Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

Part 8

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I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme, gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio, ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri, due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti distinti[267].

XIX.

Che se dalla concentrazione della proprietà fondiaria, inceppata o attenuata dalle condizioni speciali dell’Attica, si passa alla concentrazione della fortuna in generale, si trova che tanti dati concorrevano a favorirla.

Tra le altre cose, le imposizioni pubbliche.

Senza voler sostituire ad alcune ipotesi non provate altre più lambiccate ed anche meno giustificate, non si può a meno di riconoscere che il carattere progressivo dell’imposta, sia nella forma concepita dal Rodbertus[268], che in quella più accettata del Böckh[269], poggia semplicemente sopra un’ipotesi. Ma, anche ritenendo nella sua integrità l’ipotesi del Böckh, basta dare un’occhiata al quadro dimostrativo da lui redatto[270], per accorgersi che pure quella progressione era tale da lasciare sempre un margine larghissimo ed una via di accumulazione crescente alle grosse fortune; e l’impedimento, così posto al crescere di queste, era inferiore al peso, che ne dovevano sentire le medie e piccole fortune. Ora, per quanto si sia discordi sulla proporzione dell’imposta, si sa nondimeno che fu prelevata dopo Nausinico con relativa frequenza[271]; e i dispendi ordinari e straordinarî, a cui Atene andò incontro e a cui con l’attenuarsi di ogni introito esterno, in dati momenti[272], dovè provvedere del suo, ce ne possono dare una idea conveniente. E non è arrischiato il credere che, anche quivi, accadesse quello che suol sempre accadere sotto un sistema gravoso d’imposte: che i primi a risentirsene e soccombere fossero appunto i meno ricchi, sia per effetto diretto che per ripercussione.

Che poi i più ricchi finissero per riversare su’ meno ricchi il peso della triarchia, lo dice espressamente Demostene[273]: aggiunge, è vero, che egli con la sua legge metteva riparo a ciò, ma resterebbe a saperne gli effetti pratici.

La locazione della triarchia, anch’essa, costituiva sempre un mezzo di profitto[274].

Perfino quello che nelle contribuzioni sembrava un aggravio fatto a’ più ricchi, l’obbligo di anticipare per poi rivalersi (προεισφορά), diveniva, in mano loro, un mezzo per rifarsi. Ed i rimedî escogitati, come quello radicale dello scambio delle fortune (ἀντίδοσις), approdavano a poco, se era così facilmente aperto l’adito a tutte le frodi, di cui abbiamo esempio[275].

A tutto ciò si aggiungeva un continuo crescere de’ bisogni nella vita di ogni giorno, e abitudini di lusso, che rinnovavano le case[276], gli usi, le fogge, fomentavano la gara della magnificenza e dello sperpero, nella vita privata e nella pubblica, specialmente nelle dispendiose coregie[277], rendendo sempre più grandi e frequenti i debiti, instabili le fortune e continue le loro vicende, e sviluppando, come un termine correlativo, il desiderio del guadagno, il pregio della ricchezza e la brama e i mezzi di arricchire presto. Questi fenomeni, ora esplicitamente accennati negli oratori, ora rivelati da fenomeni che ne costituiscono i sintomi, hanno l’eco più piena nella nuova commedia del secolo quarto, in cui ricorre, ad ogni piè sospinto, magnificata o deplorata, questa oltrepotenza della ricchezza[278], che procaccia considerazione, amici, agi, adulazione e, nell’opinione e nella speranza di chi l’ha, “quasi l’immortalità„. E, di fronte a questa ricchezza che ogni giorno più diviene e si sente una forza, la povertà si presenta come qualche cosa che deprime e fa paura[279].

XX.

