Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 8
Il mastro ed il coraggioso ragazzo, inginocchiati dietro il cavallo, coi fucili puntati, decisi a tutto, aspettavano col dito sul grilletto.
Una testa finalmente apparve a pochi passi e una voce a loro ben nota disse rapidamente:
— Coprite la testa del vostro cavallo.
— Ramon! — esclamarono i due marinai.
— In persona, — rispose il _gaucho_.
— S’avvicinano gl’Indiani? — chiese Cardozo.
— Quali?
— Quelli che abbiamo veduto, — disse Diego.
— Ma dove?
— Oh! — esclamò il lupo di mare al colmo della sorpresa. — Non gli avete veduti passare a tre chilometri da qui?
Il _gaucho_ si mise a ridere.
— Non vi comprendo, — disse il mastro.
— Ma, amico mio, sono cavalli quelli che avete veduto.
— Senza cavalieri?
— Cavalli selvaggi e nulla più.
— E perchè vi siete nascosti?
— Per sorprenderli. Si dirigono a questa volta, e fra breve io e Pedro daremo a loro la caccia.
— Sono molti? — chiese Cardozo.
— Una trentina.
— E perchè volete che copra la testa del nostro cavallo?
— Perchè, se sente i compagni avvicinarsi, comincerà a nitrire e gli altri scapperanno.
— Forse che s’intendono fra loro?
— Pare di sì. Eccoli che arrivano ai galoppo: li udite?
In lontananza si udiva infatti un sordo galoppare accompagnato da sonori nitriti. Il _gaucho_ prese una coperta e avvolse lestamente la testa al cavallo.
— E vostro fratello dov’è? — chiese il mastro.
— Laggiù: pronto a saltare in sella appena la _tropilla_[11] sarà qui.
— E siete sicuro di prenderne un paio?
— Abbiamo l’occhio infallibile e il braccio abile, — disse il _gaucho_ con orgoglio. — Mai un cavallo sfugge all’infallibile lazo dei cavalieri delle _pampas_. Eccoli che arrivano: guardateli.
Aprì lentamente i cactus che si estendevano sulla sua destra, fiancheggiando un largo tratto coperto di erba assai bassa, e mostrò la truppa, che si dirigeva verso di loro caracollando disordinatamente.
Erano circa trenta cavalli fra maschi, femmine e poledri, alti, robusti, dal mantello bajo cupo, la criniera folta, gli occhi grandi e vivi. Non erano veramente belli; ma s’indovinava in quelle gambe secche e nervose e in quei fianchi stretti una resistenza insuperabile, unita ad una sobrietà a tutta prova. Erano, come tutti gli altri cavalli che popolano l’estremità dell’America del Sud, spingendosi fino allo stretto di Magellano, i discendenti di quei settantacinque cavalli spagnuoli sbarcati a Rio della Plata nel 1507. È noto che essi si propagarono così rapidamente in quelle immense e grasse praterie che dopo soli quarantatre anni ne furono presi proprio all’estremità meridionale del continente, di fronte alla Terra del fuoco.
Anche oggidì, malgrado l’enorme consumo che ne fanno gl’Indiani, che vivono quasi esclusivamente di carne di cavallo, sono numerosissimi e si vedono scorrazzare in grandi bande le ubertose praterie, sfuggendo il contatto dell’uomo, ch’è diventato il loro peggiore nemico.
La _tropilla_ segnalata dal _gaucho_ in breve giunse a soli quattrocento passi dalle macchie di cactus, dove si arrestò, mettendosi a pascolare senza diffidenza.
— Non muovetevi e state zitti, — disse Ramon ai due marinai. — Se i cavalli si accorgono della nostra presenza, partiranno di gran carriera e non potremo più raggiungerli.
Si avvicinò al suo cavallo e dal disotto della coperta levò una correggia di pelle intrecciata, lunga una decina di metri, terminante in un nodo scorsojo, passato in un largo anello di ferro. Era un _lazo_, terribile arma nelle mani di quei figli delle _pampas_, di cui si servono sia per imprigionare cavalli e buoi, sia per strangolare i loro avversari.
Si assicurò che un’estremità fosse saldamente legata al pomo della sella, poi arrotolò la correggia in grandi cerchi, tenendola nella mano sinistra, e attese a fianco del cavallo.
La _tropilla_ si avvicinava sempre fiancheggiata dai poledri, i quali caracollavano in tutti i sensi, inseguendosi e rotolandosi fra le erbe.
