epica dei grandiosi conflitti tebano-spartano-ateniesi-tessalo-epirotici, e, in Occidente, si scatena una nuova offensiva di Siracusa contro l’eterna sua nemica: Cartagine. Dal 362 al 357, mentre le armi non posano nel Peloponneso, Sparta e Atene tornano a guerreggiare contro la Persia, e poi, fallita l’impresa, Atene ritenta la violenta annessione al suo impero dell’Eubea, della Calcidica, del Chersoneso tracico, testè perduti, entrando in conflitto con la Macedonia, di cui ora è divenuto re Filippo II. Dal 357 al 355, si svolge la così detta _Guerra degli Alleati_ contro Atene; dal 355 al 346, la Prima sanguinosissima _Guerra sacra_; nel 353, le prime guerre di Filippo II per la conquista della Tessaglia; dal 346 al 340, una serie, quasi ininterrotta, di ostilità fra Atene e la Macedonia; dal 339 al 338, la _Seconda Guerra sacra_, che suggella la fine dell’indipendenza greca sotto l’egemonia macedone. Contemporaneamente, nei trent’anni che scorrono dal 367 al 337, tutta la Sicilia greca arde di un incendio di guerre civili tra città e città, solo intramezzato da tentativi, or fortunati, or infelici, di Cartaginesi contro Greci, di Greci contro Cartaginesi. Fra il 336 e il 335, si susseguono due nuove invasioni macedoni in Grecia, che epilogano nella catastrofe di Tebe. Al 334 si apre la grandiosa gesta macedone-greca per la decisiva conquista della Persia, che durerà fino al 326. Intanto dal 333 al 330, durante l’assenza di Alessandro Magno, impegnato in Oriente, Sparta guerreggia contro la Macedonia, e, tra il 323 e il 322, spento Alessandro, si combatte, fra Greci e Macedoni, la disastrosa _Guerra lamiaca_. Poi seguono sino al 239 le infinite contese fra i successori di Alessandro, disputate e risolute, in gran parte, su suolo greco, e, dal 239 al 146, il viluppo più intricato di guerre macedono-acheo-etolo-spartano-romane. Il 146 registra il lugubre epilogo della distruzione di Corinto e della fine dell’indipendenza della Grecia, sotto il calcagno romano.
In sette secoli di storia, dunque, circa settecento ininterrotti anni di guerre, di cui ognuna non sconvolse soltanto una breve regione, ma attirò nel suo vortice quasi tutti gli Stati ellenici della penisola e gli altri d’Italia e d’Asia, i quali, del resto, figurarono consuetamente, o nelle più o meno regolari _simmachie_ ateniese, spartana, italica, o nelle temporanee alleanze, che le nazioni greche stipulavano e dissolvevano con mirabolante disinvoltura.
Nè il sesquisecolare impero repubblicano di Roma riesce foriero di migliore fortuna. Dalla fine politica della Grecia al tramonto della Repubblica romana, le più grandi operazioni militari del tempo avvengono su terreno greco: e le Guerre mitridatiche, continuate, salvo brevi armistizi, dall’88 al 66, e la campagna contro i pirati (67), e le guerre civili di Sulla contro Fimbria (85-84), di Pompeo contro Cesare (49-48), di Antonio e di Ottaviano contro gli uccisori di Cesare, nonchè contro Sesto Pompeo (42-35), e l’ultima di Ottaviano contro Antonio (32-30). Solo allora, finalmente, la pace, di cui, alla guisa del Secondo Impero Napoleonico, Roma ebbe a vantarsi dispensatrice, spiegò i suoi ozi ristoratori sull’Ellade malaugurata.
