Il tesoro del Presidente del Paraguay

Part 16

Chapter 163,639 wordsPublic domain

— Che mi sia ingannato? — mormorò, mentre Cardozo si inoltrava in mezzo ai cactus per osservare la pianura dalla parte opposta.

Inquietissimo, discese di sella e appoggiò l’orecchio contro il suolo, ma non gli pervenne alcun rumore.

— Vedi nulla, Cardozo? — chiese.

— Affatto nulla, — rispose il ragazzo, che si rizzava sulle staffe per abbracciare maggior spazio.

— E voi, signor Calderon?

L’agente del Governo, che era ricaduto nel suo mutismo, fece col capo un cenno negativo.

— È strano, — mormorò il mastro. — Eppure non siamo sordi.

— Cosa facciamo? — chiese Cardozo, che era ritornato sul sentiero.

— Prepariamo le carabine e tiriamo innanzi.

Risalì in sella, armò il fucile e ripartì, seguito dai due compagni. I cavalli, eccitati colle briglie, superarono di carriera la piccola altura e discesero sempre di corsa il versante opposto.

D’improvviso il cavallo del mastro stramazzò violentemente a terra, sbalzando il cavaliere in mezzo ai cactus. Gli altri due cavalli, che erano vicinissimi, caddero alla loro volta, lanciando a destra e a sinistra Cardozo e l’agente del Governo.

Quasi contemporaneamente un lampo rompeva le tenebre, seguìto da una fragorosa detonazione, ed una pioggia di projettili passava fischiando sopra i caduti.

Cardozo, il più agile di tutti, si alzò rapidamente in piedi, e, senza curarsi di sapere se si era rotta qualche costola in quell’improvviso capitombolo, puntò la carabina contro un uomo che era improvvisamente apparso fra i cespugli tenendo in mano un trombone ancor fumante. Già stava per far scattare il grilletto, quando quell’uomo si slanciò innanzi gridando:

— Ferma, Cardozo!...

Il ragazzo lasciò cadere la carabina, mandando un grido di gioja.

— Corna di mille diavoli! — esclamò il mastro, che si era alzato zoppicando. — Chi è che assassina la gente?

— Io, — rispose una voce ben nota.

— Ramon! — esclamò il mastro. — Mille milioni di fulmini!

Il _gaucho_ si fece innanzi, conducendo per la briglia il suo cavallo, che si era tenuto appiattato fra i cespugli.

— Mi rincresce immensamente, signori, di avervi fatto cadere così bruscamente e d’aver rovinato i vostri cavalli, — disse con accento di dolore. — Spero che non avrò ferito nessuno.

— Non mi pare, — rispose il mastro, vedendo l’agente del Governo rialzarsi senza bisogno di ajuto. — Vi confesso però che il capitombolo è stato molto brusco, e che, senza questi cactus, non so chi di noi avrebbe le membra intatte, mio caro Ramon. Ma che cosa avete messo su questo sentiero, per farci stramazzare tutti e tre?

— Il mio _lazo_ teso fortemente fra due cespugli, — rispose il _gaucho_.

— E per chi ci avevate presi adunque?

— Per Patagoni lanciati dietro le mie tracce.

— Bah! sono tutti ubriachi fradici.

— Chi? I Patagoni?

— E ubriachi di _câna_ eccellente, — aggiunse Cardozo.

— E voi ne avete approfittato per fuggire.

— Lo vedete.

— Sono felicissimo di rivedervi liberi, signori. Io però vi seguivo da lungo tempo, sperando di farvi fuggire.

— E noi vi ringraziamo di tutto cuore, poichè sappiamo molte cose sui vostri audaci tentativi per sbarazzarci dei nostri guardiani.

— Mi avete riconosciuto adunque? — chiese il _gaucho_ ridendo.

— Perbacco! Non ci voleva molto, caro amico, per riconoscervi. Ma...

— Che cosa, mastro Diego?

Il vecchio lupo di mare si era arrestato bruscamente, guardando fisso fisso il _gaucho_.

— Dite, — mormorò Ramon.

— Vi cagionerò forse del dolore.

— Vi comprendo, — disse il _gaucho_ con accento triste. — Mio fratello è morto...

— Ucciso?

— Dai Patagoni: ho trovato il suo cadavere attraversato da due colpi di lancia.

— Povero Pedro! — esclamarono ad una voce il mastro e Cardozo.

