Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

Part 7

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Quella lotta di classe contro classe che, alla sua volta, facea luogo, nello stesso campo chiuso della classe, ad una lotta più acre di uomo contro uomo, dovea richiamare naturalmente, con la stessa sua persistenza e con la sua azione sempre più deleteria, l’attenzione de’ pensatori, tanto più, quanto, in quel fiorire di tante energie della vita, la loro aspirazione si elevava verso un’associazione politica euritmicamente equilibrata; e si dovea così essere tentati a ricercare le cause sempre più remote di quel dissesto, per poterle recidere nella loro radice.

Quel rigoglioso germogliare d’ideologie, di schemi, di utopie e di teorie, che scalza credenze e costumi tradizionali, che si propone di dare un nuovo fondamento teorico alla società e alla vita giuridica, e indaga le condizioni dello Stato migliore, foggiandone all’occorrenza il modello; ha le sue radici in uno stato di cose incerto, oscillante, non più adatto a’ bisogni presenti, ed è l’indice migliore di un sistema di vita, che sta per compiere il suo cielo, e di un altro che si annunzia in forma vaga ed incerta. L’ordine costituito cercava una giustificazione teorica e non la trovava che nella forza, nell’imposizione di una prepotenza, nella confusione del giusto con l’utile, non universale, ma personale; una giustificazione, che avea in sè gli elementi della sua negazione e, con intento e forma conservatori, riesciva ad uno scopo nettamente rivoluzionario, cancellando virtualmente la differenza tra il padrone e lo schiavo[218] e suscitando così una diuturna insurrezione e un permanente conflitto. Ma tutto ciò non era che la conseguenza logica di quelle condizioni materiali, che, in tutta la Grecia, ove più ove meno, aveano reso più acre e disperato l’urto degl’interessi cozzanti: e le lotte civili di Argo e Corcira, la guerra senza quartiere tra ricchi e poveri, la perversione morale, che accompagnava quello stato di guerra interna ed esterna, non sono spiegate, ma spiegano questa nuova evoluzione delle idee politiche e morali[219].

D’altro canto lo stesso stato di malessere e il senso di angustia materiale e morale, che emanava da siffatte condizioni di vita, dovea riflettersi nel pensiero come l’aspirazione a forme sociali e politiche coerenti in ogni loro parte e organiche nelle loro funzioni. L’unità rotta nella pratica si ricomponeva nella concezione ideale e il dissidio della vita diveniva concordia nel pensiero. “Al punto di vista individualista-atomistico, che identificava senz’altro lo Stato con i suoi temporanei e personali elementi e lo risolveva in un complesso di unità meccaniche, si opponeva un altro punto di vista, il quale riconosceva un interesse sociale collettivo, che non si esauriva nella somma degl’interessi singoli e cercava di concepire lo Stato come un tutto coerente con un contenuto distinto da quello della somma delle sue parti„[220].

Così Socrate riesciva a vedere nello Stato il supremo organismo etico, nella politica lo scopo del benessere universale, nell’arte di governo il compendio di tutte le virtù; ma, appunto perchè della virtù è base il sapere, faceva della capacità la condizione di partecipare alla direzione dello Stato[221]; ed egli stesso, che avea teoricamente riabilitato il lavoro libero, nel campo politico veniva ad abbassarlo, riconoscendo in esso un impedimento a una compiuta educazione civile[222].

E la concezione socratica dello Stato domina tutta la successiva speculazione, che, pur nelle parti in cui se ne discosta, non è che un suo naturale sviluppo.

Nell’ideale concezione platonica lo Stato non è che la giustizia realizzata con una razionale distribuzione di funzioni, compiute da’ più adatti. Ma al grande idealista non avea potuto sfuggire la perturbazione, che alla vita di un tale organismo politico, ed anzi alla funzione di ogni arte[223], arreca il conflitto d’interessi, il contrasto della ricchezza e della povertà; e così Platone introduceva, quasi per necessità logica, quel comunismo, che egli limitava alla classe de’ custodi dello Stato, e che i preposteri o veri suoi satireggiatori[224] e i suoi censori[225], più logici in questo di lui, assumevano in forma più generale.

