Il tesoro del Presidente del Paraguay

Part 17

Chapter 173,645 wordsPublic domain

— La sua carne somiglia a quella del majale.

— Allora fa per noi, marinajo, — rispose Cardozo, puntando il fucile.

— Risparmia la carica, — disse il mastro. — Siffatti animali, quantunque siano provvisti di lunghi artigli, non sono pericolosi che pei formicai. Lascia fare a me.

Il mastro afferrò la carabina per la canna, balzò addosso al formichiere, che non aveva pensato nemmeno a mettersi in guardia, e con una calciata applicatagli sul cranio lo rovesciò a terra fulminato.

— La cena e il pranzo per domani sono assicurati, — disse il mastro, raccogliendo la preda. — Ora pensiamo alle provviste per il viaggio.

XXVII.

Ancora i Patagoni.

Tutto il giorno i cacciatori batterono la prateria in tutti i sensi, spingendosi parecchie miglia verso il nord e tirando numerosi colpi di fucile sulla selvaggina che incontravano. Giunta la sera, erano tanto carichi da non essere quasi capaci di portare le numerose prede all’_estancia_.

Sei armadilli, due orsi formichieri, tre struzzi e una mezza dozzina di _viscacha_ formavano il loro pesante bagaglio, che bene o male rimorchiarono fino alla capanna, dove li attendeva il signor Calderon, il quale durante la lunga giornata non aveva abbandonato un solo istante il suo posto.

Il _gaucho_ non era ancora ritornato; ma nè il mastro, nè Cardozo s’inquietarono, quantunque da qualche ora il tempo si fosse cambiato, minacciando di scatenare uno di quei terribili uragani, per cui vanno famose le _pampas_ della Repubblica Argentina. Senza dubbio il bravo cavaliere, non trovando cavalli nelle vicinanze, si era spinto verso il lago Urre, che si trovava a una trentina di miglia più al nord.

— Verrà domani, — disse il mastro a Cardozo, che lo interrogava. — Un _gaucho_ sa sempre trovare la sua strada senza bisogno di bussola e sa anche trovare un rifugio contro gli uragani delle _pampas_. Non dobbiamo inquietarci di questo suo ritardo.

Cardozo, un po’ tranquillato da quelle parole, accese il fuoco e gettò fra le vampe quattro o cinque armadilli, mentre il suo compagno scorticava con abbastanza sveltezza la selvaggina abbattuta, che, ben seccata e affumicata, doveva formare la riserva pel viaggio. Il signor Calderon, come il solito, se ne stette in disparte rinchiuso nel suo silenzio.

La cena fu fatta in pochi minuti, inaffiata da una sorsata d’acqua corrotta, presa da una pozza che si trovava nell’interno della cinta; poi l’agente dei Governo e Cardozo si distesero nella capanna, in attesa del loro quarto di guardia. Il mastro, più resistente di tutti e più abituato alle fatiche, si accomodò al di fuori, dopo aver spento il fuoco, onde non servisse di faro ai Patagoni, nel caso che questi scorrazzassero quei dintorni.

La notte prometteva di diventare assai cattiva. Densi nuvoloni galoppavano pel cielo, spinti da un vento furioso che soffiava dal sud, da un vero _pampero_, come dicono gli Argentini. La grande prateria, poco prima silenziosa, si agitava fino agli estremi limiti dell’orizzonte; si piegavano i grandi cardi, si spezzavano i cactus, si torcevano, scricchiolando sinistramente, gli smisurati rami degli ombù e sotto le erbe e i cespugli si udivano urlare lugubremente i lupi rossi, spaventati dall’appressarsi della procella.

Di quando in quando un lampo azzurrognolo dalla tinta cadaverica illuminava le tempestose nubi e la pianura, seguito da un rullo che si perdeva fra il lontano orizzonte.

