Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)
Part 5
Un altro svantaggio, proseguiva Aristotele, della recisa polarizzazione della società in ricchi e poveri risiede nell’incentivo che ne promana ai quotidiani sconvolgimenti. Solo «dove l’agiatezza è diffusa, si ha la minore possibilità di sedizioni». «Quando il numero degl’indigenti prepondera e quello delle fortune medie s’assottiglia o dispare, lo Stato si sfascia e precipita rapidamente a ruina»[170].
Tale lo spettacolo che la schiavitù aveva suscitato nel mondo ellenico. Da per tutto due fazioni che si serravano l’una contro l’altra armate, non gareggiando in una lotta civile, stimolo di progresso e di virtù sociali, ma insanguinandosi in un certame rabbioso e letale, che, al di sopra delle mura di ciascuna città, andava ad intricarsi e ad aggrovigliarsi con altre lotte ed altri conflitti, provocando invasioni straniere, attentando all’indipendenza cittadina e nazionale, precipitando nell’irrequietezza, nella febbre, nella tempesta, nel sangue l’esistenza di ciascun popolo e di ciascuna famiglia.
La corruzione morale.
Escluso dalle virtù dei liberi, degradato da favori funesti o da cattivi trattamenti, abbrutito da vizi precoci o da fatiche eccessive, lo schiavo era una creatura, in cui di sveglio non albergava che il senso delle più basse passioni animali. L’istinto del furto, l’astuzia, la simulazione, il rancore, la sete di vendetta, l’indifferenza: ecco le sue caratteristiche morali, il cui contagio, come la comedia greca e romana c’informano, iniziava alla degradazione i dominatori[171].
Il bambino, appena nato, in quella prima età, in cui la natura si forma dalle impressioni dell’esterno, era in ispecial modo abbandonato all’impero degli schiavi, ed ei non faceva che saturarsi dei loro istinti malvagi». Giovane, li aveva compagni e strumenti di dissolutezza, consapevoli ed inconsapevoli traviatori della sua coscienza. Tutte «quelle passioni che hanno bisogno di essere contenute dal rispetto altrui, come dalla ragione, perdendo uno dei loro freni, si liberavano facilmente dell’altro, spingendo al male per una china tanto più rapida, quanto più in basso era posta la guida verso il precipizio»[172]. Così nei possessori di schiavi, oltre all’inclinazione alla collera, si sviluppò in ogni tempo quell’altro carattere dell’eccesso del potere di una persona sovra un’altra, ch’è incarnato dalla lussuria.
«La schiavitù», scrive uno dei migliori economisti moderni e dei più acuti studiosi delle caratteristiche della economia antica, «la schiavitù corrompe sopra tutto la moralità dei rapporti sessuali, e quindi la vita familiare, radice di ogni altra vita». «Quella orribile demoralizzazione, la quale ricorre negli scrittori della decadenza, non sarebbe stata possibile senza la schiavitù, cioè senza l’abbassamento di tanti individui umani a strumento di altri....»[173]. La schiavitù da un lato arrestò il processo evolutivo della condizione della donna libera, cui fu preferita la schiava, dall’altro, proprio come avviene nei paesi ottomani, fece l’uomo refrattario alla stima della propria compagna[174], già per atavica tradizione tenuta in molto minor conto di lui, e tutti e due, estranei alla cura della prole, che venne affidata al magistero di pedagoghi e di domestici schiavi, ministri di degradazione fisica e morale.
Ma se «l’intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto», se «l’oppressione e le conseguenze la provocano in basso», «la corruzione per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga da per tutto,» e l’intera società «si adagia in un parassitismo, che la estenua e dissolve»[175].
La reazione contro l’economia a schiavi.
Noi abbiamo così, vivo e presente, in tutta la sua muta eloquenza, il quadro degli effetti sociali della schiavitù in ogni Paese, ove essa ebbe a radicarsi, e perciò anche sulla terra sacra dell’Ellade antica. Sotto l’aspetto materiale, una produzione lenta e costosa, una tecnica paralitica, un’agricoltura e un’industria rudimentali; sotto l’aspetto sociale, una incoercibile tendenza alla concentrazione della proprietà e della ricchezza, un’aspra concorrenza al lavoro e alla sussistenza dei liberi, costretti a lasciare la patria o a bramare perennemente terre nuove in cui applicare la propria attività umiliata e scornata; la corruzione, a un tempo, delle democrazie e delle aristocrazie, delle classi alte come delle basse; sotto l’aspetto morale, la triplice degradazione dell’individuo, della famiglia, dello Stato. Si ha così, nel tessuto elementare di ciascuna società greca, poggiante sulla schiavitù, una condizione perenne di debolezza organica, di fallacia nella vitalità e nella resistenza.
