Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)

Part 2

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Il primo dei molti problemi, che un’associazione di uomini, regolarmente costituita, deve risolvere, è quello della produzione materiale. Non che tale sia il fine più nobile, fra i molti, cui la vita umana possa tendere, ma è certo quello che condiziona tutti gli altri, ed essa ha, in ogni società, l’identica importanza che il bilancio domestico in una famiglia, che il bilancio pubblico in uno Stato. Fortunato quel popolo che, avendo risolto felicemente il problema della sua produzione, riesce, così facendo, a rendere possibile la sua esistenza sociale! Esso avrà conquistato la forza di attraversare incolume i rischi più terribili, che talora si abbattono sulla vita delle nazioni; avrà trovato il segreto di dominarli o di superarli. Quella società, invece, che a ciò non avrà saputo provvedere, quali che siano le aspirazioni ideali della sua maggioranza o delle sue minoranze elette, non potrà non finire, scivolando lentamente nella decadenza o precipitando d’un balzo nella catastrofe.

Così, ripetiamo, avviene nella vita dei singoli; così in quella delle nazioni. Se dunque noi vogliamo riuscire a cogliere le cause prime della grandezza o della decadenza dei popoli, noi dobbiamo anzitutto sforzarci di mettere la mano sulla loro speciale forma di produzione e intenderne il meccanismo, i vantaggi, i difetti: quello che, in una, parola, li mette in grado di vivere e di trionfare nella gara universale.

Or bene, il mondo antico — e quindi anche la Grecia — poggiarono sulla pietra angolare della schiavitù. Lo schiavo, o, meglio, il lavoratore non libero, fu al tempo stesso lo strumento e il motore animato dell’agricoltura, dell’industria e del commercio antico. Lavoravano anche i liberi, ma in proporzione assai più piccola e (salvo in tempi o in regimi economici relativamente progrediti) con una capacità e una versatilità infinitamente minori di oggi. Il fenomeno della schiavitù, nel mondo antico, è stato più volte, troppe volte, oggetto di aspre requisitorie morali, di condanne violente per le società che si acconciarono ad adottarla. In realtà la schiavitù fu, nè più nè meno, che uno dei tanti mezzi, per cui l’uomo, attraverso i tempi, si è sforzato di risolvere (solo parzialmente riuscendovi) il problema della sua esistenza materiale. In quella fase dell’età prima di ciascun popolo, in cui le braccia di una sola gente o di una sola tribù non furono più bastevoli alla coltura del suolo, alla difesa dagli aggressori esterni, alla produzione di tutti gli oggetti occorrenti alla vita: in tempi, nei quali nessuno dei mezzi, che oggi valgono ad allettare e fissare il lavoro dei liberi, riesciva praticamente efficace, laddove le guerre, continue fra minuscoli aggregati sociali, fornivano in abbondanza le braccia pel lavoro servile, gli uomini ebbero il merito insigne di rivolgere a scopi utili questa somma non indifferente di energie, che il caso poneva a loro disposizione, su territori sconfinati, talora in gran parte sterili. Per tal via la schiavitù segnò una delle prime forme dell’umano lavoro e divenne strumento efficace di produzione e di accrescimento della ricchezza.

Essa segnò la prima separazione di funzioni nella società primitiva; essa permise la divisione del lavoro sociale, e, nel lavoro stesso, una distribuzione particolare di energie e di attitudini; soprattutto, essa rese possibile due fatti, che in seguito dovevano assumere la più alta importanza: in primo, la separazione di una classe guerriera da una classe produttrice, il che rese possibile la formazione di grandi Stati, invece delle atomiche tribù primitive; in secondo, l’abito metodico e costante al lavoro, ossia la possibilità della produzione di beni e di ricchezze, che servissero a qualcosa di più complesso e di più alto della soddisfazione dei bisogni elementari ed immediati dell’individuo. Questa la grande funzione storica della schiavitù primitiva![7].

