Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 6
In quella immensa pianura erbosa che si estende dalle frontiere della Repubblica Argentina ai confini della regione patagone, limitata all’est dall’oceano Atlantico e all’ovest dalla grande catena delle Ande, si agita costantemente una popolazione irrequietissima, di razza pura indiana, che non ha nulla di comune coi Patagoni e cogli Araucani.
Se queste due ultime razze si limitano l’una a cacciare tutto il tempo dell’anno, onde provvedere al proprio sostentamento, e all’allevamento dei cavalli, e la seconda a custodire gelosamente le proprie montagne e a difendere la propria indipendenza, costantemente minacciata dai Chileni, quella delle grandi pianure Argentine dedica tutto il suo tempo e tutte le sue forze al saccheggio.
I Pampas o Penks, — tale è il nome che portano questi arditi briganti delle praterie, — possiedono l’audacia degli Araucani e l’astuzia dei Patagoni. Non sono molti, ma danno molto da fare agl’Ispano-americani; e lo sa il Governo Argentino, che di tratto in tratto vede violate le proprie frontiere da quegl’intrepidi cavalieri. Mai stabili, mai quieti, scorrazzano le _pampas_ in tutti i versi, accampando un giorno qui, un altro colà, a capriccio, sotto semplici tende di pelle. Come i loro fratelli del Gran Chaco, nemici irreconciliabili dei Brasiliani, e i loro fratelli del Nord, nemici giurati dei visi pallidi, odiano profondamente gli Argentini, che riguardano come usurpatori del loro territorio, e non lasciano sfuggire occasione alcuna per infliggere ai loro potenti vicini dei sanguinosi rovesci.
Quando si crede ch’essi siano lontani e la calma e la speranza cominciano a rientrare nello spirito degli arditi coloni che s’inoltrano nelle pampas, ecco tutto d’un tratto irrompere i rossi guerrieri. È una meteora spaventevole che passa, che in pochi giorni tramuta le pampas in un deserto.
Piombano come avoltoi sulle numerose mandrie, uccidono spietatamente i gauchos e quelle portano via; investono i villaggi, approfittando per lo più delle tenebre; massacrano i difensori, rapiscono le donne e i fanciulli, saccheggiano le abitazioni, poi le distruggono col fuoco; persino i forti, posti a difesa della frontiera, — forti che del resto non sono in grado di resistere ad una compagnia di soldati europei, — non fanno indietreggiare quegli audaci ladroni e soccombono come i villaggi.
Quando l’allarme è dato, quando la sorpresa diventa difficile e le truppe del Governo accorrono, allora fuggono nel deserto, in luoghi pressochè inaccessibili ai soldati della Repubblica, traendo con loro i frutti del saccheggio e gran numero di prigionieri, che più tardi verranno sottoposti alla più degradevole schiavitù. E quanti sono quei disgraziati! Basti dire che quando il generale Rocha liberò il territorio di Buenos-Aires da quei predoni, riprese loro perfino cinquecento prigionieri che erano stati rapiti nei villaggi delle _pampas_.
Senza dubbio informati della guerra che la Repubblica combatteva al di là del Rio della Plata, i Pampas avevano abbandonato i loro deserti, sicuri dell’impunità, e si erano gittati verso le frontiere, tutto distruggendo sul loro passaggio, come lo dimostravano i _ranchos_, i _corrals_, i _chacras_ rovinati o incendiati e i numerosi cadaveri incontrati dagli aeronauti nella loro corsa attraverso l’immensa pianura.
Una delle loro colonne, che operava verso la costa, aveva scorto il pallone, e dopo il primo sentimento di sorpresa che doveva produrre su quegli animi primitivi la vista di quella grande palla montata da uomini e che correva attraverso lo spazio, si era messa coraggiosamente ad inseguirla, certamente colla speranza di non aver nulla da perdere.
Fortunatamente l’aerostato, quantunque sfinito, semi-vuoto, si manteneva ancora in aria e fuori di portata dai terribili bolas degli inseguitori.
— Che ne dici, Cardozo? — chiese il mastro, che osservava con inquietudine l’avanzarsi dei cavalieri.
— Io dico che, se non troviamo modo di mantenerci alti, riceveremo una pioggia di projettili, — rispose il ragazzo. — Mi sembrano risoluti d’inseguirci per un bel pezzo, quei pagani dai musi dipinti.
— E non ti spaventano?