Il mastro, sdrajato presso l’entrata del recinto, colla carabina nascosta sotto la casacca per ripararla dai larghi goccioloni che cominciavano a crepitare sulle erbe, spinti in tutti i sensi dai furiosi soffi del _pampero_, teneva gli occhi fissi verso il sud. Si sentiva invaso da una forte inquietudine, che non riusciva a calmare, e presentiva la vicinanza di un pericolo.

Di tratto in tratto si levava, brontolando contro la bufera, che tendeva a diventare più violenta, e si sforzava di vedere più lontano che era possibile, spingendo gli acuti sguardi sotto le grandi erbe, che potevano nascondere l’avvicinarsi dei nemici. Tre o quattro volte si arrampicò fin sul tetto della capanna, interrogando l’orizzonte, che i lampi illuminavano, e tendendo gli orecchi, parendogli di udire fra i fischi del vento delle lontane grida o il galoppo di parecchi cavalli.

— Non ci vedo dentro, — ripeteva il degno marinajo, scuotendo la testa. — Se almeno fosse qui Ramon: ma chi sa quanto sarà lontano quel bravo _gaucho_.

Verso le 11, mentre l’uragano cominciava a infuriare con maggior rabbia, l’attenzione del mastro fu richiamata da una numerosa banda di struzzi che veniva correndo dal sud, fuggendo verso il nord. Qualunque altro non si sarebbe inquietato; ma il mastro, che aveva profonda conoscenza delle _pampas_ e de’ suoi abitatori, si impensierì gravemente.

— Quegli struzzi sono spaventati e fuggono un pericolo che viene dal sud, — mormorò. — Che i Patagoni si avanzino?

Si slanciò sulla palizzata, vi si arrampicò coll’agilità di un gatto e guardò attentamente. Un lampo illuminò la grande pianura, mostrandola come se fosse giorno fatto.

— Eccoli! — esclamò il mastro, discendendo precipitosamente. — Il cuore non m’ingannava.

Si precipitò verso la capanna e svegliò Cardozo e l’agente del Governo con due vigorose scosse.

— Tocca il quarto? — chiese il ragazzo, alzandosi.

— Sì, ma un brutto quarto, figliuol mio, — rispose il mastro. — I Patagoni sono qui.

— I Patagoni!

— Sì, ho visto or ora parecchi cavalieri galoppare per la pianura.

— Sono molti?

— Non lo so ancora, ma lo sapremo ben presto.

— E Ramon è tornato?

— Non l’ho veduto.

— Che sia stato ucciso, Diego?

— Non lo credo, poichè i Patagoni vengono dal sud ed egli si è diretto verso l’est, o verso il lago Urre.

— Andiamo a vedere questi brutti pagani, marinajo.

Cardozo, che non pareva troppo inquieto della presenza dei nemici, il mastro e l’agente del Governo, che non aveva perduto una linea della sua solita calma, abbandonarono la capanna e si diressero verso l’uscita della cinta.

La pianura era allora oscurissima; ma i lampi non dovevano tardare ad illuminarla. Infatti, pochi minuti dopo, alla luce di un lampo i tre uomini scorsero a circa tre chilometri dalla _estancia_ una numerosa truppa di cavalieri armati di lunghe lancie.

— Corpo di una fregata sventrata! — esclamò il mastro, applicandosi un pugno furioso sul berretto. — È la tribù intera che si avanza!

— Siamo in un brutto imbarazzo, marinajo, — disse Cardozo. — Quel brigante di Hauka ò stato più furbo di quanto lo supponevo.

— E non siamo che in tre!

— Fortunatamente siamo buoni bersaglieri, e le munizioni non iscarseggiano.

— Ma non basteranno per tutti.

— Guarda, Diego! Si dirigono a questa volta.

— Ma faremo loro una brutta accoglienza, ragazzo mio; te lo assicuro. Il primo che giunge a portata del mio fucile è uomo morto.

— Ecco che parli bene, marinajo. Bisogna tener duro fino al ritorno di Ramon.