Quest’ideale comunista, che, pur così circoscritto, appariva la prima volta, per una ironia della storia, nell’opera di uno scrittore aristocratico e di tendenze conservatrici, dedotto da un puro fondamento di ragione, sorgeva troppo tardi e troppo presto: troppo tardi, rispetto ad alcune più antiche e superate forme di utilizzazione sociale o gentilizia della terra; troppo presto, rispetto a quello svolgimento delle forze produttive, che dovea poi dare all’ideale comunista un sostrato scientifico e pratico al tempo stesso e accennare a farne non una categoria logica, ma una categoria storica; non una semplice forma ideale di miglior reggimento, ma una necessità economica presente ed obbiettiva. Il limitato svolgimento delle forze produttive, mantenendo la produzione nel suo periodo di piccola e diretta produzione, facea sentire a’ Greci antichi il bisogno dell’uguaglianza, cioè della proprietà privata estesa a tutti, non già del comunismo, la cui idea, se anche teoricamente trovasse qualche discepolo, rimaneva politicamente sterile. Così Aristotele poteva agevolmente combatterla mettendola in relazione alle condizioni economiche e a’ sentimenti del tempo; come, in base alla semplicità e alla natura inerte dello strumento tecnico, poteva decretare eterna la schiavitù, nè da Socrate, nè da Platone mai rinnegata e le cui catene venivano ora ribadite dal filosofo di Stagira con un sofisma, che non era se non un abile travestimento e un’ingegnosa fusione della teoria socratica, la quale dava il governo a’ più capaci, e della sofistica, che assoggettava i meno forti a’ più forti.

Ma, mentre queste teorie, figlie del loro tempo, presumevano chiudere la realtà nella cerchia delle personali previsioni o della dotta speculazione; per una evoluzione continua e persistente, di cui si percepivano alcuni fenomeni più salienti e si scorgevano i caratteri esteriori ma non si valutavano le conseguenze non immediate, si preparavano, nell’accumulata ricchezza e nel crescente proletariato, gli elementi, che avrebbero poi eliminata la servitù col sostituirvi il salariato. E — val la pena di notarlo — il comico conservatore, che, forte sul terreno della realtà, derideva l’utopia, vedea, senza volerlo, più lontano degli altri, quando introduceva sulla scena la _Povertà_ per additare in essa la causa delle cause di tutta la vita sociale, la ragione ultima del moto automatico di tutta la vita economica e delle sue molteplici attività[226]. La schiavitù stessa non era che uno de’ tanti suoi effetti[227]: rotta la catena, che avvinceva il servo al padrone, ne sarebbe rimasta ancora, come ripeteranno più tardi un retore[228] e un filosofo stoico[229], un’altra invisibile e perciò più forte e più difficile a spezzarsi, _la fame_, che in maniera difforme, eppure non sostanzialmente diversa, avrebbe riprodotta, sotto diverso aspetto, la soggezione di una parte del genere umano ad un’altra.

XVI.

In realtà, in tutta la Grecia ed anche in Atene, benchè talvolta sotto forma più larvata, il quarto secolo segna un processo di acceleramento nella formazione di una forte massa proletaria e nella concentrazione della ricchezza.