Questo fenomeno — tutto greco — della guerra perenne non fu nè arbitrario, nè casuale. Le sue profonde ragioni giacevano nella Grecia stessa, ossia nella natura, essenzialmente municipale, della sua organizzazione politica. È verità notissima questa, che la Grecia non conobbe altra forma di Stato, che il municipio, i cui confini di regola non valicavano il territorio di una città. Ma si è raramente badato alle conseguenze enormi — benefiche e malefiche — che una tale situazione portava seco. La nobiltà e la grandezza dello spirito greco, come dello spirito dei Comuni medioevali italiani del Medio Evo, nacque appunto dal tanto deprecato fenomeno del municipalismo, che esaltava tutte le potenze morali dei cittadini, rinchiusi entro breve confine, per cui la loro città era tutta la patria, era tutto il mondo. Nacquero da questo stato di fatto il patriottismo ardente, la svariata, meravigliosa molteplicità di sviluppi culturali, artistici, spirituali, che caratterizzano la storia greca. Ma nacque anche il male endemico della guerra in permanenza. Ogni grande Stato possiede mezzi sufficienti, o quasi, alla sua prosperità; ha porti di mare, terre fertili, pianure, montagne, varietà di colture, sbocchi fluviali, centri naturalmente adatti all’industria e centri naturalmente adatti all’agricoltura. Ogni sua contrada può aiutare le consorelle e riceverne vicendevolmente aiuto. Una città isolata, uno Stato municipale, no. Essi sono di regola mancanti di qualcuno, o di più d’uno di tali beni. Quella o quello che possiede il legname non ha il porto in cui scaricarlo; chi fabbrica merci non ha libero il passo ai centri di importazione delle materie prime; chi ha il monte non domina il piano; il municipio, cui sorride l’abbondanza dei suoi vigneti, non dispone di popolazione sufficiente al consumo del suo vino. Lo Stato municipale è, in conseguenza, per sua natura, mutilo e paralitico. Onde il bisogno continuo, ch’è sua ragione e mezzo d’esistenza, di aggregarsi, assoggettarsi, strappare altrui i beni di cui abbisogna. In questo profondo terreno sta la radice del guerreggiare continuo, rabbioso, delle repubbliche greche, così come dei Comuni medioevali italiani. Poi il successo fortunato o l’irritazione dello scacco mal tollerato, la gloria, l’ambizione, il cocente dolore, i danni, subìti o temuti, complicavano il problema, lo inciprignivano, lo avvelenavano. La guerra perciò, nella Grecia antica, fu, al pari dell’imperialismo cittadino, elemento, vitale e fatale, della sua esistenza secolare. Senza di essa la storia non conoscerebbe che una Grecia oscura e vegetante nella mediocrità e nel silenzio. Senza di essa lo splendore e la gloria di Atene e di Sparta non sarebbero mai stati. Il che non impedì che gli effetti della guerra continua si ritorcessero tremendi contro coloro che li avevano scatenati, e che, una volta generati, non assumessero un incalcolabile potere di distruzione.
La Grecia, che non poteva vivere senza guerra, era condannata a perire della sua guerra perpetua. Qui, dove gli Stati sovrani erano infiniti, innumeri dovevano essere ogni giorno i conflitti interstatali. Qui i viventi dovevano rodersi, l’un l’altro, da muro a muro, da fossa a fossa. Anch’ella, questa antica nave senza nocchiero in gran tempesta, era destinata ad infrangersi tra i marosi giganteschi, che il suo violento procedere andava sollevando. E come i Comuni medioevali finirono con invocare un _Signore_, che desse loro finalmente la pace, così l’Ellade antica finì col preferire una signoria — quella dell’Impero romano — alla sua selvaggia libertà, madida di lacrime e di sangue. Pur troppo, il rimedio eroico giungeva, questa volta, troppo tardi!
Lo sforzo demografico.
Per rilevare compiutamente di quali malefici effetti la guerra sia stata cagione nel mondo greco, noi dovremmo a rigore andare esaminando le singole ripercussioni del fenomeno in tutti gli Stati, che composero il mondo ellenico. Purtroppo, questo ci è assolutamente impedito dalla scarsezza e dalla oscurità enorme delle notizie, che riguardano la loro vita interiore. Noi possiamo però scegliere l’esempio tipico di qualcuno dei numerosi Stati greci — quello ateniese, per esempio — intorno a cui siamo meglio informati, e da quest’analisi indurre tutte le analogie, che vedremo man mano spontaneamente emergere, e intorno ad esse collocare tutte le altre minori, assai più rade notizie, che ci provengono da altri Stati. Tale il procedimento, che siamo costretti a seguire. Ma da esso ci illudiamo di ricavare suggestioni bastevoli a formarci un’idea esatta di quello che, per la Grecia antica, furono i mali infiniti, arrecati dalla guerra.
