Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)
Part 3
Il vecchio Catone calcolava come indispensabili a coltivare un oliveto di 240 iugeri (Ea. 60 circa) ben 13 schiavi[48]. E si trattava di cultura arborea, anzi della cultura dell’olivo, la quale esigeva un assai minor concorso di lavoro, che non la vite o i cereali. Un vigneto di 100 iugeri (Ea. 25 circa) richiedeva infatti ben 16 schiavi[49]. L’agronomo Saserna ne calcolava 12 per 100 iugeri (Ea. 25 circa) di terre in semina[50], supponendo necessarie da 5 a 6 giornate per ogni iugero (a. 25 circa) di suolo pianeggiante[51], e 4 buoi e 11 schiavi per arare 200 iugeri (Ea. 50) di terreno alberato[52]. Columella opinava che un podere non alberato di 200 iugeri (Ea. 100) si dovesse coltivare con non meno di due paia di buoi e quattro schiavi, nonchè di sei altri operai, e che delle sementa granifere, le quali abbisognano di una quadrupla aratura, si può ultimare lo spargimento su 25 iugeri (Ea. 6) solo entro quattro mesi circa di lavoro[53].
Or bene, un secolo e mezzo addietro circa, in Inghilterra, senza ancora l’aiuto del moderno macchinario agricolo, e per gli stessi lavori, s’impiegava un numero parecchie volte minore d’operai[54] e, certamente, con lo stesso numero d’operai, una quantità assai minore di tempo.
Il macchinario e i lavori agricoli in Grecia.
I mali effetti della schiavitù e della sua relativa improduttività venivano aggravati dalla rudezza del macchinario agricolo e industriale, che, a sua volta, dipendeva (l’abbiamo notato) sia dalla normale malavoglia ed inesperienza degli schiavi, per cui era pericoloso affidar loro strumenti delicati e difficili, sia dall’inceppato sviluppo tecnico di ciascun ramo della produzione.
Sembra un caso, mai non lo è: il popolo greco, fornito di tanta squisitezza, d’intelligenza, di tanta profonda cognizione delle discipline matematiche, non seppe, attraverso lunghi secoli di prosperità, compiere alcun progresso, degno di rilievo, nel macchinario o nei lavori dell’industria o dell’agricoltura; e dei progressi notevoli che, in quest’ultima, ebbe a compiere il popolo romano[55], è mestieri dichiararsi debitori all’età che precedette la universale adozione dell’economia servile e alle molteplici influenze, che, nella sua lunga e avventurosa storia, esso ebbe a subire e ad usufruire[56].
Nè poteva darsi altrimenti. Lo sviluppo tecnico e scientifico sono determinati, non già, come volgarmente si ritiene, dalla inventiva di isolati scienziati e pensatori, ma in primo luogo dalle esigenze, tecniche ed economiche, del lavoro. Nelle moderne colonie americane, ove fu a suo tempo restaurato l’antico lavoro a schiavi, gli strumenti della produzione non apparvero più simili a quelli dai coloni conosciuti e adoperati nella madre patria, chè vi se ne erano sostituiti altri, rozzi ed inetti, rievocanti il macchinario dell’agricoltura e dell’industria antica. Di essi un osservatore contemporaneo scriveva: «Quanto alla produzione, noi viviamo in secoli da un lungo tempo oltrepassati. Per noi, le macchine, lo sviluppo integrale della scienza e dell’arte sono come non mai avvenuti»[57]. E l’Olmsted, descrivendo un podere della Virginia, aggiungeva: «Io vidi degl’istrumenti che niuno di noi permetterebbe ad un libero lavoratore, giacchè il solo peso e la rudezza devono rendere il lavoro di almeno un decimo più gravoso. Ma è assurda l’ipotesi di strumenti più leggieri e più progrediti, giacchè _nelle mani degli schiavi non oltrepasserebbero la vita di un sol giorno...._»[58].