— Oh! ma l’ho vendicato! — esclamò il _gaucho_, il cui viso aveva tutto d’un tratto assunto un’aria selvaggia. Poi, cambiando tono: — Orsù, non perdiamo dei minuti che possono essere preziosi... I Patagoni non tarderanno ad inseguirci: lo vedrete.....

— Partiamo, — disse il mastro.

— E i cavalli potranno camminare? — chiese Cardozo.

— Vediamo, — disse Ramon.

Si diressero verso i quadrupedi, che non si erano ancora rialzati, e cercarono di farli saltare in piedi. Uno fu pronto ad ubbidire; ma gli altri due si rifiutarono, mandando dolorosi nitriti. Guardatili meglio, Ramon e il mastro videro che avevano le gambe anteriori spezzate.

— Ecco una disgrazia che possiamo pagare cara, — disse il _gaucho_, scuotendo il capo.

— E cosa si fa? — chiese il mastro.

— Bisogna fuggire egualmente.

— I nostri piedi sono stati rovinati dai Patagoni.

— Coll’incisione? Lo avevo sospettato, mastro Diego. Monteremo sui due cavalli che ci rimangono e cercheremo di raggiungere una _estancia_ che so trovarsi a una trentina di chilometri verso il nord.

— E dopo?

— Poi daremo la caccia a qualche banda di cavalli selvaggi...

— Partiamo adunque.

Non c’era tempo da perdere; tre ore erano già trascorse, e i Patagoni potevano essere di già a cavallo in cerca dei prigionieri. Bisognava fuggire al più presto e trovare il rifugio promesso dal _gaucho_, l’unico che potesse salvarli.

Ramon e Cardozo montarono sul _mustano_ e gli altri due sul cavallo preso ai Patagoni, poi partirono, dirigendosi verso il nord, in direzione del lago Urre, che è un vastissimo serbatojo formato dall’unione dei fiumi Cho di Euba e Desanguadero, entrambi scendenti dalla grande catena delle Ande.

Cominciava ad albeggiare. Le tenebre rapidamente scomparivano, lasciando vedere chiaramente l’immensa prateria, che pareva si agitasse tutta: bande numerosissime di pappagalli grigi, di cardinali superbi, di pernici da campo, si alzavano fra le erbe, gettando grida gioconde, mentre fuggivano rapidamente in tutte le direzioni i _nandù_, che somigliano assai agli struzzi africani nelle forme, mandando delle grida stridenti, sgradevolissime, e si celavano dentro gli stagni salmastri i _guillius_, che somigliano alle lontre e che hanno un pelo pregiato quanto quello dei castori.

I due cavalli, quantunque portassero doppio carico e avessero già percorso diversi chilometri, galoppavano con bastante rapidità, tuffandosi fra le alte e grasse erbe che coprivano la gran pianura. Del resto i cavalieri, ai quali premeva di porre una grande distanza fra loro ed i Patagoni, non risparmiavano nè grida, nè speronate, per eccitarli sempre più.

Alle 9 il _gaucho_, che apriva la marcia, rassicurato dalla calma assoluta che regnava sulla pampa e dal silenzio perfetto, fece fare una breve sosta sulle sponde di un piccolo corso d’acqua, in mezzo al quale nuotavano in gran numero grosse anguille, superbe trote e pesci-re (_cyprinus regius_).

I cavalli erano esausti e richiedevano un po’ di riposo, e gli uomini, che avevano vegliato quasi tutta la notte, erano affranti. Ramon approfittò di quel po’ di sosta per abbattere con un colpo di trombone una ventina di pappagalli che schiamazzavano fra i rami di _boughe_, e Cardozo per fare una discreta provvista di uova di struzzo, scoperte dentro una specie di cavità.

Il mastro, che moriva di fame, cucinò una mezza dozzina di quelle uova, che furono subito divorate, malgrado il loro sgradevole sapore di selvatico.

Alle 11 i cavalieri si rimettevano in marcia, seguendo un piccolo _arroyo_, un torrentello che pareva corresse verso il lago Urre. Dei Patagoni nessuna traccia fino allora, quantunque Ramon avesse accostato più volte l’orecchio a terra, onde cercare di raccogliere il galoppo dei loro cavalli.

Però nè il _gaucho_, nè il mastro si illudevano, ben conoscendo i Patagoni. Entrambi davano segni di una viva inquietudine; di quando in quando si fermavano per scrutare le erbe e per tendere gli orecchi, e spingevano i loro sguardi verso il sud, temendo sempre di vedere comparire sull’orizzonte i cavalli degli Indiani.