Il crescere della popolazione e l’aumento del proletariato, anche per l’antichità, costituivano una fonte di legittima preoccupazione e un urgente problema politico e aveano trovato per molto tempo in Grecia il loro sfogo in quel vasto e ardito movimento colonizzatore, che avea per tanta parte contribuito alla grandezza economica e morale della civiltà ellenica. Ma l’espansione coloniale avea trovato anch’essa il suo limite, e, con lo svolgersi più rapido delle energie coloniali e la relativa tendenza all’emancipazione economica e politica, veniva a scemare anche il beneficio indiretto arrecato dalle colonie alla metropoli dopo quello diretto della loro fondazione. Atene, che avea sviluppate le sue interne energie e la sua potenza marittima, quando già altri paesi più precoci l’aveano prevenuta nella espansione coloniale; come, nella rifoggiata tradizione, ne usurpava talvolta il merito, così, nella pratica, ne fu l’occupatrice. Il suo imperio marittimo ascendente è contrassegnato dal corrispondente invio di cleruchie, spedizioni di coloni, che servivano, al tempo stesso, a dare uno sbocco al proletariato ateniese, ad assicurare il dominio della madre patria e a punire alleati defezionati e sudditi ribelli, senza creare comunità autonome, che venissero un giorno in conflitto col paese d’origine, ma seguitassero invece a considerarsi come elementi staccati di questo[230]. La grande catastrofe, in cui avea trovato il suo epilogo la guerra del Peloponneso, avea coinvolto in una ruina gli sforzi del passato e le speranze dell’avvenire; e la difficoltà di collocare fuori patria il proletariato, divenuto più numeroso e più misero in seguito a tutta una serie di disastri, era aggravata dal ritorno de’ cleruchi scacciati. Veramente, dal punto di vista demografico, questi elementi venivano a rinsanguare la popolazione stremata dalla peste e dalla guerra, ma, dal punto di vista economico, le terre, già appartenenti a’ cittadini periti, si erano concentrate ne’ loro successori; e i reduci e i superstiti, che non aveano parte alla proprietà della terra, non poteano che impiegarsi come mercenari, sia ne’ lavori agricoli che in quelli industriali. La pertinacia con la quale Atene, a poca distanza di tempo dalla sua schiacciante sconfitta, tentava di ripristinare la sua fortuna politica e commerciale, e l’invio di _cleruchie_, che tien dietro ad ogni prospero evento di guerra; ci mostrano anche meglio, quanto urgente fosse il bisogno di trovare un utile impiego ad una parte della sua cittadinanza. Ma le nuove forze politiche entrate nel gioco della politica greca e il loro barcamenarsi per dividere ed imperare, rendevano anche più durevole lo stato di guerra e più malsicuro ogni acquisto; e il rovescio di un momento faceva perdere il vantaggio di molti anni. Così la pace di Antalcida, che ratificava l’autonomia delle città greche, toglieva ad Atene il frutto delle conquiste recenti; e quando, dopo poco meno che un decennio, fu possibile gettare le basi di una nuova confederazione marittima, capace di ridare ad Atene una via di risorgere economicamente e politicamente dal suo abbattimento, in linea preliminare gli Ateniesi dovettero rinunziare “ad acquistare sia a titolo pubblico che a titolo privato case e terre ne’ paesi degli alleati, a comprare, a prendere in ipoteca, sotto pena di vedere confiscato il loro acquisto„[231]. Il campo della loro espansione restava così limitato a’ paesi non alleati, e gli Ateniesi ne profittarono, sempre che poterono, per sopperire a questo loro bisogno avido quanto urgente di terre; ma l’egemonia politica, così disputata e così mutevole in questo quarto secolo, le guerre frequenti e la loro varia fortuna, il sorgere e l’ingrandirsi della potenza macedonica limitavano, contrastavano, rendevano caduchi quegli acquisti[232], che, in ogni modo, non costituivano più, come a’ tempi migliori della potenza ateniese, un largo e sistematico mezzo di scaricare Atene di una parte del suo crescente proletariato. Anzi accadeva talvolta di vederlo improvvisamente ingrossato col ritorno di espulsi cleruchi.

XVII.

Il quarto secolo segna, abbiamo detto, un passo notevole verso quella concentrazione della ricchezza, che va sempre crescendo nelle età posteriori[233]; e da essa rampollava anche quella nuova fioritura di oligarchie, nelle quali uno scrittore[234], non a torto, ha voluto scorgere la causa prevalente, a cui conviene ascrivere la guerra d’Atene con gli alleati e la dissoluzione della lega marittima.

Una simile concentrazione della ricchezza, specie immobiliare, viene di solito negata, o, almeno, messa seriamente in dubbio per Atene[235]. Eppure, se in Atene il precedente frazionamento della proprietà immobiliare e, più che quello, la cultura in parte intensiva e la scarsa produttività del suolo offrivano qualche ostacolo alla concentrazione; d’altra parte, ivi stesso, come e più che altrove, operavano le cause efficienti della concentrazione della ricchezza. Più lenta, forse, e meno completa per ragione dello stesso ambiente fisico, essa è solo dissimulata agli occhi nostri, in parte, dalla mancanza di dati concreti e, in parte, dal carattere industriale dell’economia ateniese, la quale, offrendo un utile impiego di lavoro, rendeva meno sensibile e meno deleterio che altrove il crescere del proletariato.

Ma, per via indiretta, guardando agli stessi caratteri esteriori della vita di quel tempo e aggruppando dati di ordine diverso, si può forse riescire a vedere, anche in Atene, lo stesso fenomeno, o, almeno, una spiegata tendenza a realizzare, fin dove gli agenti di ordine opposto lo consentivano, lo stesso fenomeno.

