Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)

Part 7

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E v’era qualcosa di peggio, che non dev’essere dimenticato, come non ha trascurato di rilevarla uno dei più noti, ma eziandio uno dei più acuti sostenitori della mezzadria. Nei Paesi che adattano questo regime, «la massa della popolazione — i coloni del pari che i proprietari — trovansi provveduti di derrate. Ed ecco ciò che segue. Nelle buone annate, i mercati sono ingombri di tutto il superfluo; nelle cattive, mancanti del necessario. Invece, nei Paesi in cui predomina il fitto, i fittavoli vendono ogni anno tutti i prodotti della terra eccedenti il loro uso domestico; quindi i mercati sono sempre ben provvisti. E poichè d’altro lato essi sono i soli che non comperino (tutte le altre classi, anche i proprietari, si provvedono sul mercato), nei Paesi, in cui il fitto predomina, si ha una somma maggiore di offerte e di domande. Ne segue, che nelle cattive annate le derrate aumentano più rapidamente di prezzo, e, in proporzione assai più grande, nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto e, viceversa, nelle buone, i prezzi ribassano di più e più rapidamente nei primi che nei secondi»[195]. Così le oscillazioni dell’abbondanza e della penuria sono più profonde e frequenti nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto....

Figlia naturale della povertà, la mezzadria diviene dunque, di regola, poco a poco, una delle cause determinanti della medesima[196]. Genio del malaugurio, essa ricorre e prepondera sulle altre forme di contratto al ricorrere di ogni crisi economica, e di essa consolida gli effetti e prolunga la durata, mentre sparisce o si attenua col diffondersi della ricchezza e del progresso agricolo[197].

La condizione giuridica e morale dei servi della gleba e sue conseguenze.

Tutti questi effetti economici, è bene ripeterlo, venivano egualmente a pesare sulla antica servitù della gleba, o, per certo, su quella sua forma specifica, che esistette in Laconia e in Messenia e in tutti i Paesi greci con somigliante regime economico. Ma con un gravame di non piccolo rilievo. Il servo della gleba non era libero. Egli, in primo luogo, soggiaceva al divieto assoluto di disporre della terra che coltivava col modo che avesse creduto migliore. Ora, un possesso indiretto, coatto, inalienabile e indivisibile, si può, nelle sue conseguenze, paragonare all’incirca al gravame di un capitale intangibile e inalienabile, che si fosse stati costretti a mutuare ad interesse. Tale regime obbligava il possessore alla coltivazione del suolo, anche quando il passivo superava l’attivo; gli chiudeva ogni mite fonte di credito, pur forzandolo, volesse o non volesse, a proporzionare la spesa alle esigenze della proprietà; impediva che la terra passasse a lavoratori più capaci di accrescerne il prodotto; vietava, infine, ai più fortunati il soddisfacimento dei loro bisogni, dei loro desideri, delle loro ambizioni.

Ma, come se ciò non bastasse, quel tanto di terreno, che nell’assegnazione toccava a ciascuno dei servi della gleba, non poteva non essere piccolissimo.

Se l’originario podere degli Spartani in Laconia si aggirava, come è stato calcolato, intorno agli 8-9 ha. per famiglia[198], minore dovette essere l’estensione della nuova porzione di terra, che a ciascun d’essi toccò dopo la conquista della Messenia[199], ch’era però indubbiamente più fertile della Laconia. Ciò dovette sentire lo stesso re Agide, il quale tuttavia, nei suoi propositi arcaicizzanti di restaurazione, voleva tornare a Licurgo e all’antica morigeratezza dei costumi, allorchè, a mezzo il IV secolo, in una nuova ripartizione, sebbene la popolazione libera spartana fosse scemata della metà, credette opportuno estendere e di parecchio l’àmbito del suolo propriamente spartano, la così detta πολιτικὴ χώρα[200]. Ma, pur troppo, la πολιτικὴ χώρα della Laconia e della Messenia non doveva servire soltanto per le poche migliaia di dominatori, ma per i 200.000 o 300.000 Iloti, che la coltivavano. Si trattava quindi di coloni, per vizio d’origine, tisici, condannati insieme con le loro famiglie alla stessa sorte miseranda dei coloni dell’Impero romano, o dei mezzadri dell’Irlanda o dell’Italia meridionale contemporanee.