Pur troppo, come avviene di tutte le forze che si sviluppano in seno alla vita e alla storia, anch’essa, la schiavitù, andò col tempo svolgendo ed emanando da sè medesima un’influenza nociva all’ambiente sociale, in cui era posta e viveva, un’azione contraria allo sviluppo economico, che essa aveva saputo suscitare. Tali conseguenze si andarono aggravando con l’incalzare dei secoli. Studiare quindi, nella Grecia antica, la forma del lavoro servile, la sua natura, la sua portata, le sue conseguenze — in una parola, la sua crisi, e le crisi sociali, ch’essa andò man mano determinando nei vari dominî dell’industria, del commercio — significa penetrare nel mistero della sua vita spirituale: così oggi studiare le crisi del regime di quel libero salariato, che s’inaugurò nel mondo nei secoli XIV-XV, significa risalire alle origini prime della più grande fra le tragedie materiali e morali, che travagliano la civiltà contemporanea dei due mondi.

La popolazione schiava in Grecia.

A tal fine, ossia al fine di formarsi un’idea esatta del peso che la schiavitù esercitò nella vita sociale ellenica, noi brameremmo vivamente conoscere il rapporto numerico fra la popolazione libera e la servile, e quello dell’una e dall’altra, con la superficie, la produzione, l’importazione ecc., nei singoli Paesi della grande nazione.

Pur troppo, assai esigua è la copia dei dati, di cui possiamo disporre, e soltanto nei rispetti più superficiali e più generici del problema. Secondo i calcoli più noti e più accreditati del Beloch[8], i rapporti fra popolazione libera e popolazione schiava, nei Paesi greci di cui meglio siamo informati, e nel periodo più luminoso di quella storia, ossia a mezzo il secolo V, sarebbero i seguenti:

Superficie Popolaz. Schiavi Pop. relat. Pop. fra in km^2 libera per km^2 lib. e sch.

Argolide 4185 165.000 175.000 78 1:1,09 (insieme con Egina e Corinto) Attica 2647 135.000 100.000 89 1,35:1 Megaride 470 20.000 20.000 88 1:1 Beozia 2580 100.000 50.000 58 2:1 Eubea 3592,3 40.000 20.000 17 2:1 Cicladi 2701,4 80.000 50.000 48 1,60:1 Corcira 770,6 30.000 40.000 91 1:1,33

Ma si tratta di cifre, diremo così, morte, ossia di cifre, in buona parte lambiccate su ragionamenti critici d’incertissime fondamenta, e attraverso le quali non si distinguono le forme diverse di lavoro, cui le centinaia di migliaia di schiavi della Grecia antica attendevano. Una immagine più viva della realtà è forse preferibile attingere dalle genetiche valutazioni degli antichi scrittori, o fissando l’attenzione sulla natura di talune delle aziende — agricole, industriali, commerciali — della cui memoria il tempo edace non volle, come di solito, privarci.

In genere, la grande proprietà, in Grecia, non impiegava schiavi, ma servi della gleba, del cui infelice regime avremo ad occuparci in altro capitolo del presente volume. Ma impiegava anche schiavi, e di schiavi si servivano la media e la piccola proprietà. Nella classica operetta di Senofonte, l’Economico, tutto il personale degli addetti al lavoro dei campi è, quasi per definizione, concepito come schiavo. Schiavo è di regola il direttore dell’azienda, e schiavi sono gli operai, fra cui il padrone del fondo deve ogni giorno recarsi, con cui gli tocca dividere la fatica, intellettuale e morale, se non precisamente quella materiale delle braccia, e a cui, a tempo e luogo, egli impartisce lodi, incitamenti, castighi. Allorchè, nella terza fase della Guerra del Peloponneso, gli Spartani occuparono Decelea, piantando così una spina nel cuore dell’Attica — quella spina che Atene non riuscirà più a svellere dalle proprie carni — ben 20.000 schiavi lasciarono i lavori quotidiani, ed erano in buona parte fuggiaschi dai campi e dal duro ufficio della custodia del bestiame[9]. Ogni fondo, piccolo o grande, aveva i suoi schiavi[10]. La Beozia, paese eminentemente agricolo e punto industriale, contava una cospicua popolazione servile, la quale andò crescendo sensibilmente dal V al IV secolo di C.; e schiavi anche, almeno nel IV secolo, c’erano in Locride e in Focide, dove Mnasone di Elatea cominciò col possederne da solo circa un migliaio[11], con grande scandalo dei suoi concittadini, memori delle antiche, libere tradizioni locali. La conclusione, possibile a ricavare da tanti elementi, è questa: che in Grecia «esisteva una massa enorme di schiavi impiegati nell’agricoltura»[12].

