Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 7
Portava indosso una camicia di lana a vivaci colori, stretta ai fianchi da un largo pezzo di stoffa colorata a striscie, da un _chiripà_ e da una larga cintura di cuojo, adorna di scudi d’argento, detta _tirador_. Le sue gambe, assai arcuate, sparivano dentro larghe _calzoncillas_ di cotone, adorne di merletti macchiati e strappati, e dentro uno strano pajo di stivali lunghi, che sembravano fatti di pelle di cavallo non conciata e che all’estremità lasciavano a nudo il dito pollice. Un paio di speroni smisurati, la cui rotella aveva un diametro di almeno dieci centimetri, un ampio cappello di feltro, un lungo coltello di quelli che gli Spagnuoli chiamano _navaja_, passato nel _tirador_, e un trombone a pietra dalla bocca assai larga, completavano l’abbigliamento di quello sconosciuto.
Per alcuni istanti guardò co’ suoi occhietti vivi e nerissimi i due marinai, che non si erano più mossi, poi abbassò il trombone, che aveva diretto verso di loro, e, levandosi il cappello, disse colla più squisita cortesia:
— _Buena noche, caballeros_[5].
— Buona notte, signore, — risposero Diego e Cardozo.
— Se i signori vogliono seguirmi, sarò ben felice di offrire a loro la mia capanna e la mia tavola, — continuò lo sconosciuto.
— Non domandiamo di meglio, — rispose il mastro.
— Favoriscano seguirmi adunque. Il _rancho_ non è che a due passi di qua.
Si gettò a bandoliera il trombone e, snudata la sua formidabile _navaja_, si mise a tagliare le alte erbe a destra e a sinistra per far largo ai due marinai, che gli si erano messi dietro.
— Diego, — mormorò Cardozo, che era al colmo della sorpresa, — ma dove siamo caduti noi?
— In mezzo alle _pampas_, ragazzo mio.
— Lo vedo bene: ma non avrei mai creduto di trovare in questo brutto paese, infestato da feroci indiani, delle persone così educate e cortesi.
— Educate!... hum!...
— Forse che quell’uomo è un mascalzone?
— Dici addirittura un briccone.
— Ecco una cosa che non crederò mai.
— Se tu ti fossi trovato altre volte in questi luoghi non parleresti così.
— Ma chi è adunque quest’uomo che ci invita così gentilmente, che ci saluta con tanta cortesia e che è un briccone?
— Un _gaucho_.
— Ne so meno di prima.
— Ti spiegherò più tardi.
— Abbiamo da temere?
— Sì e no.
— Ecco un enigma inesplicabile.
— Voglio dire che, se sono di buon umore, ci terranno compagnia e ci useranno mille gentilezze; ma sta in guardia, ragazzo! Sono uomini molto suscettibili, violenti, permalosi e che regalano un colpo di coltello come se regalassero uno zuccherino.
— Uomo avvisato...
— Pst!
— Che c’è ancora?
— Qualcuno ci segue.
— Infatti le erbe si muovono.
Il _gaucho_ si era pure accorto di ciò e aveva bruscamente interrotto la marcia, armando rapidamente il suo trombone.
— Ramon! — esclamò.
— Eccomi, rispose una voce.
Le erbe si aprirono rapidamente, e un altro _gaucho_ comparve. Era armato e vestito come il primo e anche nei lineamenti gli somigliava.
Scorgendo Diego e il ragazzo, fece un gesto di stupore, poi salutò cortesemente con un «Buona notte, signori cavalieri».
— Mio fratello, — disse il _gaucho_ che li guidava, mentre l’altro s’inchinava.
— Siate il benvenuto, signore, — rispose Diego, levandosi il berretto, — e abbiate anche voi i nostri ringraziamenti.
— Sono felice di vedervi ancora vivi, — rispose Ramon. — _Carrai!_ Avrei giurato di ritrovarvi morti.