Ma (vedi singolare contraddizione!), mentre i Greci primitivi avevano adottato la servitù in vista della sicurezza che, in ogni caso, durante le loro imprese militari, ne avrebbero ritratto per la propria esistenza materiale, essi vennero via via col tempo, tratti dalle nuove necessità della guerra, ad adoperare a tale uso anche i propri servi della gleba. Così fecero certamente gli Spartani[201], così i Tessali[202], così gli Eracleesi[203]. Or bene, tale innovazione dovette aggravare, e di parecchio, la situazione materiale degli Iloti e delle terre ad essi affidate. Dovette ripetere per la Grecia tutto quanto, nello stesso tempo, accadeva nel Lazio romano, ove del pari, per le identiche ragioni, si elaborava la rovina dell’agricoltura e della piccola proprietà. Al termine d’ogni guerra, i disgraziati coloni trovavano i campi mal coltivati, i tributi arretrati, l’azienda domestica in rovina, i possessi, recanti le tracce dei saccheggi e delle devastazioni nemiche.

Ma quali non erano le altre condizioni morali e politiche, di questi coatti difensori dei loro tiranni! Con i servi della Grecia antica noi ci troviamo di fronte a individui, i quali meritarono in ogni tempo la suprema pietà degli uomini, espressa da un antico nella sentenza, che definiva gli Iloti di Sparta «i più schiavi fra gli schiavi», ed i loro padroni, «i più liberi fra i liberi»[204]. Gli Spartani esercitavano sull’Ilota ogni sorta di sevizie, la cui gamma andava dai lavori faticosi ai trattamenti vili e disonoranti. Ogni anno, senza che egli si fosse reso colpevole, gli somministravano un determinato numero di battiture, unicamente perchè non obliasse la propria condizione servile[205]. Anzi, mentre in Tessaglia i servi della gleba avevano ottenuto, in cambio della servitù, la garanzia perenne della vita[206], a Sparta era lecito uccidere impunemente gli Iloti[207]. Forse, anzi, dietro le incruenti battiture, di cui ci discorreranno gli antichi, si nascondeva una singolare tragedia di ferocia e di sangue. A Sparta, ogni anno, gli efori, che entravano in carica, si compiacevano di gareggiare coi loro predecessori nei metodi e nell’astuzia di una caccia spietata, di una Saint-Barthélmy dorica, nella quale gl’Iloti, che avessero palesata una robustezza non conveniente al loro rango, venivano, con ispeciale attenzione, sacrati all’assassinio![208].

Questa tremenda condizione dell’Ilota spartano è in ragione diretta della sua triste condizione economica. Non sarebbe, anzi, spiegabile senza di questa. Ma già a tanta distanza di luogo e di tempo, con informazioni fuggevoli da parte delle fonti, riesce impossibile formarsi un’idea esatta delle condizioni reali dei servi della gleba nell’antichità greca. Meglio c’illumina il confronto con situazioni più recenti ed analoghe, e noi troviamo che in Russia, ove la servitù si consolidò molto tardi, e in seguito a numerosi contrasti, non dissimile ne era, nel secolo XVII, la condizione. «Nessuno», scrive lo storico, forse più autorevole della Russia moderna, il Milioukov, «nessuno poteva intervenire nelle relazioni tra il signore ed il servo, neanche il potere centrale. La servitù della gleba presentava allora tutti gli attributi di un potere illimitato dell’uomo sull’uomo. Il _pomiestchik_ (il signore) poteva strappare il servo dal suo boccone di terra e deportarlo altrove, separando magari l’uno dall’altro i membri di una stessa famiglia. Cominciò allora la vendita diretta di quel materiale umano. Già fin dal secolo XVI il _pomiestchik_ esercitava su di esso i pieni poteri giudiziari; nel secolo XVII il suo maniero si era arricchito di una prigione, di catene, di manette, e l’arsenale delle sue prove giudiziarie, delle più raffinate torture moscovite.... Il codice ordinava ai signori, è vero, di non uccidere, di non storpiare, di non far morire di fame i loro soggetti, ma si trattava di prescrizioni destituite di ogni sanzione pratica, giacchè il _pomiestchik_, violandole, non incorreva in responsabilità alcuna....»[209].