Ad un tratto i maschi, che camminavano in prima fila, si arrestarono, alzarono la testa come per fiutare l’aria e si misero a nitrire vigorosamente.
La _tropilla_ interruppe bruscamente il pasto e si strinse attorno ai maschi, dando segni di una forte inquietudine. Un momento di ritardo e tutto era perduto.
Ramon in un momento fece saltare in piedi il cavallo, gli balzò in groppa e lo spinse addosso alla _tropilla_, mandando alte grida. Quasi subito, a cinquanta passi, si vide sorgere Pedro, il quale si slanciò al largo, onde chiudere il passo ai fuggitivi.
La _tropilla_ sorpresa, spaventata, stette un momento ferma, poi fece un rapido voltafaccia e si slanciò a tutta carriera attraverso la prateria coi crini al vento, gli occhi in fiamme, le femmine e i poledri in testa, i maschi dietro, come se avessero voluto proteggere la ritirata. Parea che passasse un uragano sulla prateria: le erbe, i cespugli, i grandi cactus piegavansi e cadevano spezzati o contorti sotto le zampe di quei cavalli spaventati e il suolo tremava.
I due _gauchos_, spronando furiosamente le loro cavalcature, in pochi istanti raggiunsero la fuggente truppa, obbligandola a fare un secondo voltafaccia e a dividersi, poi levarono i _lazos_ facendoli girare rapidamente attorno alla loro testa, procurando colle dita della mano destra di tenerli aperti.
Le due solide corregge caddero fischiando in mezzo alla _tropilla_, che si sbandò da tutte le parti, fuggendo in diverse direzioni. Due cavalli, i più belli e vigorosi, s’impennarono bruscamente gettando nitriti di furore, poi caddero a terra agitando pazzamente le zampe.
Erano ormai prigionieri. Gli infallibili lacci dei _gauchos_ erano caduti sul loro collo e li stringevano in maniera da strangolarli.
— Bravi! — esclamò Cardozo, battendo le mani.
— Sono valenti, — disse il mastro, stropicciandosi allegramente le sue.
— Si arrenderanno i due prigionieri?
— Opporranno una fiera resistenza, ma finiranno col cedere. Ai _gauchos_ nessun cavallo, per quanto sia selvaggio e forte, resiste.
Ramon e Pedro erano intanto saltati a terra portando con loro un altro laccio. Avvicinatisi ai due cavalli selvaggi, che continuavano a dibattersi disperatamente tentando di spezzare la correggia che li soffocava, cominciarono a imprigionare abilmente le zampe anteriori e le posteriori, finchè li ebbero ridotti all’impotenza.
La _tropilla_ in quel frattempo aveva galoppato attorno ai due prigionieri, come se avesse voluto portare a loro ajuto; ma appena vedutili legati, si allontanò ventre a terra e pochi minuti dopo spariva verso il nord.
XIII.
Gli scorpioni velenosi delle «Pampas».
I _gauchos_ non si erano ingannati nella scelta. I due prigionieri erano magnifici corridori, alti di statura, di mantello baio, come lo hanno generalmente i cavalli delle _pampas_, dai garretti solidi, la testa leggera, il petto assai sviluppato e il ventre stretto assai che dinotava una sobrietà a tutta prova.
Parevano avviliti di sentirsi, essi che da quando erano nati scorrazzavano liberamente per le immense praterie, stretti da quei lacci e gettavano sugli uomini che li circondavano cupi sguardi. Un tremito generale agitava le loro membra e dalla bocca scendeva abbondante la schiuma, che di quando in quando si tingeva di rosso, come se fosse mescolata a sangue.
— Sono stupendi, — disse Cardozo, che li esaminava con viva attenzione. — Devono filare come il vento.
— Sfidano qualunque cavallo, — disse Ramon, che si era seduto a fianco dei prigionieri, tenendo in mano i _lazos_. — Possono percorrere trenta leghe al giorno senza affaticarsi.
— Sono di razza spagnuola?
— Andalusa pura, che in queste immense praterie si è assai migliorata.
— E ve ne sono molti in questa regione?
— A migliaja, e continuano a crescere malgrado l’enorme consumo che ne fanno le tribù indiane e specialmente i Tehulls, o Patagoni, se così meglio volete chiamarli.
— Ma come li consumano?
— Mangiandoli.
— Ah! i ghiottoni!
— Se i cavalli non abbondassero, la razza indiana a quest’ora si sarebbe spenta, poichè la selvaggina non sarebbe stata sufficiente a nutrirli tutti.