— Speriamo che ritorni con dei buoni cavalli.

— Orsù, organizziamo la difesa.

— Sono pronto, Cardozo. Cominciamo collo ingombrare l’entrata del recinto onde non farci fracassare la testa dalle _bolas_.

— E con che cosa? Non abbiamo nulla, a meno che tu non ti rechi ad abbattere qualche albero.

— Abbiamo il cavallo: ciò sarà sufficiente per ripararci.

Il bravo marinajo, vedendo che i Patagoni si avanzavano di buon trotto, punto curandosi dei lampi, dei tuoni e del _pampero_, che continuava a soffiare con estrema violenza, fece alzare il cavallo, che sonnecchiava in un angolo dell’_estancia_, lo condusse presso l’entrata e con un vigoroso colpo di coltello lo fece stramazzare a terra cadavere.

— Presto, — disse poi, armando la carabina, — collocatevi dietro a questo morto e, appena i Patagoni giungono a tiro, aprite il fuoco. Signor Calderon, spero che non risparmierete i vostri antichi adoratori.

— Non m’interessano, — rispose l’agente con un sorriso sdegnoso.

— Sta bene; tenetevi pronti a far fuoco al mio segnale.

— Vi avverto però che le mie pistole hanno una portata piccola.

— Lo so, signor Calderon: ve ne servirete quando lo crederete opportuno.

I Patagoni avevano rallentato la corsa e si avvicinavano con precauzione, tenendosi riparati dietro ai grossi mazzi di cardi, che li nascondevano in buona parte. Senza dubbio sospettavano la presenza dei fuggiaschi e, sapendoli armati ed eccellenti bersaglieri, non volevano esporsi troppo.

Giunti a circa seicento metri, si fermarono, rizzandosi sulle staffe per abbracciare maggior orizzonte e spingere gli sguardi nell’interno dell’_estancia_. Diego, che non perdevali di vista un solo istante, giudicò opportuno dar segno di vita.

Si alzò sulle ginocchia, appoggiò la carabina sul corpo del cavallo e, appena un lampo illuminò la pianura, mirò il cavaliere più vicino. La detonazione fu coperta da urla di rabbia e da un precipitoso galoppo.

— Qualcuno è caduto, — dissegli alzandosi.

— Sì, sì, — confermò Cardozo: — vedo un cavallo senza cavaliere che fugge.

— Ne avremo uno di meno.

— Zitto...!

Il galoppo era cessato improvvisamente. Cardozo e il mastro attesero un nuovo lampo, e videro che la pianura era ridiventata deserta.

— Oh! oh! — esclamò il mastro, grattandosi furiosamente la testa. — Dove sono fuggiti?

— Si saranno nascosti fra le erbe, — rispose Cardozo.

— Cosa hanno intenzione di fare quei dannati pagani?

— Cercheranno di avvicinarsi strisciando fra le erbe: ne sono certo, marinajo. Tu sai che le loro _bolas_ non vanno molto lontano.

— Non vorrei che li scoprissimo troppo tardi.

— O che ci assalissero alle spalle.

— Mille milioni di fulmini! Non ci mancherebbe che questo brutto tiro! Signor agente del Governo, abbiamo bisogno di voi per salvare la nostra pelle.

— Comandate, — rispose il signor Calderon.

— Se non vi rincresce, portatevi dall’altra parte della cinta e fate attenzione alle erbe, che potrebbero celare i briganti che ci assalgono. Vi avverto che bisogna tenere gli occhi bene aperti e le mani sulle pistole.

L’agente si alzò senza dir verbo e si allontanò con passo lesto.

— Ora possiamo essere un po’ più tranquilli, — disse il mastro. — Oh! oh! le erbe si muovono dinanzi a noi.

— Dove?

— Laggiù, a trecento passi.

— E anche più vicino, marinajo: non vedi quel gruppo di cactus aprirsi? Il vento li piegherebbe, ma nulla più.