— Ci avete veduti precipitare dal cielo? — chiese il mastro.
— Sì, stavo abbeverando i cavalli nel _corral_, quando vidi il pallone cadere sulla prateria e poi innalzarsi ancora e sparire verso il sud. Ma mi parve che fossero tre gli uomini. È morto il vostro compagno?
— No, signore: è rimasto sul pallone.
— Forse che egli non voleva scendere?
— Anzi ne aveva il desiderio; ma pare che si fosse imbrogliato fra le maglie della rete.
— E dove si trova ora?
— Chi può dirlo? Senza dubbio è molto lontano da qui a quest’ora.
— E non discenderà?
— Spero che sì.
— Lo cercherete?
— Appena che lo potremo.
— E noi vi ajuteremo: è vero, Pedro?
— Se i signori lo permetteranno, — rispose il compagno.
— Vi ringraziamo fin d’ora, — rispose il mastro.
— Ma donde venite? — chiese Ramon.
— Dal mare.
— Dal mare! — esclamarono i due _gauchos_ con stupore.
— O meglio da una grande isola che si trova sull’oceano.
— Per puro divertimento?
— Per fare degli studi sulle correnti aeree.
— Bell’audacia: ve lo dico io. Ma basta per ora; avanti, _caballeros_, che la cena vi aspetta.
Cinque minuti dopo i quattro uomini giungevano dinanzi al _rancho_.
XI.
I _gauchos_.
Quella piccola abitazione, perduta in mezzo a quella immensa pianura erbosa, lontana da ogni centro incivilito, sul suolo scorrazzato da soli Indiani, era meschina assai, tanto da non valere nemmeno il nome di capanna.
Pareva che fosse stata fabbricata da poco tempo, ma era ormai cadente. Le sue mura di calcestruzzo presentavano da ogni parte crepi, come se avesse sostenuto un qualche furioso assalto o fosse stata scrollata da un formidabile terremoto; il suo tetto formato di erbe mostrava già delle larghe fessure, per le quali doveva passare abbondantemente la pioggia; la porta, fatta di frasche spinose, si reggeva a mala pena. Perfino la siepe che la cingeva era qua e là strappata, come se degli uomini avessero tentato di attraversarla senza incomodarsi a saltarla.
L’interno non valeva di più. Il suolo era ancora erboso e pieno di rottami, di ossa, di frasche ammonticchiate alla meglio e che forse dovevano servire di letto. La mobilia si riduceva a due selle grandi e pesanti, ad alcuni fornimenti da cavallo, alcune coperte, poche corde, una pentola di ferro, e a due crani di bue, che dovevano supplire le sedie.
Nel mezzo però, sopra un buon fuoco, finiva di arrostire un enorme pezzo di carne, il quale spandeva all’intorno un profumo appetitoso.
I due _gauchos_, appena entrati, offrirono cortesemente ai due marinai i due crani di bue, pregandoli di sedersi e scusandosi di non poterli far accomodare su di un sedile un po’ più soffice.
— Bah! — esclamò il mastro, messo in buon umore dalla gentilezza di quegli uomini mezzo selvaggi e dall’arrosto che pareva pronto. — Siamo abituati a sederci sul duro e a dormire anche per terra: è vero, Cardozo?
— Non siamo troppo delicati, — rispose il ragazzo. — Sul mare si fa la pelle dura e le ossa diventano d’acciajo.
— Permettete che vi offriamo un pezzo di _asado_[6], che avevamo preparato per la nostra cena, — disse il _gaucho_ Ramon. — Mi dispiace di non offrirvi qualche cosa di meglio, ma in questo dannato paese non si può trovare assolutamente nulla, neppure un sorso di _câna_[7].
— Faremo egualmente onore al pasto: ve lo assicuro, — rispose Cardozo, dimenando le mascelle. — Sono dieci buone ore che il nostro sacco nulla inghiotte. Ah! se ci fosse qui il signor Calderon, sarebbe ben contento di dare un colpo di dente a quest’arrosto.
