Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)

Part 8

Chapter 83,595 wordsPublic domain

Ma il danaro intaccava ancor più profondamente questa società, e finiva con ismagliare, con infrangere la corazza bronzea, in cui essa, illudendosi, s’era voluta rinchiudere per l’eternità. L’irrompere del danaro, in seno a questi vecchi Paesi agricoli, vi determinava quegli stessi rivolgimenti che la restante Grecia avea già conosciuti e subiti nei secoli VII e VI a. C. Con l’avvento del danaro l’economia spartana cessa dal restare un’economia chiusa, ed entra in rapporto con tutta la restante produzione greca. Ora il piccolo proprietario non può più scambiare ciò di cui abbisogna, con i soli prodotti del suo campo. Fra le une e gli altri è entrato di mezzo il danaro, il quale fa sì che i prezzi delle merci abbiano un valore commerciale al di sopra dell’antico valore d’uso. Egli ha ora bisogno di danaro, oltre che di derrate agricole, per acquistare ciò che gli occorre. E poichè danaro non possiede, come, purtroppo, ne posseggono i suoi più ricchi concittadini, egli deve, anche a tale fine, procurarselo attraverso l’usura!

«Ma anche pel grande proprietario», spiegò Edoardo Meyer, in un suo saggio magistrale, che abbiamo più volte richiamato, «la cosa non andava diversamente.... Anch’egli, se intendeva mantenere l’antica posizione sociale, abbisogna, e sempre più, di danaro. Ma ora il valore dei prodotti dell’agricoltura regredisce costantemente, sia perchè l’importazione deprime i prezzi, sia perchè le nuove vie di guadagno», aperte dall’industria e dal commercio, «dànno un profitto di gran lunga maggiore, e la vita diviene sempre più costosa»[239]. Così la grande aristocrazia fondiaria precipita man mano economicamente in basso; tal quale la grande aristocrazia fondiaria francese alla vigilia della Rivoluzione, sospinta con passo crescente verso l’abisso dai possessori della nuova ricchezza mobiliare, suscitata dalla guerra, la cui onnipotenza riesce a disfare i più saldi regimi oligarchici come quello spartano[240].

E fra i capitali disponibili che si creano e che non trovano impiego, se non per una sola via, la più ruinosa — quella del prestito ad usura —: fra gli eccitamenti e le seduzioni, che discendono dall’alto, e le sollecitazioni dell’indigenza lacrimosa, che salgono dal basso; in mezzo all’impotenza dei proprietari ad accrescere la produzione dei loro terreni, e dei proprietari e dei servi insieme, a riparare alle perdite, a saldare i debiti, a pagare i mostruosi interessi; in mezzo all’universale concorrenza dei prodotti delle contrade circostanti, si consuma quel processo d’impoverimento, quasi universale, a cui nessuno sfuggirà, Sparta ancor meno degli altri Paesi che le assomigliavano.

Così anche nei regimi agricoli fondati sulla servitù della gleba, il latifondo assurge a forma principe di possesso agricolo. In Tessaglia, la grande proprietà finisce col dominare, arbitra delle sorti del Paese. Ivi molti possono con mezzi propri equipaggiare interi eserciti[241]. Ivi, dove l’opulenza degli Scopadi era proverbiale[242], si faceva menzione di gente che aveva più di 2 o 300 servi sulle proprie terre; ivi ben 6000 individui erano atti a mantenere il cavallo e a militare fra i cavalieri quanti neanche ne forniva tutta la Grecia centrale e meridionale. Ma il ceto medio era assai limitato, onde la Tessaglia, proporzionalmente alla sua superficie (circa 10.000 km^2), era povera di cittadini in condizione di servire nella fanteria pesante quali opliti[243]. Ivi stesso, nel secolo III (così come in Laconia), le agitazioni agrarie e le agitazioni per debiti si faranno violente e quotidiane[244].

Ma quel che accadde in Laconia e in Messenia supera di molto la nostra immaginazione.