Col suo fine senso della vita, il Greco antico ebbe l’intuizione della gravità di un male, così sottile, così insidioso, così profondo, e cercò, attraverso tutta la sua storia, di reagirvi, riducendo l’economia a schiavi ad una forma che la facesse diversa da quella che la sua stessa sostanza portava.
Per non obbligare i produttori a possedere direttamente degli schiavi, fu creata l’industria della locazione, a tempo determinato, di questo vivente genere di merce-lavoro; con che, oltre a fornire la sicurezza di un reddito quotidiano il locatore veniva liberato dalla massima parte dei rischi, che gli venivano dal deperimento del suo personale. In luogo del puro mantenimento, fu adottato, anche per gli schiavi, un sistema di pagamento in salario, che forse permetteva loro di fare delle economie e li allettava con la speranza di formarsi un peculio, che un giorno poteva anche offrire, ad essi, il mezzo di acquistare la libertà. Lo schiavo locato per prezzo fu talora nulla più e nulla meno di un libero, che abitava dove volesse, si cibava a suo talento, e di cui niuno, salvo il padrone e il locatore, conosceva la precisa condizione sociale. Talora venne altresì adottato il sistema del pagamento a fattura, anzichè a giornata, e tal’altra volta il padrone associò lo schiavo a’ benefici dell’impresa che intendeva iniziare e per cui offerse i capitali, lasciando che il suo minor collaboratore vi mettesse di proprio l’attività e l’ingegno. In molti luoghi, infine, lo schiavo pubblico, ossia lo schiavo, dipendente dallo Stato, acquistò i privilegi, che derivano a tutti coloro, i quali, bene o male, in tutto o in parte, son depositari di una qualche molecola del pubblico potere.
Con tutti questi abili espedienti, il mondo greco, o, piuttosto, talune delle società greche più evolute — quella ateniese, ad esempio — tentarono di sforzare il regime a schiavi a produrre il massimo di bene, lasciando dietro di sè la minor copia di male. Ed è forse possibile, in linea di ipotesi, pensare che in un ambiente tranquillo, al sicuro da urti esterni, in un’esperienza, per così dire, isolata nel vuoto, questo regime di perfetto equilibrio instabile avrebbe potuto conseguire dei successi. Pur troppo, mentre la Grecia tentava rivolgere dall’imo fondo le basi della sua vita sociale; mentre essa tutta si tendeva in questo supremo conato liberatore; mentre in alto si cominciava a formare come una diversa e più elevata coscienza economica; mentre i miopi interessi del giorno per giorno cedevano dinanzi a vedute più larghe e più pensose del domani; mentre, insieme col lento trasformarsi o disparire della schiavitù, i processi tecnici cominciavano ad affinarsi, nuove avverse influenze sopravvennero — e le studieremo —, ad arrestare il moto tendenziale, a frustrarne i vantaggi, a spezzare il miracoloso equilibrio, che sembrava già stabilito, schiacciando così, nella terribile prova, l’intera vita della nazione.
NOTE AL CAPITOLO PRIMO.
[7] Sulle origini storiche della schiavitù, cfr. A. COMTE, _Cours de philosophie positive_, Paris, Ballière et fils, 1864, V, 133 sgg.; H. SPENCER, _Principes de sociologie_ (trad. fr.), Paris, 1883, III, 393 sgg.; F. ENGELS, _L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato in relazione alle ricerche di L. H. Morgan_ (trad. it.), Benevento, 1885, pp. 149, 169; A. LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, Torino, Bocca, II, pp. 55 sgg. — Un saggio pieno d’idee originali e suggestive sull’antica schiavitù è _Die Sklaverei im Altertum_ (in _Kleine Schriften_, Halle, 1910) di E. MEYER. Tuttavia, insieme con le idee originali, vi si insinuano a tratti tesi paradossali: questa, ad esempio, che trova la sua smentita in tutto il presente studio: che «la schiavitù non ebbe parte alcuna nella decadenza del mondo antico» (p. 210 e n. 4).