— Ma pure non sono molti secoli che gli Spagnuoli hanno introdotto i cavalli. Cosa mangiavano adunque prima?
— Si dice che mangiassero degli altri cavalli di una razza differente. Infatti si sono trovate moltissime ossa somiglianti a quelle dei nostri.
— E come si chiamavano quegli animali?
— Gli scienziati hanno dato loro il nome di _equus cervideus_.
— E sono scomparsi ora?
— Pare di sì, poichè non se ne sono più trovati di vivi, e si dice che siano scomparsi subito dopo la venuta dei cavalli spagnuoli.
— Ecco una cosa che nessuno mai è riuscito a spiegare. Forse le due razze non andavano troppo d’accordo, e la più debole è stata distrutta dalla più forte, — disse Diego.
— Nella vostra provincia si allevano i cavalli? — chiese Cardozo.
— In grandissima quantità, e si uccidono per ricavarne le pelli ed il grasso, cose che in commercio hanno un notevole valore.
— Ditemi, señor Ramon: sono difficili a domarsi i cavalli selvaggi?
— Bisogna essere _gauchos_ per riuscire, — disse Ramon. — Nessun altro sarebbe capace di farlo. Volete provarvi?
— Rinuncio volentieri.
— Allora a noi due, Pedro: daremo la prima lezione a questi selvaggi.
— Basterà una? — chiese Cardozo.
— Occorrono quattro e talvolta cinque prove prima che il cavallo selvaggio diventi un _caballo rodomon_, ossia domato.
Ramon e suo fratello si avvicinarono al più robusto dei due animali, gli legarono le gambe anteriori con una _manca_, che è una larga fascia di cuojo, poi sedutisi sul di lui collo, lo costrinsero ad aprire la bocca, cacciandogli dentro a forza un pezzo di cuojo — primo morso — legato a solide briglie. Ciò fatto, lo liberarono dai lacci.
Il cavallo, sentendosi un po’ libero, balzò agilmente in piedi gettando un sonoro nitrito, e cercò di slanciarsi attraverso la prateria, ma il _gaucho_ Pedro, afferratolo per le nari, lo costrinse a frenarsi.
— Affrettati, fratello, — disse. — Questo cavallo ha il fuoco nelle vene.
Ramon in pochi istanti levò la sella al proprio cavallo e si accinse a bardare il mustano selvaggio. Dapprima gli gettò sul dorso due grosse _gergas_, specie di coperte di lana, piegate in quattro, poi un largo pezzo di cuojo ricamato e battuto a martello, detto _carona de vaca_, indi la _recado_, sella di grandi dimensioni pesante circa venticinque chilogrammi, coperta di pelle e adorna di chiodi d’argento, che si assicura al ventre del cavallo con una larga fascia di cuojo, chiamata _cincha_. Vi sovrappose quindi una pelle di pecora dipinta a vivi colori, poi il _sobre puesto_, che è un largo pezzo di pelle conciata e frastagliata, e finalmente la _sobre cincha_, che lega completamente la sella.
Ciò fatto, Ramon si levò gli stivali, tenendo però i grandi sproni, gettò il cappello stringendosi il capo con un fazzoletto variopinto, si sbarazzò del _poncho_ e balzò in sella senza toccare le staffe.
— Lascia andare, — gridò, raccogliendo le briglie.
Pedro con un sol colpo liberò il cavallo dalla _manca_ che gl’imprigionava le gambe posteriori, e lo lasciò andare.
Il destriero parve dapprima sorpreso di sentirsi libero e di aver sul dorso quel peso, che non aveva mai provato; poi si slanciò innanzi cogli occhi injettati di sangue, il capo basso, spruzzando a destra e a sinistra le erbe di schiuma.
Percorse cinquecento metri in linea retta colla velocità di una freccia, poi fece un brusco voltafaccia e si precipitò in mezzo ad una piantagione di cardi che percorse in tutti i versi, distruggendola quasi completamente. Uscito di là e sentendosi ancora il cavaliere indosso, sembrò che tutto d’un tratto impazzisse.
Si precipitava innanzi come se non vedesse più nulla, poi s’inalberava rizzandosi quanto era lungo sulle zampe posteriori, sferrava calci per ogni dove, girava su se stesso come se fosse côlto da un capogiro, scartava a destra e a sinistra, ripartiva come un uragano falciando le erbe coi solidi zoccoli, poi tornava a inalberarsi tentando colla testa di urtare e di mordere il cavaliere, riprendeva la disordinata corsa gettando nitriti soffocati, abbassandosi or dinanzi e or di dietro, inarcando bruscamente la potente groppa per sbalzare il domatore, poi si gettava per terra o si rialzava, e tornava rotolarsi fra le erbe.