Gli effetti morali di questo stato materiale si riflettevano naturalmente su tutta la vita, ripercotendosi alla loro volta e generando un nuovo ordine di conseguenze economiche. Le donne, già diffamate, secondo Aristofane, da Euripide, che pure avea creata l’Alcesti, perdevano sempre più di considerazione, di tanto di quanto guadagnavano di prepotenza, di arroganza, di abitudini lussuose e dissipatrici; e il matrimonio diveniva sempre più una cosa temuta, odiata, spregiata. È vero che abbiamo a fare con frammenti di commedie, ma son frammenti della commedia nuova, dove la vita è rispecchiata da un punto di vista affatto realista; e, in ogni modo, fanno senso la frequenza, con cui ritorna lo stesso motivo, e la qualità delle immagini evocate. Le _belve feroci_, l’_infido mare_, la _tempesta_ divengono i soli termini di paragone creduti adatti a dare un concetto adeguato delle donne[280]. Alla catena corta e resistente, se non perpetua, del matrimonio si preferiva sempre più lo svago fuggevole della donna vampiro, quale Menandro la figurava nella sua Taide[281] “ardita e fiorente al tempo stesso, e insinuante di modi, che fa de’ torti, che lascia fuori la porta l’amante, che ha sempre qualche cosa da chiedere, che non ama nessuno e sempre finge di amare„; si preferiva perfino quella profanazione dell’amore, dalla quale Filemone[282] traeva occasione per tributare lodi a Solone, e forse non interamente per ironia, come qualcuno vorrebbe[283]. Se “la povertà è per sè stessa un malanno, quando vi si aggiunge l’amore, i malanni diventano due„[284]; il matrimonio si sfuggiva quindi per non rendere più difficile la propria condizione, e, come accade, anche più che non da’ più poveri, si evitava dalle persone di media condizione, che a gran fatica poteano riescire a mantenere il loro equilibrio e tenevano a non peggiorare il loro stato. Come conseguenza generale ne veniva che auspice, consigliera e regola de’ matrimoni era la dote[285]. Un marito che non andasse a caccia di doti era, anche allora, una cosa degna di essere notata[286]. Ahimè! non si comperavano più ingenuamente le donne per tante paia di buoi, come a’ tempi del buon vecchio Omero; ma si pescavano i mariti con l’esca di tante dramme, e non sempre sonanti e contanti. Lo sborso, o il conteggio, formavano il motivo e il sostrato del matrimonio[287], e finivano poi per rendere il marito soggetto alla moglie[288]. E la frequenza e l’importanza delle doti ne’ matrimoni, a confermare questi detti generali de’ comici, ci vengono attestate dagli oratori e dalle epigrafi. Se una dote di dieci talenti costituiva un caso raro, e una dote di cinque non era frequente[289], non mancavano doti di rilievo: ad Atene le epigrafi[290] ce ne mostrano di un talento e di oltre un talento; perfino nella piccola Mykonos, durante l’epoca macedonica, ricorrono doti di diecimila e di quattordicimila dramme[291], senza parlare del corredo che non soleva essere di poco pregio[292].

Un siffatto carattere delle unioni matrimoniali, da un lato rendendo rare le unioni nella classe media e dall’altro favorendo le nozze de’ più ricchi tra loro, dovea riescire a stremare di numero la classe media, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi un numero più grande di proletari; giacchè questi, per il loro stato stesso e per la possibilità d’impiegare in un lavoro retributivo tutti i membri della famiglia, relativamente non trovavano, anche in quel periodo economico, un inceppo così forte alla propagazione. Anche a Sparta l’abitudine diffusa delle doti e il loro incremento aveano create simili conseguenze.

XXI.

“Se te ne stai inerte, pur essendo ricco, diverrai povero„, dice un frammento di Menandro[293]; e risponde a pieno alle condizioni de’ tempi, in cui l’incertezza degli eventi, la moltiplicità de’ bisogni, la circolazione della ricchezza sempre più vorticosa alimentavano la febbre delle speculazioni e fomentavano lo spirito d’iniziativa, incitando a’ commerci, alle intraprese. Si tentavano nuovi rami d’industria, quanto più, diffondendosi l’industrie usuali, lo smercio de’ prodotti, ne’ mercati esterni, veniva limitato dalla concorrenza anche indigena. Si cercava di acclimatare in Atene, con la importazione delle materie prime, la lavorazione di quegli oggetti di lusso, che corrispondevano ogni giorno più ad un bisogno e che prima erano importati belli e compiuti[294].

