Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)
Part 6
[100] DEMOST., XXXVI (_Pro Phormione_), 5-6; cfr. E. BRECCIA, _Storia delle banche e dei banchieri nell’età classica_ (in _Riv. di st. ant._, 1903, I, p. 114, n. 2) e BÖCKH, op. cit., I, 564, n. b.
[101] LYS., _De Aristoph. patrimonio_, 40; cfr. BÖCKH, op. cit., I, 563.
[102] LYS., op. cit., 47.
[103] XEN., _De vectig._, 4, 14-15 e ATHEN., 12, 52, p. 537 _b_.
[104] THUC., 4, 105, I.
[105] XEN., op. cit., 4, 14; PLUT., _Nic._, 4, 2 sgg.; ATHEN., 6, 104, 272 _e_.
[106] PLUT., _Vitae decem orat.: Lycurg._ 34.
[107] HYPER., _Pro Euxen._, 37.
[108] Op. cit., 30.
[109] PLUT., _Cimon._, 4, 9.
[110] DEMOST., XXXVII (_In Pantaen._), 4.
[111] _J. G._, II, 2, 1122.
[112] DEMOST., loc. cit.
[113] DEMOST., XXXVI (_Pro Phorm._), 11.
[114] BÖCKH, op. cit., I, 384 sgg.
[115] Op. cit., I, 377 sgg.
[116] PLUT., _Pericl._, 13, 5.
[117] GLOTZ, op. cit., pp. 319-20; MAURI, op. cit., pp. 17-18.
[118] Cfr. J. BELOCH, _Die Handelsbewegung im Altertum, in Jahrbücher f. National._ ecc., Serie 3ª, 18 (1899), p. 627, n. 3; ID., _Zur griechischen Wirtschaftsgesch._, in _Zeitschrift f. Socialwissenschaft_, V, 2 (1902), p. 101.
[119] 1 dramma = circa 1 lira-oro.
[120] Cfr. GUIRAUD, op. cit., pp. 80-81; FRANCOTTE, op. cit., II, 81-82.
[121] DEMOST., XXIII (_In Aristocr._), 206-8; Id., IV (_Olynth._ III), 29 e XXI (_In Mid._), 158; cfr. LYS., XIX (_De bonis Aristoph._), 29; ARISTOPH., _Plout., v._ 180.
[122] MENANDER, _Piscator_, fr. 4, ed. DIDOT.
[123] ATHEN., 12, 69, pp. 547 _d_ sgg.; 10, 14, p. 419 c.; cfr. J. BAUDRILLART, _Hist. du luxe_, Paris, 1878-80, I, 515 sgg.
[124] XEN., _Memorab._, 3, 8, 10; ANDOC., _In Alc._, 17.
[125] Sulle _liturgie_ ateniesi, cfr. BÖCKH, op. cit., I, 533 sgg.
[126] LYS., IX (_De Aristoph. bonis_), 29; 42 sgg. Si trattava di circa 50.000 lire.
[127] Cfr. CLERC, _Les métèques athéniens_, Paris, 1893, pp. 78 sgg.
[128] LYS., XXI (_Accept. muner. defensio_), 1 sgg.; cfr. BÖCKH, op. cit., I, 543-44.
[129] MENANDER, _Fragmenta_, p. 100, v. 514, ed. DIDOT.
[130] ID., p. 100, _v_. 538, ed. cit.
[131] PHILEM., _Fragmenta_, p. 120, v. 15, ed. DIDOT.
[132] _Id._, p. 98, v. 436.
[133] PHILEM, loc. cit.; MENANDER, p. 98, _v._ 455.
[134] _Vv._ 535 sgg.
