Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)

Part 4

Chapter 43,613 wordsPublic domain

Il sistema degli appalti dei grandi servizi statali[114] e dei lavori pubblici, insieme con le clausole che lo Stato imponeva[115], fanno supporre l’esistenza di grossi capitali, di cui ci forniscono la riprova talune menzioni che al proposito possediamo. In sullo scorcio del V secolo, un tal Callicrate si incaricava della costruzione di tutto il nuovo muro, che avrebbe riunito il Pireo alla città[116]. Più tardi, mentre talora ritroviamo più di due o tre persone associate nell’esercizio di qualche porzione di un qualche pubblico lavoro, tal’altra ne ritroviamo una sola aggiudicataria di più forniture e di parecchi generi di lavoro, i quali importavano l’anticipo di forti capitali.

Nè mancavano esempi espliciti di quella che oggi diremmo la grande industria, e che anche allora, quali che siano le valutazioni, che noi moderni possiamo farne, andava definita come «grande industria». Non era rara, infatti, nella stessa Atene, l’esistenza di concerie, di fabbriche di lampade, di armi, di strumenti musicali, di laboratorî metallurgici, che noverassero dai 30 ai 100 e più operai[117], e rendessero talora, come la fabbrica di scudi di Pasione, un profitto annuo di L. 6000, pari oggi, stante il mutato valore del danaro, a non meno di 20.000 lire[118].

Questo è ciò che risulta dall’esame delle scarse testimonianze a noi pervenute circa la vita economica in Atene, la città più permeata di democrazia della Grecia antica, e nella quale — ripetiamo — il governo politico, rimasto a lungo nelle mani dei democratici, curò con ogni sforzo che l’accentramento delle fortune e la proletarizzazione della grande massa fossero ad ogni costo evitati. Ma le cose andavano in modo alquanto differente nel resto della Grecia classica. A Delo, i conti relativi ai lavori pubblici, ci fanno conoscere, pel III secolo, lotti del valore di 2333, di 4000, di 7000 dramme[119], e, quando i lotti sono più piccoli, parecchi di essi cadono nelle mani di uno stesso imprenditore. A Trezene (in Argolide) il valore di ciascun lotto saliva a 2100 e, magari, a 6634 dramme. A Epidauro «le intraprese superiori a 1000 dramme sono assai numerose», e taluna raggiunge le 13.000 dramme attiche (= L. 13.000 circa). A Tegea (in Arcadia), e forse anche nell’argolica Epidauro, si cerca, per via di disposizioni legislative, di impedire la formazione di trusts industriali e l’accaparramento di più intraprese da parte di un unico imprenditore[120]. Si ha quindi un insieme di elementi, il quale lascia intravedere che in tutta la Grecia, non esclusa Atene, il crescente accentrarsi delle fortune mobiliari (così come di quelle immobiliari) fu il processo inevitabile della vita economica del Paese.

Ma quello che più e meglio ci impone il convincimento di un tale fenomeno è il crescere e il diffondersi delle consuetudini di lusso, di magnificenza, di sperpero che noi cogliamo nella vita economica greca dal secolo V al secolo IV, e l’idea che adesso, insieme con l’orrore della miseria, si diffonde della potenza, anzi dell’onnipotenza della ricchezza. «Un tempo», s’esprimeva, a mezzo il IV secolo, Demostene, «nessuno sopravanzava gli altri nel fasto. Le abitazioni di Temistocle e di Milziade.... non erano più lussuose delle altre.... Oggi certi cittadini son così ricchi da fabbricare palazzi che superano in magnificenza l’insuperabile splendore degli antichi edifizi pubblici; e si acquistano oggi da taluni possessi più estesi di quelli che voi qui riuniti nel tribunale non possedete tutti insieme»[121].

Al lusso degli acquisti si aggiunge ora il lusso degli arredamenti. «Noi», farà dire ad un suo personaggio Menandro — uno scrittore di commedie vissuto nella Grecia immiserita del III secolo —; «noi abbondiamo fino all’eccesso d’ogni genere di ricchezza: traiamo oro dai Quindi, abiti talari dalla Persia; possediamo a iosa porpore, vasi cesellati, schiavi, coppe, sculture orientali, tragelafi e i grandi, sontuosi labronî persiani»[122]. Ora, finalmente, si cominciano ad amare e a praticare banchetti luculliani dai _menus_ ricercati ed interminabili[123], e si va in visibilio per gli ornamenti pittorici e per gli affreschi[124].