Similmente, ad onta della copia degli utensili agricoli, in Italia, nel secolo di Augusto, niun altro metodo di concimazione era conosciuto, o almeno praticamente, e con fiducia, seguìto, tranne quello della concimazione naturale[59], e le rotazioni agrarie, tanto caldeggiate da Catone, rimanevano coperte dall’ignoranza e dall’oblio, perchè la mano d’opera servile, incapace di versatilità, non riusciva a sapervisi dedicare[60]. L’aratro ateniese, nel periodo del maggiore sviluppo della metropoli dell’Attica, era rimasto all’incirca tale quale nell’età culturale omerica e preomerica, rozzo strumento a chiodo, cui non si aggiogava più di una coppia di buoi, e che, per la sua esilità, riesciva, più che a fendere, a graffiare il terreno alla superficie[61]. Come ai tempi di Omero, le sementa si continuavano a spargere a mano; a mano si mietevano le spighe[62], che le unghie delle bestie da soma erano incaricate di trebbiare[63] e la mobile discrezione del vento di nettare[64]. Fino all’età di Aristofane, il mondo ellenico continuava ad ignorare il rullo e l’erpice[65], nonchè i benefici effetti delle concimazioni chimiche[66] e delle rotazioni agrarie, in cui vece perdurava, in tutto il suo vigore, il sistema della cultura a maggese[67]. Tutto questo spiega come a Senofonte fosse lecito affermare che per l’agricoltura non occorresse nè lungo tirocinio, nè speciale abilità[68].
Ma i vantaggi dell’industrializzarsi dell’agricoltura e della manifattura non sono soltanto tecnici: sono essenzialmente economici. Un ettaro di frumento, mietuto a mano, costa il doppio circa di un ettaro mietuto a macchina[69]. E il basso prezzo di tutti i manufatti, per cui il secolo XIX andò felice e glorioso, si dovette appunto alla sostituzione del lavoro a macchina al lavoro a mano.
In concorrenza con Paesi di più elevato tenore economico, la Grecia antica ne usciva battuta: quello che — vedremo — avvenne di fatto nel periodo così detto ellenistico. E una nazione, le cui energie economiche falliscono al cimento della concorrenza, è per questo soltanto condannata a una generale decadenza.
La produzione del suolo.
Ma è possibile conoscere, in modo più preciso, il livello a cui si eleva il prodotto del suolo, stremato d’ogni parte da tante e tanto sfavorevoli condizioni?
Noi non siamo direttamente informati della sua altezza relativa in Grecia; ma è lecito indurla, con le debite cautele, da notizie collaterali. Per fermarci ai due cereali più cospicui dell’antichità, l’orzo ed il frumento, noi sappiamo che, in Italia, il massimo della produzione, nell’ultimo secolo, innanzi l’êra volgare, non oltrepassava i 7-10 hl. per ha., e, nel primo secolo dopo l’êra volgare, non superava i 6-7 hl. per ha. Noi sappiamo che nelle migliori contrade della più fertile Sicilia, la media, della produzione relativa di questi due cereali toccava, nello stesso periodo di tempo, i 12-15 hl. per ha.[70]. Or bene, nella Grecia antica, un paese assai meno fertile della Sicilia, e dell’Italia, la produzione doveva essere ancora più scarsa, e della sua bassezza possiamo forse credere di aver raggiunto la conferma attraverso un dato, ormai generalmente ammesso, il totale della produzione cerealifera, nel 329-28 a. C., dell’Attica, di Sciro, Lemno, Imbro, e dell’isoletta di Salamina, che, per l’orzo, in cifra tonda, si può ragguagliare in hl. 343.000, e, pel frumento, in hl. 75.800[71]. A tali cifre si può pervenire per induzione; ma esse non sono per questo meno sicure, almeno, in rapporto all’anno, cui esse si riferiscono. Or bene, assumendole come rappresentanti la media produzione totale dell’orzo e del frumento, nei Paesi sopra indicati, si può, con le debite cautele, ricavarne la produzione media relativa dei due cereali, che, per ciascun ettaro, offrirebbe le proporzioni seguenti:
Frumento Orzo Attica Hl. 2,50-3,50 Hl. 5,50-6,50 Salamina » 4 » 8 Sciro » 3,50-4 » 6,50-8 Lemno » 12-13 » 24-25 Imbro » 7,50 8,50[72]
Cifre, evidentemente, bassissime, come qualche paragone col mondo contemporaneo può avvertirci. La sterile Grecia di oggi, innanzi e dopo le grandi riforme dell’ultimo ventennio, produce in media hl. 6-10 di frumento ed hl. 10,50-11,50 di orzo per ettaro[73]. Il suolo dell’Italia nostra, pur troppo, non più fertile di quello della consorella greca, rende una media in granaglie di 11-12 hl. per ha. di frumento, mentre Paesi, meglio favoriti dall’arte o dalla natura, producono assai di più: la Germania, hl. 12,7 per ha.; gli Stati Uniti, hl. 17,9; la Francia, hl. 18,1; la Danimarca, hl. 30; il Belgio, hl. 31,1, e così via[74].