Come è necessario avvenga d’ogni piccolo Stato, che aspira a grandi scopi, Atene era costretta a guerreggiare con il massimo sacrificio di uomini di cui essa disponeva. La popolazione libera dell’Attica si aggirava, nel suo periodo migliore, intorno alle 250.000 anime. Eppure noi troviamo che alla battaglia di Maratona, nel 490 a. C., Atene partecipava con 9-10.000 opliti, e probabilmente con altrettanti armati alla leggera (_gimniti_)[1]; a Platea (479), con 8000 opliti e altrettanti gimniti[2]; mentre almeno 25.000 Ateniesi erano imbarcati sulla flotta[3]. Noi troviamo che gli Ateniesi, alla battaglia di Tanagra (457 a. C.), schierarono circa 14.000 opliti e altrettanti gimniti, mentre altri contingenti erano stati spediti ad Egina e in Egitto[4]; che, durante la Guerra del Peloponneso, Atene, nel 431, mobilitò per la difesa dell’Attica, oltre 30.000 fra opliti e cavalieri[5] e una cifra non certo minore di gimniti[6], e che nel 424 invase la Beozia con circa 20.000 uomini[7]. Questo, nel V secolo, ossia nell’età di maggior floridezza demografica dell’Attica. Nel quarto secolo Atene partecipa alla prima invasione di Epaminonda nel Peloponneso (370 o 369) con 12.000 uomini[8]; l’anno successivo, gli Ateniesi guerreggiano contro la lega beotica in numero di circa 10.000[9]; finalmente, in occasione della _Seconda Guerra sacra_ (339-38), la città eroica mobilitava tutti i suoi uomini fino ai 50 anni, armando da 9 a 10.000 opliti[10].
Or bene, queste cifre, di cui nessuna può dirsi esaurisca tutto lo sforzo della mobilitazione nell’Attica antica, e da cui di regola rimangono esclusi gli equipaggi e i marinai delle grandi flotte ateniesi, ci riportano da sole a una percentuale, ossia a una mobilitazione del 10%, del 12%, talora, persino, del 24%, della popolazione complessiva: proporzioni assolutamente inaudite, e che, ripetute e prolungate per secoli, dovevano necessariamente esaurire la vitalità di qualsiasi popolo[11].
La guerra, la pastorizia, l’agricoltura.
Un siffatto sistema di guerra continua devastava in egual misura la popolazione dello Stato e l’intera economia della nazione. Devastò e spense in sul nascere l’agricoltura e la pastorizia dell’Attica. Il giorno, in cui l’Impero ateniese fu costituito, e fu palese come occorressero molti uomini, ossia un abbondante macchinario umano per difenderlo, il governo della Repubblica dovette cercar di persuadere la popolazione dell’Attica a lasciare i campi e a venire in città, ove tutti — si diceva — troverebbero da vivere nella milizia e nell’esercizio dei pubblici uffici[12]. Scambiando forse una responsabilità di cose con una responsabilità di persone, taluno degli antichi attribuì tale consiglio senza di meno ad Aristide, il capo del partito agrario, divenuto, per singolare ironia della sorte, il primo fondatore dell’Impero ateniese[13]. Ma, fosse Aristide o fossero altri, è certo che da questo momento comincia l’esodo dei contadini dell’Attica dalla campagna nella città; ossia l’inurbamento di tanta parte della popolazione, che fatalmente avrebbe portato seco l’arresto e la decadenza della pastorizia e dell’agricoltura nella contrada. Poi la guerra, che non tarderà ad accendersi infinite volte, farà il resto.