Così, mentre intere categorie di cittadini ateniesi si trovano nell’impossibilità di soddisfare ai legali obblighi liturgici[125], altri pochi vi profondono senza preoccupazioni, ed in misura davvero strabiliante, le sostanze acquisite. Un Alcibiade, cliente dell’oratore Lisia, spende per due coregíe tragiche 5 o 6000 lire, in quattro o cinque anni, durante i quali aveva contemporaneamente e volontariamente sostenuto, per ben tre volte gli oneri, tutt’altro che indifferenti, della trierarchia[126]. Lisia stesso, cui la condizione di straniero fa presumere una sostanza, costituita solo di beni mobili[127], spendeva in due anni L. 10.000 od 11.000 per _coregie_, come, in nove, per liturgie d’ogni genere — in massima parte volontarie — circa ben 55.000[128].

Come la ricchezza assurge fin d’ora a chiave fatata di tutte le porte della felicità, così la miseria che rincrudisce spalanca l’abisso di tutti i mali. «L’oro asserve i liberi»[129], «apre le porte dell’inferno»[130], «riesce a dimostrare vero il falso col falso»[131], e la poco eloquente povertà, «di cui non esiste male peggiore»[132], scredita l’onesto e il ben nato[133]. «Che cosa puoi tu», le grida Cremilo nel _Pluto_ di Aristofane (388 a. C.), «che cosa puoi somministrarci fuorchè le pustole che si pigliano nei bagni ed i lamenti dei fanciulli e delle vecchierelle angosciate dall’inedia? Che altro se non il prudore dei pidocchi, delle pulci innumerevoli e il fastidio delle zanzare, le quali sforzano col loro molesto ronzio gli uomini a risvegliarsi quasi dicessero: — Avrai fame, ma tant’è, devi levarti —? Tu ci fai avere per veste un cencio; per letto, un formicaio di cimici, che serve, non ad assopire, ma a ridestare i dormienti; per coperta, una stuoia fradicia; per guanciale, una grossa pietra; per pane, gambi di malva; per focaccia, foglie di rape; per seggiola, il coperchio di un rottame di vaso; per madia, un frammento di anfora incrinato.... Ecco i tuoi numerosi beneficî»[134].

Il quadro è intenzionatamente dipinto a colori assai foschi, e non già da un demagogo, ma da un uomo d’ordine. Non siamo, dunque, dinanzi ad una generale elevazione del tenore di vita della società, ma ad un accrescimento degli agi e ad un rincrudimento dei dolori delle sue classi estreme: alla concentrazione della ricchezza ad un polo, alla concentrazione della miseria — della miseria, unicamente — al lato opposto.

Accanto a questa suggestiva rappresentazione degli utili infiniti della ricchezza e degli orrori innominabili della miseria, la realistica letteratura drammatica del tempo — la commedia così detta _media_ e _nuova_ — ci è testimone della crescente avversione delle classi medie e povere al matrimonio, avversione determinata dalle sopravvenute ristrettezze economiche e dalle nuove esigenze familiari. Or bene, anche questo, osserva acutamente un moderno, «da un lato, rendendo rare le unioni della classe media, e dall’altro, agevolando le nozze dei più ricchi tra loro, doveva riescire a stremare di numero la prima, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi, uno più grande di proletari»[135].

La concorrenza servile e il lavoro libero.

Ma la concentrazione della proprietà o dell’industria non risolveva che in apparenza il grave problema di eliminare o ridurre i danni numerosi della economia servile. Quello che può rendere utile un siffatto espediente non è l’agglomeramento, sur uno spazio continuo, di una quantità sovrabbondante di lavoratori; è la loro organica associazione ad una fatica comune, mediante la grandezza e la complessità del macchinario industriale: ciò che appunto era assolutamente escluso dalla rude natura del lavoro servile e dalla incapacità organica di quelli che lo prestavano.