Parecchie volte, credendo di udire delle lontane grida o un lontano galoppo, si arrestarono, armando i fucili e sdrajando i cavalli in mezzo alle erbe.

La giornata tuttavia passò tranquilla, e alla sera si accampavano in mezzo ad un gruppo di fitti cespugli. Avevano percorso oltre sessanta miglia dal campo patagone fino a quel luogo.

Sicuri di non venire disturbati, nè scoperti, si addormentarono profondamente, dopo un magro pasto composto di _charquì_ e poche uova di struzzo.

All’indomani, rimessi in forze da quel benefico riposo, riprendevano la fuga, dirigendosi sempre verso il nord.

A mezzodì, dopo una corsa di altre venti miglia, Ramon, che cavalcava dinanzi, segnalò la tanto sospirata _estancia_.

— Era tempo! — esclamò il mastro. — I nostri cavalli sono completamente rovinati.

— Ne prenderemo degli altri, — disse il _gaucho_, che aveva notato in terra parecchie tracce.

— È abitata quella _estancia_?

— No.

— Sono fuggiti i proprietari?

— Pare che sia così.

— Che siano giunti i Pampas sin qui?

— Non è improbabile.

— Speriamo di trovarla ancora in buono stato.

— Le sue cinte non sono state toccate.

— Voi dunque siete venuto qui?

— Sì, mastro.

— Quando?

— Ve lo racconterò più tardi; armate i fucili e avanti!

XXVI.

L’_estancia_ abbandonata.

Le _estancias_ delle _pampas_ consistono ordinariamente in un grande recinto formato da tronchi d’alberi ben uniti, onde potere, in caso di attacco, opporre una valida resistenza agli assalti degli Indiani, e in una o due capanne di mattoni cotti al sole e qualche volta di semplici frasche, che servono di abitazione ai _puesteros_, o pastori.

Si trovano disseminate in non piccolo numero sul territorio dipendente dalla Repubblica Argentina, ma divise da moltissime leghe e qualche volta tanto lontane dai centri abitati, da non avere che rarissimi contatti con altri esseri viventi. Servono di ricovero alle numerose pecore, ai buoi e ai cavalli dei grandi proprietari, i quali talvolta possiedono parecchie migliaja di animali, affidati alla custodia di pochi pastori, che ordinariamente sono baschi, o tedeschi, o alsaziani, ai quali corrispondono una paga di sessanta lire mensili, oltre una certa provvista di _matè_, di zucchero, di rhum e di candele.

Le occupazioni di questi _puesteros_, chiamati anche _corrales_, si limitano al taglio della lana, che poi rinchiudono in sacchi per consegnarla al _catapaz_ del padrone, all’allevamento degli animali e alla difesa di questi contro i ladroni delle _pampas_, o contro gli assalti dei coguari e dei giaguari.

L’_estancia_ che stavano per occupare i fuggiaschi, non differiva molto dalle solite. Era però piccola, avendo un recinto limitato, e conteneva una sola capanna costrutta con mattoni cotti al sole e in parte sfondata.

All’ingiro non si scorgevano che degli ammassi di sterco, alcuni carcami di pecore, un carro che pareva avesse sostenuto un furioso assalto, a giudicarlo dalle sue tavole squarciate e dalla sua coperta sventrata, e alcuni teschi di buoi, che parevano avessero servito di sedili ai _puesteros_.

Nessun’anima vivente nè all’esterno nè all’interno, eccettuati alcuni _chimango_, certi uccelli amanti delle carogne, che stavan sonnecchiando indolentemente sulla cima della capanna.

Ramon, dopo essersi assicurato con una rapida occhiata che nessun indiano si trovava nascosto nel recinto, si avanzò fin presso la capanna, poi balzò a terra, invitando i compagni a fare altrettanto.

Tenendo sempre il trombone in mano, fece il giro della catapecchia con molta precauzione, poi entrò, tenendo l’arma tesa. Visto che l’interno era affatto vuoto, si rassicurò e, volgendosi verso i compagni, disse:

— Siamo in casa nostra.

— Non c’era bisogno di tante precauzioni, — disse Cardozo: — chi poteva occupare questa catapecchia?

— Dagli Indiani si può aspettare qualunque sorpresa, — rispose il _gaucho_. — Nella _pampa_ la prudenza non è mai troppa.

— È vero, — affermò il mastro.

— Ma dove saranno fuggiti i proprietari di questo recinto? — chiese Cardozo.

— Non ne so più di voi, — rispose Ramon.

— Che abbiano avuto con loro delle pecore?

— Forse delle migliaja.