— Ha le sue pistole, figliuol mio, e quando uno è armato in un paese ricco di selvaggina, non muore di fame. Forse a quest’ora sta cenando allegramente.
— Purchè non sia caduto fra le unghie dei Pampas.
— O piuttosto dei Patagoni. Ma lo ritroveremo, Cardozo: te lo assicuro.
— A tavola, _caballeros_, — disse Ramon, levando l’_asado_ e deponendolo su di una pelle di montone stesa per terra. — È carne di un guanaco che abbiamo ucciso ieri mattina, e vi accerto che è migliore di un filetto di bue.
Cavarono i coltelli e assalirono vigorosamente l’arrosto, che fu dichiarato eccellente ad unanimità. Bastarono pochi minuti a quelle potenti mascelle e a quei vigorosi ed affamati stomachi per farlo scomparire tutto, quantunque pesasse almeno sei chilogrammi.
Finito quell’abbondante, ma modesto pasto, Ramon mise dinanzi al fuoco la pentola di ferro colma d’acqua, mentre il suo compagno gettava entro una zucca delle foglie secche minutamente tagliate, e che a prima vista sembravano foglie di _thè_.
— Cospettaccio, che lusso! — esclamò il mastro, che non aveva perduto d’occhio quei preparativi. — Ci si offre del _matè_ in pieno deserto.
— È l’ultimo pugno d’erba che possediamo, e siamo proprio desolati che la nostra provvista sia finita così presto, — disse Ramon. — Un _gaucho_ senza _matè_ è come un marinajo senza tabacco.
— E non possono procurarsene? — chiese Cardozo.
— E dove mai? Non c’è una _pulperia_[8] a cento leghe d’intorno.
— Ma dove siamo noi? — chiese il mastro.
— Dove?.... sul Rio Negro.
— Sul Rio Negro! — esclamò il mastro, al colmo della sorpresa. — Non siamo adunque sul territorio Argentino?
— È lontana la frontiera, assai lontana.
— Ma voi come siete qui? So che i _gauchos_ di rado varcano la frontiera Argentina.
— È vero questo, _señor_; ma l’aria della Repubblica non è più buona per noi, — disse Ramon, sorridendo.
— Siete fuggiaschi adunque.
— Abbiamo ucciso tre uomini che ci volevano arrestare e storpiato altri tre o quattro, e ci siamo gettati nel deserto assieme ad alcuni nostri amici. Voi lo sapete che noi non ci badiamo più che tanto a dare una coltellata.
— Conosco i _gauchos_; varcata la frontiera, più nulla avevate da temere.
— È vero; ma altro ci ha spinti fin qui.
— Gl’Indiani forse?
— Lo avete detto. Quei dannati sono insorti e si sono gettati sulle _pampas_ argentine, massacrando quanti _gauchos_ son caduti nelle loro mani e distruggendo tutte le fattorie, le _pulperie_ e i _saladeros_[9].
— Sicchè è impossibile ritornare al nord.
— Tanto impossibile, che noi siamo fuggiti fin qui coll’idea di restarvi appena qualche settimana, poichè gl’indiani scorrazzano anche questa regione. I nostri compagni sono stati uccisi tre giorni sono, a venti chilometri da qui.
— Ma dove contate di recarvi?
— Al Chilì, se gl’indiani....
— E noi, Cardozo, quale via prenderemo? — chiese il mastro, volgendosi verso il ragazzo.
— Quella del Chilì, se non saremo d’impiccio a questi signori.
— Anzi ci sarete di ajuto, giacchè siete eccellentemente armati. Penseremo noi a procurarvi dei buoni cavalli, che prima domeremo.
— Ma vi prevengo che non lascierò questi luoghi senza aver trovato prima, vivo o morto, il nostro compagno.
— Lo troveremo. Orsù, _caballeros_, un buon sorso di _matè_.