«Nessuna legge», scrive analogamente il Fustel de Coulanges, a proposito della più mite servitù della gleba nella Francia medievale, «nessuna legge determinava i doveri del servo, nessuna consuetudine li aveva fissati. Le condizioni dipendevano dalla volontà del padrone; di contratto non era a discorrere; nessun contratto era possibile fra il padrone e lo schiavo....»[210].

In maniera identica i procedimenti giudiziari a carico dell’Ilota erano sommarî e proditorî[211]. Egli era fuori di qualsiasi guarentigia giuridica, e solo un disutile, convenzionale giuramento salvaguardava il patto originario circa il quantitativo dei prodotti da versare al padrone. Nulla che gli appartenesse era sacro; e il servo, che nessun diritto possedeva di trasferirsi altrove e d’investire in altre terre, con maggiore convenienza, i propri capitali, applicandovi con interessamento la sua intelligenza e la sua attività, poteva da un giorno all’altro essere strappato dal suolo, che aveva fecondato col proprio sudore, essere applicato altrove, ed aveva sempre a temere che, alla propria morte, il boccone di terra, che egli si era illuso di considerare come proprio, tornasse, anzichè ai suoi figli, al supremo proprietario del suolo[212], o ad altri, forse, che più del supremo proprietario egli avrebbe avuto ragione di aborrire. A Creta, ad esempio — suprema irrisione — al servo della gleba non era espressamente vietato di associarsi in connubio con una donna libera. Ma non era detto che la sua eredità dovesse andare ai propri eredi; essa poteva andare ai figliuoli, che la moglie avrebbe potuto avere da un altro uomo di condizione libera....[213].

Per tutto questo l’Ilota spartano fu il tipo di schiavo, che con maggiore tenacia restasse nemico, implacabile e ribelle, dei suoi dominatori: che il _penesta_ tessalo, una delle varietà dei servi della gleba trattate meno peggio, non venisse mai meno al suo spirito d’insubordinazione, nè mai desistesse dalle frequenti rivolte[214], e che i _Calliciri_ di Siracusa, probabili servi della gleba anch’essi, in una insurrezione generale, dimostrassero la natura dei propri sentimenti, spogliando di tutti i beni e bandendo dalla patria gli antichi padroni[215].

Che serenità di spirito, che cura della terra, che progressi agricoli si potevano aspettare da gente, non mai sicura nè del domani, nè della propria esistenza materiale, e per la quale un lavoro scoraggiante, disperato, spegnendone lo spirito d’intrapresa, disanimandone le iniziative, doveva sospingere verso l’inerzia, la noncuranza, il cieco fatalismo?[216].

Gli antichi agronomi romani e i grandi signori feudali francesi rilevavano che i servi della gleba, «non lavoravano» e «trascuravano i poderi»[217]. I politici più avveduti della Russia del secolo XIX ripetevano, quasi con le stesse parole, ciò che era stato detto del lavoro degli antichi schiavi: «l’esperienza dimostra che i liberi salariati rendono un guadagno _assai maggiore_ di quello che il feudatario, il _pomietschik_, non ritragga dai propri servi....»[218]. E come in Francia sino alla Rivoluzione, così in Russia fino al secolo XIX, conseguenza del lungo regime servile, fu il preponderare della cultura più superficiale, il fornire ogni lavoro coi sistemi più rozzi, senza periodicità di seminagioni, senza l’uso di concimi chimici o di rotazioni, senza riposi del suolo, senza macchinario, senza irrigazione, senza impiego di capitali. Così, mentre il territorio della zona così detta sterile si allargava spaventosamente, e il deserto seguiva passo passo le orme dei coloni, si rimaneva paghi a sfruttare il suolo fino all’esaurimento, fino a che esso più non avrebbe fornito se non erbacce cattive e pessimi raccolti, fino a che non fosse stato più in grado di porgere una sola briciola di pane, di promettere un raggio solo di speranza[219].