— E dove saranno ora?

— Probabilmente disperse per la prateria.

— Qualche altro proprietario le farà sue allora.

— V’ingannate, Cardozo, — disse il _gaucho_. — Gli animali della _estancias_, siano cavalli, buoi o pecore, portano tutti una marca, che non è sconosciuta ai grandi allevatori. I primi la portano impressa sulla pelle, e si fa con un ferro rovente, e le pecore sulle orecchie, onde non guastare la loro lana, che, come voi già saprete, è molto pregiata sui mercati argentini. Queste marche vengono poscia depositate presso le autorità argentine e sono una garanzia pei proprietari, che più nulla hanno da temere.

— È vero, — disse Diego. — Nessun proprietario ardirebbe porre la mano su di un animale che porta una marca appartenente ad un altro.

— I proprietari di questa _estancia_ hanno adunque la speranza di ricuperare un giorno i loro armenti?

— Sì, Cardozo, se non cadono però fra le mani degli Indiani, — disse Ramon.

— Quando voi siete venuto qui, avete trovato degli animali? — chiese il mastro al _gaucho_.

— Un centinajo di buoi, che erano ritornati senza dubbio da pascoli lontani.

— Forse gli stessi che lanciaste contro di noi?

— Sì, mastro, — rispose Ramon sorridendo. — Mi avevano seguìto, e io ne ho approfittato per tentare di sbaragliare l’avanguardia dei Tehuels, onde facilitarvi la fuga.

— Ma come avevate saputo che noi eravamo nelle mani di quei pagani? — chiese Cardozo.

— Sì, sì, narrate, — disse il mastro, accomodandosi sul cranio di un bue.

— Vi ricorderete senza dubbio di quella terribile notte in cui ci si diede la caccia.

— Non l’ho scordata, — rispose Diego. — _Carramba!_ che brutta notte!

— Io era fuggito verso l’est, inseguito da una dozzina di Patagoni, che mi lanciavano dietro delle _bolas_ per storpiarmi il cavallo e per fracassarmi il capo. Non so quante miglia percorsi, abbattendo di quando in quando qualche inseguitore a colpi di trombone, quando mi trovai d’improvviso dinanzi al Rio Negro.

«Lo attraversai e mi rifugiai sulla riva opposta, dove mi nascosi in mezzo a dei fitti cespugli. Credevo di essermi assai allontanato dal luogo dove avevo lasciato voi, quando invece mi accorsi di trovarmi a poche centinaja di passi dall’accampamento dei Tehuels.

«Ignorando cosa fosse avvenuto dei miei compagni, stetti nascosto, e all’indomani, ai primi albori, scorsi i Patagoni attraversare il fiume assieme con voi.

— Ah! voi eravate a pochi passi da noi? — chiese il mastro.

— Sì, e vi distinsi perfettamente, legato in groppa ad un cavallo. Cardozo era portato da due uomini di statura gigantesca.

— È vero, — disse il mastro.

— Non potendo venire in vostro soccorso, riattraversai il fiume onde cercare Pedro e concertarmi con lui per la vostra liberazione. Ma, ohimè! il mio povero fratello era caduto sotto i colpi dei nemici e trovai il suo cadavere semidivorato dai giaguari della pampa.

— Infelice! — esclamarono Diego e Cardozo, profondamente commossi.

— Seppellii il povero Pedro, — continuò il _gaucho_, — e mi misi in traccia di ajuti, risoluto a strapparvi dalla prigionìa. Sapendo che qui un tempo esisteva una _estancia_, mi diressi a questa volta; ma i _puesteros_, spaventati forse dall’insurrezione dei Pampas, erano fuggiti.

«Trovati i buoi, discesi verso il sud, e vi incontrai coll’avanguardia. Voi sapete de’ miei tentativi, che non riuscirono che in parte; ma vi giuro che non vi avrei abbandonato, avessi dovuto affrontare da solo quelle canaglie.

— Siete un bravo compagno, Ramon, — disse il mastro, stringendogli vigorosamente le mani. — Noi tutti vi ringraziamo di quanto avete fatto per la nostra liberazione.

— Bah! non parliamone più, — disse il _gaucho_. — Ora pensiamo a procurarci dei cavalli, e poi cercheremo di guadagnare la frontiera del Chilì, che non dev’essere lontana più di sei o sette giorni di marcia.

— Cosa dobbiamo fare intanto?

— Voi e Cardozo batterete i dintorni onde procurarci della selvaggina, il vostro compagno rimarrà a guardia dell’_estancia_, e io andrò in traccia dei cavalli.