Levò la marmitta e versò lentamente l’acqua, che era quasi bollente, sulle foglie contenute nella zucca e sulle quali aveva prima sparso alcuni pizzichi di zucchero. Pochi istanti dopo serviva ai compagni l’eccellente bevanda, invitandoli a succhiarla in certe cannucce d’argento, dette _bombilla_, terminanti in una palla traforata, onde non venissero sorbite anche le foglioline.
Questo _matè_, di cui tutti gl’Ispano-americani e anche gli Indiani dell’America del Sud fanno un uso smodato, preferendolo di gran lunga al miglior caffè, è su per giù un _thè_, l’altra bevanda così grandemente diffusa in tutto l’estremo oriente del continente asiatico e tanto cara anche ai palati inglesi e russi.
Si ottiene colle foglie dell’_yerba_ (_Ilex paraguayensis_), un arbusto alto otto o dieci metri, che coltivasi specialmente nel Brasile, a Rio Grande e S. Paulo, dove lo si chiama _arvore de Congonha_, e sopratutto nel Paraguay, dove cresce più bello e dà foglie più profumate.
Non appena l’arbusto ha raggiunto il suo massimo sviluppo, si tagliano i rami e vengono messi un po’ sul fuoco, affinchè le foglie si stacchino più facilmente; poi queste, assieme ai rami più giovani, vengono stese su graticci intrecciati (_barbracnas_), accendendovi sotto un fuoco, che si mantiene per quarantotto ore, quindi, quando sono ben secche, si battono con certe sciabole di legno, facendole passare attraverso le _barbracnas_, e da ultimo si chiudono entro sacchi di pelle non conciata, detti _tercios_, della portata di circa cento chilogrammi.
Lo smercio che se ne fa è immenso, poichè quasi tutti gli abitanti del Paraguay, del Rio della Plata, del Rio Grande del Sud, del Chilì, della Bolivia e di gran parte del Perù, ci sono tanto abituati che non saprebbero farne senza. In quanto poi ai _gauchos_, lo preferiscono al tabacco o ai liquori; il che è tutto dire per quei furiosi fumatori e insaziabili bevitori di _câna_.
Sorseggiata la deliziosa bevanda, i due _gauchos_ s’alzarono di comune accordo, raccogliendo i loro enormi tromboni, stati già precedentemente caricati fino quasi alla bocca con palle, chiodi e anche ciottolini.
— _Caballeros_, — disse Ramon, il più ciarliero e anche il più gentile, — occupate i nostri letti e non datevi pensiero di noi. Accampiamo all’aperto, a fine di non lasciarci sorprendere dagli Indiani, che non devono essere molto lontani.
— Buona notte, — rispose Diego, — e se vedete avvicinarsi quelle canaglie, non indugiate a svegliarci. Abbiamo dei buoni fucili e siamo abili tiratori.
— Non dubitate, — risposero i _gauchos_.
— Che ti pare di quegli uomini, marinajo? — chiese Cardozo, quando furono soli.
— Dico che possiamo fidarci, — rispose il mastro. — Del resto hanno interesse a rimanere con noi e a trattarci bene, cogli Indiani che scorrazzano la prateria.
— Ma che persone sono? Cosa fanno? Dove vivono?
— Te lo dirò domani, figliuol mio. Approfittiamo per ora di questo istante di tregua per schiacciare un buon sonnellino. Sono tre notti che appena appena chiudiamo un occhio.
— È vero, e se vuoi che te lo dica francamente, mi pare di avere le ossa tutte rotte.
— Bùttati giù adunque, e chiudi gli occhi.
Gettarono sulle foglie secche una larga _corconilla_, soffice coperta di manifattura araucana, e vi si stesero sopra dopo d’aver collocato le armi a portata della mano e d’aver aperto due pacchi di cartucce. Pochi istanti dopo, entrambi russavano così sonoramente da far tremare le malferme pareti della capanna.