Più spiccatamente che le altre, l’economia spartana in perpetuo equilibrio instabile, minaccia, ad ogni momento, di rovesciarsi sul suo asse. Già, secondo la tradizione, Licurgo, nel secolo IX od VIII, era stato costretto a rinnovare l’originaria spartizione del suolo, seguita alla prima conquista della Laconia, perchè il Paese, che Sparta domina, conta già pochi ricchi e molti impoveriti. Ma, circa cento anni dopo, alla vigilia della grande conquista messenica, taluno degli Spartani torna a possedere pascoli assai più vasti che non molti altri dei suoi concittadini. Lo squilibrio si aggrava nei due secoli successivi[245]. Alla fine del V o ai primi del IV, Socrate può ben dire al suo discepolo Alcibiade: «Tu ti credi ricchissimo. Ma sei in grave errore. Se tu conoscessi le ricchezze degli Spartani, sapresti che le nostre sono assai piccola cosa al confronto di quelle di laggiù.... Gli Spartani posseggono grandi terre in Laconia e in Messenia, poi, inoltre, gran numero di schiavi, di Iloti, di cavalli, di greggi....»[246]. Ora tutta la valle dell’Eurota e tutta la ricca Messenia, che insieme formavano un territorio di circa 8000 km^2, sono divenute riserva di qualche decina di centinaia di proprietari, e moltissimi o hanno proprietà insignificanti o non posseggono più nulla[247].

Noi possiamo forse stabilirne la cifra. Ai primi del IV secolo, i 9000 Spartani dell’età di Licurgo (IX od VIII secolo)[248], forniti di proprietà terriera e di pieni diritti civili, sono ridotti a 1500[249] o, forse anche, a soli 1000[250], di cui ognuno in conseguenza avrebbe goduto di una proprietà estesa per ben 5 km^2: più che dieci volte lo scandaloso latifondo di Fenippo nell’Attica, che faceva strabiliare gli eliasti, ascoltanti l’infocata parola di Demostene. E allorchè la perdita della Messenia si è aggiunta ad aggravare la crisi economica che travaglia la società spartana, i cittadini lacedemoni, a detta di un antico[251], sono discesi, a mezzo il secolo III, ad appena 700, di cui solo 100 proprietari dell’avaro suolo spartano!

Invano re Agide IV, tentando ripetere Licurgo, poteva, con una nuova spartizione delle terre, ricostituire 4500 proprietari[252]. Quindici anni dopo, il successore Cleomene, ripigliando l’opera interrotta, non potrà racimolarne che 4000[253].

V’è un certo momento in cui i rapporti di agiatezza fra proprietari e servi della gleba si invertono. Mentre la massa dei cittadini impoverisce, alcune _élites_ di Iloti, più fortunati dei loro compagni di dolore, salgono all’agiatezza. Nella seconda metà del III secolo, 6000 Iloti sono in grado di comperarsi col proprio denaro la libertà, versando ciascuno cinque _mine_ (L. 500)[254], ossia una somma che ormai più non riusciva a possedere la maggior parte degli antichi Spartani.

Ma non si tratta soltanto di un processo di universale immiserimento. Con questo andava congiunto il fenomeno continuo della depopolazione. Nell’età di Aristotele, il numero degli Spartani rimaneva stazionario, e in quella terra, sacra alle più feroci ordinanze malthusiane, già si accordavano privilegi ai padri di tre o quattro figliuoli[255]. Sparta, esclama Aristotele, perisce per mancanza di uomini![256]. La popolazione superstite, senza terra, senza diritti, senza patria, s’accinge a un’opera di sedizione cronica all’interno, che, or repressa con la violenza, or placata con rimedi transitorî — condono di debiti, nuove ripartizioni del suolo[257] — farà della nazione una preda facile e desiderata dallo straniero.

Tale è la storia di Sparta, la supposta, immobile Cina ellenica, la cui esistenza, secondo si esprime un antico, fu attraversata da discordie non meno gravi e numerose delle altre città greche; tale quella della Tessaglia, tale quella delle rimanenti regioni agricole, con cui esse ebbero comuni i regimi economici.