— Per ora no; vedremo più tardi, quando il pallone si sdrajerà sull’erba.
— Se ci pigliano, ci faranno schiavi.
— Ma fuggiremo.
— Ti sfido a farlo. Quei dannati possedono certi mezzi da guastare i piedi dei prigionieri in siffatto modo.... Aoh!.... _carrai_!....
— Si cade.
— Lo vedo.
— To’! un altro salto! Fra poco urteremo e ci fiaccheremo il collo.
Pur troppo era vero. L’aerostato, che si manteneva a cinquecento metri dai cavalieri, esausto di forze, erasi repentinamente abbassato fino a venti metri dal suolo.
Gl’Indiani, che non lo perdevano di vista e che forse indovinavano in quali tristi condizioni si trovavano gli aeronauti, spronarono le loro cavalcature e in brevi istanti giunsero a soli duecento passi.
Per alcuni istanti gli aeronauti poterono contemplarli a loro agio. Erano di media statura, ma solidi, dalla muscolatura potente, dalla pelle indefinibile, essendo quasi interamente coperta da strati di colori che si incrociavano sui loro visi in tutti i sensi, a linee e a punti, a disegni gli uni più strani degli altri.
I loro costumi pittoreschi si adattavano bene a quei fieri tipi di banditi. Anelli d’argento e collane di egual metallo ornavano i loro orecchi e il collo, producendo un tintinnìo grazioso; splendidi _ponchos_ dai vivaci colori, somiglianti a pianete, coprivano i loro corpi, lasciando però vedere le larghe cinture adorne di perle e di pendoli d’argento, detti _quiripiquê_, nelle cui pieghe brillavano lunghi coltelli; e portavano i lunghi stivali di pelle di guanaco o di cavallo giovane, armati di speroni colossali.
Giunti a portata, i guerrieri ripresero le loro vociferazioni, agitando le lunghe lance adorne di piume e facendo ondeggiare le loro bolas, colle quali si servono per ispaccare la testa ai nemici.
Ad un tratto un cavaliere, che sembrava un capo, a giudicarlo dalla ricchezza delle vesti, di statura più elevata degli altri, dal viso orribilmente imbrattato di colori, si slanciò a tutta carriera verso il pallone, e, giuntovi quasi sotto, pronunciò alcune parole.
— Cosa desidera quel pagano? — chiese Cardozo, che per ogni precauzione aveva armato una carabina, pronto a servirsene.
— Ci invita semplicemente a discendere, — disse il mastro.
— È un po’ esigente quel signore dal muso dipinto.
— Minaccia di farci passare per le armi, se ci rifiutiamo.
— Gli dirai che, non potendo per ora farlo, lo si prega di salire da noi, se è capace. Che ne dite, signor Calderon?
— Non trovo risposta migliore, — rispose l’agente.
— Ma non pensate, signore, che fra poco noi toccheremo terra? — chiese il mastro. — Si potrebbe cercare d’intenderci con queste canaglie, quantunque non ci sia da sperar molto, nè da fidarsi.
— Provatevi, — rispose l’agente.
Il mastro tentò di parlamentare; ma dopo poche parole comprese che non c’era da sperare da quei banditi. Il capo non intendeva di accettare alcuna condizione; voleva una resa completa, minacciando, in caso contrario, di cominciare le ostilità.
— Manda al diavolo quel birbante, — disse Cardozo. — Se vuoi, m’incarico io di piantargli un buon confetto sul muso.....
— E dopo ci faranno a pezzi, figliuol mio. Ah, se soffiasse, un buon vento e ci fosse modo di alleggerirci!
— Buttiamo addosso a quelle canaglie la navicella, — disse il ragazzo. — E perchè no? La rete è solida: ci arrampicheremo su di essa, o ci metteremo a cavalcioni del cerchio di legno, e saliremo tant’alto, da perdere di vista anche la prateria.
— Ben detto, ragazzo! — esclamò il mastro. — Orsù, non si perda un solo minuto.
— Signor Calderon, soffrite le vertigini? — chiese Cardozo.
— No, — rispose l’agente.
— All’opera dunque!
In quell’istante il pallone fece una nuova caduta, toccando col fondo della navicella le alte erbe della prateria; ma subito si rialzò di una trentina di metri.
Gl’Indiani, che si erano fermati in attesa del ritorno del capo, si precipitarono innanzi, empiendo l’aria di urla tutt’altro che pacifiche, alzando le lance e levando dalla cintura le loro _navaje_ dalla lama larga e leggermente ricurva.