La notte, malgrado la vicinanza dei feroci Pampas, passò tranquillissima. Nessun allarme, nessun colpo di trombone o di fucile venne ad interrompere il sonno dei due marinai.
Non si svegliarono che verso l’alba ai nitriti dei cavalli dei due _gauchos_, che salutavano i primi raggi dell’astro diurno.
— _Carramba!_ — esclamò il mastro stiracchiandosi le braccia e sbadigliando, — ecco una dormita che mi era proprio necessaria per rimettere la mia macchina in completo assetto.
— Ed io ho sognato di dormire su un letto di piume, vecchio mastro, — disse Cardozo, saltando agilmente in piedi. — E i nostri amici sono ancora accampati fuori?
— Non li vedo, nè li odo.
— Speriamo che non siano stati accoppati.
— Non avrebbero risparmiato noi quei signori Pampas. Hanno la brutta abitudine di torcere il collo a quanti trovano sul loro cammino, vecchi o giovani, maschi o femmine.
— Odo un tintinnìo di sproni.
— Sono i nostri uomini.
Infatti Ramon s’avvicinava alla capanna, con quel dondolìo che è particolare ai _gauchos_, valentissimi cavalieri, ma altrettanto pessimi camminatori. Vedendo i due marinai, diede cortesemente il buon giorno.
— Nulla di nuovo? — chiese Diego.
— La pianura è perfettamente tranquilla, — rispose il _gaucho_, — ma non bisogna fidarsi troppo. Temo che questa calma non duri molto.
— Avete veduto degli Indiani?
— No, ma sento istintivamente la loro vicinanza, e faremmo bene a metterci subito in marcia verso il sud.
— Non domando di meglio, tanto più che è verso il sud che troveremo il signor Calderon. Ma noi come potremo tenervi dietro? Le nostre gambe sono solide, è vero, ma non tanto da sfidare quelle dei vostri cavalli.
— Avrete quanto prima dei rapidi cavalli anche voi, — disse il _gaucho_, sorridendo. — A dodici miglia da qui c’è un laghetto che è molto frequentato dai cavalli selvaggi: andremo direttamente là, ci imboscheremo fra i cactus giganti e faremo lavorare i nostri _lazos_. Prima di domani mattina saremo tutti montati e su buoni corsieri.
In quell’istante apparve sulla porta suo fratello. Pareva assai preoccupato e molto inquieto.
— Che hai, Pedro? — chiese Ramon.
— Affrettiamoci, fratello.
— Forse che hai scorto qualche indiano?
— Ho veduto un sottile pennacchio di fumo.
— Dove?
— Verso il nord.
— Sono i Pampas.
— Lo credo anch’io.
— Che vengano, — disse Cardozo. — Ho una voglia matta di scambiare quattro fucilate con quei predoni.
Ramon si volse verso il ragazzo che brandiva con atteggiamento fiero la sua carabina, e lo guardò a lungo con una specie di sorpresa.
— _Es un pollito que un dia serà gallo_[10], — disse poi, sorridendo.
— È un buon gallo di già, — disse il mastro con orgoglio. Ha ucciso un capo indiano e si è battuto tre volte contro le truppe brasiliane.
— Bravo, ragazzo! Somigli a quelli della nostra razza.
— A cavallo, fratello, — disse Pedro. — I minuti sono preziosi.
— Partiamo adunque!
Si caricarono delle coperte, dello spiedo, della pentola di ferro e abbandonarono la capanna. Al di fuori due alti cavalli, dalla testa leggera, le gambe secche, nervose, e completamente bardati, nitrivano e scalpitavano.
— Sapete tenervi in sella? — chiese Ramon.
— Un marinajo bene o male è cavaliere.
— Montate questo cavallo, io e mio fratello monteremo l’altro, e trottiamo.
Balzarono in arcione, accomodandosi alla meglio sulle grandi e pesanti selle, e, spronati i cavalli, partirono di buon trotto verso il sud.