In quell’istante, tra i fischi furiosi del _pampero_ e gli scrosci del tuono, si udirono alcune acute note, che parevano emesse da un flauto. Era il segnale dell’attacco, o di qualche nuova manovra?

Cardozo e il mastro balzarono in piedi per meglio osservare le alte erbe, che si vedevano agitarsi in parecchi luoghi.

— Apri bene gli occhi, Cardozo, — disse il mastro.

— Sono tutt’occhi, Diego.

In quel momento si udì fra le tenebre un fischio acuto, e una _bola_ lanciata da un robusto braccio urtò furiosamente contro la palizzata, schiantando un palo.

Il mastro, che al chiarore dei lampi aveva seguìto il volo del pericoloso projettile, puntò rapidamente la carabina e fece fuoco. Nessun grido rispose alla fragorosa detonazione.

— Corna di Belzebù! — esclamò con rabbia. — Ecco una palla perduta, che forse rimpiangeremo.

— Attenzione, marinajo! — disse Cardozo.

— Vengono?

— Eccoli!

A cinquanta o sessanta passi erano improvvisamente sorti dalle erbe quindici o venti uomini. Una grandine di _bolas_ cadde contro lo steccato, aprendo dei fori nel legno semimarcito, poi i nemici si scagliarono innanzi colle lance in mano, empiendo l’aria di urla terribili.

Cardozo, quantunque spaventato dalla vicinanza dei formidabili guerrieri, le cui stature gigantesche spiccavano vivamente sul fondo azzurrastro dell’orizzonte, che i lampi illuminavano quasi senza interruzione, puntò la carabina e fece fuoco nel mezzo della banda.

Un uomo cadde fra le erbe: ma gli altri continuarono la corsa, mentre altre bande apparivano qua e là. Il mastro, che in quel frattempo aveva caricato il fucile, fece pure fuoco.

Un altro guerriero cadde, gettando un urlo di dolore. I suoi compagni, spaventati da quei colpi maestri, si arrestarono indecisi, poi volsero le spalle, gettandosi in mezzo alle erbe.

— Era tempo! — esclamò il mastro, tergendosi il freddo sudore che gli inondava la fronte. — Ancora pochi passi, e per noi era proprio finita.

Ma la sua gioia fu di breve durata. Le altre bande, che non avevano ancor provato gli effetti del fuoco, si avanzavano intrepidamente, lanciando le _bolas_, che se non colpivano i difensori dell’_estancia_, sfondavano a poco a poco la malferma palizzata. Erano oltre cento guerrieri, armati tutti di lancio e decisi, a quanto pareva, a tutto.

— Non perdere colpo, Cardozo, — disse il mastro.

— Ho il polso fermo, — rispose il ragazzo.

— Tira sui più vicini.

— Sì, marinajo.

— E se vedi Hauka, non risparmiarlo.

— Sarà il primo a cadere, se si mostra.

— Vedi l’agente?

— È al suo posto.

— È necessario che venga in nostro ajuto. Signor Calderon!

L’agente del Governo, che aveva già compreso quanto fosse disperata la posizione dei compagni, invece di rispondere, lasciò il posto e si avvicinò all’entrata della cinta.

— Sono con voi, — disse colla sua solita calma.

— Avete udito nessun galoppo verso il nord?

— Nessuno.

— Ah! se Ramon potesse udire le nostre fucilate!

— Sarà lontano assai, — disse Cardozo.

— Confidiamo in Dio. Ognuno a posto, e tenetevi pronti a tutto, anche a fuggire se non potremo più resistere.

— Eccoli! — disse Cardozo.

I Patagoni erano appena a cinquanta passi. Si radunarono strettamente, forse per incoraggiarsi vicendevolmente o forse per essere più pronti ad irrompere nella cinta dalla stretta apertura, poi si scagliarono innanzi gettando il loro grido di guerra.