Il valore del bestiame, che pascolava nell’Attica, era tutt’altro che insignificante. L’Attica nudriva in gran copia pecore, capre, asini, muli, e gli stessi buoi ed i cavalli, dapprima scarsi, vi figurarono più tardi numerosi, in grazia specialmente dei pascoli dell’Eubea[14]. Or bene, il sopravvenire della guerra recava l’annunzio della fine di tanta ricchezza, così come, sur un campo florido di messi l’infuriare del vento prima ancora dell’irrompere della gragnuola. Non era per questo necessario che il nemico invadesse il Paese. «Quando il nemico è vicino», scriverà ad altra occasione un antico, «il fatto che l’invasione non è avvenuta non impedisce che il bestiame venga lasciato alla ventura»[15]. Ma assai peggio, naturalmente, seguiva allorchè l’invasione aveva veramente luogo. Gravissimi erano allora gli effetti dell’antica — o dell’eterna? — maniera di condurre la guerra. Il più delle volte questa si riduceva a incursioni, saccheggi, depredazioni brigantesche[16]. «Farsi leva degli interessi dei proprietari, devastarne sistematicamente le terre, distruggerne le messi, menar bottino degli schiavi e del bestiame, ecco un espediente press’a poco infallibile per istrappare delle condizioni vantaggiose»[17]. Nè v’era mezzo alcuno ad impedire quest’affondamento dell’artiglio nemico nelle carni vive del Paese. La ristrettezza del territorio di ciascuno staterello greco portava l’invasore diritto al cuore dello Stato, lo conduceva rapidamente a distruggerne in una volta sola tutta la prosperità agricola. Una invasione fortunata era, dunque, un danno profondo, che talora non riesciva possibile riparare. È facile perciò misurare come e quanto la presenza degli Spartani nell’Attica, durante la guerra del Peloponneso, abbia nociuto all’esistenza economica del Paese.
Le colture dell’olivo, della vite, degli svariati alberi da frutto, che avevano formato la ricchezza della campagna ateniese, furono o interamente rovinate o non mai più ricostituite. Gli armenti, per lunghi anni allevati, curati, migliorati, diventarono preda e macello dell’invasore; e chi in tale lavoro aveva speso la propria ricchezza, e impegnato la propria attività, vide in un’ora sola distrutte le fatiche di lunghi anni[18].
Ma tutto questo, oltre che agli agricoltori, riescì di danno inestimabile alla turba dei consumatori, i quali, come sempre, costituivano la grande massa della popolazione. Sotto la concorrenza dei vini forestieri, la felice supremazia dell’Attica cominciò, dopo la guerra del Peloponneso, a declinare via via, terminando per cedere il passo a quella di tutte le nazioni rivali. I prezzi salirono a proporzioni vertiginose. Mentre le risorse della popolazione diminuivano, il costo del vino passò da 10 a 35 lire l’ettolitro[19], con una media, fors’anco un minimo, di L. 25 circa[20]. Le qualità prelibate vennero ora importate a caro prezzo dall’estero, e il vino di Chio fu, sui mercati di Atene, pagato a L. 300 circa l’ettolitro[21].
Gli effetti disastrosi di una simile guerra non erano soltanto temporanei. Da un lato, per l’imminenza continua del pericolo, ai villaggi, sparsi o disciolti in fattorie, la popolazione rurale venne preferendo l’agglomeramento nelle cittadine fortificate, tra il caro dei viveri e l’incomoda lontananza dai centri naturali di lavoro[22], dall’altro finì col preferire le culture inferiori a quelle superiori. A che pro, infatti, indugiarsi in colture lunghe, costose, difficili, sia pure remunerative, le quali abbisognano assolutamente di una pace sicura e tranquilla, dacchè lo stato permanente è la guerra, e basta un attimo di odio a distruggere l’opera paziente di lustri? Meglio dunque abbandonare le coltivazioni, che richiedono lavoro lungo e intensivo, e lasciare che la terra arida produca da sè quel poco che le talenta.