Ma l’uomo teneva duro. Colle ginocchia nervosamente strette ai fianchi del selvaggio destriero, le briglie raccolte, gli occhi in fiamme, pronto a lasciare le staffe per non farsi schiacciare o stritolare le coscie, non lo abbandonava. Pareva che fosse inchiodato alla sella: più ancora: pareva che formasse un corpo solo col cavallo.
Non vi era nulla che potesse toglierlo di là; nè i bruschi salti, nè le scosse più violente, nè le cadute, nè i cosidetti salti di montone, ai quali ben pochi cavalieri possono resistere. E stringeva sempre più i fianchi dell’animale togliendogli il respiro, e agli scarti rispondeva con strappate che scuotevano i denti, e ai balzi con furiose speronate che facevano scaturire rivoletti di sangue.
Cardozo e il mastro contemplavano con viva ammirazione quella lotta fra l’essere selvaggio dotato di una forza brutale e l’essere incivilito, e applaudivano entusiasticamente il valente cavaliere. Perfino il silenzioso Pedro, quantunque lui stesso abilissimo cavaliere, che aveva domato chi sa quante centinaja di cavalli, era trasfigurato e seguiva con sguardi ardenti quella strana lotta.
L’uomo doveva finalmente vincere. Il cavallo, sfinito, lordo di sangue e di schiuma sanguigna, dopo aver tentato tutti i mezzi per liberarsi dal cavaliere che gl’imponeva a colpi di sperone la propria supremazia, dopo aver percorso come un pazzo il campo di _cactus_ coprendosi di ferite, di essersi gettato a terra una dozzina di volte, di aver tentato di spezzare le briglie con furiosi colpi di testa, cominciò ad ubbidire, mettendosi a galoppare meno disordinatamente, piegando ora a destra, ora a sinistra, secondo lo desiderava il _gaucho_. Dopo una mezz’ora trottava come un cavallo perfettamente domato e ubbidiva quasi a perfezione. Ramon, soddisfatto, lo spinse verso i compagni e, balzato agilmente a terra, lo fece cadere, legandogli le gambe colla _manca_.
— Bravo! — esclamò il mastro, stringendogli energicamente la destra. — Siete, e ve lo dice un uomo che ha percorso il mondo in lungo e in largo, il più ardito e valente cavaliere che io abbia veduto fino ad oggi.
— Tutti i _gauchos_ sono come me, — rispose Ramon. — Ora a te, Pedro.
Il taciturno _gaucho_ liberò il secondo cavallo, lo sellò, poi balzò in arcione. La lotta non fu meno ostinata dell’altra, ma anche questa volta l’uomo trionfò completamente e ricondusse il selvaggio figlio del deserto quasi ammaestrato all’accampamento.
— Per domani tutti e due saranno pronti a marciare, — disse Ramon. — Un’altra prova, e poi basta.
— La farete subito? — chiese Cardozo.
— Prima di sera. Intanto voi dovreste battere i dintorni onde cercare il pranzo.
— Infatti mi scordavo che la nostra dispensa è perfettamente sprovveduta e che gli albergatori si tengono lontani da questi luoghi. Ehi! marinajo, prendi il fucile e facciamo una passeggiata.
— Ben volentieri, figlio mio. Sento qui dentro qualche cosa che mi tanaglia lo stomaco. Deve essere fame bella e buona.
— Andiamo dunque a cercare una dozzina di costolette.
— O almeno un buon arrosto d’uccelli.
Mentre i _gauchos_, stanchi della lotta sostenuta contro i due cavalli selvaggi, si sdrajavano sui loro _ponchos_, i due marinai si gettarono in ispalla i fucili e si allontanarono verso il sud, dove si vedevano dei fitti cespugli.
Disgraziatamente pareva che quella porzione di _pampa_ non fosse frequentata dagli animali, poichè, per quanto girassero gli occhi, i due marinai non scorgevano nè guanachi, nè struzzi, nè coguari, nè giaguari, e pochissimi uccelli i quali per di più non meritavano un colpo di fucile, essendo quasi tutti mangiatori di carogne.
Frugando però in mezzo ai cespugli, Cardozo riuscì finalmente a scoprire un nido di struzzi, fornito di ben sessanta uova, grosse tre volte di più di quelle dei tacchini, disposte con un certo ordine e coperte di fili d’erba.