[135] CICCOTTI, op. cit., 91. È possibile segnare in cifre esatte questo processo di concentrazione della ricchezza, che forse non fu continuo, ma fu certo costante nel suo generale indirizzo? Pur troppo, non è possibile, dati i numerosi elementi congetturali su cui dovremmo fondarci. In ogni modo, per Atene, troviamo che, sur una popolazione cittadina all’incirca costante, i cittadini appartenenti alle classi agiate, che parrebbero in numero di 12-13000 ai primi del V secolo e di 15-16000 in sulla fine del medesimo, discesero, durante il IV secolo, con replicate oscillazioni, ad 8000-9000 (cfr. _J. Beloch_, _Bevölkerung_, pp. 71-74 e prec.). Identico fenomeno, ossia di riduzione progressiva della classe agiata, si può constatare nelle varie contrade del Peloponneso, attraverso i secoli V-IV; cfr. _E. Cavaignac_, _La population du Péloponnèse aux V^e et IV^e siècles_, in _Klio_, 1912, pp. 279-80 e prec.
[136] _Polit._, 1, 2 (3), 5.
[137] BRANTS, _De la condit. du travailleur libre dans l’industrie athénienne_ (in _Revue de l’instr. publique en Belgique_, 1883, 26, p. 113).
[138] A. MAURI, op. cit., pp. 75 sgg.; GUIRAUD, _La main d’oeuvre_ ecc., pp. 183-85; FRANCOTTE, op. cit., I, 309-19; GIGLI, _Delle mercedi nell’antichità_ (in _Atti d. R. Accad. dei Lincei_, 1896), pp. 21 sgg.; GLOTZ, op. cit., 337 sgg.
[139] MAURI, loc. cit.; GUIRAUD, op. cit., 185 sgg.; FRANCOTTE, op. cit., 1, 315 sgg.; 326; GIGLI, loc. cit. È bene notare che parecchi dati concernenti i salari dei liberi provengono da menzioni di lavori pubblici, come tali, meglio rimunerati.
[140] LUCIAN., _Timon_, 12; ARISTOPH., _Ecclesiaz._, vv. 307-10.
[141] DEMOSTENE, XLII (_In Phaen._), 22 avverte che L. 525 annue (reddito di circa 4500 lire al 12%) sono affatto insufficienti (οὐσίαν ἀφ’ ἦς ζῆν οὐ ῥάδιόν ἐστι) al mantenimento di un solo individuo, come, viceversa, dice sufficienti all’alimento proprio, durante la sua fanciullezza, e a quello della sorella minorenne e della madre, L. 700 annue (XXVII, _In Aphob._, I, 36). _Sufficiente_ per un solo adulto è d’altro canto dichiarato da Iseo un reddito di circa L. 850 annue (= L. 7000 al 12%) (XI, De _Hagniae heredit._, 44; cfr. 40 e 49), come, nel secolo precedente, con opposto intento causidico, LISIA (XXXII, _In Diogit._, 28) aveva detto abbondanti 1000 lire annue, ossia poco meno di L. 3 al giorno, pel mantenimento di tre fanciulli, un pedagogo e una domestica. Facendo ora la dovuta tara alla probabile tendenziosità dei tre oratori, lo _strettamente necessario_ al mantenimento di non più di due adulti è rappresentato dalla grossolana media di L. 900, per il IV secolo, e di L. 750 per il V. Che queste nostre presunzioni siano conformi al vero lo prova l’analogia dello stipendio annuo fornito dall’assemblea popolare di Teo a parecchi pubblici professionisti, i quali, per la natura delle loro occupazioni, sottostavano meno degli operai manuali agli effetti della concorrenza servile. Ce ne informa un’iscrizione, edita in forma completa dal FOUCART (_Inscriptions de Teos_, in _B. C. H._, IV, 1880), e riferibile alla prima metà del secolo III a. C. Da essa noi apprendiamo che un maestro elementare veniva pagato con 500 o 600 lire annue (ll. 10-13); un maestro di ginnastica, con 500 lire (l. 14); un maestro di musica, con L. 700 (l. 16); un maestro di scherma, con 300 (l. 26); un maestro di tiro d’arco, con 250 (ll. 25-26); così come, ad Eleusi, nel IV secolo, un architetto veniva pagato con L. 750 annue circa (_I. G._, II, 1, add. 834, l. 60; _B. C. H._, VI, p. 83; VIII, 213). Ma quando si pensa che nè essi erano tenuti ad un lavoro annuo (i due ultimi, anzi, erano obbligati ad insegnare solo per pochi mesi) e che il loro impiego non esauriva tutto il tempo disponibile di una giornata, non si può non avvertire quanto insufficienti al paragone fossero le tenui mercedi degli operai, costretti ad un ininterrotto lavoro quotidiano.