Lo stesso svilupparsi dell’industria rendeva indispensabile in parecchi rami di essa un capitale iniziale (ἀφορμή), e, se non in tutte, in più di una il capitale più forte potea assicurarsi una prevalenza, e rendeva più, in proporzione del maggiore suo impiego. Non tutte le industrie e i mestieri comportavano un ampliamento verso la manifattura, ma, dove ciò era possibile, la manifattura sorgeva e si estendeva, abbracciando vari rami di produzione e impiegando sino a centoventi persone[295]. È stato rilevato che la manifattura non era in grado di poter fare una vittoriosa concorrenza agli artigiani isolati, perchè non poteva trarre partito dall’impiego meccanico delle forze naturali[296]. Certamente la manifattura non era l’opificio moderno, ma pure essa era, se non il solo organo, almeno quello più adatto alla produzione di manufatti, che esigessero il concorso di molte persone e un anticipo di capitale di qualche rilievo. In certi altri rami della produzione potea ottenere, con la divisione del lavoro e l’uso di strumenti più adatti, prodotti più perfezionati. “La manifattura — dice il Marx[297] — non potea abbracciare in tutta la sua estensione la produzione sociale, nè trasformarla radicalmente. Essa culminava come una economica opera d’arte sull’ampia base dell’artigianato cittadino e dell’industria casalinga rurale. È ad un più alto grado di sviluppo che la sua angusta base tecnica venne in contrasto con le stesse esigenze della produzione da essa generata„.

Il capitale, che cercava impiego, e la possibilità di raccogliere più facilmente mezzi e forze adatte, favorivano il sistema degli appalti nella esecuzione delle grandi opere pubbliche, come la ricostruzione delle lunghe mura e la costruzione dell’arsenale (σκευοθήκη) ad Atene[298], o il prosciugamento di una palude a Eretria[299], ed altre opere pubbliche a Delo, Tegea, ecc.[300], di cui abbiamo ancora i prospetti di appalto. Tutti fatti e condizioni, che, dando agio di più guadagnare a chi più avea, specialmente in quanto mancavano d’ordinario le restrizioni imposte nell’epigrafe di Tegea[301], concorrevano anch’essi, naturalmente, ad accumulare la ricchezza in una cerchia relativamente ristretta e rendevano sempre più spiegata la disparità delle fortune.

Le intraprese e i commerci aveano, s’intende bene, i loro rischi, ma questi stessi, con le ruine che seminavano, compivano una selezione a rovescio, a danno de’ meno ricchi ed a favore de’ più ricchi.

L’immagine economica e demografica di Atene sul tramontare del secolo quarto ci è data, benchè in maniera non molto particolareggiata ma soltanto a grandi tratti, dalla riforma costituzionale avvenuta per opera di Antipatro nel 322, con la quale si rilevò che su ventunmila cittadini, ben dodicimila non raggiungevano una sostanza di duemila dramme[302]. Quanti di questi dodicimila fossero a dirittura proletari, non ci vien detto; ma, in ogni modo, si può ben ritenere che, anche quando tutta la sostanza non si compendiava nella sola casa di abitazione, occorreva loro ricorrere al lavoro per alimentare se stessi e la famiglia. Il piccolo campo spesso non avea che delusioni per il coltivatore: in Menandro l’agricoltore parla di questo suo campo che, _con vero senso di giustizia_, gli rende tanto orzo quanto ve ne ha messo[303]; in Filemone, anche peggio, pare che “il campo si voglia vendicare di chi lo raschia e lo fende[304]: per venti medimmi di orzo, non ne riporta neppur tredici; è insomma un vero ladrone„[305]; e l’agricoltore “non vive che di speranza, giacche è sempre ricco, ma sempre per l’anno che verrà„[306].