Quattro spari si udirono a breve distanza l’uno dall’altro e tre uomini scomparvero fra le alte erbe, senza dubbio colpiti dalle palle degli assediati. I loro compagni, niente atterriti da quella accoglienza micidiale, continuarono la corsa, incoraggiandosi a vicenda con vociferazioni spaventevoli, e si slanciarono all’assalto con furia incredibile.

Diego, Cardozo e Calderon, malgrado si vedessero ormai perduti, non si perdettero di animo. Radunatisi dinanzi all’entrata della cinta, che non permetteva il passaggio a più di due uomini e che era semi-ingombrato dal cadavere dei cavallo, fecero intrepidamente fronte all’attacco.

Scaricate un’ultima volta le armi, che fecero altre quattro vittime, impugnarono le carabine per la canna, menando per ogni dove colpi disperati, mentre l’agente del Governo, che conservava anche in quel terribile frangente una ammirabile calma, caricava e scaricava senza posa le sue pistole.

La cosa però non poteva durare molto. I tre difensori dopo pochi minuti si videro costretti a ripiegarsi nell’interno del recinto e a rifugiarsi nella capanna. I Patagoni, furiosi per le perdite subite, irruppero nel recinto, mandando urla di vittoria.

— Siamo perduti! — esclamò Cardozo.

— Fuggiamo nella prateria, — disse l’agente.

— Non ancora! — tuonò il mastro.

Aveva veduto un guerriero di alta statura attraversare l’entrata e in quell’uomo aveva riconosciuto il capo Hauka.

Si lanciò fuori della capanna a rischio di farsi sfracellare il capo da qualche _bola_ e puntò la carabina.

Già stava per far scattare il colpo, quando dalla parte opposta del recinto si udì una voce gridare:

— Tenete saldo, amici! Son qui io!

Una detonazione formidabile seguì la voce, coprendo le urla di furore dei Patagoni, e Hauka, colpito in pieno petto, cadde fulminato in mezzo ai suoi guerrieri.

Il mastro, sorpreso da quell’inaspettato soccorso, si volse verso la cinta e vide Ramon che si avanzava correndo, con in mano il trombone ancora fumante.

XXVIII.

La prateria in fiamme.

Udendo quella voce a tutti e tre ben nota e quella fragorosa detonazione, che non si potea attribuire che ad un trombone, Diego, Cardozo e perfino il flemmatico agente del Governo si erano precipitati fuori della capanna, onde appoggiare l’offensiva del _gaucho_; ma non vi era ormai più bisogno.

I Patagoni, già malfermi per le perdite subite e la vigorosa difesa opposta dagli assediati, spaventati dalla morte del capo, sul quale assai contavano, e dall’arrivo inaspettato di quel nuovo nemico armato d’un fucile così terribile, si erano dati a precipitosa fuga, disperdendosi per la pianura.

Ramon, caricato sollecitamente il trombone, si affrettò a raggiungere i compagni, che lo accolsero a braccia aperte e con grida di gioja.

— Ah! mio bravo amico, credevo di non rivedervi mai più, — disse il mastro, stringendogli energicamente le mani.

— Non si abbandonano gli amici nel pericolo, — rispose il _gaucho_ con dignità. — Sono felicissimo di essere giunto in così buon punto e di avere spacciato il _gounak_ (capo) di quei giganti indemoniati. Pedro è vendicato!

— Avevate udito le nostre fucilate?

— Ero a dodici miglia da qui quando udii il primo vostro colpo di fucile. Immaginandomi che voi eravate stati attaccati dai Tehuels, mi diressi di corsa da questa parte. Son giunto un po’ tardi, ma a tempo, a quanto vedo.

— Ancora pochi minuti e per noi era finita, — disse Cardozo. — La capanna non avrebbe resistito a lungo all’assalto di quei demoni.

— Credete che ritornino alla carica? — chiese Diego.