Ma se noi possiamo stare soddisfatti a ragguagliare, pei secoli V e IV, rispettivamente, a 750 e a 900 franchi annui, lo _stretto necessario_ di due adulti, di parecchio superiore (per lo meno di 1/3) doveva essere quello di una famigliuola di 4 persone, due adulti e due fanciulli, che non può considerarsi come eccessivamente numerosa nella consueta prolificità delle classi proletarie. Le nostre cifre rappresentano quindi, in sostanza dei dati inferiori al minimo necessario alla vita. Inoltre il salario degli operai, tormentati dalla concorrenza dei liberi e dei servi e dalle frequenti interruzioni del lavoro, non aveva alcuna stabilità. Taluni moderni (il FRANCOTTE ad esempio, op. cit., I, 327 sgg.) hanno preferito valutare il valore reale del salario, fondandosi su calcoli complicatissimi e impossibili, talora evidentemente sbagliati, del costo dei varî elementi della vita, e sono pervenuti a conclusioni diverse dalle nostre, ma non certo altrettanto probabili.
[142] GIGLI, op. cit., 30 sgg.
[143] ID., op. cit., 51; JEVONS, _Work and wages in Athen_ (in _Journal of hell. studies_, 15 (1895), pp. 243 sgg.).
[144] FRANCOTTE, op. cit., I, 319: «Il montre que la force de production de l’esclave n’est pas en dessous de celle de l’homme libre....».
[145] OLMSTED, op. cit., pp. 514-15.
[146] J. BELOCH, op. cit., 504-5. Cfr. BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb_, pp. 207-8; e ROSCHER, op. cit., 40.
[147] ARIST., _Polit._, 2, 3, 6-7; 4, 3; 7, 4; 7, 14, 6; 10; PLAT., _Leges_, 8, p. 836 b; XEN., _Lacaed. Resp._, 2, 12-13; HERACL. PONT., fr. 3, 6, in F. H. G., II, 211-12, ed. MÜLLER. Cfr. MALTHUS, _Saggio sulla teoria della popolazione_ (tr. it., in _Biblioteca dell’Economista_, Serie 2ª, voll. XI-XII, pp. 103 sgg.).
[148] POL., 37, 4, 4 sgg.
[149] Cfr. J. BELOCH, _Bevölkerung_, p. 506.
[150] DIOD., 18, 18, 4.
[151] I lotti del suolo coloniale venivano in genere riservati ai poveri. (Cfr. I. G., I, 31 B., ll. 9-11).
[152] Cfr. THUC., 6, 24, 3; Diod., 13, 2, 3.
[153] ISOCH., _Philipp._, 120 sgg.
[154] Cfr. A. SMITH, op. cit., 471-72.
[155] _Polybe ou la Grèce conquise_ (in _Questions historiques_, pp. 125 sgg.).
[156] Sulla beneficenza, privata e pubblica, in _Grecia_, cfr. MAURI, op. cit., 60 sgg.; GUIRAUD, _La main d’oeuvre_, pp. 193-95; ROSCHER, op. cit., pp. 26 sgg.