Non si trattava dunque che di mera illusione. Ma, se l’unico apparente rimedio del male — l’accentrarsi della proprietà e della ricchezza — coincideva con la rovina dei più, fa d’uopo aggiungere che la schiavitù, qualsiasi forma rivestisse, rimaneva sempre il meccanismo meglio adatto ad impedire ai liberi l’eterna, universale fonte della vita, talora della umana gioia: il lavoro. Soltanto «quando le spole anderanno da sè e i plettri faranno risonare da soli le cetere, noi non avremo più bisogno nè di schiavi, nè di padroni di schiavi», aveva scritto con ironico pessimismo il principe della filosofia greca, Aristotile[136]. In conseguenza, all’artigiano e all’antico operaio salariato, quando non si oppose il disprezzo naturale verso una categoria di persone compagna di lavoro degli schiavi, si riserbò il minimo di mercede e di concessioni, l’una e le altre, fatalmente regolate sull’avaro quotidiano mercato servile[137].

Nel secolo V, ad Atene, la giornata del libero lavoratore oscillava intorno ad una media di L. 1[138], e, nel IV, intorno a. L. 1,50[139], con un minimo di L. 0,50[140], che, detratti solo una ventina di giorni di riposo festivo, davano un ricavato annuo di L. 325 e di L. 510, affatto insufficienti ai bisogni più elementari di una famigliuola di quattro persone, due adulti e due fanciulli, per cui il minimo necessario si può calcolare, rispettivamente, in L. 750 e in L. 1000[141]. Ma i giorni festivi del calendario greco (di quello ateniese, ad esempio) erano circa 60. E a questi venivano ragionevolmente aggiunti gli altri, non meno numerosi, di riposo forzato per disoccupazione, le cui tristi conseguenze si abbattevano solo sugli operai liberi.

Nei secoli III e II il tasso del salario appare raddoppiato: esso si aggira intorno alle due dramme giornaliere (L. 2 circa)[142]. Se non che, mentre contemporaneamente il prezzo dei generi di prima necessità si era quintuplicato, il valore del danaro era scemato della metà, anzi di tre quarti[143], in guisa da provocare un dislivello, maggiore che negli scorsi decennî, fra il reddito annuo e l’annuo bisogno dei lavoratori.

Pure la prova, maggiore e più decisiva, della tenuità e della insufficienza dei salari operai nelle imprese industriali greche è data da un fatto, di cui pure qualche dotto moderno è sembrato compiacersi: la eguaglianza di salario fra gli schiavi e gli operai liberi[144]. Il che voleva dire che a ciascun operaio libero si pagava un salario, _equivalente solo al suo nutrimento individuale_, poichè, oltre a questo, lo schiavo, che non aveva a suo carico una famiglia, riceveva l’alloggio, il vestimento, le calzature, ecc. Ma la presenza degli schiavi contribuiva per altra via ad aggravare la condizione dei liberi salariati. Essa eliminava la possibilità della organizzazione e della resistenza operaia: le armi, pur troppo, sperimentate più efficaci a conseguire l’elevamento dei salari e il miglioramento delle condizioni del lavoro. La coesistenza della schiavitù inchiodava tormentosamente i liberi alla rupe del capitale e ne determinava l’indigenza e la rovina. Per questo antichi e moderni hanno sempre ritenuto l’introduzione e l’accrescimento della popolazione schiava causa diretta di decadenza della popolazione libera. Un magistrato della Carolina sud avvertiva, a suo tempo, come, per effetto dell’adozione dell’economia servile, in quella colonia americana, su 300.000 bianchi, meno di 50.000 potevano dirsi impiegati in qualche lavoro e in grado di ritrarne onestamente la vita. «Gli altri o non riuscivano a trovar lavoro o vivevano alla ventura di caccia, di pesca, di rapina, talora — ed è peggio — commerciando con gli schiavi ed eccitandoli a rubare a proprio vantaggio»[145]. Così, allorquando, nel sec. IV a. C., un cittadino della Focide introdusse per la prima volta nella contrada 1000 schiavi, fu una insurrezione generale: quegli intrusi venivano a togliere il lavoro ed il pane ad altrettanti operai liberi, di cui ciascuno, probabilmente, sostentava a sua volta una famiglia di quattro o cinque persone. Come pensare quindi a mettere su casa e a procreare dei figli? E un moderno, in una sua monografia assai nota sulla popolazione del mondo greco-romano, scartati, o quasi, tutti gli altri più ovvii motivi di costante regresso dell’antica popolazione, così si esprimeva: «Le vere ragioni del fenomeno debbono essere ricercate più a fondo. _In prima linea_ sta il costante prevalere dell’economia a schiavi.... Appena uno Stato antico entra nella fase dell’economia a schiavi, l’aumento della popolazione libera ha un ristagno.... Nessun dubbio quindi sul nesso fra l’incremento della popolazione schiava, e la diminuzione di quella libera»[146].