Che cosa, in queste condizioni, poteva avvenire del benessere sociale, che cosa del desiderio di conservare le istituzioni, la integrità stessa della patria? «Il patriottismo», osserva uno dei più geniali e profondi storici francesi, «non è da confondere con l’attaccamento al suolo natio; non è, come questo, un sentimento istintivo, invincibile, imposto da natura a tutte le generazioni che abitano uno stesso territorio. Il patriottismo è un sentimento più libero, più vario, dipendente da un maggior numero di condizioni. Si ama la patria, cioè a dire, la propria città o la propria nazione, quando se ne amano le leggi, i governanti, i costumi. Si ama per la educazione ricevuta, per i buoni esempi riscontrati, per le virtù apprese. Si ama, infine, quando si è convinti di doverle il proprio benessere e di non saperne fare a meno»[258]. Là, dove ogni famiglia ha in abbondanza il necessario alla vita, là dove si gode di una certa agiatezza, non può regnare il desiderio della novità o quella specie di scoramento che fa dire alle classi sottostanti: — Checchè avvenga, non staremo mai così male come adesso! — Là, alla prima offesa, i cuori e le braccia si unirebbero per respingere l’aggressore. Ognuno sentirebbe il prezzo dei vantaggi di cui gode e il pericolo di perderli che deriverebbe da ogni cangiamento. In Grecia, per contro, si assistette allo spettacolo miserando di tutta una folla di afflitti, di vinti, di ruinati, struggentisi nell’attesa, per lunghi secoli insoddisfatta, di quel dominio straniero, che ai loro occhi rappresentava l’unico spiraglio di scampo e di salute![259].

NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[176] Le sue origini in Grecia, anche se non ne siamo minutamente informati, furono quelle stesse del colonato e della servitù della gleba nell’Impero romano e negli Stati medioevali (cfr. FUSTEL DE COULANGES, _Hist. des instit. de l’ancienne France: l’invasion germanique, etc._, Paris, Hachette, 1891, Lib. I, cap. VIII, pp. 139-41; IDEM, _Recherches sur quelque probl. d’hist._, pp. 1 sgg.; G. SEGRÈ, _Sulla origine e sullo sviluppo storico del colonato romano_, in _Arch. giurid._ del SERAFINI, voll. 42, 43, 44, 45; SCHULTEN, _Colonus_, in E. DE RUGGIERO, _Dizion. epigrafico_, Roma, Pasqualucci; E. BEAUDOUIN, _Les grands domaines dans l’Empire romaine_, in _Nouv. revue hist. de droit français et étranger_, 1897, pp. 694 sgg.; 707 sgg.); J. TOUTAIN (ibid.), pp. 414-415. Per la Grecia propria, cfr. U. BEAUCHET, _Le droit privé de la Rép. athén._, Paris, 1897, II, p. 527. GUIRAUD, _Propriété foncière etc._, 124-25; 407 sgg.; H. GLOTZ, op. cit., 101-3. Per le analogie del colonato romano con la servitù greca, o per le relazioni dell’uno con l’altra, cfr. l’_Appendice_ in fine al presente libro: _Il tributo degli Iloti spartani_.

[177] Sul divieto agli Spartani d’ogni occupazione estranea alla milizia, cfr. PLUT., _Lyc._, 24, 2-6; _Solon._, 22, 2; _Inst., lacon._, 41. Ma non era divieto esclusivo a questo popolo, bensì comune ad altre popolazioni greche. Cfr. per Tespia (in Beozia), HERACL. PONT., fr. 43 (in _F. H. G._, II, pp. 224, ed. Didot); per Creta, _Poëtae lyr. gr._, III^4, p. 651, 28, ed. BERGK. Vedi anche ARISTOT., _Polit._, 2, 4, 13; HEROD., 2, 167.

[178] ATHEN., 6, 85, p. 264 _A-C_.

[179] DARESTE; HAUSSOULIER; REINACH, _Recueil des inscr. jurid. grecques_, Paris, 1891, XI B. ll. 19-20.

[180] ATHEN., 6, 89, p. 264 _D-E_; POLL., 3, 83; STRAB., 12, 3-4.

[181] HESYCHIUS, _Hectemoroi_; ARIST., _Ath. Resp._, 2; DION. HAL., 2, 9.

[182] ATHEN., 6, 84, p. 263 E-F; DARESTE, op. cit., XVII, §§ 26, 31 e _passim._ Cfr. E. CICCOTTI, _Le istituz. pubbliche cretesi_ (in _Studî e doc. di storia e diritto_ (1892), 13, pp. 136 sgg.); A. SEMENOFF, _Antiquitates iuris publici Cretensium_, Pietroburgo, 1893, pp. 101 sgg.