[157] Cfr. LYSIAS, XXX (_In Nicomach._), 22; POL., 7, 10, I; 15, 21, 1-4; XEN., _Ath. Resp._, I, 13, 14; _Convivium_, 4, 29 sgg.; ARIST., _Polit._, 5, 4 (5), 3; THUC., 8, 21, 1; PLUT., _Qu. gr._, 18. Circa le contese fra ricchi e poveri in Grecia, cfr. GUIRAUD, _La propriété fonç._, pp. 600-602; 608; FUSTEL DE COULANGES, _Cité antique_, Paris, 1870, pp. 406 sgg. e _Questions hist._, pp. 123 sgg.; PÖHLMANN, _Gesch. d. antiken Kommunismus und Socialismus_, München, 1912, (2ª ed.), cap. II, §§ V-VI; G. PLATON, _La démocratie et le droit fiscal dans l’antiquité_, Paris, 1897, pp. 15 sgg. (estr. dal _Devenir social_).
[158] ARIST., Polit, 4, 9, 4.
[159] «Il rapporto di _ricchi e poveri_ è tipico dell’antichità; quello di _proletarii e capitalisti_ è proprio del nostro tempo. Lo notò già Rodbertus e poi anche Marx, che in qualche punto fece rimprovero nientemeno che a Teodoro Mommsen di essere incorso in questo equivoco» (E. CICCOTTI, _Athene, repubblica di proletari?_, in _Nuova Rivista storica_, 1920, p. 515).
[160] MASON, cit. in MONDAINI, op. cit., pp. 111-12.
[161] ARISTOT., _Rhetor._, 2, 16 sgg.
[162] DEMOST. XXIV (_In Timocr._), 163; XXIII (_In Androt._), 51 sgg.
[163] L’autore dell’opuscolo pseudo-senofonteo qualifica i poveri come abietta canaglia (1, 4; 2, 19), e _canaglia_ definisce tutti i simpatizzanti pei regimi democratici. «Coloro che, non venendo dal popolo, preferiscono di abitare in una città a regime di popolo, meditano senza dubbio tristi propositi e sperano di potersi meglio nascondere» (2, 20). «Gli è a motivo di ciò che da per tutto _ogni tristo_ si accorda mirabilmente col proprio simile nell’amore del popolo» (3, 10). Lo stesso scrittore è scandolezzato del mite trattamento degli schiavi in Atene (1, 10); e, nell’atto stesso che si sforza di identificare i suoi amici politici col fior fiore della gente dabbene (1, 1; 1, 4; 2, 19; 3, 10), ne celebra la squisita gentilezza con esempi (3, 11), che ci si offrono come la più chiara smentita della tesi in precedenza dichiarata. Lo stesso è a dire del più antico poeta TEOGNIDE (cfr. G. FRACCAROLI, _I Lirici greci_, Torino, 1910, I, pp. 182 sgg., 187 e frammenti ivi richiamati).
[164] Cfr. HEROD., 2, 167.
[165] XEN., _Memorab._, 1, 2, 56 sgg.: «Diceva inoltre l’accusatore [di Socrate] che questi insegnava ai suoi amici a essere facinorosi e tirannici. Ad esempio, il verso di Esiodo:
Nessun lavoro è vergognoso, ma soltanto l’ozio
egli lo interpretava come se il poeta avesse inculcato di non astenersi da alcun lavoro, fosse pure indegno, turpe; ma che occorresse sottostarvi per campare la vita....»; cfr. 2, 7, 7 sgg.
[166] ARIST., _Polit._, 5, 7, 19. La insolenza dei componenti le classi superiori, vuoi in regimi oligarchici, vuoi in regimi democratici, anche da parte di uomini che tenevano a passare per popolari, è notoria, e di essi rimangono esempi significativi Crizia, Midia, Alcibiade; cfr. DEMOST., XXI (_In Mid._), 143 segg. _e passim_; ANDOC., _In Alc._, 17; ATHEN., 9, 72, p. 407 b-c; XEN., _Memor._, 1, 2, 12; ARIST., _Polit._, 5, 6, 4: «I ricchi, appena la costituzione assicura loro la superiorità politica, non pensano che a soddisfare il proprio orgoglio e la propria ambizione....».
[167] _Polit._, 2, 4, 1.
[168] Cfr. E. DE LAVELEYE, _De la propriété et de ses formes primitives_, Paris, 1891, pp. 391-92; cfr. FUSTEL DE COULANGES, Cité antique, pp. 407 e 408.