[8] _Die Bevölkerung d. griechisch.-röm. Welt_, Leipzig, 1886, p. 506 e _passim_. (L’unica traduzione italiana è contenuta in _Bibl. di Storia economica_, diretta da V. PARETO ed E. CICCOTTI, IV, Milano, Soc. ed. libraria).
[9] THUC., 7, 27.
[10] DEMOST., XLVII (_In Euergum et Mnesib._), 53; HEROD., 6, 23, 5; JAMBL., _Vita Porph._, 197.
[11] TIM., fr. 67 (in ATHEN., p. 264 _c-d_ e 272).
[12] P. GUIRAUD, _La proprieté foncière en Grèce_, Paris, 1893, pp. 452 (trad. ital. in _Bibl. di Storia economica_, diretta da V. PARETO ed E. CICCOTTI, II, 2).
[13] E. GLOTZ, _Le travail dans la Grèce ancienne_, Paris, Alcan, 1920, pp. 246 sgg.
[14] Op. cit., 248.
[15] Cfr. H. FRANCOTTE, _L’industrie en Grèce_, Bruxelles, Société belge de librairie, 1900, I, pp. 205 e 204, n. 2 _D_ e fonti ivi citate.
[16] FRANCOTTE, op. cit., I, 208-10 e fonti ivi citate.
[17] B. HAUSSOULIER, _Comptes de la construction du Didymeion_ (in _Révue de philol., de litter. et d’histoire ancienne_, 1906, _A_ II. 6-22; cfr. pp. 253-54).
[18] FRANCOTTE, op. cit., 206-7 e fonti ivi citate.
[19] CAIRNES, _The slave power, its character_, ecc., London, 1862, p. 85.
[20] A. SMITH, _La ricchezza delle nazioni_ (in _Bibl. dell’Economista_, II, Torino, 1851), pp. 56, 266, 267, 471.
[21] Secondo il DU MESNIL DE MARIGNY (_Hist. de l’economie polit. des anciens peuples_, Paris, 1872, II, 168, n. 1; cfr. 168-69), le statistiche sui lavori dei forzati avvertono che la costrizione violenta può ottenere da loro solo un terzo degli sforzi che nello stesso tempo durerebbe un libero lavoratore. Secondo il DUREAU DE LA MALLE, _Economie polit. des Romains_, Paris, 1840, I, 151 (l’opera è tradotta in _Bibl. di Storia econ._ di PARETO-CICCOTTI, I, 2), il lavoro dello schiavo va calcolato come corrispondente alla metà del lavoro medio di un libero.
[22] Cfr. HILDEBRAND, DIE AMTLICHE BEVÖLKERUNGSSTATISTIK IM ALTEN ROM (in _Jahrbücher für Nationalökonomie_, etc. VI, 91); R. PÖHLMANN, _Die Uebervölkerung d. antiken Grosstädte_, Leipzig, 1884, pp. 114 sgg.
[23] PÖHLMANN, loc. cit.; BELOCH, op. cit., pp. 41 sgg.
[24] Cfr. DUREAU DE LA MALLE, op. cit., I, 149-50.
[25] LORIA, op. cit., II, 91.
[26] _Pap. Par._, n. 10 (a. 156 o 145 a. C.) e il commento del LETRONNE, a un _Papyrus du Musée royal contenant l’annonce d’une récompense promise à qui decouvrira ou ramenera deux esclaves echappés d’Alexandrie_, Paris, 1850, pp. 25-27 (in ARISTOPH., _Comoediae_, ed. DIDOT).
[27] Cfr. ARIST., _Oeconom._, 2, 2, 34, 2.
[28] Cfr. il cap. IV del presente volume.
[29] ARIST., op. cit., 1, 5, 2 sgg.
[30] XEN., _Oecon._, 14, 2 seg.; CAT., _De agricultura_, 2, 2; COLUMELLA, _De re rust., I praef._, 12, 3.