Da ciò quel fenomeno singolarissimo di ufficiale legislazione maltusiana, che ricorse negli antichi ordinamenti ellenici e ne fece regolare, per decreti, l’età matrimoniale, incoraggiare gli amori contro natura, autorizzare persino l’aborto e l’infanticidio. Da ciò le preoccupazioni di antichi filosofi e statisti, invocanti persino la peste e la guerra quali benefiche potenze limitatrici dello sviluppo della popolazione[147]. Da ciò la pratica dell’astensione volontaria[148], sintomo in tutte le età di disagio economico, e che antichi e moderni hanno, per facile illusione, ritenuta talora causa prima ed unica di depopolazione, quasi ingranaggio di una per sè stante corruzione morale.

L’emigrazione.

Cionondimeno, malgrado codesti limiti, naturalmente imposti dalla schiavitù all’accrescimento della popolazione: malgrado il fatto che la percentuale della popolazione relativa della Grecia antica riesca, almeno per noi moderni, singolarmente esigua (essa non superò al certo i 90 ab. per km^2 e discese ad un minimo di 10 e ad una media di 35)[149], il bisogno dell’emigrazione continua fu tra i più assillanti della vita sociale di quel grande Paese. Gli è che, nella Grecia antica, l’emigrazione viene costantemente determinata, oltrechè dalla spietata concorrenza servile, dallo scarso rendimento del lavoro e del capitale, che non riescivano mai a produrre il necessario alla sussistenza di quegli aggregati sociali, nel cui seno essi svolgevano la loro attività. Nei regimi a schiavi, in alto e in basso, gli «inoperosi», tra i liberi, sono moltissimi. Creare quindi uno sbocco a confini indefiniti all’onda sempre scarsa, e pur sempre sovrabbondante, della popolazione: conquistare un impero coloniale sempre più vasto che assorba di continuo il flutto incessante dei disoccupati e dei bisognosi: ecco la pietra filosofale, intorno a cui politici e filosofi, ricchi ingordi e poveri, «sempre turbolenti e bramosi di guerre»[150], si ruppero invano il cervello.

Pericle, il più grande fra gli statisti ellenici, mentre applicava largamente il lavoro libero alla edilizia civica, instaurava colonie pei poveri[151] in ogni angolo dell’Impero ateniese. Morto Pericle, i suoi concittadini sono trascinati[152] alla fatale spedizione di Sicilia. L’impresa si inabissa in un’enorme catastrofe. Ma il bisogno che mai non cessa, li sospinge, nel 364, a sfidare il rischio di una nuova sollevazione degli alleati, pur di confiscarne e ripartirne il territorio, e, di là a poche decine di anni, la forza delle immutate circostanze persuaderà Isocrate, il massimo oratore della pace ad ogni costo, a invocare la tirannide macedone, pur di trarne in cambio la colonizzazione dell’Asia e lo sfollamento dell’Ellade[153].

Il lungo sospiro verrà soddisfatto da Alessandro Magno. Della «sovra popolazione» della Grecia nella seconda metà del secolo IV sarà testimonio la incessante emigrazione dei prossimi cinquecento anni, ma il rimedio, foriero di nuove cause demolitrici della vita ellenica, era giunto in ritardo: il fatale andare della decadenza aveva già maturato effetti irrimediabili.

Ripercussioni politiche della schiavitù.