Il capo, che si trovava più vicino all’aerostato e che temeva senza dubbio che la preda gli sfuggisse, afferrò la _bola perdida_ e la fece fischiare attorno al proprio capo, facendole descrivere dei circoli vertiginosi.
— Attenti, amici! — esclamò Diego, che non perdeva d’occhio gl’indiani. — Occhio alle _bolas_!
— Il primo che ne lancia una è uomo morto! — rispose risolutamente Cardozo, alzando la carabina e puntandola verso i cavalieri.
— Ben detto, figliuol mio; ma non perdiamo un solo istante se ci preme la pelle. Voi, signor Calderon, prendete le pistole e questo pacco di munizioni, e salite sul cerchio. Badate di non cadere, perchè non potremmo più raccogliervi.
— Non temete, — rispose l’agente.
— E tu, Cardozo, — continuò il mastro, aprendo il suo coltello di manovra, — prendi le carabine e queste munizioni e raggiungi il signor Calderon, mentre io mi occupo a tagliare le corde. Se gli Indiani si avvicinano troppo, manda a loro un paio di buone pillole.
— Li guarirò per sempre, marinajo: te lo assicuro io, — rispose il ragazzo.
S’aggrappò alle corde e raggiunse il cerchio di legno, sul quale s’era già installato l’agente del Governo.
Gl’Indiani, immaginandosi senza dubbio che si stava per giuocarli, raddoppiarono le loro urla e spronarono furiosamente i loro cavalli.
D’improvviso qualche cosa di lucente attraversò l’aria fischiando, e passò per le funi della navicella, cadendo dall’altra parte della sottostante prateria.
— Una _bola_! — esclamò Cardozo.
— E di ferro, — rispose il mastro, che, tenendosi con una mano aggrappato al cerchio, coll’altra, armata del coltello, recideva rapidamente le corde.
Un’altra palla, lanciata dal capo, che precedeva i guerrieri, frantumò con impeto irresistibile l’estremità della navicella, a pochi pollici dal mastro.
— _Carrai_! — esclamò questi. — Un po’ più innanzi e la mia testa scoppiava come una zucca.
— Ma scoppierà la zucca del capo! — esclamò una voce accanto a lui. — Sta attento, marinajo! — Cardozo, poichè era lui che così aveva parlato, appoggiatosi alle corde e stringendo fra le gambe il cerchio, mirava freddamente l’Indiano.
S’udì una detonazione, seguìta da un urlo di dolore. Il capo indiano, colpito in mezzo alla fronte dalla palla del bravo ragazzo, cadde sconciamente d’arcione, stramazzando a terra.
Gl’Indiani mandarono urla di furore e si slanciarono innanzi, spronando a sangue le loro cavalcature. Sei o sette bolas fischiarono attorno agli aeronauti, perdendosi in diverse direzioni. Cardozo e l’agente del Governo scaricarono la seconda carabina e le due pistole in mezzo al gruppo. Un cavallo cadde e un altro cavaliere stramazzò in mezzo alle erbe.
Gl’Indiani, resi più circospetti da quei colpi maestri, contro i quali non potevano opporre che le _bolas_, rallentarono la marcia, continuando però le loro spaventevoli vociferazioni.
Quel momento di tregua bastò al mastro, che tagliava con una specie di furore le numerose corde sostenenti la navicella.
— Attenzione! — esclamò. — Tenetevi saldi.
— Ci siamo, rispose Cardozo.
Il mastro passò sul cerchio e con due colpi di coltello recise le due ultime corde. La navicella precipitò pesantemente a terra, sprofondando fra le alte erbe.
Il pallone, bruscamente alleggerito di quel peso, che toccava i cento chilogrammi, si alzò con grande rapidità. In brevi istanti i cavalieri, che si erano precipitati verso il luogo ov’era caduta la navicella, diventarono appena appena visibili, e le loro grida divennero così fioche, che a gran pena si udivano.
— Tremila... quattromila... cinquemila metri! — esclamò il mastro, che aveva portato con sè un barometro. — I Pampas non ci prendono più. Ah! ragazzo mio, hai avuto una grande idea, e ti ringrazio di cuore.
— Si trattava di salvare la pelle, marinajo, — e ci tenevo molto a conservarla. Che brutto viso avranno fatto gli Indiani vedendoci salire così rapidamente, quando già credevano di tenerci in loro mano!