[169] ARIST., _Polit._, 4, 9, 4 sgg.
[170] Op. cit., 4, 9 (11), 9; cfr. 5, 3, 7; 6 (7), 2.
[171] WALLON, _Hist. de l’esclavage_, Paris, 1879, I, 408. Cfr. XEN., _Lacaed. Resp._, 2, 1.
[172] WALLON, op. cit., I, 443, 438; cfr. Arist., _Polit._, 7, 15, 6.
[173] ROSCHER, op. cit., p. 40.
[174] WALLON, op. cit., I, 439 sgg.
[175] CICCOTTI, _Il tramonto della schiavitù etc._, 180; cfr. ROSCHER, op. cit., 41-42.
CAPITOLO SECONDO
LE SOCIETÀ AGRICOLE E LA SERVITÙ IN GRECIA
Origini della servitù della gleba.
Non tutta l’economia greca era — l’avvertimmo — posta in movimento da schiavi; nè gli schiavi ed i liberi esaurivano tutta la serie di forze di lavoro, di cui quel mondo, così vario e interessante, si giovò ai fini della propria esistenza. In talune contrade, anzichè adoperare dei singoli schiavi, o gruppi di schiavi, che la guerra e il commercio venivano man mano fornendo, erano state assoggettate intere popolazioni, le si erano fatte discendere a un livello inferiore ai liberi, fosse pure più elevato di quello degli schiavi, e si era imposto loro, sotto certe condizioni, a vantaggio dei nuovi signori, l’obbligo di coltivare la terra, da cui mai avrebbero potuto liberarsi. Tal’altra volta intere categorie di liberi lavoratori della campagna, schiacciati dai debiti, erano stati tramutati in ischiavi, forzatamente addetti a dissodare la terra per conto dei loro creditori. Certe volte questo doloroso passaggio era stato volontariamente invocato, quasi a protezione degli affanni crescenti, dagli stessi piccoli proprietari, oberati dai debiti e dalle preoccupazioni, i quali avevano venduto o ceduto il loro campo a un grande proprietario, con la sola riserva di potervi restare a coltivarlo, di padre in figlio, per generazioni e generazioni. Altre volte, infine, erano stati gli stessi grandi proprietari, gli antichi possessori di schiavi, che, decaduti, impoveriti e ridotti allo stremo di ogni risorsa, avevano allentato la rugginosa catena dei loro soggetti, e ne avevano fatto alcun che tra il libero e lo schiavo: un lavoratore della campagna, che coltivasse la terra per proprio conto, ma che rimanesse legato da insuperabili vincoli — morali, politici, economici — alla potestà quiritaria dell’antico signore. Così, per tutte queste vie, e forse anche per altre, a noi ignote, era stata creata, molti secoli innanzi l’êra volgare, quella forma economica, che il Medio Evo diffuse da per tutto, e che oggi conosciamo sotto il nome, odioso e odiato, di servitù della gleba[176]. La Laconia e la Messenia ne furono in Grecia i Paesi classici e caratteristici.
Servi della gleba, erano appunto gli Iloti, il cui nome è passato attraverso la storia come sinonimo d’ogni umiliazione e d’ogni miseria. In Messenia e in Laconia, come sulle terre dell’Europa medioevale, il suolo era distribuito tra desolate famiglie di servi, sparsi per la squallida campagna e costretti a faticare, dolenti, pei lontani signori, dediti al non meno duro mestiere delle armi e della politica[177]. Anche la servitù della gleba, dunque, mirava, in Grecia, come dappertutto, a rendere possibile quella distinzione di classi sociali — agricola e militare — la cui esigenza stava in fondo alla più diffusa ordinaria schiavitù. E, pur troppo, come ci accingiamo a vedere, la forma stessa di questa speciale economia dovea portare, nei Paesi, in cui essa si radicò, conseguenze assai più tragiche che non la schiavitù vera e propria.
La servitù nella Grecia antica.