— La frittata è assicurata, — esclamò egli, balzando in mezzo al cespuglio.
— E che frittata — esclamò il mastro, che se ne intendeva. — Purchè le uova non contengano già i piccini.
— Sarà più appetitosa, Diego. _Carrai!_ Saresti uno schizzinoso?
— Io?... Mi vedrai quando porremo la frittata al fuoco. Ma ora che ci penso, se questo è il nido, possiamo trovare anche i proprietari. Per Bacco! Se potessimo regalarci un bell’arrosto di _nandù_?
— Cosa sarebbe questo _nandù_?
— Gli struzzi si chiamano con questo nome, anzi gl’Indiani li chiamano _nandù guazu_, il che vuol dire grosso ragno.
— Forse che somigliano ai ragni?
— Quando camminano fanno un certo movimento colle loro monche ali, che ricorda curiosamente i movimenti oscillanti dei ragni, quando percorrono le loro tele aeree.
— La carne...
— È delicatissima, figliuol mio.
— Allora ci sdrajeremo qui e attenderemo.
— Sì, ma prima confortiamoci lo stomaco, — disse il mastro, levando un uovo e guardandolo attraverso un raggio di sole. — Devono essere stati covati da pochi giorni.
— E i nostri bravi _gauchos_?
— Bah! sono uomini abituati a lunghi digiuni. Del resto prenderanno la rivincita sulla frittata.
Il ghiottone ruppe delicatamente l’uovo e lo vuotò.
— Eccellente, ragazzo mio, disse. — Sa un po’ di selvatico; ma noi siamo gente che non bada a simili inezie.
Stavano per romperne un altro, quando sopra il loro capo passò una numerosissima banda di uccelli dalle gambe lunghe.
— Ah! i _batitu_![12] — esclamò.
— Cosa sono? — chiese Cardozo.
— Come vedi, sono uccelli.
— Eccellenti?
— Non dico di no. Se ci fossero qui gli Argentini, si divertirebbero.
— E perchè mai?
— Vanno pazzi per cacciare i _batitu_.
— Forse perchè sono difficili a uccidersi?
— Tutt’altro, ma perchè si cacciano in carrozza.
— Oh! questa è curiosa!
— È come te la dico. Quando nella _pampa_ argentina i _batitu_ calano, i gran signori argentini salgono in carrozza bene armati e si slanciano attraverso la prateria, facendo fuoco sugli uccelli, i quali non si danno la briga di fuggir lontano. Ho assistito più volte a simili cacce. Che corse indiavolate, ragazzo mio! I cavalli, frustati a sangue, vanno come il vento, la carrozza trabalza orribilmente, gli spari si succedono agli spari, e gli uccelli cadono a centinaja. Se poi...
— Pst!
— Cosa vedi?
— I _tussak_ si muovono.
Diego si alzò con precauzione e guardò verso le piante graminacee accennate. Cardozo non si era ingannato. I _tussak_ si aprivano lentamente come per dar posto ad un essere vivente, la cui direzione pareva appunto quella del nido.
— Indiano, o animale? — chiese Cardozo, armando la carabina.
— È un _nandù_, la femmina forse, — rispose il mastro. — Tira giusto appena che sei sicuro del colpo.
— Aspetta che si mostri e vedrai.
— Forse abbiamo dinanzi parecchie femmine, Cardozo, poichè so che covano le uova in parecchie.
— Prepara anche il tuo fucile e...
S’interruppe bruscamente, rovesciandosi s’un fianco e lasciandosi sfuggire la carabina; il suo volto si coprì subito di un pallore cadaverico.
— Diego! — esclamò.
— Che hai, ragazzo mio? — chiese il mastro stupefatto.
— Qui... alla gamba... mi si morde...
Il mastro si precipitò sopra di lui senza più curarsi degli struzzi e mandò un grido di disperazione.
Un grosso scorpione, che pareva un granchio di mare, era attaccato solidamente alla gamba destra del ragazzo, nelle cui carni aveva cacciato lo robuste tenaglie.
— Gran Dio!... — esclamò il mastro, schiacciando con furore il piccolo mostro.
— Diego! la vista mi si intorbidisce...
— Coraggio, ragazzo!...
— Sento un brivido... che mi sale al cuore... Cosa mi è successo?... Diego!... ho paura..... qualche serpente mi ha punto.
No, non era un serpente; ma quel morso era forse più terribile ancora, e il mastro non lo ignorava. Gli scorpioni dell’America del Sud sono velenosissimi, più degli stessi serpenti a sonagli, assimilandosi il loro _virus_ al sangue umano in un modo quasi istantaneo.