Ma noi non siamo in grado di acquistare una idea precisa del divario della produzione del suolo, fra l’evo antico e l’evo moderno, se non poniamo mente ad un altro fatto assai notevole: che cioè, laddove nei Paesi contemporanei, la cultura, per quanto varia, si fa ogni giorno più continua[75], le terre del mondo antico, rimanevano a maggese, alternativamente, un anno sì ed uno no[76]. In tal caso, la cifra della produzione di ciascun ettaro è di un valore economico assai diverso, a seconda si discorre del mondo antico o di quello odierno, e, a stabilire un’equa proporzione fra l’uno e l’altro, occorrerebbe dimezzare, o quasi, la prima, o raddoppiare la seconda.
L’antica produzione dei cereali potrebbe dirsi, quindi, in genere, minore della nostra del 50%, o, tenendo conto della differenza annua di prodotto nelle contemporanee rotazioni agrarie, di almeno il 30%. Tutto ciò, ogni qual volta, come talora avveniva, l’insipienza o la malavoglia o la ostilità vera e propria dei lavoratori[77] non facevano che il ricolto riescisse appena pari alla semina, o, magari, ad essa inferiore[78].
Ne seguiva ciò che era prevedibile. Poichè ogni reazione contro l’alto costo della mano d’opera e la bassezza della produzione, mercè l’impiego di nuovi strumenti tecnici, veniva elusa dalla natura stessa del lavoro servile, al proprietario non restava che ricorrere alle produzioni, le quali richiedevano, e ancor oggi richiedono, il minor numero di lavoratori[79]. Di qui l’abbandono dell’agricoltura e l’instaurazione della pastorizia, che, se vantò l’esempio più saliente nell’economia italica degli ultimi secoli della Repubblica e in tutti quelli dell’Impero, fu del pari lo spettacolo offerto dal mondo ellenico all’approssimarsi dell’êra volgare[80].
Macchinario e lavori industriali.
Lo stesso era a dire, a maggior ragione, dell’industria. Omero, Aristotile, Cratete, relegavano nel mondo degli Dei e dell’utopia la possibilità e l’esistenza di processi meccanici autonomi[81]. Sul terreno della realtà se ne ignoravano i tipi più elementari. Non mulini ad acqua ed a vento per la macinazione[82], non macchine di una certa complessità per la lavorazione dei metalli, delle stoffe, delle pelli, ma utensili miseramente rachitici e adoperabili solo con l’ausilio costante della mano dell’uomo. Nelle opere minerarie, le più tormentose, quelle su cui l’intelligenza umana più avrebbe dovuto stillarsi per alleggerire il peso di una fatica miseranda, il trasporto dello sterro e del minerale avveniva a mezzo di ceste portate a spalla. A forza di braccia l’operaio lo frantumava nei mortai, e non diverso era il motore della macina destinata a ridurlo in più minuti frammenti[83].
Da questo derivava il singolare fenomeno che tutte o quasi le industrie dell’evo antico, la cui vitalità fu in certo modo notevole, rispondessero in genere a meri bisogni voluttuari. Le fabbriche lavoravano stoviglie, porpore, armi cesellate, mentre gli oggetti essenziali alla vita venivano invece forniti dalla famiglia. «Ora questa produzione domestica, naturalmente meschina per la ristrettezza del suo àmbito medesimo, paralizzata da evidente insufficienza di divisione di lavoro, non comportava nè progresso nè sviluppo; e, poichè, d’altro canto, il lusso è nella vita fenomeno puramente eccezionale e le industrie destinate ad alimentarlo sono necessariamente limitate dalla scarsità dei loro sbocchi, un simile stato economico doveva dar luogo alla creazione di una ricchezza relativamente esigua, _di una vera e propria semipovertà_»[84].