— Se giungono a riprenderci, ti assicuro che ci faranno scontare la gherminella, come pure ci faranno pagare a prezzo di sangue la morte del loro capo. Ragazzo mio, che colpo d’occhio hai tu! Mi hai spacciato quel povero selvaggio come se fosse un uccellino, e glie l’hai piantata proprio in fronte la palla. Che bersagliere!
— Si fa come si può, — rispose modestamente il ragazzo.
— E spero che di questi colpi ne farai ancora, se la nostra cattiva stella ci riconduce fra quelle ardite canaglie.
— Credi che incontreremo degli altri Indiani?
— Se si sono tutti sollevati, è cosa certa.
— E continueranno l’inseguimento quelli che galoppano laggiù?
— Senza dubbio; ma fra breve ci perderanno di vista. Il pallone ha incontrato una rapida corrente d’aria, e filiamo verso il sud in ragione di sessanta miglia all’ora.
— Ci allontaniamo dai paesi civili, marinajo.
— Ma forse è meglio, visto che le frontiere della Repubblica Argentina sono infestate dagli Indiani.
— E cadremo fra le mani dei Patagoni, — disse l’agente del Governo con istizza.
— Preferireste cadere nelle mani degli Argentini, signor Calderon? — chiese il mastro.
— Forse.
— E io no.
L’agente del Governo alzò le spalle e guardò altrove, non senza però fare un gesto di dispetto, che non isfuggì ai due marinai.
— Ha delle bizzarre idee talvolta, — disse Diego a Cardozo. — Eppure deve premere anche a lui che il tesoro non cada nelle mani dei nostri nemici.
— Se così non gli accomoda dica al pallone di tornare verso il nord, — disse Cardozo. — E i nostri Indiani dove sono?
— Scomparsi, figliuol mio. Non si vedono più.
— Buon segno. Guarda, marinajo: non vedi qualche cosa brillare laggiù, dinanzi a noi?
— Sì, perbacco! Lo si direbbe un nastro d’argento gettato attraverso la pianura.
— È un fiume.
— È vero, Cardozo.
— E ingrandisce rapidamente. Che fiume sarà mai?
— O il Colorado, o il Rio Negro. È più probabile però che sia il primo.
Il vento spingeva rapidamente il pallone verso quel fiume, che ormai si scorgeva nettamente, nonostante la grande altezza a cui si trovavano ancora gli aeronauti. Era vasto assai e correva con grandi serpeggiamenti dall’ovest all’est, fra due rive piuttosto elevate.
Ben presto l’aerostato ci fu proprio sopra. Diego e Cardozo gettarono uno sguardo sulle due rive; ma non scorsero nè un’abitazione, nè alcuna creatura vivente.
Lo avevano appena varcato, che Diego lanciava una sorda imprecazione.
— Cos’hai? — chiese Cardozo.
— Scendiamo.
— Ancora?
— Sì, e questa volta per non più rialzarci.
X.
La scomparsa dell’agente del Governo.
Erano le quattro pomeridiane.
L’aerostato, dopo aver percorso circa un centinajo di miglia nello spazio di quattro ore, tornava a ridiscendere, e questa volta, come aveva giustamente detto il mastro, per non più rialzarsi, perchè più nulla vi era da gettare dacchè la navicella era stata precipitata nella prateria.
Mezzo vuoto, tutto pieghe, non si trascinava innanzi che a furia di sforzi, più spinto dal vento che sorretto dal gas, ormai ridotto a una quantità molto piccola. Discendeva però gradatamente, metro a metro, tentando talvolta di rialzarsi, ma per poi ricadere più bruscamente.
Fra un quarto d’ora, forse mezz’ora, tutto doveva essere finito.
— Orsù, non disperiamoci, — disse Cardozo. — Ha durato anche troppo questo povero pallone, e ciò doveva accadere; nessuno di noi lo ignorava.
— Ah! — esclamò il mastro. — Se si trovasse qualche cosa da rinforzarlo.
— Non vedo nessun gasometro per quanto giri gli sguardi. Prepariamo le gambe, marinajo, e carichiamo i fucili, onde non cadere inermi in qualche imboscata. Vedi nulla?
— La prateria mi sembra deserta, per buona fortuna.
— V’ingannate, — disse l’agente del Governo.
— Cosa vedete? Degli Indiani forse?
— Mi pare sia un _rancho_.