Il numero de’ liturgi, limitato a milledugento con un possesso superiore a due talenti, e tutti gli altri dati innanzi considerati, che sembrano attestare una concentrazione sempre crescente della ricchezza, inducono a credere che, anche tra i novemila, non pochi toccassero, o superassero appena, una sostanza di duemila dramme, e anche questi erano quindi costretti a chiedere al lavoro la sussistenza. Ed è notevole vedere, in qualche frammento de’ comici, come si andasse facendo strada questo concetto della necessità di lavorare per vivere, che, naturalmente, contribuiva ad eliminare sempre più i pregiudizî sul lavoro manuale. “Cerca di trarre donde che sia la tua sussistenza, pur che non faccia cattive azioni — dice Menandro„[307]. “L’accidia — soggiungeva altrove egli stesso — non alimenta i poveri oziosi„[308]. E Filemone[309]: “O Cleone, smetti le ciarle: se tarderai ad imparare, senza avvedertene, avrai privato di un sostegno la tua vita. Un naufrago non si salverebbe, se, sospinto, non prendesse terra; nè un uomo, divenuto povero, potrebbe assicurarsi l’esistenza, quando non avesse imparata un’arte. — Ma io ho una sostanza. — È presto distrutta. — Fondi, case. — Non ignori le vicende della fortuna, che dall’oggi al domani fa del benestante un mendico. Se alcuno ormeggiò nel porto dell’arte, quegli gettò l’áncora, ponendosi al sicuro; chi non si è fatto esperto in qualche arte, e gli accade di essere travolto dal turbine, non ha modo nella vecchiezza di salvarsi dalla miseria. — Ma vi sono soci, amici, camerati, per Giove, che ti porteranno soccorso. — Prega di non avere a fare esperienza degli amici; se no, ti accorgerai di essere niente altro che un’ombra„.

E occasione di lavoro non poteva mancare, sia per la ripresa della costruzione di opere pubbliche sotto Licurgo, sia per la moltiplicità de’ bisogni ordinari e di lusso sempre più sviluppati in Atene.

XXII.

Ma in quali condizioni, intanto, si trovava il lavoro servile, e quale era la sua azione e la sua funzione rispetto al lavoro libero?

Un censo fatto, come vorrebbe un frammento di Ctesicle[310], da Demetrio il Falereo, in anno, che non si può con sicurezza determinare per la lacuna del testo ma che si tende a fissare nel 309[311], ci rivelerebbe l’esistenza nell’Attica di quattrocentomila schiavi; una cifra che si può dire enorme, solo che la si riferisca al numero de’ cittadini (21.000) ed a quello de’ metèci (10.000), od all’area dell’Attica e alla presente sua popolazione[312]. E, in verità, quel dato inspirò così poca confidenza, che, comunque abbia trovato nel Böckh[313] un difensore ed abbia ancor oggi chi gli presta fede[314], nondimeno, da David Hume in poi, è stato revocato in dubbio e scalzato continuamente; e non pare proprio più possibile ritenerlo, specialmente dopo la scoperta de’ conti del tributo ad Eleusi[315], che ha tolto il fondamento ad altri conti sulla produzione de’ cereali dell’Attica. Si è cercato allora di giungere per via indiretta, emendando testi e calcolando la produzione, l’importazione e il consumo de’ cereali, a determinare il vero numero degli schiavi alla fine del IV secolo; ma il fatto stesso che questo numero si è potuto fare ascendere a centoventimila[316], a centottantotto, o dugentremila[317] e a centomila circa[318], mostra che, nell’affermare e ricostruire, si è ben lungi dall’aver raggiunto il risultamento ottenuto nel negare e demolire.

Io cerco dimostrare altrove[319] come questi dati, non solo mancano di ogni criterio di certezza, ma eziandio di una base positiva, e rientrano “in quella statistica congetturale, che, per dirlo con l’Engel, serve a sviare ed è peggiore della mancanza di statistica„[320].