— Senza dubbio, — rispose il _gaucho_. — Io li conosco assai bene i Tehuels e so che sono assai vendicativi e tenaci nei loro progetti.

— Potremo resistere ad un secondo assalto?

— Non siamo bastanti per sostenere l’urto di tutti quei selvaggi: ma noi non li attenderemo.

— Avete condotto con voi dei cavalli?

— No; ma forse qualche cosa di meglio.

— Che cosa mai? — chiesero Diego e Cardozo con stupore.

— Il vostro pallone.

— Il nostro pallone?

— Sì, l’ho trovato sgonfiato a otto chilometri da qui in mezzo a un gruppo di cespugli.

— E dov’è?

— L’ho caricato sul mio cavallo, il quale non dev’essere molto lontano.

— Ma a che cosa ci servirà il pallone, se non abbiamo del gas da riempirlo? — chiese Cardozo.

— Lampi e tuoni! ciò è vero! — esclamò il mastro.

— Non si può innalzarlo? — chiese il _gaucho_ con istupore. — Credeva che voi poteste farlo.

— E lo faremo, — disse l’agente del Governo, che fino allora non aveva pronunciato sillaba.

— In qual modo, signor Calderon? — domandò il mastro con aria incredula. — Avete per caso scoperto qualche gasometro?

— Basterà quest’erba secca, — rispose l’agente.

— Perdonate, signor Calderon: io sono una bestia a due gambe, — disse il mastro. — Se fossi stato solo, non avrei mai pensato a questo espediente, che può salvarci tutti.

— Tutti no.

— E perchè?

— Peseremmo troppo.

— Il pallone è grande.

— Non basterà.

— Allora lasciamolo fra i cespugli.

— Ditemi, signore: quante persone potrà portare? — chiese Ramon.

— Tutt’al più tre, compreso fra queste Cardozo, che non pesa molto.

— Che cosa si vuole esigere di più adunque quando basterà per salvarvi tutti e tre?

— Ma voi...? — chiesero Cardozo e Diego.

— In quanto a me, non vi seguirò in aria, — rispose il _gaucho_, sorridendo. — La mia patria è la prateria, non le nubi.

— E ci credete capaci di abbandonarvi al furore dei Patagoni? Oh! questo non accadrà mai, mai! — esclamò il mastro.

— No, mai! — confermò Cardozo.

— Se avete questo timore, potete tranquillizzarvi, amici. So quello che farò, e quando voi vi sarete innalzati, eleverò tale barriera dinanzi ai Patagoni, da impedir loro per vari giorni di inseguirmi.

— Spiegatevi, Ramon.

— È presto fatto, mastro. Incendio la prateria, approfittando del _pampero_, che soffia dall’est, e fuggo. I Patagoni, che accampano all’ovest, saranno ben costretti a ritirarsi dinanzi al mare di fuoco e a rinunciare per un bel pezzo all’inseguimento.

— E non ci rivedremo più? — chiese il mastro con dolore.

— Dove andate?

— Al Chilì: ve lo abbiamo detto.

— Ci verrò anch’io.

— Ma dove potremo noi ritrovarci? Il Chilì è grande.

— Fissate una città.

— Vi attenderemo a Nuova Concezione.

— Il posto dell’appuntamento?

— Al Consolato del Paraguay, o sul molo.

— Sta bene; non mancherò, amici miei. Ah! ecco il cavallo che giunge. Andiamo a prendere il pallone e gonfiamolo prima che i Patagoni si riorganizzino e tornino alla carica.

Al di là del recinto si vedeva avanzarsi il cavallo del _gaucho_, carico a segno da penare assai a tirare avanti. Diego, Cardozo e Ramon, dopo d’aver raccomandato all’agente del Governo di fare buona guardia, sfondarono una parte della cinta e fecero entrare l’animale.