Fatale per i produttori e per i liberi lavoratori, la schiavitù non era più benefica verso l’intera massa dei consumatori. La costosità della sua opera si ripercoteva nella costosità dei suoi prodotti. Carissime erano presso i Romani le manifatture che non uscivano dal lavoro domestico: le sete, le tele, i panni fini di lana, i drappi colorati, i guanciali così detti triclinari ecc.[154]. D’altra parte la rigidezza del congegno economico della schiavitù e il fatto di una mano d’opera difficilmente variabile, come quantità e come qualità, scaricavano sul mercato una copia di prodotti, in ogni circostanza, quasi invariata, provocando un costante disquilibrio fra l’offerta e la domanda. Così le crisi per eccesso si alternavano, nel mondo antico, con le crisi per difetto; l’abbondanza, con la carestia. Ma nell’un caso e nell’altro, la massa dei consumatori ne veniva egualmente danneggiata: nel primo, a motivo dell’acuita disoccupazione dei liberi; nel secondo, a motivo dei rincarati prezzi dei vari generi. Per tal modo la schiavitù finiva col danneggiare la popolazione libera nella sua duplice condizione di lavoratrice e di consumatrice.

V’era di peggio. Come esattamente ha notato uno dei più geniali indagatori del mondo antico — il Fustel de Coulanges[155] — la presenza della schiavitù corrompeva, attossicava, anzi, i rapporti sociali fra le varie classi. Oggi la ricchezza passa dal ricco al povero; la speranza di raggiungerla stimola il lavoro e suscita l’emulazione. In Grecia, tra il lavoro del povero e la ricchezza, stava di mezzo la schiavitù. Per arricchire occorreva possedere degli schiavi; ma, per possederne, occorreva essere ricchi.... Per altro il lavoro era materia da schiavi e ai liberi, in fondo, riusciva fastidioso accostarvisi. Meglio dunque, e più facile, impossessarsi della ricchezza, chiedendola umilmente o strappandola con la violenza!

Da questa ferrea condizione ha origine la universale tendenza, caratteristica delle democrazie greche, nei Paesi a regime aristocratico e in quelli a regime democratico: o il _panis et circenses_, fatti largire, più o meno volontariamente, dalle classi dominanti e dal Governo[156], o la espilazione diretta del pubblico denaro, sotto tutte le possibili forme, e il salasso degli ordini sociali più agiati, ogni qualvolta la direzione suprema della cosa pubblica si trovò in potere dei meno abbienti[157].

Nell’un caso e nell’altro, se taluni dei liberi disoccupati, che pur avevano bisogno di vivere, si recavano a pitoccare dai ricchi un posto a fianco degli schiavi, ove però trovavano pane condito di molto disprezzo; altri, i più, forse, locavano la propria industria in servigi degradanti, quali parassiti, adulatori, sicofanti, impostori ecc. Da ciò il dilagare della cortigianeria, del parassitismo, dell’indigenza accidiosa: da ciò un intrecciarsi osceno di complicità e di attaccamenti a basi inconfessabili, macchiati di tutte le umiliazioni e di tutte le bassezze, i cui effetti dovevano ripercotersi nell’ambito della vita pubblica, destinata ad un inevitabile, continuo processo d’inquinamento[158].

Per tal via, gli ordini politici, sperimentati migliori, si corrompevano. Non più lotte civili fra classi libere in antagonismo, non democrazie corrette, oneste, laboriose, ma alterni, quotidiani spettacoli di frode, di violenza, di venalità, di scialacquo. La schiavitù squarciava la società in due campi opposti di ricchi e di poveri, non già soltanto, come oggi avviene, di capitalisti e di lavoratori[159]. E questa antitetica, recisa polarizzazione della ricchezza o, piuttosto, della fortuna e dell’indigenza provocava effetti politici egualmente dannosi in seno alla nobiltà e in seno al popolo minuto.

