Il tramonto della schiavitù nel mondo antico
Part 9
La successiva divisione del lavoro, che risolveva e scomponeva in un lavoro semplice e tutto materiale la complicata elaborazione tecnica di un prodotto, non poteva trovar niente che meglio dello schiavo, di questo _strumento animato_, si adattasse come un utensile automatico, a compiere la sua opera monotona ed estenuante. La materialità del lavoro risoluto ne’ suoi più semplici elementi permetteva pure, secondo la diversa specie de’ prodotti, di adoperare schiavi non affatto esperti di un lavoro qualificato, o di educarli, in tempo relativamente breve, ad un certo lavoro meccanico, e quindi di averli più a buon mercato. Così, mentre gli schiavi di Demostene adoperati nella fabbrica d’armi, dove era richiesta maggiore abilità, valevano da cinque a sei mine l’uno[332], gli schiavi fabbricanti di mobili valevano di meno, forse quattro mine l’uno, forse due mine, se si ritiene che essi costituissero un pegno uguale al valore del credito. Inoltre per una manifattura, che rappresentava l’esercizio continuo e ininterrotto di una industria, un personale fisso e invariabile costituiva un vantaggio non trascurabile. Ma noi ignoriamo se, come pur taluno suppone[333], accanto a questo personale fisso, non fosse adoperato, specialmente in vista del temporaneo crescere e contrarsi della produzione, anche un certo numero di lavoratori liberi.
In ogni modo accanto alla manifattura, o contro di essa, esisteva tutta un’altra specie di lavoro, che, per la maggiore esperienza tecnica, per la necessità di uno spostamento continuo, da luogo a luogo, di chi l’esercitava, e per altre consimili ragioni, sosteneva e sviluppava la classe de’ lavoratori liberi.
“Quantunque — soggiunge il Marx[334] — il frazionamento del lavoro tecnico abbassi il costo di produzione e con esso il valore de’ lavoratori, occorre sempre, per il più difficile lavoro di dettaglio, da parte dell’apprendista, un più lungo tempo di noviziato, che viene severamente fatto rispettare da’ lavoratori. Troviamo p. es. in Inghilterra le _laws of apprenticeship_ in pieno vigore, col loro alunnato di sette anni, sino alla fine del periodo della manifattura, e le vediamo eliminate soltanto dalla grande industria„.
Un’altra condizione dell’impiego del lavoro servile è che lo si possa far compiere in poco spazio, così che la sorveglianza sia facile, poco costosa e tale da eccitare negli schiavi il timore, impulso per essi al lavoro, come sono per i liberi il bisogno e la speranza[335]. La manifattura e l’industria estrattiva realizzavano questa condizione; non così altri rami di operosità.
XXIV.
Segno ed effetto di un rivolgimento nelle condizioni della produzione, è anche il concetto, già in parte notato innanzi, della ricchezza e della povertà.
Il commercio ravvivato e divenuto il principale fattore della ricchezza rendeva sempre più ordinario lo spettacolo di fortune rapidamente fatte e rapidamente sperperate, e induceva una graduale eliminazione di scrupoli morali. Ce ne fanno prova le simulazioni, le frodi, gli artifici, onde abbondano le arringhe degli oratori. Ne’ comici ricorre l’osservazione che “l’uomo giusto non diviene ricco„[336]; che “nessuno divenne mai ricco in breve ora, mantenendosi giusto„[337]; ma, del pari, come vero riflesso de’ tempi, torna con insistenza l’altro motivo della intollerabilità della miseria e della onnipotenza della ricchezza. “Fece molti infelici chi per primo trovò pel povero l’arte che lo tiene in vita; era più semplice che morisse chi non può vivere senza dolore„[338]; e, rimpetto a questo lamento sorge l’altro grido: “credi che questa vita è un mercato„; “il danaro rende schiavi i liberi„; “l’oro apre tutto, anche le porte dell’inferno„; “la povertà rende inonorato anche il bennato„[339]. Quella potenza impersonale e onnipresente del danaro, di cui Aristofane avea data già la più efficace e suggestiva rappresentazione, veniva ogni giorno crescendo e divenendo più palese, e sostituiva i rapporti più semplici e rudimentali d’immediata dipendenza, già concretati nella schiavitù. Come dovea più tardi osservare Ateneo[340], la schiavitù, e ciò si può dire specialmente d’Atene, cominciava a rappresentare semplicemente una delle tante forme d’impiego del capitale, e si andava sempre più restringendo a que’ casi, in cui poteva apparire come un impiego utile, assumendo, per giunta, forme molteplici ed ibride, che denotano, in maniera abbastanza perspicua, il degenerare dell’economia servile.