[31] COLUM., op. cit., I, I; 7 e _passim_.
[32] VARR., _Rer. r._, 1, 16, 4 e _passim_.
[33] PLAT., _Leges_, 6, p. 777 _d_ sgg.
[34] _Oecon._, 12, 6 sgg.; 13, 10 sgg.; 14, 7 sgg. e _passim_.
[35] PLUT., _Cato_, 21, 1.
[36] Op. cit., 1, 17, 5 sgg.
[37] _De re rust._, 1, 8, 11, 1. 12, 3 e _passim_. Cfr. ARIST., _Oecon._, 1, 5, 2 sgg., e ARIST., _Polit._, 1, 5, 11.
[38] Io ritengo sia necessario limitarsi a queste considerazioni di carattere generale per convincersi, e per convincere, della costosità del lavoro servile rispetto al lavoro libero. La maggior parte dei moderni ha preferito invece seguire un metodo diverso: ha preferito tentar di calcolare in cifre il costo dell’uno e dell’altro genere di lavoro, riescendo così, per mancanza di fondamenta, a conclusioni erronee e contrastanti con tutte le più generali e più incontroverse nozioni economiche. Così, ad esempio, il FOUCART (_Bullett. de corr. hell._, VIII, 1884, p. 214), discorrendo di schiavi addetti all’industria, non ha considerate le forme principali del lavoro libero, i lavori a cottimo ed _à forfait_, non i rischi per decesso o per evasione degli schiavi, non le spese di allevamento e di educazione dei loro nati (ben il 50% della popolazione servile, cfr. P. GUIRAUD, _La main d’oeuvre industrielle_. Paris, 1900, pp. 94 e fonti cit.), non le imposte relative, non la limitata produttività, non l’annua rata d’ammortamento, cose tutte non calcolabili esattamente in cifre. Inoltre egli errava non poco, illudendosi di poter ragguagliare numericamente le spese di alloggio che s’ignorano, le altre per gl’indumenti e per il fitto o pel possesso degli strumenti da lavoro (impossibili anch’esse a stabilire a priori), le quanto mai variabili spese minute e il fluttuante passivo dei giorni di festa e di forzata inoperosità. Più tardi il GUIRAUD (_La main d’oeuvre industrielle etc._, pp. 190-91) s’è illuso di seguire un metodo migliore, tenendo presente la spesa di quanti in Grecia, in luogo di possedere schiavi, si accontentavano di noleggiarli. Senonchè egli ha trascurato le già precedenti osservazioni di A. MAURI (_I cittadini lavoratori dell’Attica nei secoli V e IV a. C._, Milano, 1895, pp. 88-89) (alle quali altre sarebbe facile aggiungere), da cui resulterebbe come «_ancor meno sotto questa forma_, la mano d’opera servile poteva riescire di costo inferiore al salario concesso ai liberi». Ma il MAURI medesimo, che è doveroso riconoscere assai più cauto dei precedenti, ne condivide (pp. 85 sgg.) il torto, allorchè pretende riescire ad una qualsiasi conclusione numerica. Ed ha errato con essi nel non tenere conto del fatto notevolissimo, che, a differenza di quella servile, la mano d’opera libera, quali che ne siano le pretese, non implica un dispendio costante e quotidiano, sì che, mentre al mantenimento degli schiavi farebbe d’uopo aggiungere il passivo dei giorni di riposo e degli anni di vecchiezza, dal salario annuo dei liberi occorre sottrarre le incalcolabili mancate giornate di salario, ecc. Cfr. anche la _Introduzione_ di E. CICCOTTI alla edizione francese del suo _Declin de l’esclavage antique_, Paris, Rivière, 1910, pp. XII sgg.
[39] È la frase di un antico a proposito dei proprietari di Tespia (cfr. HERACL. PONT., in _FHG._, a p. 80, nell’ed. DIDOT).
[40] È la frase, quasi testuale, del più insigne agronomo del mondo romano (COL., _De re rust., I praef_.).
[41] Op. cit., I, 7; 1.
[42] _N. H._, 18, 36. Sulla decadenza dell’antica agricoltura italica a motivo della schiavitù, cfr. COLUMELLA, op. cit., _I praef._, e DUREAU DE LA MALLE, op. cit., II, 67-68.