Fortunatamente il mastro non aveva perduto la testa. Cercando di non mostrarsi atterrito per non scoraggiare il povero ragazzo, operò prontamente nella speranza di poterlo salvare.
Con un colpo di coltello gli aprì il pantalone e mise a nudo la gamba, che era già intorpidita, gonfia, e che diventava rapidamente azzurra. Senza badare al grande pericolo a cui si esponeva, applicò le labbra alla piaga e succhiò vigorosamente, sputando il sangue che assorbiva.
Cardozo, che era caduto senza forze, parve sollevato da quella cavata di sangue e si rialzò balbettando:
— Grazie... Diego... mi sembra di stare un po’ meglio.....
— È nulla, ragazzo mio, — rispose il mastro, tergendosi il sudor freddo che irrigavagli la fronte. — È stata una puntura dolorosa, ma niente di più.
— Guarirò?
— Sì, presto... sta certo, Cardozo; ma bisogna che ti porti subito al campo.
— Perchè?
— Perchè i _gauchos_ possono farti guarire più presto.
— Ma chi mi ha morso?
— Bah! un serpentello, — disse il mastro. — Vieni! — Afferrò il povero ragazzo, se lo strinse al petto e si slanciò a tutta corsa attraverso la _pampa_, gridando:
— Ramon! Pedro! accorrete!...
XIV.
I Patagoni alla caccia del pallone.
Quando giunse all’accampamento, Cardozo non dava quasi più segno di vita. Le succhiature avevano ritardato i progressi del veleno, ma non lo avevano estratto tutto dalla piaga. Ancora pochi minuti e la morte sarebbe giunta.
I due _gauchos_, che stavano ammaestrando i due cavalli selvaggi, udendo le grida del mastro, si erano affrettati ad accorrere, dopo di aver legato le cavalcature. Vedendo Cardozo in quello stato, indovinarono subito di che si trattava.
— È stato morso da uno scorpione, — disse Ramon, dopo d’aver gettato un lungo sguardo sulla gamba ferita, che era diventata assai gonfia e d’una tinta molto oscura.
— È perduto? — chiese con angoscia il mastro.
— No.
— Avete un rimedio?
— Sì, e vi assicuro che noi lo salveremo.
— Dio sia ringraziato!
— Potete ringraziarlo di cuore, poichè senza il nostro incontro questo coraggioso ragazzo sarebbe perduto. Pedro, va a prendere la mia tazza d’argento e la mia bisaccia, e voi, Diego, adagiate il ferito, accendete il fuoco e mettete un po’ d’acqua nella marmitta.
— Ma mi assicurate proprio che non morrà?
— Ve lo prometto, Diego.
— Se dovesse morire, io non avrei più bene sulla terra.
— Non disperatevi, e agite. I minuti sono preziosi.
Diego non se lo fece dire due volte. Strappò le erbe per un giro di tre o quattro metri, onde il fuoco non si comunicasse alla prateria, causando una terribile catastrofe, e mise a bollire la marmitta, dopo avervi versato dentro un po’ d’acqua. Aveva appena finito, che Pedro tornava recando il sacchetto e la tazza.
Ramon aprì il primo ed estrasse una radice nera, di forma allungata, che tagliò a metà con un colpo di _navaja_. Fece a pezzetti una parte, gettandoli poscia dentro la marmitta, che cominciava già a grillettare, e si mise a masticare vigorosamente l’altra, riducendola in una specie di pasta.
— Ma cos’è quella roba lì? — chiese Diego, che lo guardava con viva ansietà.
— Una radice e niente di più, ma che guarirà quel caro ragazzo, — rispose il _gaucho_.
Cardozo, che fino allora non aveva dato segno di vita, in quel momento apriva gli occhi. Il poveretto, pallido, disfatto, già quasi irrigidito dalla morte, che si avanzava a grandi passi, aprì con fatica la bocca e mormorò:
— Diego!... Diego!...
— Eccomi, piccino! — rispose il mastro, curvandosi su di lui.
— Sto orribilmente... male...
— Lo vedo; ma Ramon ti salverà.
Il ragazzo sorrise tristamente e scosse il capo.
— Temo che sia troppo tardi... — mormorò.
— No: ti salveremo: me lo ha giurato Ramon, e quell’uomo lì non è tipo da promettere senza mantenere.
— Oh!... ma non ho... paura di... morire; è che mi.... dispiace lasciarti... solo... qui...