Il pallone fu subito disteso sull’erba ed esaminato scrupolosamente onde essere sicuri che non avesse degli strappi. Fortunatamente la grossa seta, malgrado tante peripezie e tante volate, aveva resistito meravigliosamente e non offriva alcuna laceratura. La rete era intatta.

— Non finirò mai di ringraziare questo valoroso aerostato, che dopo d’averci condotti a terra, ci salva nuovamente, — disse il mastro.

Nella pianura si udirono in quell’istante delle grida che pareva si avvicinassero, accompagnate da un furioso abbajar di cani. Ramon impallidì.

— Che sia troppo tardi? — mormorò.

— Speriamo di spiccare il volo prima della loro venuta, — disse Cardozo. — L’erba secca abbonda nell’_estancia_ e in poco tempo il pallone sarà gonfiato.

— Vi consiglierei di fuggire prima di noi, Ramon — disse il mastro.

— Non datevi pensiero per me, — rispose il _gaucho_. — I Patagoni giungeranno sempre troppo tardi, poichè posso incendiare la prateria in qualunque luogo mi piaccia.

— Come desiderate, — disse il mastro. — Signor Calderon, cosa dobbiamo fare?

L’agente del Governo accorse e s’incaricò di dirigere l’innalzamento dell’aerostato: lavoro, del resto, che richiedeva poca fatica e non molte cognizioni aerostatiche.

Ai due lati dell’_estancia_ si innalzavano due altissimi alberi, che forse servivano di osservatorio ai _puesteros_, onde non venire improvvisamente sorpresi dagli Indiani, che dovevansi mostrare di frequente in quei paraggi così vicini alla frontiera patagone. L’agente del Governo se ne servì molto opportunamente per innalzare l’aerostato, mediante una lunga corda tesa fra i rami più elevati, e che attraversava l’_estancia_ in tutta la sua lunghezza. Ciò fatto, fece allargare l’orifizio del pallone e accumulare sotto una grande quantità d’erba ben secca, alla quale venne subito dato fuoco.

Le fiamme, irrompendo attraverso l’apertura, che i quattro uomini tenevano ben tesa onde il tessuto non s’incendiasse, cominciarono a gonfiare il gigantesco pallone.

Pareva che l’operazione dovesse terminare senza incidenti, malgrado i furiosi soffi del _pampero_, che scuotevano orribilmente l’aerostato, minacciando di lacerarlo contro la cinta, quando nella pianura scoppiarono spaventevoli vociferazioni. Diego mandò un vero ruggito.

— Siamo perduti! — esclamò.

— Non ancora, — rispose il _gaucho_. — Incaricatevi del pallone voi; io m’incarico dei Patagoni. — Strappò due manate d’erba accesa e si precipitò fuori dell’_estancia_.

Alcune bande di Patagoni si avanzavano urlando, dirigendosi verso il recinto. Senza dubbio al chiarore dei lampi avevano veduto l’aerostato e, immaginandosi che i loro ex-prigionieri stessero per fuggire colla luna, accorrevano per far prigionieri tutti insieme.

Il _gaucho_, senza inquietarsi troppo della loro vicinanza, sparpagliò per un tratto piuttosto lungo le erbe infiammate, le quali comunicarono il fuoco ai cactus e ai cardi, che crescevano in grande abbondanza e che erano quasi secchi. In pochi minuti sette od otto colonne di fumo si alzarono qua e là, e poco dopo una cortina di vampe immense si alzò crepitando e illuminando vivamente la notte.

I Patagoni, che non distavano che poche centinaia di passi dall’_estancia_, si arrestarono di colpo, mandando urla di rabbia.

— Alto là! — esclamò il _gaucho_, scaricando sui più vicini il suo trombone. — Di qui non si passa!

Sicuro di non venire inseguito, tornò rapidamente presso i compagni. L’aerostato, quasi completamente gonfiato, faceva sforzi prodigiosi per rompere la corda che lo teneva prigioniero e innalzarsi fra le tempestose nubi.

— Siete pronti? — chiese il _gaucho_.