[43] GUIRAUD, _La propr. foncière en Grèce_ ecc., p. 455; ID., _La main d’oeuvre industrielle_ ecc., p. 129.
[44] VARR., op. cit., 1, 44, 1 e COL., op. cit., 3, 3, 3. Sulla interpretazione di questi due passi cfr. C. BARBAGALLO, _La produzione media relativa dei cereali e della vite_, ecc. (in _Riv. stor. ant._, 1904, pp. 493 sgg.). Gli antichi sono tutti concordi nel deplorare l’assenteismo del proprietario dalla coltivazione della terra (_Xen._, _Oecon._, 12, 19-20; cfr. 13 e 14; VARR., op. cit., _II praef._, 1 sgg.; COLUM., op. cit., 1, 1; 3, 7; PLIN., _N. H._, 18, 35 sgg.; 43; PALLAD., _De re rust._, 1, 6; cfr. ARIST., _Oecon._, 1, 6, 3 sgg.); COLUMELLA, anzi (op. cit., 1, 7), soggiunge che, quando l’assenza è una necessità, il fitto è indubbiamente preferibile al lavoro servile.
[45] ELLISON, _Slavery and secession in America_, London, 1861, p. 218.
[46] Cfr. la precedente nota 38.
[47] Scriveva A. SMITH, nella seconda metà del secolo XVIII: «La piantagione dello zucchero e del tabacco può comportare la spesa della coltura a schiavi. La coltura del grano sembra che oggi non lo possa. Nelle colonie inglesi, ove il prodotto principale è il grano, la massima parte del lavoro è fatta da liberi....» (_Ricchezza delle nazioni_, p. 266).
[48] Op. cit., 10, 1.
[49] Op. cit., 11, 1.
[50] VARR., op. cit., I, 18, 1.
[51] Op. cit., 1, 18, 2.
[52] In COLUM., op. cit., 2, 12. Cfr. FUSTEL DE COULANGES, _Le domain rural chez les Romains_ (in _Revue des deux mondes_, 15 settembre 1886, pp. 339-40) (trad. it. in _Bibl. Stor. econ._ cit., II).
[53] COLUM., op. cit., 2, 12. Cfr. DICKSON, _The husbandry of ancients_, Edimburgo, 1788, II, 78-79 (traduzione italiana in _Bibl. Stor. econ._ cit., pp. 305-6) e BÜCHER, _Die Aufstände d. unfreien Arbeiter_, Frankfurt, 1874, pp. 43 sgg.; ROSCHER, _Über das Verhältniss d. Nationalökonomie zum klass. Altertum_ (1861) (trad. it. in _Bibl. Stor. econ._ cit., I, 1), pp. 15-16. Anche l’industria antica era costretta a impiegare un personale più numeroso di quello che adopera l’industria contemporanea. Cfr. ARDAILLON, _Les mines du Laurium dans l’antiquité_, Paris, 1897, pp. 96 sgg., 108-9.
[54] Cfr. DICKSON, loc. cit.
[55] DICKSON, op. cit., I, 374 sgg.; MANZI, _La viticultura e l’enologia presso i Romani_, Roma, 1883, pp. 41 sgg.; 66.
[56] Cfr. DICKSON, op. cit., I, 2, n. 1; II, 340, 345, 353 sgg.; CICCOTTI, _Il tramonto della schiavitù nel mondo antico_, Torino, Bocca, 1901, pp. 172-73.
[57] JAY, _Adress to the non slaveholders of the South on the social and political evils of slavery_. New York, 1843, p. 5. Cfr. OLMSTED, _A journey in the seaboard States_, New York, 1856, pp. 483.
[58] Op. cit., pp. 46-47; cfr. pp. 481, 483.
[59] Il DICKSON (op. cit., I, 340 sgg.) enumera, fra le esotiche cognizioni della seconda metà del secolo I d. C., la concimazione con la calce e la marna (si trattava di esperienze e di nozioni importate da paesi a lavoro libero); gli sfugge però il passo, grandemente significativo, di VIRGILIO (_Georg._, I, vv. 193 sgg.):
Semina vidi equidem multos medicare serentes et nitro prius et nigra perfundere amurca grandior ut fetus siliquis fallacibus esset.