Una notizia sullo stato della proprietà dopo la caduta de’ trenta ci dice che cinquemila cittadini[236], cioè un quarto almeno della cittadinanza, secondo il calcolo comune, e più di un quarto, se si calcola lo stato a cui la cittadinanza avea dovuto venire dopo la peste e la guerra, erano assolutamente privi di ogni possesso fondiario. Che poi anche nella restante parte della cittadinanza la proprietà fosse assai disugualmente divisa, lo dimostrano i tentativi oligarchici di quel torno di tempo, che, dopo essersi provati a limitare a cinquemila cittadini i diritti di cittadinanza attiva, riescivano, alla fine della guerra, ad una più chiusa e più prepotente oligarchia[237].

Inoltre la notizia, che ci avanza, di fortune familiari, esistenti dalla fine del quinto al declinare del quarto secolo[238], accanto alla menzione non infrequente di patrimoni di tre, quattro e cinque talenti, ci mostra fortune di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, cento talenti. E sono tanto più frequenti ed importanti, quanto più procediamo nel tempo, sino ad arrivare alla fortuna di Difilo[239], che, confiscata sotto Licurgo, avrebbe reso centosessanta talenti, e a quella di Epikrate, cui se ne attribuivano seicento[240]. È vero che in molti casi non sappiamo per quanta parte entrasse in questi patrimoni il possesso fondiario, e, per altri, sappiamo che rappresentavano in gran parte ricchezza mobiliare. Ma non si può fare a meno di osservare che uno de’ più frequenti investimenti della ricchezza mobiliare era il mutuo ipotecario e, in un’epoca di facili rovesci, causati, in mancanza di casi straordinari, dallo stesso più rapido giro degli affari, niente era più facile che il creditore si sostituisse al debitore espropriato, accentrando vari poderi. I discorsi degli oratori ci attestano questa frequenza di mutui ipotecari e ce ne danno un’idea adatta anche le stele ipotecarie superstiti[241], che — fatto molto notevole — cominciano appunto da questo quarto secolo. “Di tutte le stele ipotecarie — si è osservato[242] — neppur una risale alla guerra del Peloponneso. Il numero ne è troppo considerevole oggi, e non si può attribuir ciò al caso della scoverta; onde, senza pretendere che l’ipoteca non sia stata praticata che al quarto secolo, possiamo ammettere che le stele ipotecarie siano riapparse solo a quest’epoca, al momento stesso in cui il sistema delle ipoteche avea il suo completo sviluppo„. Si aggiunga pure che, per quanto, date le varie vicende ed anche le crescenti imposizioni del tempo, la proprietà mobiliare presentasse de’ vantaggi sull’immobiliare, pure il capitale mobiliare dovette essere tratto all’investimento in fondi, quando i cereali, come spesso accadde, crebbero di prezzo[243], e un tale impiego potè apparire proficuo. Il sistema degli affitti, non limitato esclusivamente a’ beni degli enti morali[244], ci attesta anch’esso, con la sostituzione della cultura avente carattere d’intrapresa alla cultura diretta, una nuova fase della proprietà immobiliare.

Finalmente, non mancano nemmeno chiari accenni e dati concreti, che mostrino possedimenti di larga estensione e una concentrazione della proprietà fondiaria. Demostene vi accenna esplicitamente là dove dice che “parecchi possiedono più terra che non tutti voi che siete nel tribunale„[245]; asserzione ripetuta ed ampliata in un’altra orazione[246], di cui vien negata peraltro l’autenticità. Si è osservato[247], che i presenti nel tribunale poteano essere soltanto duecentoun cittadino, ma potevano essere anche assai di più; e, per il concetto approssimativo che possiamo formarci del numero de’ giudicanti ne’ vari casi[248] e per la natura della causa, è lecito ritenere che sieno stati, in quel caso, assai di più. In ogni modo la proporzione di uno a duecento, tanto più se ripetuta, non è fatta per escludere la concentrazione della proprietà.