Non meno numeroso era il personale servile richiesto dall’industria ellenica. Lo schiavo dava moto e vita, non solo alle aziende di una certa importanza, ma anche all’umile lavoro dell’artigiano; non solo alla grande, ma anche alla piccola e alla piccolissima industria. In Atene l’officina dell’oratore Lisia e del fratel suo contavano all’incirca 120 schiavi fabbroferrai; quella dell’oratore Demostene, 20 schiavi ebanisti e 33 fabbricatori di armi. Altre officine dovevano essere più piccole. Una fabbrica di scarpe — quella di Timarco — non superava i 9 o 10 schiavi; v’era chi possedeva un unico schiavo, quale suo umile aiutante. E sono gli schiavi a lavorare il ferro e il bronzo, a fabbricare passamanerie e strumenti musicali, a conciare pelli, a preparare droghe e profumi[13].

Uno dei campi più notevoli di applicazione del lavoro servile è l’estrazione del metallo dalle miniere e la sua prima lavorazione. Tutte le dure fatiche minerarie sono compiute da schiavi, e nell’Attica i concessionari per l’estrazione e per la prima lavorazione dell’argento del _Laurium_ disponevano chi di 50, chi di 300, chi di 600, chi di ben 1000 schiavi[14].

Lo Stato intraprende talora grandiose costruzioni pubbliche. Uno degli scopi principali ne è quello di dar lavoro e pane all’irrequieto proletariato delle grandi città. Ma anche le imprese, iniziate dallo Stato, o che si fanno per suo conto, impiegano schiavi. Dai conti, che ancora possediamo, di lavori pubblici nell’Attica, si rileva come gli schiavi si ritrovino in ogni specie di attività manuale, qualificata o no, ma certo, particolarmente, in quelle più facili e più grossolane. Di 38 lavoratori della pietra, addetti alla costruzione dell’_Erechteion_, in Atene, almeno 15 sono certamente schiavi[15]. Altri schiavi figurano nei conti relativi ai lavori di un santuario a Cerere e Proserpina in Eleusi, nei conti dell’_Eleusinion_ in Atene, non che nei lavori del _Portico_ così detto di _Filone_[16]. E schiavi sono in prevalenza — forse 10 contro 1 — i lavoratori del Didymeion di Mileto, nella prima metà del secolo III a. C.[17].

Anche nel commercio greco gli schiavi hanno la loro grande parte. È probabile che, quali mercanti, figurino in intraprese pubbliche, per esempio, nei lavori relativi all’_Erechteion_, al Santuario di Eleusi e all’_Eleusinion_ ad Atene[18]; ma è certo che essi figuravano come impiegati, come dirigenti, e perfino come associati nel commercio privato e nelle piccole industrie bancarie dell’Atene classica. La conclusione possibile a ricavare da tanti elementi, è ancora una volta questa: che nell’Ellade classica, in seno all’industria, al commercio, alla banca, l’elemento servile fu preponderante sull’elemento libero, e che, in genere, la popolazione schiava, di fronte a quella libera, se non strabocchevole, come nel mondo orientale e romano, non fu certo esigua; onde i suoi gravi effetti, se non sterminati come in altre età e presso altri popoli, non mancarono di riuscire sensibili.

Improduttività e costosità del lavoro servile.

La prima delle perniciose ripercussioni economiche della schiavitù era la seguente: gli schiavi, mentre da un lato offrivano a chi li possedeva e faceva lavorare, un margine minimo di reddito netto, minacciavano, dall’altro, di stazionarietà o di regresso le sorti della produzione ad essi affidata, e la restante popolazione, dei danni non lievi di una concorrenza spietata e di un prodotto scarso e relativamente costoso.