[183] POLL., 3, 83.

[184] ID., loc. cit.

[185] WALLON, _Hist. de l’esclavage dans l’antiquité_, I, 129 sgg.; JANNET, _Les institutions sociales et le droit civil à Sparte_, Paris, 1893, p. 15; FUSTEL DE COULANGES, _Nouv. recherches sur quelques problèmes d’histoire_, Paris, 1891, pp. 47-51; GUIRAUD, _La propr. fonç. en Grèce_, pp. 408 sgg.; CH. LECRIVAIN, _Hélotes_, in DAREMBERG et SAGLIO, _Dictionnaire d’antiquités classiques_; DARESTE; HAUSSOULIER; REINACH, _Inscriptions juridiques etc._, Paris, 1892, II, XI, § 5 (p. 182).

[186] _De re rustica_, 1, 7.

[187] Cfr. DE LAVALEYE, _La Néerlandie_, Paris, 1865, pp. 129 sgg.; DE LAVERGNE, _Essai sur l’économie rurale de l’Angleterre, de l’Écosse et de l’Irlande_, Paris, 1863, pp. 126 sgg.

[188] Cfr. l’_Appendice_ in fondo al presente libro.

[189] Le informazioni degli antichi sono in proposito contradittorie (PLUT., _Sol._, 13; HESYCH., Ἑκτήμοροι; PLAT., _Eutiphr._, 4 C); ARISTOTELE, che poteva essere la nostra fonte più notevole, ci lascia in una completa incertezza (_Athen. Resp._, 2). I moderni hanno voluto colmare la lacuna o sforzando l’etimologia della parola, pur riuscendo a conclusioni contradittorie (chi ha interpretato la denominazione Ἑκτήμορος come riferibile a gente che versasse 1/6 del ricavato del suolo, e chi, a gente che ne trattenesse appunto la sesta parte), o arzigogolando intorno agli opposti elementi fornitici dagli antichi, o invocando l’aiuto di qualche analogia d’altri tempi. Anche per quest’ultima via era impossibile giungere a conclusioni sicure. Le analogie sono della più disparata natura. Basta, pel mondo antico, confrontare i patti, di cui ci informano la _Genesi_ (47, 19-24), le leggi imperiali sui latifondi africani (cfr. BEAUDOUIN, in _Nouv. Revue hist. de droit. français etc._, 1898, 65 sgg.), i dati dei papiri greco-egizi (cfr. E. COSTA, in _Bullett. Ist. diritto romano_, 1902 (1901), p. 55 e _passim_; IDEM, _Storia del diritto romano_, Torino, Bocca, 1911, pp. 392-393, n. 3), e, pel mondo moderno, scorrere una serie di esemplificazioni alquanto diffusa, ma tutt’altro che completa: quella, ad es., di G. ROSCHER, nella sua _Économie politique rurale_ (trad. fr.), Paris, Guillaumin, 1888, pp. 233 sgg. Per poter decidere occorrerebbe sapere se gli _Ectemoroi_ pagavano una quotaparte su tutta la raccolta, o la quotaparte di ciò che ne restava, dedotti i prodotti necessari al loro sostentamento, di che abbiamo esempi nel mondo moderno e in quello antico; occorrerebbe sapere che cosa di proprio (strumenti, sementi, ingrassi ecc.) essi mettessero nella coltivazione del suolo, ecc. A seconda di queste differentissime condizioni, muta naturalmente anche il valore da assegnare all’obbligo dei 5/6 o del 1/6, che gli _ectemoroi_ avrebbero dovuto fornire ai loro padroni. Sul disputato argomento cfr. FUSTEL DE COULANGES, _Cité antique_ (6ª ed.), 312 sgg.; IDEM, _Attica Respublica_, I, pp. 534-35 e nn. 14, 16 (in DAREMBERG et SAGLIO, op. cit.); GUIRAUD, op. cit., pp. 421-23; BEAUCHET, op. cit., II, pp. 529 sgg.; TH. GOMPERZ, _Die Schrift vom Staatswesen d. Athener_, Wien, Hölder, pp. 45 sgg.; G. NICCOLINI, in _Riv. stor. ant._, 1903, pp. 673 sgg.; CAILLEMER, _Hectemoroi_, in DAREMBERG et SAGLIO, _Dictionn. d’ant. class._; SWOBODA, _Hect._, in PAULY-WISSOWA, _Realencyclopädie d. class. Altertumswissenschaft_. G. DE SANCTIS (_Storia della Rep. aten._, Torino, Bocca, 1912, pp. 196-97) segue una sua personalissima ipotesi, concependo gli _ectemoroi_ quali debitori al 16,66%.