La concentrazione della ricchezza immobiliare.
A molti dei succitati inconvenienti singoli produttori tentavano rimediare, accentrando nelle proprie mani, svariate imprese agricole o industriali. Così soltanto — poteva pensarsi — sarebbe stato possibile ridurre le spese di sorveglianza e di approvigionamento, moltiplicare gli ettari di terra da sfruttare e i margini di profitto da godere; così eliminare più o meno le dolorose conseguenze del mantenimento di truppe di schiavi inoperose[85].
Tale fenomeno non era d’altro canto evitabile. È stato notato come «l’effetto economico della schiavitù, più importante d’ogni altro per il contraccolpo nella vita civile e sociale, sia il carattere esauriente dell’agricoltura». «Il difetto di versatilità rende» — l’abbiamo veduto — quasi «impossibili le rotazioni agrarie, donde la cultura continua di uno stesso prodotto, che termina ben presto con l’esaurire i terreni più fertili. Col mancare della fertilità», «il lavoro dello schiavo, dato l’enorme costo», «diventa addirittura passivo, donde il bisogno di avere alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate». «Nel Texas, dopo solo dieci anni di sistema a schiavi, c’erano terreni deserti assai più ampi di quelli esistenti negli Stati liberi dopo due secoli di coltivazione». «La espansione territoriale in ragione di gran lunga superiore all’aumento della popolazione diventa quindi la necessità prima dei regimi schiavisti»[86], e il latifondo, la forma principe della proprietà immobiliare.
L’una e l’altra di queste ragioni sono le cause essenziali del formarsi della grande proprietà nei Paesi che si servono di schiavi per la coltura della terra, e tutte le altre, che sogliono più di consueto assegnarvisi, costituiscono degli agenti o dei coefficienti secondari, non il motivo universale ed organico. Nell’antica Italia romana il latifondo nasce e procede di pari passo coll’introdursi e col diffondersi della schiavitù. Solo dopo le due prime grandi Guerre puniche, i latifondi invadono la penisola, e, con l’Italia, la Sicilia e l’Africa romana, sì che già nell’ultimo secolo a. C., un oratore poteva pubblicamente deplorare in Roma come tutto il vasto suolo dell’Impero fosse posseduto da non più di 2000 cittadini[87].
Nel mondo greco cotale fenomeno di concentrazione della proprietà rurale fu più lento e laborioso che non altrove, sia per la natura speciale del terreno, difficile a organizzare in grandi dominî, sia per gli estranei allettamenti, che offrivano agli abitanti l’industria e, più ancora, il commercio, sia, infine, per la feroce politica antiplutocratica di molte città democratiche greche. Pure, anche in Grecia, il fenomeno pervenne, come altrove, alle inevitabili, estreme conseguenze. Lasciando da parte i Paesi, che, in luogo di schiavi, adoperavano servi della gleba (Sparta e la Tessaglia, ad esempio), e dove la grande proprietà divenne la forma unica di possesso del suolo, nella Sicilia e nella Magna Grecia, il fatto della concentrazione della terra in poche mani, costituiva lo spettacolo più comune e naturale. Agrigento vantava famiglie di proprietari straordinariamente ricche; uno solo dei suoi cittadini ricavava, fra l’altro, dalle proprie terre ben 30.000 anfore di vino[88], pari a hl. 12.000. Il territorio di Siracusa era dominato da qualche migliaio di grandi proprietari, signori di numerosissimi schiavi[89]. E in parecchi Staterelli dell’Italia greca[90], come del resto nella Macedonia e nella Grecia di mezzo, la forma dominante del possesso della terra era appunto la grande proprietà.
In modo alquanto diverso procedettero le cose nell’Attica, e forse anche nei Paesi che, come l’Attica, esercitarono attivamente l’industria ed il commercio: le cittadine dell’Asia minore e le isole dell’Egeo[91]. Dopo le riforme di Solone e di Pisistrato, i quali, nel secolo VI a. C., reagendo sulla già consumata concentrazione della ricchezza agricola, vi restaurarono la piccola proprietà rurale, l’Attica divenne uno Stato, nel quale tutti i cittadini, o quasi, possedevano un loro boccone di terra.