— Che nasconda Indiani? — chiese Cardozo.
— Non lo credo, — rispose Diego, che guardava attentamente la capanna, la quale rizzavasi in mezzo a una fitta piantagione di cardi, a circa sei chilometri verso il sud. — I Pampas e i Patagoni non hanno che tende.
— E chi può abitarlo?
— Chissà! forse dei pastori argentini, quantunque mi sembri un po’ strano che si possano incontrare a tanta distanza dalla frontiera argentina. Vedo anche un _corral_ e in buone condizioni, se l’occhio non isbaglia.
— E anche due cavalli, — aggiunse l’agente del Governo.
— Cosa facciamo? — chiese Cardozo.
— Preparare le armi e attendere, — rispose il mastro. — Il vento ci porta proprio sopra il _rancho_, e andremo a cadere nelle sue vicinanze. Guarda: vedo del fumo uscire dalla capanna.
— Che stiano preparando la cena? Ti assicuro, marinajo, che ci farei molto onore. Oh! oh! saldo, mio caro pallone! Che diamine! non c’è tanta fretta di scendere.
— Precipitiamo! — esclamò il mastro. — Tenetevi saldi alle funi.
L’aerostato infatti scendeva con rapidità, come se il gas sfuggisse da qualche grande apertura. Scese di trecento metri, si arrestò un momento, poi ricadde di altri trecento in pochi istanti e si mise a ondeggiare, descrivendo coll’estremità inferiore dei cerchi concentrici.
— Oh diavolo! — esclamò Cardozo. — Si direbbe che il pallone ha preso una sbornia solenne.
— Rolla come una nave presa dal tifone, — disse il mastro. — Brutto segno, ragazzo mio.
— Cosa temi?
— Che ne so io? Ho paura però che non la finisca troppo bene.
— Che stia per rovesciarsi?
— Speriamo di no. Aho!... tenetevi saldi!
Il pallone aveva ripreso la discesa con grande rapidità e questa volta pareva non dovesse più arrestarsi. Il mastro, Cardozo e perfino l’impassibile signor Calderon, cominciavano a diventare inquieti.
— Ci accopperemo, — disse il ragazzo, che non si sentiva più in vena di scherzare.
— O meglio, ci schiacceremo contro terra, — aggiunse l’agente del Governo. — Non v’è nulla da gettare?
— Cinque biscotti, le nostre armi e le munizioni, — rispose il mastro.
— Non saranno sufficienti ad arrestare la caduta.
— E poi dalle armi non mi separerei a nessun patto, signore. To’! un’idea!
— Buttala fuori, marinajo, — disse Cardozo. — Sbrigati, chè la prateria si avvicina con rapidità spaventevole.
— Arrampichiamoci fino alla rete. Quando toccheremo terra, si schiaccerà prima il pallone, poi ci lascieremo cadere in mezzo all’erba, che è alta assai e molto fitta.
— Purchè l’aerostato non si squilibri e non si rovesci.
— Non temere, ragazzo. Ci disporremo in modo da mantenerlo in equilibrio.
— Alla rete allora, e Dio ci protegga!
Abbandonarono precipitosamente il cerchio, si aggrapparono alle funi e si arrampicarono fino alla rete, che copriva una buona metà dell’aerostato.
— Ci siete? — chiese il mastro, che non poteva più scorgere i compagni, che stavano dall’altra parte.
— Sì, — risposero ad una voce l’agente del Governo ed il ragazzo.
— Tenetevi pronti a lasciarvi andare al mio comando, o il pallone trascinerà in aria qualcuno di noi.
— Saremo pronti, — rispose Cardozo.
Il pallone scendeva sempre senza rallentare, come se avesse fretta di riposarsi su quella verdeggiante prateria. Pareva che una grande colonna di aria lo cacciasse verso terra e che un’altra sotto di lui lo aspirasse. La distanza spariva con fantastica rapidità. Non era più che a cento metri e precipitava con l’eguale velocità.
— Marinajo, — esclamò Cardozo, che guardava con un certo terrore la prateria, che pareva gli volasse incontro.
— Presente, — rispose il mastro.
— Mi sembra che la mia testa giri.
— Sta saldo, figliuol mio! Non accadrà nulla... la prateria è soffice!... Attenzione!...
I cento metri sparvero in un lampo. L’aerostato s’immerse fra le grandi erbe, che raggiungevano l’altezza di due metri. L’estremità inferiore si schiacciò, allargandosi sui fianchi, quasi da scoppiare. Rimase un istante immobile: quel momento bastò.