[190] POSIDON., in ATHEN., 6, 84, p. 263 _D.-C._ L’obbligazione non significa soltanto, come s’è creduto, che i Mariandini erano tenuti a fornire ai loro signori una quotaparte dei prodotti del suolo, ma, precisamente, che i bisogni del suolo e la volontà del padrone avrebbero, volta per volta, indicato la misura degli obblighi di quelli. Un esempio analogo è nel medievale _Polittico_ di San Germano (cfr. FUSTEL DE COULANGES, _L’alleu et le dom. rur._, p. 412 e n. 7).

[191] ROSCHER, op. cit., 235. Nell’antichità l’osservazione fu fatta da PLINIO IL GIOVANE (_Ep._, 9, 37, 2) e ne fu tenuto conto nei contratti agrari dell’epoca (cfr. DARESTE; HAUSSOULIER; REINACH, _Inscriptions juridiques grecques_, II, p. 238 XIII bis, §§ 2-3). Su questo punto vedi la nostra _Appendice_ citata.

[192] _Cod. Iust._, II, 48 (47), 5; cfr. SCHULTEN, op. cit., pp. 459, 460, 464 e G. LUZZATTO, _I servi nelle grandi proprietà ecclesiastiche_ ecc., Pisa, 1905, App. II e III con le corrispondenti illustrazioni nel testo.

[193] _Agriculture_, in _Dictionnaire d’écon. polit._ di COQUELIN et GUILLAUMIN (Paris, 1873), I, pp. 37 sgg. Cfr. anche A. SMITH, _Ricchezza delle nazioni_, 267, e ROSCHER, op. cit., 238-239 e 238, n. 1; 239, n. 1.

[194] SMITH, op. cit., p. 267. Cfr. SAVIGNY, _Röm. Steuerverfassung unter d. Kaisern_, in _Vermischte Schriften_, II, 1850, p. 173.

[195] DE GASPARIN, _Sulla mezzeria_, p. 684, in _Biblioteca dell’Economista_, Ser. II, vol. II.

[196] DARESTE, _Les classes agricoles en France_, Paris, 1858, p. 65; ROSCHER, op. cit., 238-43, _passim_. A proposito dei mali effetti della mezzadria in Toscana, ossia nel paese, ove essa si ritiene da taluni abbia reso servizi sociali notevolissimi, si cfr. C. RIDOLFI, _Della mezzeria toscana_, Memoria I e II (in _Atti dei Georgofili_, N. S., 187, 407 sgg.). Circa le conseguenze della mezzadria in paesi poveri, cfr. il recentissimo studio di G. ARIAS, _La questione meridionale_, Bologna, N. Zanichelli, 1922, II, cap. I.

[197] Così è avvenuto in Francia, il paese classico della piccola proprietà. Ivi la mezzadria, la quale, nel secolo XVIII, ingombrava i 4/7 del suolo, già nel 1882 si era ridotta a 4.539.322 _ha._ soltanto su _ha._ 43.872.529 di terreno coltivato; i mezzadri erano solo 34.976 sur un totale di 5.735.221 piccoli e grandi proprietari. Per giunta il regime della mezzadria era ormai limitato alle province meno progredite. Cfr. ROSCHER, op. cit., 236-37; BEAUDRILLART, _Tenure des terre_ (in _Dictionnaire d’éc. pol._ del SAY, Paris, 1902, II, p. 988). Identico è il processo, che la proprietà fondiaria ha seguito negli Stati Uniti, come ci rivelano, a distanza di un ventennio, i due censimenti del 1880 e del 1900 (Cfr. _Journal des économistes_, agosto, 1884, p. 198, e _Twelfth Census_ etc., V, 1, p. 66). Una delle caratteristiche salienti delle agitazioni agrarie nell’Italia contemporanea, specie in quella settentrionale, è lo sforzo dei mezzadri di trasformarsi in liberi fittavoli.