Così, dicemmo, dovette seguire anche in altre cittadine commerciali industriali greche. Ma, appunto per questo, pur troppo, a mezzo il secolo IV a. C., la Grecia offriva, all’acuto esame dell’osservatore, lo spettacolo di un Paese, in cui, attraverso i numerosi possessi, attraverso le famiglie, di generazione in generazione condannate a una sempre più dura indigenza, attraverso i debiti, le ipoteche, le confische, la società andava lentamente avviandosi verso una nuova concentrazione della proprietà.
Se già, in sullo scorcio del secolo V, molti piccoli possessi sono riuniti nelle mani di un unico proprietario, alla metà del secolo IV, parecchie proprietà, di recente costituitesi, appaiono fornite di un valore quale mai fin adesso avevano avuto le «grandi» proprietà dei più ricchi cittadini ateniesi: i cavalieri o i pentacosiomedimni. Un cittadino ateniese, a detta dell’oratore Iseo (primo trentennio del IV sec. a. C.), ricavava dai suoi fondi una rendita annua di 80 mine (circa Lt. 8000)[92]. E, poco più tardi, l’oratore Demostene, discutendo dinanzi ai giudici dell’_elièa_, poteva parlare di cittadini che possedevano da soli tanta parte dell’Attica quanta neanche tutti insieme i numerosi componenti il tribunale che assisteva a quella sua, sempre eletta, prova di eloquenza[93]. Un altro ateniese possedeva un fondo di dimensioni, fino al IV secolo, inaudite: ben 315 ha., da cui ricavava 1000 medimni di frumento e di orzo (hl. 518), 800 metreti di vino (hl. 310) e il cui legname gli rendeva all’anno circa 4000 lire[94]. Un quarto, il banchiere Pasione, vantava, investiti in beni immobili, oltre 20 talenti, circa L. 120.000[95]. È l’età in cui nuove oligarchie aristocratiche risorgono in seno alle cittadine democratiche dell’antica Confederazione ateniese. Così, nonostante ogni sforzo in contrario, tutta l’evoluzione economica greca finisce nella formazione di una ricchezza fondiaria, che poco a poco si riduce nelle mani di un piccolo o piccolissimo numero di grandi proprietari[96].
Ma la concentrazione della ricchezza fondiaria, se riusciva a mascherare le più naturali preoccupazioni, dettate dalla schiavitù, non giovava di certo a risolvere nel suo complesso il problema sociale di interi aggregati di cittadini impoveriti, e ch’essa veniva ancor più man mano impoverendo. A questo tendeva invece l’espediente di una continua espansione territoriale. Le moderne colonie schiaviste d’America, vi rimedieranno, alle loro origini, con la facile usurpazione delle vaste terre inoccupate. Invece, gli Stati agricoli dell’antichità non poterono provvedere che con la guerra, o con la colonizzazione forzata[97] — guerra anch’essa troppe volte, quest’ultima —; e dell’una e dell’altra il mondo greco si gioverà per tutta la sua storia con i malefici effetti che noteremo in uno dei capitoli che seguono.
La concentrazione della ricchezza mobiliare.
Non altrimenti accadeva della ricchezza mobiliare.
Era proprio nella natura del regime a schiavi che venissero a decadere le forme intermedie della proprietà industriale, che, anzi, forme omogenee tendessero ogni giorno più a ridursi nelle medesime mani. «Se infatti», come scrive uno studioso di questioni coloniali[98], «le spese d’impianto riescono pari per un prodotto di dieci come di cento barili di zucchero, la superiorità della produzione in grande è incontestata», ed «il piccolo proprietario non può sostenere la concorrenza del grande».
Non basta: la presenza degli schiavi, insieme con la necessità di non tenerli inoperosi, doveva sollecitare i loro possessori ad avere sempre a disposizione un qualche ramo di lavoro cui adibirli: non una quindi, ma più intraprese da esercitare con piena tranquillità di possesso, anzi con una tranquillità che consentisse l’anticipato addestramento dello schiavo a generi diversi di lavoro.