— A terra! — tuonò il mastro.
Due corpi rotolarono fra le erbe, ma uno rimase fra le maglie della rete.
Il pallone, scaricato di quel peso, fece un salto in aria, portando con sè l’uomo che non erasi lasciato cadere a tempo e che si dibatteva disperatamente, come se cercasse sbarazzarsi da qualche legame.
Un grido echeggiò nell’aria:
— Ajuto!... ajuto!...
I due corpi che erano stramazzati fra le erbe si risollevarono prontamente: erano il mastro e il giovane Cardozo.
— Signor Calderon! — esclamarono.
Ma il signor Calderon omai più non li udiva. Il pallone non era più che un punto oscuro, che spariva rapidamente verso il sud.
— Gran Dio!... — esclamò il mastro.
— È perduto! — esclamò Cardozo.
— No perduto, poichè lo ritroveremo, mio figliuolo.
— In cammino, Diego!...
— La!... là... non facciamo sciocchezze, ragazzo mio. Inseguire il pallone sarebbe una pazzia, e poi siamo tanto scombussolati che ci dovremmo arrestare a qualche miglio di qui.
— Ma perchè non è disceso al tuo comando?
— Perchè si era imbrogliato fra la rete. Mi pare che avesse le gambe dentro le maglie.
— E dove andrà a finire ora?
— Chi può dirlo? Fortunatamente non ignora che il pallone ha una valvola, e sono certo che a quest’ora il gas sfugge.
— Ma cadrà molto lontano da qui.
— Ma lo ritroveremo, ragazzo mio: te lo giuro. Non possiamo abbandonare in questo luogo un nostro compagno che ha diviso con noi tanti pericoli.
— Purchè non cada fra gl’Indiani.
— Ha delle armi, le sue pistole, e saprà difendersi. È un uomo di poche parole, ma ci ha mostrato di essere assai coraggioso.
— Povero signor Calderon! lo rimpiango di cuore, benchè non fosse troppo simpatico.
— Ti dico che lo ritroveremo, Cardozo, si dovesse camminare fino allo stretto di Magellano.
— E intanto cosa facciamo?
— La notte cala rapidamente e la fame batte alle nostre porte; cerchiamo il rancho e chiediamo ospitalità. Puoi camminare?
— Mi sembra che nulla vi sia di rotto nelle mie gambe.
— Tanto meglio. Ti ricordi dove si trovava il _rancho_? Fra queste erbe giganti non vedo più in là della punta del mio naso.
— Mi pare che si trovasse alla nostra destra quando cademmo, ma non potrei assicurartelo. In quel momento la testa mi girava, come se avessi bevuto un boccale di rhum.
— Sali sulle mie spalle e dà uno sguardo al di là di questo mare di vegetali.
Cardozo s’arrampicò coll’agilità di una scimmia sulle spalle del mastro e si alzò in piedi, mantenendosi in equilibrio.
— Eccolo laggiù, — disse.
— Molto lontano?
— Appena a cinquecento passi... Ma...
— Cosa vedi?
— Mi pare che qualcuno si avvicini, poichè vedo le erbe a muoversi dinanzi a noi.
— Uomo, o bestia?
— È impossibile saperlo, poichè è nascosto fra le erbe e per di più comincia a farsi oscuro.
— Scendi e prendiamo le armi. In questo brutto paese non si sa mai chi si può incontrare.
— Vi sono dei carnivori?
— Dei coguari e dei giaguari molto feroci.
Cardozo saltò giù e raccolse la carabina, mentre Diego armava la sua.
A breve distanza si udiva un fruscìo, a cui talvolta si univa un certo tintinnìo che pareva prodotto dall’urto di varie monete o dall’agitarsi di un pajo di sproni.
— È un uomo, — disse il mastro.
— E chi sarà mai?
— Qualche abitante del _rancho_. Senza dubbio ha assistito al nostro capitombolo e viene a cercarci.
— Zitto!... eccolo!...
Le alte erbe si erano aperte a pochi passi da loro, ed un uomo bizzarramente vestito e formidabilmente armato era comparso, guardando con viva sorpresa i due marinai. Era alto di statura, magro assai, dalla pelle abbronzata, i capelli lunghi, neri e cadenti sulle spalle, gli occhi incavati, ma assai brillanti.