[198] Cfr. E. MEYER, _Gesch. d. Altertums_, Stuttgart, Berlin, 1884-902, II, 297. Un podere di media estensione doveva, secondo gli antichi, aggirarsi intorno ai 20 _ha._

[199] La superficie della Laconia era di circa 5000 km^2.; quella della Messenia, di km^2. 2700-2900; cfr. BELOCH, _Bevölkerung_, 112 e prec.

[200] GUIRAUD, op. cit., 162.

[201] ISOCR., _Panath._, 180.

[202] DEMOST., XXXII (_In Aristocr._), 199; XEN., _Hellen._, 6, 1, 11.

[203] ARIST., _Polit._, 7, 5, 7.

[204] CRITIAS (in LIBAN.), XXIV (_De servitute_) ed. REISKE, 1793, II, p. 85.

[205] Cfr. ATHEN., 14, 74, p. 657 _D_.

[206] ATHEN., 6, 85, p. 264 _A-B_.

[207] Gli è in tal guisa che il testo di MIRONE DI PRIENE, tramandatoci da ATENEO (loc. cit.), deve essere conciliato con l’altro di HERACLIDE PONT., fr. 2, 3 (in _F. H. G._, II, p. 210) che si riferisce alla medesima usanza.

[208] ISOCR., _Panath._, 182.

[209] _Essai sur l’hist. de la civilisation russe_, trad. fr., Paris, 1901, p. 261.

[210] _L’alleu et le dom. rural_, p. 379.

[211] THUC., 4, 80, 1-4 e PLUT., _Lyc._, 28, 2 sgg.

[212] La terra lavorata dal servo non poteva essergli riconosciuta come ereditaria. Vi si opponeva il fatto che egli non aveva eredi legali e che la terra non era sua. Lui morto, essa tornava al proprietario, cui spettavano le ulteriori disposizioni (FUSTEL DE COULANGES, op. cit., p. 390).

[213] Così, ammettendo una verisimile interpretazione del GUIRAUD (op. cit., 415-17; cfr. CICCOTTI, op. cit., pp. 139-40) di un passo della famosa iscrizione di Gortyna (DARESTE, op. cit., XVII, 41).

[214] ARIST., _Polit._, 2, 5, 2.

[215] HEROD., 8, 155.

[216] Si è, da taluni studiosi, creduto bene osservare che gli Iloti non dovevano stare poi malissimo, giacchè in Sparta, nell’età di Cleomene (seconda metà del III secolo), ben 6000 servi poterono, versando cinque _mine_ (L. 500 circa ciascuna), riacquistare la libertà. La fortuna di 6000 Iloti su un totale di forse 2 o 300.000 non prova nulla. Del resto il caso di taluni di essi, pervenuti felicemente all’agiatezza, sia pure dopo molte generazioni e in un periodo di grande crisi economica dei loro signori (cfr. pp. 95 sgg.), è analoga a quelli di molti servi della gleba nel Medio Evo o di molti antichi schiavi romani, e non prova affatto contro le generali, perniciose conseguenze dell’uno e dell’altro regime economico.

[217] Cfr. DARESTE, op. cit., p. 268.

[218] Così nel 1845 il ministro Perowski, in uno dei Comitati segreti dello czar Nicola I; cfr. MILIOUKOV, op. cit., p. 268.

[219] MILIOUKOV, op. cit., pp. 85 sgg.

[220] LORIA, _Analisi della proprietà capitalista_, II, pp. 143 sgg.

[221] Cfr., per Sparta, ARISTOT., _Polit._, 2, 6 (9), 10; PLUT., _Inst. lac._, 22; _Agis._, 5, 2; per la Locride e per Leucade, ARIST., _Polit._, 2, 4, 4-5; per Creta, DARESTE, ecc., op. cit., XI, p. 191, XVII, § 36 sgg.; per le altre città, ARISTOT., _Polit._, 6, 2, 5.

[222] Cfr. PLUT., _Agis._, 5, 2; ARISTOT., _Polit._, 2, 6 (9), 10. È impossibile definire con precisione la cronologia di questa innovazione attribuita all’eforo Epitadeo. Tuttavia uno strappo così grave alla costituzione dovette seguire in qualcuno dei momenti più decisivi delle crisi sociali spartane, non certo innanzi la guerra del Peloponneso; probabilmente, perciò, nella prima metà del secolo IV.