Di servi della gleba, nel periodo classico, ne esistettero anche altrove, fuori della Laconia e della Messenia. Ne esistevano in Tessaglia col nome di _penesti_, ove essi, al pari degli Iloti spartani, legati in perpetuo a determinati lotti di terreno, lavoravano al servizio dei proprietari aborriti[178]. Ne esistevano nella Locride[179], intorno a Eraclea Pontica — i così detti _mariandini_[180] —, nell’Attica antica[181], in Creta col vario nome di _afamioti_, _claroti_, _oicheis_[182], nell’Argolide fino al IV secolo a. C.[183], in Sicionia[184], e se ne sono sospettati in Corinzia, in Focide, ad Apollonia, in Acaia, a Chio, nel territorio di Naupacto, di Eraclea Trachinia, di Siracusa ed anche altrove[185], sebbene assai incerte risultino le notizie particolari, che ce ne sono pervenute.
Or bene, in quale condizione vivevano, con quale successo riuscivano a provvedere alla loro sussistenza, i Paesi agricoli ellenici, dove imperò la servitù della gleba?
La servitù della gleba è, nelle sue apparenze esterne, una ingenua forma di piccola proprietà terriera. Senza dubbio, il regime della piccola proprietà fu sempre, e rimane ancor oggi, un regime assai vantaggioso, anche quando non si tratti di proprietà diretta e inappellabile. Riferendosi al mondo antico, Columella scriveva che la terra profitta di più nelle mani di un libero fittavolo, anzichè in quelle di un _vilicus_, ossia, del capo di una ciurma di schiavi rurali. L’uno può non approntare scrupolosamente il fitto: l’altro coltiva sempre male la terra, travolgendola in un disastroso esaurimento. «Felice quel suolo — egli aggiungeva — che i fittavoli si trasmettono di padre in figlio e nel quale essi sono nati e perciò considerano come cosa propria!»[186].
Non diversamente avviene nel mondo contemporaneo. Due sono oggi le forme più notevoli di proprietà indiretta della terra: il fitto e la mezzadria. Il primo è il sistema in vigore nelle contrade più ricche e materialmente più evolute d’Europa. Per esso il fittavolo è libero di scegliere la coltura, che, a superficie eguale, dona un prodotto più abbondante. Nulla l’ostacola nelle varie intraprese, e i benefici ricavati tornano, quasi interamente, a suo utile, per cui, se la durata dei fitti è grande, o il fitto è magari ereditario, i tre inconvenienti più volte rilevati di questo sistema — l’assenza del supremo interessato, il proprietario, il rifuggire dei fittavoli da quei miglioramenti che non dànno frutto a breve scadenza, la negligenza o il rapido esaurimento delle terre — non solo vengono interamente eliminati, ma sono più che liberalmente compensati dai vantaggi, che qui non è però il luogo di enumerare[187].
Ma, pur troppo, la piccola proprietà, nell’antica Laconia, e, in genere, nei Paesi ellenici, che subirono un regime analogo, rispondeva, anzi che al sistema del fitto, ad una delle forme peggiori tra le molteplici della mezzadria. Gli antichi servi della gleba non lavoravano il suolo per proprio conto, fornendo al lontano e distratto signore un reddito fisso in natura o in danaro. Essi erano obbligati a versare nelle sue mani una quantità di prodotti proporzionale al raccolto annuo. Gl’Iloti della Messenia, versavano la metà del ricavato del suolo[188]. Gli antichi _ectemoroi_ dell’Attica presolonica erano tenuti al versamento, non sappiamo, se dei 5/6 o di 1/6 del raccolto[189]. I Mariandini di Eraclea Pontica erano tenuti — ci si dice — a fornire ai dominatori tutto quello che il bisogno o il capriccio o la tirannia di costoro avesse richiesto[190].