Schiavi dati in pegno[341], schiavi presi a mercede[342] s’incontrano con una relativa frequenza. Ora, l’ho notato altra volta e v’insisto, per quanto si tratti di schiavi, ciò indica un successivo incremento della locazione d’opera, e indica, al tempo stesso, la fine di quella forma di produzione diretta, in cui materia prima, strumenti di produzione, lavoratori appartengono tutti al padrone. Con gli schiavi dati e presi a mercede accenna a finire la produzione fatta direttamente in vista del consumo; si annunzia la scissione del capitale e della mano d’opera, e il servo preso a salario preannunzia e fa supporre il libero salariato.
Appariscono pure i servi divenuti, dirò così, semplicemente tributari (χωρὶς οἰκοῦτες)[343], che non solo non sono più impiegati direttamente dal padrone, ma sono fuori della sua diretta dipendenza, fuori della sua vista, che abitano a parte e compendiano il loro rapporto col padrone nel pagamento di una parte de’ loro guadagni. Essi lavoravano, esercitavano il loro mestiere, commerciavano sopra tutto, spiegando tutta la loro attività e apparecchiandosi i mezzi per comprare dal padrone il loro affrancamento[344]. Il salariato veniva così ad essere il terreno comune, in cui si ritrovavano e si confondevano schiavi e proletari, e si veniva quindi rilevando il concetto dello schiavo. Già dal secolo quinto, del resto, con una punta di sottile ironia, l’autore dello _Stato degli Ateniesi_ pseudo-senofonteo, notava che se una legge avesse permesso di battere lo schiavo, o il metèco, o il liberto, spesso sarebbe accaduto di battere un Ateniese, “giacchè il popolo non veste punto meglio degli schiavi e de’ metèci, nè, all’aspetto, è loro superiore„[345].
XXV.
La potenza del denaro, che entrava come una irresistibile livellatrice, cancellando ogni altra distinzione, si ripercoteva anch’essa, sulla posizione e sulla considerazione degli schiavi.
Riesciva loro non di rado di divenir ricchi, e “dove gli schiavi son ricchi — soggiungeva l’autore dello _Stato degli Ateniesi_[346] — non conviene che il mio schiavo ti tema„.
Uomini di fiducia de’ banchieri, coadiutori de’ maggiori commercianti, finivano talvolta per divenirne i soci, i successori, gli eredi, con lo sposarne, in seconde nozze, le mogli[347]. Anche, quando ciò non accadeva, godevano della potenza riflessa del loro padrone, temuti, adulati, corteggiati da tanti di que’ liberi, che, attraverso il cuore o il favore del servo, voleano giungere a quello del padrone.
Gli schiavi pubblici, godenti di maggiore libertà e di maggiori prerogative[348], chiamati spesso a mettere le mani sul cittadino libero, come esecutori della legge, rinnegavano ogni giorno, con l’atto pratico, l’abisso, che, teoricamente, dovea separare il libero dallo schiavo. Schiavi pubblici ateniesi, che sapevano di lettere, erano messi al fianco di cassieri e generali, per servire un giorno di controllo e di mezzo di accusa contro di loro[349]; e si può immaginare quale autorità e quale reale potere, a dispetto del loro stato inferiore, dovessero riescire ad acquistare.
Con queste nuove condizioni create a’ servi dalla forza stessa delle cose e dall’azione spesso inconsapevole degli uomini, che doveano cedere ad essa; non è a meravigliare, se si veniva modificando, a grado a grado, al tempo stesso, la loro posizione giuridica e morale.