La superbia e la violenza, il presunto diritto al dispotismo e alla tracotanza, in privato ed in pubblico, sono sempre state, così come furono in Grecia, le consuete e più dirette conseguenze della schiavitù. L’abbassamento di un numero strabocchevole di creature umane a strumento cieco di altre, che trovavano agevole, anzi naturale, l’esercizio di un potere eccessivo, non era tale da provocare conseguenze indifferenti. «Ogni proprietario di schiavi», ha scritto un moderno, «nasce o diviene tiranno»[160], e Aristotile aveva, con l’acume consueto, schizzato i tratti salienti della psicologia delle aristocrazie elleniche. «Quale atteggiamento morale accompagni la ricchezza è agevole rilevarlo ogni giorno coi nostri occhi. I ricchi sono arroganti ed altezzosi, e quasi malati del possesso medesimo della ricchezza, che fa loro credere di avere nelle proprie mani ogni cosa». Nulla sembra superiore ai loro diritti ed ai loro meriti, e «scorgendo gli uomini, tutta la vita intenti a ricercare quanto meglio ad essi aggrada, precipitano facilmente nella stolida magnificenza e nella corruzione.... Onde è famosa la sentenzia di Simonide sul valore dei sapienti e dei ricchi. Che, essendo stato interrogato dalla moglie di Gerone se preferiva essere un uomo ricco o un sapiente — Un ricco — rispose —, perchè troppe volte ho visto i sapienti attendere umili alle porte dei ricchi.... — E i ricchi si ritengono degni di comandare, e sono convinti di possedere naturalmente tutte le qualità che fanno gli uomini degni del comando....[161].

Così, al modo stesso in cui l’indigenza o l’instabilità delle fortune aveva fatto dei non agiati un’orda famelica, miseranda e spregevole, di accattoni o di rapinatori, la consuetudine del comando più efferato fece, dei Grandi, una pianta sanguinaria di despoti naturali[162]. Assai pochi dei frutti gentili dell’agiatezza e della coltura fiorirono nei loro animi, e la _Repubblica ateniese_, che corre sotto il nome di Senofonte, come tutti gli scritti del tempo, usciti dalla cerchia dell’aristocrazia, contennero teorie, morali, sociali, politiche, atte a riscuotere il consenso dei più feroci piantatori americani[163]. Una, democrazia venale, corrotta, violenta; un’aristocrazia avida, gelosa, dissoluta, spregiatrice della giustizia, della correttezza, del lavoro e dei lavoratori[164] — spregio epidemico, che, fra l’altro, trascinò Socrate ad ingoiare la cicuta[165] —; una nobiltà, calpestatrice dei deboli e degli umili: ecco i più genuini prodotti, politici e morali, di quel regime schiavista, che suggeriva agli aristocratici il cinico, sanfedistico, giuramento «di essere nemici del popolo e di perpetrare a suo danno tutto il male di cui fossero capaci»[166].

Aristotile, che aveva, disegnato esattamente la configurazione esterna del fenomeno, intravedeva insieme, riassumendole in poche frasi, le cause profonde delle sciagure della vita, morale e sociale, ellenica: «Ai legislatori era parso che il punto capitale fosse l’organizzazione della proprietà...; è stato invece Filea di Calcedonia a stabilire come prima condizione del vivere sociale sia l’eguaglianza delle fortune»[167]. Or bene, la schiavitù costituiva il massimo ostacolo di questo processo verso l’uguaglianza economica; onde, come sempre succede in seno a società solcate da profonde disparità economiche, le istituzioni democratiche non solo non dettero pace alla Grecia, ma furono una delle cause dei suoi più profondi turbamenti interni[168].

«La violenza e l’orgoglio», proseguiva Aristotile, «che sono usciti dalla nobiltà e dalla eccessiva, ricchezza, sospingono gli uomini ai grandi attentati; così come la perversità», effetto «della miseria, della debolezza, della oscurità», «sospinge verso i reati comuni». «Le due classi estreme» riescono «in pari misura fatali alle città». L’epulone dimentica l’arte di comandare e di obbedire; l’indigente degrada fino a rendersi, non già disciplinato come uomo, ma prono come schiavo e tremendo nella riscossa come belva. È possibile allora ritrovare nelle città dei padroni e degli schiavi, non più una comunione di liberi. E allorchè una società risulta di individui, che a vicenda si invidiano e si disprezzano, cessa per questo stesso di essere una società....[169].