Mi proverò qui piuttosto a vedere, se è mai possibile cogliere, ne’ fatti, nelle condizioni e ne’ sentimenti del tempo, qualche cosa che accenni, già durante il secolo quarto, ad un iniziale decadimento della schiavitù e al primo sorgere di quel germe, che poi, sviluppandosi sempre più, la doveva dissolvere ed eliminare.

Tra la fine del secolo quinto e il principio del quarto, tutta la massa di schiavi d’Atene si trovava stremata e quasi annichilita. Sarebbe occorso quindi ricostituirla, e non era impresa facile. L’economia a schiavi si cominciava a diffondere ora, per le moltiplicate esigenze della vita e la diversa distribuzione della ricchezza, su di una zona più larga, sia della Grecia che del bacino del Mediterraneo in genere, usciti dallo stadio economico più semplice e primitivo. Ciò, bilanciando l’azione di paesi, dove la schiavitù cominciava a essere sostituita dal salariato, teneva ancora talvolta al primo livello il prezzo degli schiavi, o, in virtù del minor potere d’acquisto della moneta, tal’altra lo rialzava.

Atene mostra di aver raggiunto nel quarto secolo un grado elevato di sviluppo economico, in quanto le riesce di riannodare le tradizioni del secolo precedente e rifare, in maniera meno urtante per l’ambiente in cui si svolgeva, il cammino già percorso e troncato violentemente, mettendo a profitto l’esperienza, i tentativi, i risultamenti, le attitudini acquistate nel tempo passato. Ma non si può dimenticare che la contrastata egemonia e l’ambito primato di Sparta, il dissolversi della seconda lega marittima, l’ostinato defezionare dell’Eubea, la crescente potenza macedonica fanno del secolo quarto, per Atene specialmente, una serie persistente di guerre, interrotte da non lunghi periodi di pace come il periodo della prevalenza di Eubolo, e riparate in qualche modo da brevi periodi di amministrazione sapiente come quella di Licurgo. Più volte, e specialmente al finire della guerra con gli alleati[321], in mezzo a quella prosperità, spesso esagerata e larvata dalle belle parvenze ingannatrici di cui s’adornava, Atene s’era trovata a mal partito; e le sue energie interne, da cui omai traeva la sua forza, erano apparse stremate e isterilite sotto l’azione combinata di quelle cause nefaste, che ne impedivano tutta l’espansione e ne esaurivano le sorgenti.

Se Atene potè tener testa a tante influenze malefiche e raggiungere e mantenere un certo grado di prosperità, lo dovette a questo risvegliarsi di attività, che fece volgere i suoi cittadini con rinnovata lena al lavoro, alla produzione, a’ commerci sopra tutto, che erano allora la via migliore d’arricchirsi. La forma più elementare e rude di parassitismo, che consisteva, all’esterno, nello smungere tributi agli alleati e, all’interno, nel vivere oziosi alle spalle de’ servi, cominciava a cedere il posto ad altre forme di parassitismo più complesse e perciò stesso meglio larvate.

La proprietà fondiaria, laboriosamente, è vero, accennava a concentrarsi, ma pur si andava concentrando; e potrebbe sembrare che ciò costituisse un elemento favorevole all’incremento di schiavi agricoli. Pure, ad un effetto diverso conducevano la natura del suolo dell’Attica, poco produttivo, l’estendersi della coltura de’ cereali, il crescere del proletariato agricolo e di quel quasi-proletariato di minuscoli possidenti, che, non trovando sufficiente impiego nel loro boccone di terra, dovevano divenire, volta a volta, mercenari e fittuari. Come è stato già rilevato innanzi, la coltura de’ cereali dovea essere favorita dal crescente prezzo de’ cereali, dalla distruzione delle vigne avvenuta durante le incursioni dell’Attica (Lysia parla anche degli oliveti abbattuti[322]), dalla concorrenza sempre maggiore de’ vini forestieri, che a poco a poco facevano sì che non si parlasse più de’ vini dell’Attica. È stato pure osservato[323] che, per l’indole sua, la coltura de’ cereali, non esigendo un’opera continua e ininterrotta, tende a limitare l’impiego degli schiavi per sostituirvi lavoratori presi a mercede secondo il bisogno, specialmente dove la terra non è così largamente remuneratrice da compensare lo sperpero nelle spese di produzione, nè così abbondante da permettere un continuo avvicendamento di area coltivabile. In qualche regione del mezzogiorno d’Italia, dove la cultura de’ cereali si fa senza sussidio di mezzi meccanici, e gli stessi animali sono adoperati soltanto per la trebbiatura, bastano da quaranta a quarantaquattro giornate di lavoro per eseguire tutto quanto occorre per un ettaro di terra, dalla preparazione alla raccolta. La contemporaneità poi de’ lavori nelle culture simili esclude l’impiego successivo dello stesso lavoratore.