Così in Francia, così in Russia, così nelle colonie americane la servitù della gleba determinava l’immobilità, il regresso, talora la catastrofe economica[220], e, di conseguenza, le più note e più tremende ripercussioni, morali e politiche. Tuttavia, se in questi Paesi un tale stato di cose trovava eco e voce umana nelle querele e nelle polemiche del giorno per giorno, il laconismo spartano e l’ombra che grava su tanta parte della storia antica non hanno consentito che sì numerose sciagure fossero ai nostri occhi rappresentate da altro se non dal muto, spaventoso, crescente disastro della proprietà fondiaria. Ma quanta eloquenza rechi nel proprio seno questa illustrazione, di che danni fosse segno, di che implacabile Nemesi storica essa si erigesse a ministra, noi possiamo ancora vedere.

I proprietari del suolo.

Anche sui supremi proprietari, sugli incontrollati padroni del suolo, incombeva il gravame della inalienabilità e della indivisibilità del possesso, con tutte le conseguenze, impaccianti e dolorose, che abbiamo visto discendere sul capo di ciascuno dei loro coloni[221]. Anch’essi erano forzati a coltivare i propri campi, anche quando più non tornava loro conto. Anche ad essi, nulla avendo da offrire in garanzia, era preclusa ogni legale fonte di credito; anche ai più valenti, o ai più fortunati tra loro, era impedita la via del soddisfacimento dei più elementari bisogni, delle più sospirate ambizioni, dei più legittimi e umani desiderî, e per lunghi secoli essi dovettero lottare e penare innanzi di conseguire l’abolizione del tremendo divieto[222].

Se però il servo della gleba poteva vivere in campagna e curare direttamente la terra che fruttava a lui lacrime a sangue, ma anche il sostentamento, il suo signore, per cui ogni genere di fatica materiale era una colpa, non poteva accudirvi direttamente, non tentar di accrescerne la produzione, non sorvegliarne i lavori, non soggiornare lungi dalla città. «Sotto questo riguardo», osserva un grande economista moderno, «il regime del lavoro agricolo a schiavi, considerando la cosa dal punto di vista puramente economico, era ben più vantaggioso del regime della servitù della gleba»[223].

I signori in Grecia dovevano, dunque, vivere nella capitale e nelle città capoluogo della contrada; ma qui, come in tutti i grandi centri, la vita non era davvero a buon mercato. A Sparta per giunta (e il costume non fu soltanto spartano)[224] i cittadini facevano un pasto in comune, contribuendovi annualmente con un minimo di derrate e di danaro[225]. Tale la spesa per le mense comuni. Bisognava inoltre provvedersi di abiti, provvedere al vitto e alle vestimenta della propria famiglia, alla casa, al suo arredamento, pagare le imposte, fornirsi di armi di offesa, e di difesa (queste ultime in genere costosissime), versare il contributo necessario alle feste, alle processioni, ai cori, alle rappresentazioni teatrali[226].

Se i figli erano numerosi, tanto peggio: l’esiguo reddito doveva ripartirsi sur un maggior numero di teste, e, alla morte del padre, parecchie famiglie erano costrette a ritrovare il proprio sostentamento in ciò ch’era riuscito insufficiente a sostentarne una sola. E mentre degli eventuali progressi dell’agricoltura usufruivano proprietario e colono, spettava al primo soltanto subire le conseguenze del progresso materiale della civiltà e del moltiplicarsi delle sue raffinatezze e dei suoi bisogni.

Aggiungi a tutto ciò l’incertezza della rendita annua, che induceva il proprietario sulla china della imprevidenza o della prodigalità. Aggiungi la fatale decadenza del terreno. Un bel giorno l’antico, orgoglioso cittadino spartano non si trovava più in condizione di versare il contributo quotidiano alla mensa pubblica, e ciò bastava perchè egli perdesse i diritti politici nella sua città[227].