L’_Economico_ di Senofonte rileva già, da un punto di vista schiettamente utilitario, tutto l’interesse, che debbono avere i padroni a trattar bene i servi[350]. A ciò doveano incitare specialmente i casi non lontani della guerra di Decelea.
Che una vera rivolta di schiavi avesse avuto luogo al principio o alla fine del quinto secolo, non solo non è accertato, ma sembra si debba escludere almeno pel tempo più antico[351]. In ogni modo, non potea mancare negli schiavi quell’attitudine passivamente ostile, di cui vi è l’eco in qualche autore, e che, in condizioni più adatte, a Chio, nel secolo seguente e, poi, nell’Attica stessa[352], per ripercussione di altri paesi, dovea prorompere in aperta ribellione. Questi sintomi non poteano fare a meno d’inspirare qualche preoccupazione.
La condizione degli schiavi si veniva dunque migliorando, e al loro miglioramento doveva contribuire non poco il restringersi del loro numero. Non a torto queste migliori condizioni degli schiavi sono state già da lungo tempo invocate come un argomento, se non come una prova, del numero limitato degli schiavi dell’Attica.
L’uccisione del servo e perfino il suo maltrattamento era soggetto a pena[353]; e questa tutela dello schiavo, che un secolo prima avea ricevuto un’interpretazione affatto pedestre, riflettendosi nella coscienza civile del quarto secolo, riappariva sotto la forma di un elevato sentimento etico, di un’alta ragione sociale. “Se rifletterete su ciò, o Ateniesi — diceva Eschine[354] — troverete che questa è una delle cose migliori; giacchè il legislatore non si dette pensiero degli schiavi; ma, volendo che vi avvezzaste ad astenervi dal fare ingiurie a’ liberi, v’impose di non recare ingiuria nemmeno a’ servi. Egli credette che, chi in una democrazia fa ingiuria a chi che sia, non è adatto a convivere politicamente con gli altri„. E l’orazione contro Midia[355] ripete presso a poco, con parole non dissimili, lo stesso concetto.
È vero che la mancanza di una personalità giuridica nello schiavo rendeva il più delle volte teorica, anzi che pratica, questa sua tutela, specialmente verso il padrone[356]; ma a qualche cosa, come un ritegno, pur potea servire. Più praticamente efficace forse era l’espediente del rifugiarsi in luoghi sacri, specialmente nel tempio di Teseo. Fuori di Atene, ad Andania[357], per esempio, si era, appresso, attenuato questo, che per i padroni era un inconveniente, introducendo limitazioni forse maggiori e abilitando il sacerdote alla restituzione; ma in Atene lo schiavo acquistava il diritto, dopo constatati i maltrattamenti, a farsi rivendere ad altri, il che, in molti casi, era una via alla manomissione[358].
Il sostrato morale della schiavitù era già venuto meno. Quella vicenda continua di guerre che faceva, a vicenda, schiavi i liberi e liberi gli schiavi; l’introduzione ora legale[359], ora clandestina di schiavi manomessi tra i cittadini; quella alterna depressione ed elevazione di liberi e di schiavi sotto l’azione della ricchezza e della miseria; l’allargarsi degli orizzonti morali e intellettuali de’ Greci, che cominciava a renderli un po’ meno sprezzanti verso lo straniero[360]; le relazioni internazionali più frequenti, nell’intrecciarsi de’ rapporti politici e commerciali; erano tutte cose che preparavano a concepire l’_uomo_ attraverso i mutevoli rapporti politici e sociali e, prima anche che a concepirlo, a _sentirlo_.