Le ragioni del primo fatto sono agevoli ad intendere. Mentre nella moderna economia a libero salariato, il proprietario o l’industriale non spende nulla o assai poco per la sorveglianza del lavoro, nulla pel mantenimento dei lavoratori, limitandosi a corrisponder loro — e senza continuatività alcuna — un salario, che può essere inferiore ai bisogni elementari dell’operaio e sempre deve esserlo al valore del suo prodotto, in regime a schiavi, avviene precisamente l’opposto. Qui la sorveglianza deve essere continua e abbondante, qui il mantenimento non può limitarsi al periodo, in cui lo schiavo compie una funzione utile, ma è necessario si estenda anche a quelli in cui il suo lavoro riesce, per cause impreviste, o assolutamente nullo o passivo. Nel regime a schiavi, infine, la sussistenza dei lavoratori deve essere curata in modo speciale, perchè solo sui proprietari ricadono i danni delle malattie, della morte, della vecchiezza degli schiavi e della diminuita quantità e della peggiorata qualità del prodotto[19].

Mentre il libero lavoratore porta seco talvolta gli strumenti del lavoro, e sempre un’abilità e una tecnica particolare, un tal quale interessamento, suscitato in lui dal timore di eventuali rappresaglie o dalla speranza di compensi straordinari, lo schiavo non dispone di alcuna capacità sua propria, o, in tal caso, è acquisibile a prezzi elevatissimi; e solo per eccezione, e in condizioni speciali, riesce possibile stimolarne utilmente la diligenza e l’attività. Perfino il fatto stesso dell’organizzazione e della resistenza dei liberi lavoratori, che oggi rappresenta uno dei pericoli maggiori per la contemporanea economia capitalistica, ha un suo lato favorevole, in quanto costituisce uno stimolo continuo al perfezionamento degli strumenti della produzione. Ma dell’una e dell’altra lo schiavo è, per definizione, incapace.

All’opera dello schiavo non può affidarsi alcuno istrumento perfezionato perchè non saprebbe usarne, e lo guasterebbe. Ma se per caso egli ne scoprisse uno che valesse a rendere più leggera e più breve la sua fatica, egli non trarrebbe compenso alcuno dalla sua invenzione, ma sarebbe considerato e trattato come un operaio spregevole che rifugge dal lavoro. Onde là dove si adoperano schiavi, è necessariamente impiegata maggior copia di forze di lavoro che non dove si adoperano lavoratori liberi, e l’opera dei primi riesce meno remunerativa anche quando e dove la giornata dei liberi risulta costosissima[20]. Per le stesse ragioni, assai difficilmente possono affidarsi agli schiavi lavori difficili e complicati. Onde, non sviluppo tecnico dell’agricoltura e dell’industria, non intensità o versatilità della produzione[21], non l’uso dei cottimi, non possibilità di proporzionare il numero dei lavoratori alle oscillazioni del mercato, non fortunosi effetti della concorrenza operaia, ma pesante tardità e rudezza d’opera, rapidissimo esaurimento del terreno, crisi incessanti, margini di guadagno angusti, una condizione forzata di semipovertà generale.

Questi fenomeni non potevano non gravare, ora poco ora moltissimo, sull’economia classica, ed essi furono, talvolta con maggiore, tal’altra con minore consapevolezza ed intenzione, segnalati dai suoi antichi teorici. D’altra parte, le condizioni igieniche erano nel mondo greco-romano, specie nei grandi centri, assai più deplorevoli che in quello a noi contemporaneo; donde quella frequenza di mostruose epidemie, che talvolta mietevano a migliaia per giorno la popolazione di una sola città e arrecavano la desolazione e lo sterminio di intere province[22]. Ora, se la constatata brevità della media individuale della vita[23], e se la mortalità dei liberi tornava a danno dei pazienti e delle loro famiglie, le conseguenze dell’identico fenomeno, ogni qualvolta si trattava di schiavi, ricadevano tutte sui loro possessori, il cui profitto poteva magari venire letteralmente assorbito dalla rata d’ammortamento, d’ordinario elevatissima.