La stessa coltura dell’olivo, più persistente nell’Attica di quella della vite, a quanto possiamo dedurre dalla menzione che si seguita a farne, non era tale da favorire l’impiego degli schiavi.

D’altra parte appartengono appunto al quarto secolo avanzato le menzioni di locazioni d’opera agricola; menzioni, che hanno il loro valore, anche nel caso che l’opera locata è quella di schiavi[324].

Appartengono pure in gran parte a questo periodo i documenti di affittanze[325], che prendon le mosse da cifre basse di dieci dramme e di cinquantaquattro dramme per l’Attica[326], di diciassette dramme per Delo[327]. Lysia[328] accenna, in breve spazio, più volte a queste piccole affittanze.

XXIII.

Ciò per l’agricoltura.

Ma, v’era l’industria; e la notizia di schiavi, adibiti nelle fabbriche di Atene, ha facilmente menato ad esagerare il loro numero e ad indurre che tutta l’industria fosse nelle loro mani.

Ora, anzi tutto, non bisogna esagerare lo sviluppo dell’industria in tutta l’antichità, e in particolare in Atene. La grande importanza del capitale commerciale e la prevalenza di esso sul capitale industriale ci attestano appunto che l’industria si trovava ancora ad un livello inferiore. Il commercio, raccogliendo in grandi masse la produzione de’ singoli produttori e poi distribuendola, sopperiva appunto alla mancanza di grandi centri di produzione, e trovava in questo suo compito la ragione della prevalente sua importanza e la fonte degl’ingenti suoi guadagni. Costituiva il presupposto e il fomite della grande produzione; ma la sua prevalenza è in ragione inversa dello sviluppo di questa; e la egemonia del capitale commerciale nell’antichità è un sintomo del limitato sviluppo industriale[329].

“Negli stadî, che precedono la società capitalistica, il commercio domina l’industria; nella società moderna accade il contrario. Il commercio naturalmente reagirà più o meno sull’ambiente, in mezzo al quale esso viene esercitato; esso assoggetterà sempre più la produzione al valore di scambio, facendo dipendere i godimenti e la sussistenza dalla vendita, anzi che dall’uso immediato del prodotto. Così dissolve gli antichi rapporti; accresce la circolazione della moneta; non raccoglie più soltanto l’esuberanza della produzione, ma prende nel suo ingranaggio, a poco a poco, anche questa, e mette sotto la sua dipendenza tutti i rami di produzione„[330].

Uno degli effetti di questo processo economico era il sorgere delle manifatture in Atene; ma, come si è visto, queste abbracciavano soltanto qualche branca della produzione. E l’impiego degli schiavi nelle manifatture trovava la sua ragione d’essere e la sua utilità nella divisione del lavoro, che là massimamente si potea realizzare.

“L’ignoranza — dice il Marx — è la madre dell’industria come della superstizione. Riflessione e facoltà immaginativa sono soggette all’errore; ma l’abitudine di muovere il piede, o la mano, non dipende dall’una cosa, nè dall’altra. Così potè dirsi, rispetto alle manifatture, che la loro perfezione consiste nel potersi privare dello spirito, in modo che il laboratorio può essere considerato come una macchina, di cui gli uomini sono le parti„[331].