Ben potevano i filosofi, nell’intento di dare un fondamento etico e necessario all’esistente ordinamento economico o politico, giustificare, con un sottile sofisma, la schiavitù, o cercare di sorreggerla, escludendone gli uomini di stirpe ellenica. Pure non mancavano filosofi che negassero il fondamento naturale della schiavitù[361]; mentre, d’altra parte, qualche sofista, per la sua maniera di concepire il diritto naturale, arditamente vedeva nel rapporto de’ padroni e servi un puro stato di fatto, che la violenza avea creato e di cui un’altra violenza avrebbe potuto invertire le parti[362]. E nella vita di ogni giorno, perfino negl’incanti[363], lo schiavo ricompariva col suo appellativo di _uomo_; e la commedia, facendosi specchio della vita popolare ed eco della sua coscienza, tale lo ribattezzava sulla scena. Che momento dovette esser quello, in cui sulla scena di Atene risonarono que’ noti versi di Filemone: “Se anche alcuno sia servo, non è, o padrone, meno uomo di quel che tu sia„[364]; e: “Se qualcuno è schiavo, è pur fatto della stessa carne; nessuno mai fu schiavo per natura; è la sorte che ne asservì il corpo„[365]. E nel teatro probabilmente v’erano degli schiavi!
XXVI.
Per un bisogno materiale, insieme, e morale si attenuavano certe asprezze della schiavitù, senza pur riuscire ad eliminarle; perchè la fustigazione[366], la tortura nelle inquisizioni giudiziali[367], rimanevano, ora e poi, una consuetudine ed una legge. Ma le mitigazioni non giovavano a sorreggere l’istituzione: cominciava ad accadere quello, che acutamente è stato detto di un periodo successivo della schiavitù e che può ripetersi di tutte le instituzioni, le quali vanno perdendo la loro ragione economica e sociale: “più si cercava di migliorarla e meno diveniva vitale„[368].
Col venir meno della facoltà di usare ed abusare, col restringersi del potere illimitato del padrone, veniva meno uno de’ motivi, che, data la scelta, potevano fare anteporre la schiavitù al salariato.
E, in realtà, il lavoro libero era destinato sempre più ad aver ragione del lavoro servile, per l’effetto continuo e più di condizioni antecedenti e pel maturare di nuove condizioni.
La divisione del lavoro sociale, che avea addossato a’ servi il compito della produzione materiale per affidare a’ liberi quello della guerra, si era venuta via via adombrando e sfumando col restringersi dell’obbligo regolare della milizia alle classi possidenti, e poi con l’introduzione e lo sviluppo delle milizie mercenarie. Il proletario, chiamato in via straordinaria e in emergenze eccezionali ad una guerra sopratutto difensiva[369], potea attendere ad un lavoro continuo forse meglio degli schiavi, che, insieme a’ meteci, venivano sopperendo a’ bisogni della flotta[370]; e le milizie mercenarie scaricavano il proletariato della parte più instabile, più amante di avventure e meno adatta all’esercizio di un mestiere.
Al tempo stesso la schiavitù si veniva, ogni giorno più, rendendo e mostrando meno utile e, come su di un corpo esaurito fioriscono a gara i malanni, venivano germogliando dal suo stesso seno i caratteri esteriori e i sintomi allarmanti del dissesto interno che la travagliava.
La mancanza o l’incertezza, sia reale sia supposta, di dati incontrastabili sul prezzo reale degli schiavi, di cui conosciamo il rendimento giornaliero[371], non ci permette di fissare, con sicurezza di criteri, il tasso medio, o almeno massimo e minimo, del profitto dato dagli schiavi, che così viene calcolato da diversi autori diversamente[372]. Ove, mettendo da parte le interpretazioni e le considerazioni correttrici del Böckh[373], se ne adotti semplicemente il calcolo materiale, si trova come il profitto degli schiavi, che, al tempo della guerra del Peloponneso, era del 47-11/37 % sugli schiavi impiegati nelle miniere, era invece del 15-15/19 e del 30%, al tempo di Demostene, su gli schiavi adibiti nella fabbrica di armi e in quella de’ mobili.
Considerando la cosa da un altro punto di vista, si ha che gli schiavi minatori di Nicia rendevano un obolo al giorno, e, almeno pel tempo della locazione, il padrone era garantito contro la loro mortalità e, in genere, contro la loro decrescenza[374]. Alla distanza di un secolo quasi, gli schiavi di Timarco, lavoratori di cuoio e perciò addetti ad un lavoro qualificato, rendevano due oboli al giorno, che, per lo scemato valore d’acquisto della moneta valevano meno, o al più altrettanto, dell’obolo del secolo precedente; e, per giunta, il rischio della loro perdita era continuo ed a carico del padrone.