Nè era tutto: la mortalità degli schiavi, che, come sempre, doveva riescire di parecchio superiore a quella dei liberi[24], veniva, coi nuovi acquisti, ch’essa imponeva, ad avvincere il proprietario al monopolio degli allevatori e dei cacciatori di carne umana, le cui onerose pretensioni devono, anche nell’evo antico, essere state uno dei più gravi incitamenti a quelle frequenti razzie, che si denominavano guerre coloniali[25]. Ma, di rimbalzo, altrettanto perniciosi, nei rispetti dell’economia a schiavi, erano gli effetti d’ogni genere di guerre, specie se combattute fra popoli confinanti, specie se frequentatissime come nel mondo ellenico. Esse porgevano occasione a bottini e a fughe di schiavi, e questo, mentre da un lato provocava nuovi dispendi, sia per le taglie e le ricompense, talora elevatissime, ai catturatori[26], sia per i contratti di assicurazione[27], cui era d’uopo ricorrere (cose tutte che moltiplicavano le già considerevoli spese di mantenimento), determinava sempre, all’improvviso, crisi, subitanee e dolorose, nella industria e nella agricoltura.

Non diversi erano gli effetti delle carestie, molto più frequenti che non oggi, sia a motivo della coltura rudimentaria, e quindi della scarsa produttività della terra, sia della mancanza di un mercato mondiale, sia dello stato, quasi permanente, di guerra, in cui si dibattè, pur troppo, per secoli, l’Ellade antica[28]. Per esse, infatti, il possessore di schiavi era posto nel doloroso dilemma o di sostentare con una spesa moltiplicata il costoso personale servile[29] o di lasciarlo perire, mandando in rovina ciò che per lui rappresentava un ingente capitale di lavoro.

Palesi, dicemmo, erano agli occhi di tutti la malavoglia e l’infedeltà con cui lo schiavo prestava la propria opera[30]; infedeltà e malavoglia, che, mentre da un canto si traducevano nella necessità di una sempre crescente e moltiplicata sorveglianza, erano, d’altro lato, cause principali della deficienza, qualitativa, e quantitativa, del prodotto del suo lavoro[31]. Or bene, si potrebbe pensare che esistessero, in potere del proprietario, espedienti disciplinari, straordinari e inauditi, in confronto a quelli che a lui sarebbe stato lecito usare coi liberi. Ma si tratta di mera illusione: ogni sfregio operato sulle carni degli schiavi, maltrattandone od abbreviandone l’esistenza, equivaleva a scemare il valore del capitale del proprietario, e, in certi casi, a provocare un vuoto incolmabile nel suo patrimonio[32]. Ond’è che da Platone[33] a Senofonte[34], da Senofonte a Catone[35], da Catone a Varrone[36], da Varrone a Columella[37], si leva universale l’ammonimento, pur troppo vano, che gli schiavi debbono essere trattati con ogni riguardo, e non già per ispirito di umanità, sibbene nell’interesse medesimo del proprietario![38].

Il regime a schiavi e la produzione.

Tutto ciò è a dire nei rispetti di coloro che adoperavano schiavi, ossia delle classi, dirigenti e produttrici, dell’antichità classica, talora paradossalmente povere come i più poveri dei loro soggetti[39]. Altrettanto dolorosa è la constatazione di quello che avveniva nei rispetti della qualità della produzione servile, ossia, di un fatto che toccava l’interesse generale della società. — _Il lavoro servile è un lavoro da carnefici!_[40] —. Questo il grido disperato che prorompe dalla bocca di tutti gli economisti dell’evo antico. L’agronomo romano Columella, vissuto nell’età del maggior sviluppo della schiavitù in seno al mondo greco-italico, scriveva: «Gli schiavi danneggiano assai la coltivazione: locano i buoi al primo venuto, li nutrono male, lavorano la terra senza intelligenza; mettono in conto più sementi che non ne seminino; trascurano il prodotto del suolo; il grano che hanno portato sull’aia per batterlo, o lo rubano o lo lasciano rubare; il grano, già riposto, non lo dànno fedelmente in conto; di guisa che, per colpa del dirigente e dei suoi schiavi, la proprietà va in rovina....». E in altro luogo: «Se il padrone non sorveglia attivamente i lavori, accade quello stesso che in un esercito durante l’assenza del generale: niuno più adempie al suo dovere.... Gli schiavi si abbandonano ad ogni genere di eccessi..., pensano meno a coltivare che a devastare....»[41]. E Plinio il vecchio, allargando la sua osservazione e la sua condanna ad ogni forma di lavoro servile, aggiungeva: «È pessima idea quella di far coltivare i campi da schiavi, _giacchè pessima è l’opera di chi fatica, costretto soltanto dalla disperazione!..._»[42].