Tuttavia circa le conseguenze pratiche di queste cognizioni, cfr. la nota 60 seguente.
[60] PORENA, _Decadenza dell’agricoltura presso i Romani_, Roma, 1867, p. 27.
[61] GUIRAUD, _La proprieté_ ecc., pp. 475 sgg. Ecco, del resto, quello che il CAIRNES (op. cit., p. 81) scriveva delle colonie americane: «Fino allo scoppiare della guerra civile, negli Stati a schiavi del Messico, si notavano aratri di costruzione Chinese, i quali scavavano la terra come le zampe del porco o della talpa, senza riescire nè a fenderla nè a rovesciarla».
[62] XEN., _Oecon._, 18, 1-3.
[63] GUIRAUD, op. cit., p. 481.
[64] XEN., op. cit., 18, 6. Cfr. BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb_, Halle, 1869, pp. 302 sgg.
[65] GUIRAUD, op. cit., p. 477.
[66] TEOFRASTO (_De causis plant._, 3, 17, 8, 6, 10, 9) accenna ad un esempio recente ed isolato di uso del nitro; PLINIO (_N. H._, 17, 42), all’uso della marna. Ma a parte la rarità del caso, non bisogna confondere la teoria degli intellettuali con la pratica del giorno per giorno, piena di sfiducia verso le escogitazioni e i tentativi scientifici (cfr. VERG., _Georg._, I, 196 sgg.).
[67] GUIRAUD, op. cit., 471 sgg.
[68] _Oecon._, 6, 8; 18, 10; 19, 14 sgg.; 21, 1 _passim_.
[69] BERNARD, in _Journal d’agr. prat._, 1901, pp. 64-65.
[70] Cfr. il mio studio, _La produzione media dei cereali e della vite nella Grecia, nella Sicilia_ ecc., in _Rivista di st. ant._, 1904, fasc. 3-4.
[71] Cfr. _I. G._, II, 5, 834 _b_ e FOUCART, in _B.C.H._, 1884, pp. 195 sgg., ll. 50 sgg.; 1880, pp. 26 sgg., ll. 4 sgg.
[72] Cfr. il mio scritto precedentemente cit. Il CICCOTTI (_Indirizzi e metodi degli studi di demografia antica_, pref. al IV vol. della _Bibl. di Stor. econ._, pp. 6 sgg.) solleva gravi dubbi sulla possibilità di adoperare utilmente dati così isolati. Le sue osservazioni sono speciose, ma non decisive. Ad ogni modo, non ci sembra incauto valerci di questi elementi, allorchè essi vengono a confermare, quasi in modo tangibile, tutto un insieme di conclusioni, che emergono per altra via da considerazioni indipendenti e di diverso carattere.
[73] Cfr. TOMBASIS, _La Grèce sous le point de vue agricole_, Paris, 1878, pp. 27, 28, 29; U. RUFFOLO, _La Grecia economica odierna_, Roma, Istit. colon. italiano, 1920, pp. 23.
[74] _Résultats de l’enquête décennale de 1892_, Paris, 1897, _Intr._, p. 69. Per l’Italia, cfr. anche G. ZATTINI, _La potenzialità attuale della produzione del frumento in Italia, in base alla statistica del dodicennio 1909-20_, Roma, Ministero Agr., Ind. e Commercio: Uff. Stat. agr., 1921.
[75] Cfr. GIGLIOLI, _Malessere agrario ed alimentare in Italia_, Portici, 1903, pp. LXXV e LXXIX. Sulle proporzioni dell’annuo disparire del maggese cfr. l’_Agr. allemande à l’exposition de 1900_, Bonn, 1900, pp. 38 sgg., e, per la Francia, CONVERT, _La Ferme de Fresne_, Paris, 1895, p. 9. Dove il maggese permane, esso non è più biennale, ma triennale.
[76] GUIRAUD, op. cit., 471-74; DUREAU DE LA MALLE, _Economie politique des Romains_, II, 67.
[77] XEN., _Oecon._, 20, 2 sgg.
[78] MENANDER, _Agricola_, fr. 4, ed. Didot.; PHILEM., _Incert. fab._, fr. 6; cfr. fr. 4, ed. DIDOT.