Ancora: la tendenza ad un tasso unico del profitto avrebbe, in ultimo, fatto sì che il profitto dato dagli schiavi venisse a mettersi al livello de’ profitti dati da altri investimenti, col volgersi de’ capitali a quel ramo di speculazione. Ma, tenendoci anche, in forma assoluta, al tasso di profitto forse esagerato, che attestano i dati di Demostene, si ha che gli schiavi non davano un profitto superiore a quello di altre imprese commerciali, le quali apparentemente più rischiose, non presentavano, in fondo, maggior pericolo dell’investimento fatto in un capitale di schiavi. La mortalità degli schiavi, che, come ci mostrano i recenti esempi delle colonie, si è mantenuta sempre in proporzioni elevate, sino a raggiungere e sorpassare la proporzione del 5%, sino a ridurre la vita media dello schiavo a sedici anni e meno ancora; non ha potuto a meno di essere elevata anche nell’antichità; e il profitto elevato dello schiavo, anche nel migliore de’ casi, era assorbito o reso insufficiente dalla notevole rata di ammortamento.
La mortalità, del resto, non rappresentava che il rischio ordinario; ma, accanto a quello, ve n’erano tanti altri straordinari, che pareggiavano e superavano l’ordinario.
L’ambito ristretto degli Stati greci e le guerre frequenti con gli Stati più vicini esponevano ad una continua perdita degli schiavi, sia per le incursioni de’ nemici, che si ritiravano traendosi dietro un bottino di liberi e di servi (ἀνδράποδα)[375], sia per le fughe agevoli de’ servi, attratti spesso da’ nemici con la lusinga e talvolta col dono della libertà. Queste fughe, che preoccupavano tanto, da costituire motivi di doglianza tra gli Stati e oggetto di speciali clausole ne’ trattati[376], inceppavano l’utile impiego degli schiavi ed aumentavano le spese, già notevoli, di vigilanza e custodia. Eppure, tutto ciò non bastava. La cosa era venuta a tale, che, nel periodo macedonico, potè sorgere una forma di contratto di assicurazione; ma ciò importava un’altra annua spesa di otto dramme[377].
Il complicarsi e l’intrecciarsi degl’interessi, che esigevano tutela, portavano un assetto giuridico sempre più distinto, sviluppavano la responsabilità de’ padroni per alcuni fatti de’ loro schiavi[378]; e, anche sotto questo rapporto, la cosa non era senza danno per i padroni. In tempo più avanzato, ma in paesi di rapporti economici meno sviluppati, lo schiavo, di solito, per le sue colpe è soggetto alla fustigazione; ma pel furto si aggiunge che debba pagare il doppio del valore rubato e una multa di venti dramme, con obbligo al padrone, sotto la propria responsabilità, di consegnare lo schiavo al danneggiato, in caso di mancato pagamento[379].
XXVII.
Un altro elemento sfavorevole alla schiavitù erano le condizioni del mercato de’ cereali. Si parla spesso di un prezzo medio de’ vari cereali nell’antichità.
Ora, innanzi tutto, noi non abbiamo una quantità tale di dati da poter stabilire un prezzo _medio_ de’ cereali, quando fosse possibile determinarne uno. Poi, se diamo appena uno sguardo a’ prezzi contemporanei de’ cereali, vediamo che, anche oggi, vi è una notevole e permanente oscillazione da mese a mese, da anno ad anno, da mercato a mercato[380]. Eppure lo straordinario progresso ne’ mezzi di trasporto, la possibilità di colture più regolari e meno perturbate da cause violente, la formazione del mercato mondiale son fatti per favorire una maggiore stabilità, una maggiore analogia di prezzi. La mancanza di tutte queste condizioni nel mondo antico faceva sì che in ogni paese, e specialmente in quelli che vivevano d’importazione, le oscillazioni costituissero la regola; e, da mese a mese, da anno ad anno[381], un’incursione di nemici, un cattivo ricolto, un’incetta, qualche naufragio, un approdo impedito erano tutte ragioni per provocare un aumento di prezzi; e, quanto parecchi di questi eventi sieno frequenti sempre ed erano frequenti nell’antichità, non occorre rilevare.