Nè, dando di piglio a mezzi estremi per iscongiurare una tanta iattura, ad altro riusciva che a dilazionare, spesso a renderne più ruinosa la catastrofe. Il proprietario infatti, cui era vietato alienare il proprio boccone di terra, poteva contrarre debiti, o, meglio, giacchè il prestito, come qualsiasi traffico del denaro, era legalmente proibito, poteva ricorrere allo strozzinaggio di clandestini usurai. Naturalmente, ottanta volte su cento, l’avvenire non gli avrebbe concesso di riscattare la propria terra o la propria persona, o, magari, quella dei figli, cose tutte ipotecate quale garanzia del saldo del debito e dei suoi favolosi interessi[228]. Onde il sequestro dei suoi beni, come la perdita della libertà personale e di quella dei suoi cari sarebbero tosto venuti a segnare, per altra via, la sua decadenza da cittadino e da proprietario[229].

Le condizioni, cui, in età più tarda, ebbero a pervenire i vari Paesi organizzati secondo il regime economico che abbiamo descritto, possono dirsi identiche a quelle, cui, innanzi il secolo VI, era già ridotta l’ampia distesa dell’Attica, che Solone così descriveva: «La terra era coperta d’ipoteche...; molti Ateniesi erano stati venduti...; taluni, esuli per dura necessità, vagando di contrada in contrada, avevano obliato la favella materna, altri subivano in patria una servitù umiliante, tremando dinanzi alla verga dei loro padroni....»[230].

Talvolta, come è stato osservato[231], tutto ciò poteva anche essere una finzione legale. Chi voleva sbarazzarsi del giogo della terra figurava di diventar debitore e di decadere da proprietario. Ma la conseguenza era sempre quella. Mentre una parte, anzi la maggiore, della cittadinanza veniva sospinta a gran passi verso il pauperismo, talora verso la schiavitù, pochi fortunati accentravano nelle proprie mani, di fatto, se non di diritto, i redditi del suolo, e si veniva per tal modo a costituire quell’enorme diseguaglianza delle fortune, che un grande filosofo antico definiva causa prima di tutti i mali degli Stati[232].

La grande crisi sociale.

Altri motivi concomitanti acceleravano e aggravavano il doloroso fenomeno.

Era, l’abbiamo accennato, norma costante del mondo ellenico che il diritto di proprietà rimanesse subordinato alla qualità di cittadino. Gli è logico quindi dedurre che la perdita della cittadinanza implicasse la menomazione dei diritti di proprietario. Or bene, era questo un caso, assai comune, in Grecia. Qualche condanna giudiziaria, che importava la così detta ἀτιμία; a Sparta, il celibato o la insubordinazione alla disciplina sociale, ogni cosa portava alla decadenza, in tutto o in parte, dai diritti di cittadinanza, e perciò all’altra, legale o effettiva, dai diritti di proprietà[233]. Anche a non voler ammettere una sì naturale conseguenza, il fatto stesso della perdita dei diritti politici recava l’incapacità giuridica a garantire efficacemente il proprio possesso. Coloro che discendevano in basso e venivano esclusi dai tribunali e dalle cariche, passavano naturalmente, come i poveri contadini (i _geomoroi_) dell’Attica del VI secolo, alla mercè di chi aveva in sua mano e gli uni e le altre.

Ma un’assai più deleteria azione disgregatrice era quella che veniva esercitando il fenomeno della guerra, in seno alle società agricole a regime di servitù della gleba.