Poteva succedere di peggio, e successe di fatto. L’incertezza annua del raccolto, che non si sapeva mai se sarebbe toccato ai cittadini o agli invasori, finì talora col determinare — letteralmente — l’abbandono dell’agricoltura. «Non si semina», scrive un economista moderno[23], «che nella speranza di raccogliere. Non si dissoda, non si pianta, non si costruisce che a patto di non avere quotidianamente a paventare la perdita dei propri capitali. L’agricoltura più prospera non tarderebbe a deperire se il suolo venisse a mancare sotto i piedi di coloro che lo possiedono....; la decadenza sarebbe tanto più rapida quanto più imminente e grave ne fosse il pericolo. Certo la sicurezza del possesso non è sempre bastevole a imprimere ai lavori agricoli un impulso singolare, ma è senza esempio che questi abbiano prosperato facendone a meno....».
Fu allora che, perduta, ogni speranza, gli agricoltori ruinati si rovesciarono a schiere — spontaneamente, senza più bisogno di sollecitazioni — entro le mura cittadine a sollevare un’altra ondata di concorrenza ai danni della popolazione operaia o, peggio ancora, a imporre allo Stato ch’esso fornisse agli indigenti e ai disoccupati i mezzi per vivere. Per questo, appunto, con la fine del V secolo a. C., comincia veramente la grande _curée_ delle indennità pubbliche.
Ora non è più possibile restituire alla campagna tanta parte della popolazione d’improvviso inurbata. Ora, secondo il calcolo di un antico, più di 20.000 cittadini succhiano quotidianamente alle mammelle dello Stato ateniese[24], e l’indennità pubblica, da sanzione naturale della democrazia, diventa un «cancro roditore»[25] della Repubblica.
Ma noi moderni non siamo più in grado di formarci un’idea adeguata di tutto il disastro, che per gli antichi veniva dalla decadenza o dalla rovina dell’agricoltura. Presso di noi questa può riescire uno degli elementi secondari del vivere sociale. Per qualcuno degli Stati moderni, la società, più che sullo sviluppo dell’agricoltura, poggia sui progressi della sua industria e, specialmente, su la portata dei suoi commerci. Nel mondo antico accadeva precisamente l’opposto[26]. Allorchè quindi vi si discorre di rovina delle culture della terra e degli agricoltori, si può giurare di trovarsi dinanzi al crollo della maggiore e della miglior parte dell’edifizio economico. «Si enuncia una solenne verità», scriveva Senofonte, «quando si afferma che l’agricoltura è madre e nudrice di tutte le arti. Allorchè essa prospera, prosperano anche queste; allorchè il suolo deve rimanere incolto, può dirsi che ogni altra attività, praticata sulla terra e sul mare, si spenga»[27].
Restavano i rigagnoli dell’industria e del commercio, ma anche su di questi la guerra, permanente e devastatrice, non mancava di esercitare le sue conseguenze funeste.
La guerra e il commercio.
Le conseguenze delle interrotte comunicazioni marittime dovevano, naturalmente, essere più gravi pei Paesi che erano costretti a importare granaglie, ossia, che mancavano dell’elemento fondamentale della alimentazione quotidiana. L’Attica antica produceva cereali in pochissima quantità, onde difficilmente riesciva a fare a meno della importazione, così come più tardi non lo potrà l’Italia antica o non lo può oggi, ad esempio, l’Inghilterra. Atene ricavava dalla campagna appena 20.000 hl. di frumento[28], e ne abbisognava di una quantità per lo meno venti volte maggiore[29]. Gran parte della draconiana legislazione cittadina era diretta appunto ad assicurare tale rifornimento. Perciò lo Stato ateniese, mentre da un canto proibiva rigorosamente l’esportazione del grano, imponeva che due terzi almeno dei cereali esteri, approdati al Pireo, venissero devoluti al consumo cittadino, che nessun residente nell’Attica ne scaricasse altrove se non nel porto di Atene; ne limitava, oltre che da Atene, dal Ponto e da Bisanzio, l’esportazione; esentava — pare — da determinati oneri i commercianti di granaglie, impediva rigorosamente l’incetta[30]. Ma tutto questo non bastava; per procurarsi il grano, occorreva avere facile il passo ai varî centri d’importazione: il Mar Nero, l’Egitto, la Fenicia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Siria, ecc.[31].