— Sperate di trovarne?

— Ne troverò: siate certo. Se occorre, mi spingerò assai lontano, verso il lago Urre, sulle cui rive vivono delle numerose bande di cavalli selvaggi.

— All’opera dunque, — disse il mastro.

— Sì, affrettiamoci: prima di venir sorpresi dai Patagoni, dobbiamo essere pronti.

Infatti la prudenza più elementare insegnava di affrettare i preparativi per la partenza. I Patagoni, che a quell’ora dovevano essersi svegliati, non potevano tardare a mostrarsi, sicuri di riavere il loro stregone e i due figli della luna.

Il _gaucho_, che pareva instancabile, rimontò in sella e spinse il suo cavallo verso l’est; Cardozo e il mastro, gettatesi in ispalla le carabine, si avventurarono nella prateria, mentre il signor Calderon si appollajava sulla cima della capanna onde sorvegliare i dintorni.

La giornata prometteva di essere buona pei due cacciatori. Per l’aria volteggiavano immensi stormi di avoltoi neri, di vindita, di pernici da campo, e attraverso le erbe si vedevano fuggire in non piccolo numero struzzi, volpi _azara_ e _viscacha_, piccoli roditori, che si affrettavano a rifugiarsi nelle loro tane. In lontananza correvano disordinatamente anche parecchi guanachi, i quali però parevano di non aver voglia di lasciarsi avvicinare.

Cardozo e il mastro, dopo aver dato uno sguardo verso il sud, onde assicurarsi che per allora nessun pericolo minacciava l’_estancia_, e un altro verso l’est, dove galoppava il _gaucho_ in traccia dei cavalli, che non si scorgevano in alcuna direzione, si diressero verso alcune macchie, in mezzo alle quali giganteggiava un ombù dal superbo fogliame.

— C’imboscheremo colà, — disse il mastro, — e faremo fuoco sulla selvaggina che verrà a tiro delle nostre carabine.

— Bell’idea, marinajo, — rispose Cardozo, — poichè, se devo dirti la verità, ho i piedi gonfi e le membra fracassate da quella corsa furiosa.

— Ne avremo ancora per poco, mio povero ragazzo. Se tutto va bene, fra otto giorni potremo riposarci in un comodo albergo.

— Lo spero, mastro. Ehin! Cosa vedo là?

— To’! — esclamò il mastro, fermandosi. — Si direbbe un bue che sta schiacciando un sonnellino.

— O una carogna?

— È ciò che sapremo presto, Cardozo.

A due o trecento passi da loro, coricata fra le erbe, si vedeva una massa biancastra che somigliava ad un grosso bue. Quantunque all’intorno svolazzassero in gran numero dei grossi falchi, detti dagli indigeni _carrancho_, non si muoveva.

— Temo che sia una carogna, — disse il mastro, dopo aver fatto alcuni passi. — Quegli uccelli non ardirebbero abbassarsi tanto su un essere ancora vivo.

Il mastro non si era ingannato. Il bue, che era di forme colossali, pareva morto da parecchio tempo: nondimeno Cardozo, che si era avvicinato per meglio osservarlo, notò con molta sorpresa che non tramandava alcun odore.

— Che sia morto da soli pochi giorni? — chiese egli. — In tal caso possiamo levare alcune bistecche.

— Prova a toccarlo, — rispose il mastro.

Il ragazzo ubbidì; ma, appena vi si appoggiò sopra, la massa cedette con un grande scricchiolìo di ossa infrante, mentre dal disotto fuggivano degli strani animaletti, che pareva si fossero trovati un ricovero là dentro.

— Cosa sono? — chiese Cardozo, facendo un salto indietro.

Il mastro, invece di rispondere, afferrò la carabina per la canna e si mise a picchiare furiosamente gli animaletti; ma questi si ripiegarono in forma di palla, presentando a quei colpi una specie di corazza ossea, che pareva fosse più dura del ferro.

— Non ne verrò mai a capo, — disse il mastro, arrestandosi. — Ci vorrebbe un martello del peso di un quintale per sfondare queste dannate scaglie.

— Ma che animali sono? — chiese Cardozo.

— Armadilli, o, meglio, fiere corazzate, — rispose il mastro. — Osservali bene, figliuol mio: ne vale la pena.