Triste destino e tristi società! Esse erano condannate a mantenere, col loro sudore, una forte minoranza di liberi che non producevano ricchezza, e il cui orgoglio supremo era quello di arare con la lancia e di mietere con la spada! Compito, ben lo sentivano gli antichi, difficile e faticosissimo! Quali territorî, sconfinati e fecondi, quali pianure babilonesi, esclama Aristotele, non occorrerebbero ai cittadini della ideale Repubblica di Platone per mantenere i suoi 5000 guerrieri inoperosi, con le loro mogli e i loro schiavi![234]. Or bene, questo era il duro ufficio della grande massa della popolazione della Laconia, di Creta, della Tessaglia, e d’altrove. E poichè la terra a loro disposizione non era sufficiente, occorreva, con la spada alla mano, conquistarne delle nuove estensioni ancor vergini! Così l’esercizio della guerra generava la guerra! Ma questa guerra, che, in forza delle sue esigenze aveva suggerito agli antichi di riporre l’economia sociale sulle basi della servitù della gleba o della schiavitù; questa guerra, che aveva consigliato di umiliare al più basso livello di vita centinaia di migliaia di creature umane e di esaltare pochi eletti ai fastigi di un potere quasi sconfinato; la guerra — diciamo — finiva per volgersi, con le sue estreme conseguenze, contro coloro che aveva essa stessa liberati d’ogni vile cura e collocati alla cima della piramide sociale. Non solo coi carichi, che, nella buona e nella mala fortuna, veniva imponendo, essa operava in modo da ridurre progressivamente il numero dei proprietari agiati, e quindi dei cittadini forniti dei pieni diritti politici, ma per essa rivoli d’oro e d’argento penetravano nelle città vincitrici, sconvolgendo quelle condizioni, che un dì avevano reso socialmente utile la forma economica della servitù della gleba.

L’esempio di Sparta è tristemente famoso. Ivi, già a mezzo il secolo V, abbiamo i segni del costituirsi di grandi ricchezze mobiliari. In questo tempo il re Plistonatte è condannato a una multa di ben 15 talenti; Agide I, si dice, possiede ben 500 talenti in moneta sonante. Le accuse di corruzione per danaro investono continuamente efori, generali, senatori. E del danaro gli stessi Spartani, che tanto si erano sforzati di allontanarlo dalle proprie case, si servono per corrompere gli Stati nemici, fin per violare la santità degli oracoli. Essere ricco è alto titolo di onore, come un tempo lo era stato essere povero[235]. La severa tavola spartana è ora contaminata da vini e cibi, svariati e abbondanti, da leccornie inusitate, dagli splendori di coppe preziose. Le case dei nuovi Lacedemoni sono sontuosamente addobbate; le loro persone e loro vesti, sibariticamente profumate. Taluni privati rivaleggiano in magnificenza e in raffinatezza coi re, li vincono, anzi, nella gara inaudita[236].

Fu soprattutto la guerra del Peloponneso, la grande guerra imperialistica, combattuta nella seconda metà del secolo V a. C., la guerra che per circa un quarto di secolo portò Sparta al dominio dell’intero mondo greco, a dischiudere tutte le porte all’invasione della ricchezza nelle case degli Spartani. E di essi, ai primi del quinto secolo, un grande Ateniese può asserire: «In Sparta c’è più oro e argento che in tutta la restante Grecia, giacchè per lungo ordine di generazioni l’uno e l’altro metallo vi affluiscono da Greci e da barbari, e non ne escono mai.... Cosicchè tu puoi ben dire che, quanto a possesso d’oro e d’argento, gli uomini di quella città sono i più ricchi di tutta la terra....»[237].

Ma, ahimè, i metalli preziosi, che man mano si accumulano nei forzieri dei vincitori, ad altro non servono che a dissolvere la vecchia economia nazionale e ad aprire nelle viscere di quella società, una crisi più vasta e profonda.

Ben aveva avuto ragione l’antico oracolo di profetizzare che l’oro e l’argento avrebbero fatto la rovina degli Spartani. Quivi, come in tutti i Paesi agricoli poggianti sulla servitù della gleba, qui dove l’industria e il commercio non esistevano, o dovevano ascondersi, quasi vergognosi, perchè severamente banditi dalla parola della legge, i nuovi capitali non venivano adoperati o invocati che ad un unico scopo, ad un unico ufficio: il prestito[238], il che voleva dire, all’usura. Senonchè l’usura, a sua volta, dopo il primo ingannevole sollievo, faceva ricadere sugli infelici, bisognosi di tutto, il rigore del più spietato diritto creditorio, e quindi sacrificava, alla sempre crescente ricchezza di pochissimi, la morigerata agiatezza, che un tempo era stata l’orgoglio dei più.