[223] ROSCHER, _Économie politique rurale_, p. 218.

[224] PLUT., _Lyc._, 12, 3; ARIST., _Polit._, 2, 7, 3; 4.

[225] Cfr. PLUT., _Lyc._, 12, 3 e, per qualche variante, DICAEARCH. MESSEN., fr. 23 (in _F. H. G._, ed. DIDOT, II).

[226] Anche Sparta ebbe le sue coregie, cfr. ARIST., _Polit._, 8 (5), 6, 6.

[227] Era norma di diritto greco che il creditore non soddisfatto, qualunque fosse l’ammontare del suo credito, s’impossessasse dell’intera cosa ipotecata, e i creditori mettevano, naturalmente, a condizione del prestito l’ipoteca su tutti i beni del creditore. Sulla tremenda esosità dei debiti in seno alle economie povere e alle civiltà primitive, cfr. C. APPLETON, in _Nouv. revue hist. de droit français et étranger_, 1919, pp. 408 sgg.

[228] Cfr. ARIST., _Polit._, 2, 6 (9), 21.

[229] FUSTEL DE COULANGES, _Nouvelles recherches_, pp. 43-45.

[230] In ARIST., _Atheniens. Respubl._, 12, 2, 4.

[231] FUSTEL DE COULANGES, _Nouv. recherches_, pp. 115 e prec.

[232] ARIST., _Polit._, 5, 1, 6 sgg.

[233] FUSTEL DE COULANGES, op. cit., pp. 103-8.

[234] _Polit._, 2, 3 (6), 3.

[235] XENOPH., _Laced. Resp._, 14; ARISTOT., _Polit._, 2, 6, 5; e FUSTEL DE COULANGES, _Lacedaem. Resp._, in DAREMBERG ET SAGLIO, _Dictionn. d’ant. classiques_, p. 890 e fonti ivi richiamate.

[236] PHILARC., in ATHEN., IV, 20, p. 242.

[237] PLUT., _Alcib._, I, 18; cfr. Isocr., _Panath._, 179, che però a torto riferisce tale situazione anche ai tempi più antichi, e il quadro che ARISTOTELE (_Polit._, II, 6 (9), 7-8; 11) ci lasciò delle donne di Sparta.

[238] Cfr. POSIDON., in ATHEN., VI, 24, p. 233; cfr. PLUT., _Agis_, 13, 3; cfr. FRANCOTTE, op. cit., II, 346.

[239] _Die wirthschaftliche Entwickelung_, etc., 712-713.

[240] Per l’indebitamento dei grandi proprietari Spartani, cfr. PLUT., _Agis_, 13, 2-3.

[241] DEMOST., XXIII (_in Aristocr._), 199 e XIII (_De rep. ordin._), 23.

[242] CRITIAS, fr. 5 (in _Poetae lyrici gr._, II^4, ed. BERGK).

[243] BELOCH, _Griech. Geschichte_, II, I, 102-03 (2ª edizione 1914).

[244] LIV., 42, 5.

[245] Cfr. FUSTEL DE COULANGES, _Lacedaem. Respubl._ (in op. cit.), pp. 889-890 e fonti ivi citate.

[246] PLUT., _Alcib._, I, 18.

[247] Cfr. ARIST., _Polit._, 2, 6 (9), 10.

[248] Si tratta di cifra approssimativa, ma non fantastica. Taluno (ad es. BELOCH, _Die Bevölkerung etc._, p. 141), ha ritenuto che essa provenga da una leggenda originatasi nel III secolo a. C., nell’età delle riforme di Agide e di Cleomene. Ma PLUTARCO (_Lyc._, 8, 3-4) ricorda due altre tradizioni, che enumerano 4500 e 6000 Spartani; ARISTOTELE (_Polit._, II, 6, 12) ne enumera, per lo stesso periodo di tempo, 10.000, ed ERODOTO (7, 234, 3), 8000. Ora nè Aristotele, nè Erodoto appartengono al III secolo a. C., nè gli eventi di questa età altra cifra avrebbero potuto suggerire all’infuori di 4500.