Cardozo si curvò e guardò quegli strani animali, dei quali aveva udito più volte vagamente parlare. Erano piccoli quanto una volpe giovane, armati di lunghi artigli, che dovevano essere duri quanto l’acciajo, e avevano il corpo difeso da lunghe piastre ossee, traversali nella direzione dei fianchi, grosse e assai resistenti a giudicarle a colpo d’occhio. Anche la testa appariva difesa da una specie di visiera di grosse scaglie, che dovevano essere a prova di palla.

Ripiegati strettamente, colla coda sotto il ventre, non si muovevano e presentavano ai nemici una specie di palla, completamente difesa dalle scaglie.

— Che bizzarri animaletti! — esclamò Cardozo. — Cosa facevano nel ventre del bue?

— Mangiavano la sua carne, — rispose il mastro. — Gli armadilli amano nutrirsi di carni corrotte, e quando trovano la carogna di un bue o di un cavallo vi si cacciano dentro, non lasciando intatte che le ossa e la pelle.

— E non si possono ammazzare?

— La loro corazza sfida la scure e la sega.

— Sono buoni da mangiarsi?

— Passano per eccellenti.

— Ma come faremo a portarli via?

— Li legheremo, e quando li avremo messi su di un bel braciere, ti assicuro che si cucineranno a meraviglia, malgrado la loro corazza. A noi, care bestioline.

Il mastro sciolse una lunga corda che portava stretta ai fianchi, legò gli armadilli solidamente e li appese ad un ramo onde ritrovarli al ritorno.

— Ora continuiamo la caccia, — disse egli, quand’ebbe terminato l’operazione. — L’arrosto per ora l’abbiamo; il resto verrà dopo.

Abbandonarono la carcassa e si diressero verso il boschetto, dove speravano di trovare qualche cosa di meglio degli armadilli. Stavano per entrarci quando Cardozo, che girava gli occhi in tutte le direzioni onde cercare di scoprire la selvaggina, fece osservare al mastro numerosi monticelli, sui quali si tenevano ritte delle grosse civette, che pareva spiassero i cacciatori.

— Cosa fanno là quei brutti uccelli? — chiese egli.

— Sono le _sechuza_ dei _gauchos_, — rispose il mastro.

— E cosa fanno su quei monticelli?

— Ci spiano.

— Hanno il loro nido?

— Sì, entro quei monticelli. Se tu provassi avvicinarti, le femmine non tarderebbero a fuggire nella tana, mentre i maschi ti correrebbero addosso colla speranza di spaventarti.

— E son essi che si scavano le tane?

— Qualche volta sì; ma per lo più occupano quelle delle _viscacha_, che sono grossi roditori di prateria. Guarda che brutte smorfie ci fanno.

— E quegli altri monticelli cosa sono?

— Dei formichieri.

— Nidi di formiche vuoi dire?

— Sì; ma... to’! non vedi tu muoversi qualche cosa presso quei monticelli?

Il ragazzo si alzò sulle punte dei piedi e guardò attentamente nella direzione indicata.

— Infatti, — disse poi, — mi pare che qualche animale o grosso uccello si agiti laggiù.

— Andiamo a vedere, Cardozo. Forse ci sono delle costolette per la cena.

I due cacciatori si gettarono a terra per non far fuggire l’animale o il volatile segnalato e si misero a strisciare in direzione dei formichieri, che erano contornati da fitti gruppi di cactus e di grossi cardi. Giunti a pochi passi, si alzarono con precauzione, armando le carabine.

Dinanzi ad un monticello che appariva coperto di formiche, un animale non meno curioso degli armadilli si agitava, mandando dei sordi grugniti.

Era grosso quanto un lupo _aguara_, ma più lungo, coperto di peli di color bruno, con una larga striscia di peli neri orlati di bianco che gli serpeggiava sul dorso. La sua testa, assai allungata, si assottigliava stranamente alla estremità e pareva che fosse sprovvista di bocca, e le zampe, corte assai, si vedevano armate di lunghi artigli. Una coda lunga un buon metro, che teneva alzata e ricurva sui corpo, munita di peli lunghissimi e fitti, completava quello strano animale.

— Cos’è? — chiese Cardozo.

— Un orso formichiere, — rispose il mastro.

— E cosa fa?

— Pranza.

— Ma se non ha bocca...

— T’inganni, ragazzo mio. Non vedi uscire dall’estremità del muso, da una specie di buco che vorrebbe essere una bocca, una lingua lunga assai, terminante in una specie di strale e che l’animale accorcia a piacimento? È spalmata di una materia assai vischiosa, alla quale si attaccano a centinaja le formiche, che il ghiottone mangia con molto appetito.

— È buono a mangiarsi?