XII.
I cavalli selvaggi.
L’immensa prateria che li circondava era completamente deserta, ma non presentava quella uniformità che generalmente si crede offrano quelle vastissime pianure che si stendono al di là del territorio argentino e che si chiamano _pampas_.
Il territorio saliva e scendeva dolcemente in forma di lunghissime ondate, con depressioni talvolta molto profonde e tal’altra con elevazioni non indifferenti e che intercettavano la vista. Oltre a ciò, non era sempre erba quello che lo copriva, ma qua e là si alzavano gruppi di carrubi selvatici, cespugli di _gynerium_, e più oltre si vedevano torreggiare, come immensi ombrelli, dei superbi ombù dal fogliame verde cupo e dal tronco massiccio e bitorzoluto.
La fauna, pel momento almeno, mancava completamente. Infatti, per quanto Cardozo e il mastro spingessero i loro sguardi, non si vedeva verun animale attraversare quegli splendidi tappeti verdi, chiazzati di variopinti papaveri. Pareva che i guanachi, gli struzzi, i giaguari, i coguari e i lupi aguara, animali che abbondano nelle _pampas_, fossero scomparsi o fossero emigrati, per paura degl’Indiani, verso altre regioni. Solamente per l’aria si vedevano svolazzare qualche _zenostrichia piteta_, o passero comune, qualche _vindita_, uccello tutto nero colle remiganti bianche, e dei superbi _trochilidi_ o uccelli mosca, che ronzavano attorno ai cespugli di banchsie.
— Che ne dici, Cardozo, di questa prateria? — chiese il mastro che stringeva vigorosamente colle muscolose gambe i fianchi del cavallo.
— Dico che manca di bistecche, marinajo, — rispose il ragazzo che si teneva saldamente aggrappato alla monumentale sella.
— E poi?
— Che credevo la _pampa_ fosse differente.
— E perchè?
— Mi avevano detto che era una pianura perfettamente piana, coperta di erba, ma senza un cespuglio, senza un albero.
— E chi ti aveva detto questo?
— Lo avevo letto sui libri.
— Hanno mentito.
— Lo vedo bene.
— Andate un po’ a credere ai libri! E questa, ragazzo mio, è vera _pampa_.
— Ma dove sono i cavalli selvaggi e le bestie feroci?
— Troveremo gli uni e le altre, te lo assicuro. Senza dubbio la vicinanza degl’Indiani li ha fatti fuggire verso il sud.
— Dannati Indiani! Se mi capitano a tiro...
— Meglio che stiano sempre lontani, Cardozo.
— Sfuggiremo a quei predoni?
— I _gauchos_ non li lascieranno avvicinare. Sono uomini da dare dei punti ai selvaggi.
— Hanno il tipo di selvaggi anche i nostri uomini.
— Eppure sono di razza bianca come me e te. Tutt’al più hanno qualche goccia di sangue indiano nelle vene.
— Sono di razza spagnuola?
— Sì, poichè discendono dai primi coloni sbarcati sul Rio della Plata.
— Dimmi, marinajo; che uomini sono questi _gauchos_? Io non lo so ancora.
— Sono guardiani di bestiame che vivono ordinariamente nelle praterie che circondano il territorio di Buenos-Aires. Quantunque discendenti dagli Spagnuoli, questi strani uomini hanno in profondo orrore la civiltà, e sfuggono, come se avessero paura della febbre gialla, le vicinanze delle città. La loro patria è la _pampa_, nè da questa si discostano per qualsiasi motivo.
— Sono coraggiosi?
— Temerari fino alla follia. Hanno un disprezzo assoluto per la morte. Da giovanetti frequentano i _saladeros_, che sono stabilimenti grandiosi, dove si macellano migliaja di buoi all’anno. Abituati a guazzare in mezzo al sangue, crescono sanguinari, battaglieri, feroci. Non sognano che colpi di trombone e coltellate e non hanno che un desiderio: segnare in viso gli avversari. Uccidere un uomo è come sgozzare un pollo; affrontare un duello mortale è per loro come andare ad una festa.