Nè diversamente poteva accadere nella maggior parte degli altri Paesi, che adottarono la servitù della gleba. Il versamento in natura, proporzionale al prodotto del suolo, era il sistema più adatto per coloni poveri, privi di capitali[191], e sembrava anche coincidere col massimo interesse del proprietario del suolo, sempre naturalmente riluttante a lasciare ai suoi servi un margine troppo ampio di ipotetici guadagni. Così suole seguire in seno alle economie più arretrate del mondo contemporaneo, così seguì nell’economia agricola del tardo Impero romano e del Medio Evo, nella quale i rapporti tra signori, coloni e servi della gleba si fondarono specialmente su prestazioni in natura, proporzionali al prodotto del suolo, o su prestazioni di lavoro[192].
Or bene, gli è precisamente questa forma — in apparenza benevola — di contratto fra signori e servi quella che ha sempre costituito il primo grave, imbarazzante motivo di stazionarietà e di decadenza in seno ai regimi agricoli, che poggiano sulla servitù della gleba, e, in conseguenza, presso i popoli ellenici che li adottarono.
Ciò che segna il progresso della ricchezza agricola non è il raccolto totale, ma la _rendita_ netta, che si ricava dalla terra. La terra è il capitale che l’industria umana fa valere, e quanto maggiore è l’utile netto che essa, a superficie eguale, rende al coltivatore, tanto più l’agricoltura è socialmente proficua, maggiore è la ricchezza che crea nell’interesse generale. Ora la colonia parziaria o mezzadria, ossia quel sistema di rapporti economici fra proprietario e coltivatore, per cui questi versa al primo una parte proporzionale al prodotto, che egli ricava dal suolo, ha per effetto d’impedire ch’egli preferisca quelle colture, le quali, in ragione dello spazio che occupano, lasciano una più alta percentuale di rendita netta. Il mezzadro infatti paga in natura, e in una certa proporzione con l’intero suo raccolto. Egli quindi è tratto a preferire le culture che reclamano il minore anticipo di spese, nè può badare specialmente all’altezza del ricavato netto del fondo, perchè questo non andrà a benefizio proprio, ma, in parte eguale, a benefizio altrui. «Supponendo», scrive un economista[193], «che un campo seminato a segala, esiga per ettaro 45 franchi di spesa perchè ne renda 120, e che lo stesso ettaro, coltivato a frumento, ne esiga 120 per renderne 250, un fittavolo non esiterà a scegliere la cultura del grano. Egli calcola infatti in moneta sonante, e una coltura, che gli renderà netti 130 franchi, varrà per lui assai più di un’altra, che a superficie eguale gliene rende solo 80. Ma un mezzadro è costretto a calcolare in maniera affatto diversa. L’ettaro di segala gli rende 120 franchi su 45 di spesa, e, poichè egli ha diritto alla sola metà della raccolta, sono 15 franchi che riscuote di guadagno. L’ettaro di grano invece non gli lascerà per la sua parte che 5 franchi di beneficio, ed egli non esiterà quindi a optare per la segala....». Così, mentre il fittavolo attinge i maggiori profitti dall’accrescimento della produzione, il mezzadro è costretto a ricercarli dal miope risparmio dei capitali da investire nella terra, e che egli preferisce lasciare inoperosi piuttosto che dividerne i frutti col padrone.
Ma qual’è la portata pratica dell’onere imposto dal proprietario al mezzadro e, nel caso nostro, al servo della gleba?
«Se la _decima_», scriveva Adamo Smith, il principe degli economisti moderni; «se la decima, che pur non è se non la decima parte del prodotto, è considerata come un gravissimo ostacolo al miglioramento della cultura, una imposta, pari al 50% del prodotto, deve costituirne un limite invalicabile»[194]. Figurarsi quindi ciò che doveva accadere nella sterile Grecia antica, là dove i beneficî dei proprietari salivano a percentuali, in genere vicine a questa, o forse più elevate. Siffatte condizioni, si ripercotevano sull’intera vita economica del Paese, decadente o per lo meno stazionario in economia, ma di una stazionarietà, che precipita inesorabilmente a miseria ad ogni alitare di concorrenza forestiera.