Gl’inventari de’ fondi, desunti dagli oratori[249], con un valore indicato, che va da duemila dramme a due talenti e mezzo, non valgono nemmeno a fare indurre una grande distribuzione della proprietà fondiaria, quando si consideri che, data la scarsa produttività del suolo dell’Attica, quelle somme, per se stesse non tenui, poteano corrispondere a proprietà non piccole, tanto più, quanto erano più lontane da Atene. Le vendite di terre, per quel che ne sappiamo, ascendono talora a un prezzo alto di tremila e cinquanta dramme, di due talenti e mezzo; tal’altra hanno un prezzo assai tenue, che può valere come indice dell’assorbimento de’ piccoli appezzamenti[250]. La varietà de’ prezzi inoltre dovea dipendere anche dalla maggiore o minore lontananza dal centro; così che, quando, nelle epigrafi della tassa sulle vendite, troviamo venduti a prezzi non rilevanti terre in demi lontani, come quello di Anaflysto verso il capo Sunio e di Kydantide (alle falde del Pentelico?)[251], il basso prezzo non depone, per sè solo e in via assoluta, contro l’estensione. È stato rilevato che “il tratto caratteristico di un paese di grande cultura è la tendenza che hanno i proprietari ad aggruppare i loro beni in uno stesso luogo, in modo da costituirne una sola coltivazione: la sorveglianza ne è più facile e le spese di mano d’opera diminuiscono. Per tutto, all’incontro, ove la proprietà è sparsa, si può affermare arditamente che il suolo è frazionatissimo„[252]. Ma, se io non m’inganno, qui si identificano a torto due cose, che hanno azione reciproca è vero, ma che non sempre si escludono: — la piccola cultura e la concentrazione della proprietà. La scarsa produttività del suolo dell’Attica avea resa necessaria, insieme ad alcune speciali forme di cultura intensiva, la piccola cultura. In paesi di maggiore fecondità e di cultura estensiva, anche senza uscire dalla Grecia, la concentrazione della proprietà avveniva più facilmente ed assumeva la forma del latifondo. A Sparta specialmente, dove ogni podere aveva la sua scorta viva, non di schiavi propriamente detti, ma di addetti alla gleba, d’iloti, era evitata anche la ben nota incompatibilità della coltura de’ cereali con la mano d’opera servile[253], e il latifondo quindi si costituiva facilmente e rapidamente, con una semplice aggregazione di parti: tutta la fatica consisteva nell’ereditare, o nell’anticipare il capitale d’acquisto. In Atene, invece, il frazionamento della proprietà, reso indispensabile dal metodo di cultura e favorito per un certo tempo da’ poteri dello Stato, opponeva un ostacolo gravissimo alla formazione del latifondo ed un ostacolo relativo alla concentrazione della proprietà, ma non un ostacolo insuperabile, specie rispetto alla concentrazione. Dove il terreno era adatto alla cultura di cereali, o boscoso, facilmente si costituiva il latifondo, e ce ne porge esempio il caso di Fenippo, il cui fondo, se ne valuti come si vuole l’estensione[254], dava un prodotto di mille medimni di grano, ottocento metreti di vino e dodici dramme al giorno di legna[255]. Non abbiamo nessuna ragione di ritenere che questo fosse un caso isolato; ed anzi, dove concorrevano identità di condizioni, secondo ogni probabilità, dovea nascerne il medesimo effetto. Il rincaro stabile de’ cereali, spinto spesso durante il quarto secolo a prezzi di carestia, sino al punto da superare notevolmente il prezzo del vino, come appare dalla stessa orazione contro Fenippo[256], dovette sviluppare sino al suo estremo limite la cultura de’ cereali e con essa la possibilità di fondi più estesi. Nell’inventario de’ fondi menzionati dagli oratori attici, i poderi di due talenti[257] e due talenti e mezzo[258] sono ad Eleusi e a Thria, appunto nelle zone dell’Attica produttrici di cereali. Non manca nemmeno il classico desiderio di arrotondare il proprio fondo, la _libido agri continuandi:_ Demostene nell’orazione contro Callicle ce ne dà un esempio[259].

Ma, indipendentemente dalla formazione del latifondo, che non potea costituire il tratto generale della proprietà nell’Attica, la concentrazione avveniva con la riunione di appezzamenti separati e distinti in mano di un solo. L’attestazione di casi simili ricorre specialmente negli oratori[260]: a questa stregua vanno fors’anche intesi i venti talenti di possessioni immobiliari del banchiere Pasione[261].

XVIII.

Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di _polverizzazione_ del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente, almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che, non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi, pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri, per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica. Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna, nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.