— Ma pure mi sembrano assai cortesi e molto ospitalieri.
— Sì, sono cortesi, anzi ci tengono molto a mostrarsi tali e sono molto larghi di cuore; ma pure sono gran bricconi. Basta che un oggetto qualsiasi, che tu, puta caso, porti indosso, a loro piaccia, perchè non si facciano scrupolo di assassinarti appena uscito dalla loro capanna. Sono poi estremamente suscettibili; uno scherzo, che a loro non garbi, te lo pagano con una coltellata; se tu per caso li ferisci, sei certo che alla prima occasione si vendicheranno, anche se convintissimi che tu li abbia offesi per mero accidente.
— Bisogna star in guardia, marinajo. Ecco dei consigli veramente preziosi. Ma dimmi un po’: la polizia argentina non s’immischia mai nei loro assassinii?
— Chi metterà il naso nelle faccende dei _gauchos_? Eppoi, credi tu che il _gaucho_, commesso il delitto, rimanga lì ad attendere la polizia? Salta sul suo cavallo, riempie le sue _alforjas_ (bisacce) di viveri, e se ne va in altra provincia a cercare un altro padrone.
— Devono essere abili cavalieri questi uomini.
— Si vantano molto i _vaqueros_ messicani e i _cow-boys_ del Far-West degli Stati Uniti; ma i _gauchos_ superano gli uni e gli altri. Sono i primi cavalieri del mondo, te lo dico io, nè alcuno può eguagliarli.
Sono capaci di stare in sella per cinque giorni senza mai discendere, e di attraversare cento volte l’America del Sud, dormendo solamente poche ore. Sono talmente abituati a cavalcare, che non sanno quasi più camminare, e ritengono che il cavallo sia così indispensabile all’uomo, da non credere che vi siano degli individui che non sappiano cavalcare.
— Facciamo una ben magra figura noi, di fronte ai nostri due compagni. Che meschino concetto si faranno!
— Bah! ce la caviamo discretamente, figliuol mio.
— Ma però.....
— Pst!.....
— Cosa c’è?
— A terra! Presto, figliuol mio, a terra!.....
Cardozo, senza sapere di cosa si trattasse, con un superbo volteggio si slanciò fra gli alti cactus, mentre il mastro si gettava dall’altra parte. I due _gauchos_ avevano già fatto altrettanto con una rapidità prodigiosa e avevano atterrato il loro cavallo in mezzo alle folte e alte piante.
— Ma cos’hai veduto? — chiese Cardozo, che per ogni precauzione aveva armato il fucile.
— Dei cavalieri, — disse il mastro.
— Dove?
— Passavano a tre o quattro chilometri da qui.
— Indiani, o viaggiatori?
— Non ho potuto guardarli bene; ma non so quali viaggiatori si arrischierebbero ad attraversare questo dannato paese.
— Che dobbiamo far parlare le carabine? Non mi spiacerebbe di esercitarmi un po’ sulli pelli rosse.
— Vedremo, Cardozo.
— E i due _gauchos_?
— Ci sono... Oh!... in guardia, Cardozo!
A pochi passi da loro si era improvvisamente alzata una coppia di _teruteri_, specie di pavoncelli, ed era volata via, mandando acute strida.
— Qualcuno ha spaventato quegli uccelli, — disse il mastro con inquietudine. — Che gl’Indiani siano giunti già qui?
— Diego!...
— Che vedi?
— I cactus si agitano dinanzi a noi.
— Imbraccia il fucile e sta pronto a far fuoco.
Cardozo puntò l’arma nella direzione indicata. Si vedevano i cactus leggermente piegarsi a destra e a sinistra come per dar posto ad un corpo, e si udiva tra le foglie un certo strofinìo accompagnato da un lieve tintinnìo.