Così, i pochi dati che abbiamo, ci possono servire per determinare non i prezzi _medî_ ed _ordinarî_, ma i prezzi minimi del periodo, a cui si riferiscono, quando pure, come accade, non si tratti di prezzi minimi artificialmente determinati con vendite fatte da privati e dallo Stato, a scopo di sollievo della popolazione.
Questi prezzi minimi della fine del secolo quarto ci dànno, in Atene, per l’orzo un prezzo di tre dramme al medimmo; per il frumento di cinque e sei dramme[382]; e a Delo, nel secolo successivo (282 a. C.) un prezzo pel frumento di quattro dramme e tre oboli[383].
Tali prezzi rappresentano già un rincaro rispetto a’ prezzi minimi di periodi più antichi e dello stesso principio del quarto secolo[384]; e s’intende. I maggiori sbocchi trovati da’ paesi esportatori; forse la loro produzione, se non regolarmente decrescente per graduale esaurimento, almeno saltuariamente meno abbondante; finalmente la loro popolazione crescente, portavano, come conseguenza, un aumento di prezzo. Tutto ciò a prescindere dal diminuito potere di acquisto della moneta, delle cause accidentali e del fatto che Atene non potea più, come in altri periodi, assicurarsi la continuità e la prevalenza del rifornimento.
Ma le fonti stesse, che ci parlano di questi prezzi, ci dicono, o ci fanno intendere che erano prezzi di favore; e, inoltre, ci parlano, a poca distanza di tempo, di rincari notevoli, che a Delo aveano portato il medimmo di frumento sino a dieci dramme e in Atene il medimmo di frumento e di orzo sino a sedici e diciotto dramme[385]. E l’altezza de’ prezzi doveva essere una cosa quasi solita, se ci vien detto che i proprietari di terre faceano ottimi affari e divenivano ricchi[386].
Di tratto in tratto, documenti, che si estendono sino al secolo terzo, accennano a doni e ad importazioni di cereali[387] e ci fanno concepire, indirettamente, la penuria sentita in Atene. Una epigrafe della fine del terzo secolo[388] parla della campagna rimasta deserta ed inseminata per causa di guerra, e della beneficenza di Euriclide Cefisio, che ne avea resa possibile la seminagione.
Alle cagioni di ordine generale si aggiungevano anche gli inconvenienti delle incette. Anche assai prima che Cleomene[389] organizzasse le sue grandiose incette, quasi un tentativo di monopolizzare la vendita de’ cereali, non erano mancate incette di proporzioni minori e speculazioni sul prezzo de’ grani: vi accennano varî autori[390], e ricorrono allusioni evidenti nelle orazioni di Demostene. Ma già Lisia, nella sua viva e serrata orazione contro i commercianti di grano, ci avea dato un concetto adeguato delle arti di questi monopolizzatori de’ cereali e della inanità delle disposizioni prese contro di loro. “Il loro vantaggio — diceva l’oratore — è il danno altrui. Allora guadagnano più, quando, essendo annunziata qualche disgrazia per la città, vendono cari i generi. Così vedono di buon animo le nostre disavventure, cercano di saperle prima degli altri, e vanno dicendo, o che le navi son perite nel Ponto, o che sono state prese, durante la rotta, da’ Lacedemoni, o che gli emporî son chiusi, o che i trattati stanno per rompersi; e vengono a tal punto, da insidiarci in quelle stesse congiunture in cui c’insidiano i nemici„.
Non occorre insistere molto per mostrare, come, in tale stato di cose, il sostentamento degli schiavi rappresentava una spesa reale sempre maggiore, ed era, di più, un argomento di continua preoccupazione, nell’incertezza de’ rincari, ricorrenti con maggiore intensità e maggior frequenza.