[79] LORIA, _Analisi_ ecc., II, 73.
[80] Cfr., per la Grecia peninsulare e per la Sicilia greca, STRAB., 8, 8, 1; 6, 2, 6; per la Grecia insulare, tutto il mirabile quadretto _Il cacciatore dell’Eubea_ di DIONE CRISOSTOMO (ed. Dindorf, Lipsiae, 1857) e BÜCHSENSCHÜTZ, op. cit., 209-10 sgg. Circa i vantaggi che i proprietari romani speravano di ritrarre dall’economia pastorale, cfr. DICKSON, op. cit., II, pp. 292-93.
[81] _Ilias_, 18, vv. 373 sgg.; ARIST., _Polit._, 1, 2, 5; CRATET., _Belluae_, fr. I, 2, ed. DIDOT.
[82] GUIRAUD, _La main d’oeuvre_ ecc., 87. «Gli stessi molini ad acqua», osserva un moderno, «non furono introdotti nella campagna di Roma che nel IV secolo, quando, per le numerose emancipazioni degli schiavi sotto Costantino, fu necessario sostituire con altri motori il lavoro umano rincarato» (LORIA, _Analisi_, II, pp. 70-71).
[83] GUIRAUD, op. cit., 203-4. Cfr. MOREAU DE JONNÉS, _Statistique des peuples de l’antiquité_, Paris, 1851, I, 267-69.
[84] SOUCHON, _Les theories économiques en Grèce_, Paris, 1898, pp. 119-20; cfr. MOREAU DE JONNÈS, op. cit., II, 521 sgg.; ROSCHER, op. cit., pp. 22-23.
[85] Cfr. LORIA, _Analisi_ ecc., II, 74-75.
[86] MONDAINI, _La questione dei negri nella società nordamericana_, Torino, 1898, pp. 106-7; CAIRNES, op. cit., pp. 56 sgg.; LORIA, _Analisi_ ecc., II, 71.
[87] CIC., _De off._, 2, 21. Cfr. TAC., _Ann._, 3, 53.
[88] DIOD., 13, 81, 5; 83, 1-3; 84, 1.
[89] HEROD., 7, 155; THUC., 6, 67, 2.
[90] ARISTOT., _Polit._, 5, 6 (7), 6.
[91] Cfr. GLOTZ, op. cit., pp. 296-98.
[92] V (_De Dicaeon. hereditate_), 35. Tutte le riduzioni di monete antiche in lire italiane s’intendono fatte in lire-oro.
[93] XXIII (_In Aristocr._), 207.
[94] DEMOST., XLII (_In Phaenipp._), 5; 7, 20.
[95] DEMOST., XXXVI (_Pro Phormione_), 5.
[96] Sulla graduale concentrazione della proprietà in Grecia, cfr. GUIRAUD, _La propr. fonç._ ecc., pp. 395-96, 398-401, 405; G. PLATON, _Le socialisme en Grèce_ (estr. dal _Devenir social_, settembre-ottobre 1905), pp. 43 sgg.; CICCOTTI, _Il tramonto della schiavitù_ ecc., pp. 91 sgg.; GLOTZ, op. cit., 298-300.
[97] «Les difficultés et la lenteur dans la production.... devaient reporter leurs (_dei Greci_) ambitions vers les acquisitions artificielles de la richesse. C’est ainsi que l’antiquité toute entière a pu considérer la guerre comme le meilleur des tîtres de propriété» (SOUCHON, op. cit., 122-23; cfr. pp. 95-96 e p. 96, n. 1). Da questo fatto, appunto, Aristotele era indotto a definire la guerra come uno dei mezzi normali di acquisto della ricchezza (_Polit._, 1, 3, 8); cfr. ISOCR., VIII (_De pace_), 5-7; THUC., 6, 24, 3; DIOD., 13, 2, 3; 8 e, tra i moderni, ROSCHER, op. cit., 38.
[98] MERIVALE, _Lectures on colonisation and colonies_, London, 1841-42, I, 76.
[99] A. BÖCKH, _Staatshaltung d. Athener_, Berlin, 1886, I^3, 563 sgg. (trad. ital. in _Bibl. di Stor. econ._ di PARETO-CICCOTTI, I, 1).