Non basta. Uno dei motivi principali della rovina dell’agricoltura, nonchè della decadenza o della stazionarietà dell’industria, è stato in ogni tempo l’assenteismo del proprietario. Ma i malefici effetti di cotale fenomeno venivano resi le mille volte più acuti e sensibili dalla esistenza di un regime a schiavi, il quale, d’altro canto, in grazia della sua stessa natura, ossia per l’illusione ch’esso dava di lavoro meccanico e sempre uguale a se stesso, induceva più facilmente i produttori a contravvenire al loro obbligo morale di una presenza continua ed operosa. Come nel mondo romano, così in quello greco, i dominî rurali alquanto estesi e le officine, specie se proprietà di gente arricchita, e che, come tale, amava occuparsi di tutto, fuorchè di agricoltura o d’industria, venivano affidati a un sovrintendente, il quale, nel maggior numero dei casi, era uno schiavo[43]. A parte la difficoltà, sempre rilevata dagli antichi, di trovare all’uopo persona, tecnicamente e moralmente capace, il sovrintendente altro desiderio non poteva avere all’infuori di quello di sfruttare sino all’esaurimento la terra col minimo di capitale, o di produrre merci della minore spesa e della peggiore qualità. Per lui, povero schiavo, la concorrenza intercapitalistica non dispiegava mai l’abbondanza delle sue sgargianti lusinghe, onde l’ingorda inerzia e il rozzo empirismo — che egli non aveva del resto mezzi per affinare — rimasero nell’antichità due motivi fieramente avversi allo sviluppo dei due rami principali della produzione e al progresso delle scienze che vi si collegano[44].

Alla metà del secolo XIX, nelle colonie meridionali degli Stati Uniti, nelle quali fioriva vigorosa l’economia a schiavi, e la concentrazione della proprietà aveva favorito al massimo grado l’assenteismo dei proprietari, la produzione, entro un solo decennio, scemò del 7%, mentre nelle colonie del nord, popolate di liberi lavoratori, essa cresceva del 27%[45]. Per gli stessi motivi, in Italia, entro un secolo, da Varrone a Columella, la produzione cerealifera scemava del 30 o 40%[46].

Ma, assumendo come esempio il caso più fortunato, quello cioè di un capociurma, tutto inteso a sfruttare fino ai limiti del possibile le sue energie di lavoro — i suoi schiavi —, noi non possiamo non sentire come la ripugnanza di questi ultimi e gli espedienti, subdoli o palesi, che essa avrebbe loro suggerito, dovevano farsi più numerosi e più gravi sotto la sorveglianza di un siffatto dirigente che non sotto il comando di un libero, o, tanto meno, del vero proprietario della terra o dell’officina. Per tutte le suesposte ragioni i lavori tiravano in lungo, il prodotto scemava di quantità e peggiorava di qualità, la terra si esauriva; talune produzioni non riuscivano a mantenersi in vita[47]; nell’agricoltura si rendeva inevitabile il latifondo; nell’industria, le grandi intraprese, cui, come abbiamo visto e torneremo a vedere, sospingeva per strana ironia la natura stessa del lavoro servile, intisichivano, colpite da misterioso arresto di sviluppo, e ad ogni giorno, ad ogni ora, ricorrevano — dolorose conseguenze dell’economia dominante — tutti quei fenomeni che in tutte le età hanno tristemente squillato come segnali d’allarme del regresso della produzione.

Non mancano altri mezzi di accertamento di un siffatto fenomeno, capitalissimo. La scarsa produttività dell’antica mano d’opera servile è indicata dal tempo e dal personale richiesto dai vari generi di lavoro.