Inoltre, il pauperismo, che la concentrazione della proprietà, terriera ed industriale, recava quale suo inevitabile corrispettivo, e la formazione di capitali, indipendenti dalla terra, agevolavano ed incoraggiavano i debiti, e di conseguenza, per nuove vie, la concentrazione dei capitali. Per tal guisa le fortune mobiliari impinguavano ad un polo della società, e stremavano, o disparivano, al polo opposto. Onde non unico, ma molteplice; non solo diretto, ma, in egual misura, indiretto, era l’impulso, di cui la schiavitù affaticava il mondo ellenico verso la concentrazione della ricchezza mobiliare.
Ma se la forza di queste ragioni teoriche è invincibile, assai più disagevoli, e per svariati motivi, ci si offrono i mezzi di discernere e di determinare la portata delle loro conseguenze. Lo scarso sviluppo industriale del mondo ellenico, almeno in confronto a quello dell’evo moderno e contemporaneo, le tendenze, in genere conservatrici, delle classi intellettuali, distolsero gli antichi statisti dall’applicare in ispecial modo la loro attenzione al fenomeno dello sviluppo e della funzione della ricchezza mobiliare. E in mancanza di un esame diretto della questione, in mancanza di notizie, precise e intenzionalmente compiute, mal ci soccorrono le valutazioni patrimoniali, che troviamo presso gli oratori greci, in cui non è mai, o quasi, distinta la ricchezza immobiliare dalla mobiliare, nè in quest’ultima sono calcolate le varie parti investite in intraprese industriali o commerciali o bancarie. Inoltre noi abbiamo in proposito notizie abbondanti solo per Atene — cuore e cervello dell’antica Grecia —, ma città, come abbiamo accennato, nella quale sino in fondo si disfrenò la più vivace — talora rabbiosa — politica antiplutocratica, ossia una politica tendente a impedire la naturale consumazione del fenomeno che qui ci interessa.
Comunque, accanto alla media, relativamente bassa, delle fortune, noi troviamo nell’Attica, dalla fine del secolo V allo scorcio del secolo IV a. C., indicazioni, e per giunta incomplete, di patrimoni di L. 180.000, 240.000, 300.000, 360.000, 600.000, 1.000.000, 3.500.000, di cui taluni costituiti in massima parte di ricchezze mobiliari[99]. Pasione e Conone possedevano in danaro intorno ai 40 talenti (240.000 lire)[100]. Buona parte della semimilionaria sostanza di Nicia, che manteneva 1000 schiavi, i quali, calcolati modestamente a due mine ciascuno (L. 200 a testa), significavano da soli un investimento di ben 200.000 lire, era rappresentata da denaro in contante[101]. L’Ipponico, che perirà nella battaglia di Delion (424 a. C.), possedeva, oltre ai suoi 600 schiavi, immensi tesori in beni mobili[102] e, più modesto, di lui, Filemonide, 300 schiavi[103], pari da soli a un capitale di almeno L. 60.000.
Altri esempi ed altri suggerimenti ci vengono forniti dai redditi industriali di parecchi cittadini ateniesi. Il sommo storico, Tucidide, passava per uno dei più considerevoli concessionari delle miniere della Tracia[104]. Nicia ricavava dalle mine del Laurio l’ingente sostanza che lo faceva il più ricco tra gli Elleni[105]. Dal Laurio, Difilo aveva attinto quella sua colossale fortuna, di cui il milione, o quasi, distribuito ai cittadini, dopo la confisca dei suoi beni[106], non rappresentava che solo una parte della ricchezza posseduta in vita; dal Laurio, Epicrate e i ricchissimi soci, partecipi della sua intrapresa, ricavavano ben 600.000 lire annue[107]. Tutto ciò senza tener conto delle cospicue rendite dei due soci Filippo e Nausicle[108], anch’essi imprenditori delle miniere del Laurion, del ricchissimo Callia[109], colui che pagò la gravissima ammenda inflitta a Milziade, di Panteneto[110], ecc.
Nè piccolo doveva essere il valore dell’azienda industriale mineraria dell’anonimo imprenditore, il quale, secondo c’informa una brevissima epigrafe[111], contrasse sur una sua officina metallurgica un prestito ipotecario di un talento (circa L. 6000) o dell’officina di Demostene nelle meravigliose miniere di Maronea (al Laurio), su cui questi poteva pigliare in prestito 10.500 lire[112]. Intanto il banchiere Pasione ricavava dalle sole sue speculazioni mutuarie la bellezza di 10.000 lire annue[113].