Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 18
— Non occorre che tagliare la corda, — rispose l’agente del Governo.
— M’incarico io.
Il _gaucho_ si arrampicò sull’albero più vicino e sguainò la sua _navaja_ dalla lama tagliente quanto un rasojo. L’agente del Governo, Diego e Cardozo coi piedi allontanarono le erbe che ancora bruciavano, e, caricatisi delle armi, si aggrapparono alla rete.
— Ramon, — gridò Diego con voce assai commossa — Vi aspettiamo a Nuova Concezione.
— Vi sarò, amici. Che Dio vi protegga.
— Addio, Ramon!
— Addio, amici!
Il _gaucho_ con un vigoroso colpo di coltello tagliò la corda, che filò rapidamente nell’anello, lasciando libero l’aerostato.
— Tenetevi saldi! — gridò Diego.
Il pallone, non più trattenuto, sfondò con irresistibile slancio l’enorme massa di fumo che ondeggiava sopra la _estancia_ e salì fino a cinquecento metri; poi, investito dai soffi impetuosi del pampero, piegò verso l’ovest, fuggendo colla velocità d’una rondine.
Nella pianura si udirono ancora le urla di furore dei Patagoni, che vedevano fuggire la tanto agognata preda, e un colpo di trombone seguito da un grido di trionfo.
Diego, Cardozo e l’agente del Governo, aggrappati alle maglie della rete, guardarono giù. Uno spettacolo spaventoso s’offerse ai loro occhi.
La prateria era tutta in fiamme. Immense lingue di fuoco, alimentate dal vento, correvano verso l’ovest con incredibile velocità, tutto abbattendo e tutto distruggendo sul loro passaggio. Sparivano i cactus, si fondevano, per modo di dire, le immense distese di cardi, cadevano e si contorcevano i carrubi selvatici, s’infiammavano i _boyghe_, scoppiavano i mirti, e i grandi ombù, accesi in cento luoghi simultaneamente, fiammeggiavano come smisurate torce, oscillando e crepitando in mille guise.
Immense colonne di fumo, lacerate e abbattute dal vento, si alzavano qua e là, turbinando o correndo all’impazzata, oscurando la gigantesca cortina di fiamme che si espandeva sempre più con cupi ronzìi e sinistri crepitìi e lunghi sibili, mentre nelle alte regioni vagavano a milioni le scintille, che fendevano lo spazio come altrettante stelle.
Il cielo e la terra per un tratto immenso apparivano rischiarati come in pieno giorno, ma da una luce sanguigna, la quale tramandava fino alle nubi un calore orribile, rendendo l’aria scottante e quasi irrespirabile.
In mezzo a quella spaventevole distruzione di vegetali di ogni specie, gli aeronauti scorsero i Patagoni che fuggivano disperatamente verso il sud, incalzati dalle fiamme, e verso il nord il bravo _gaucho_, il quale galoppava in direzione del lago Urre, gettando di quando in quando delle grida di trionfo e sparando in segno di addio il suo trombone.
Dinanzi a lui in una confusione indescrivibile galoppavano furiosamente tutti gli animali della prateria, che erano stati bruscamente svegliati dalla improvvisa invasione delle fiamme. Struzzi, bande di cavalli e di guanachi, lupi rossi, giaguari e coguari fuggivano mescolati assieme, mandando grida, nitriti, ululati e ruggiti, senza punto pensare, in quei supremi momenti, a difendersi, o a divorarsi.
— Quale spettacolo! — esclamò Cardozo. — Dio faccia che quel bravo amico possa sfuggire alle fiamme ed agli animali feroci che fuggono in sua compagnia.
Il pallone, spinto dal _pampero_, che in quelle regioni elevate soffiava con forza estrema, fuggiva con celerità incredibile al disopra della avvampante prateria. In breve uscì da quella atmosfera ardente che lo circondava e si diresse verso il nord-ovest, tuffandosi tra le vorticose nubi che correvano all’impazzata fra tuoni orribili.
I tre uomini si trovarono immersi quasi da un istante all’altro in una profonda oscurità, che i riflessi dell’immenso incendio non riuscivano a rompere. Solo di quando in quando, in mezzo a qualche strappo aperto dal vento, che fischiava orrendamente, tra il fumo apparivano ai loro occhi le fiamme, che sempre più si allontanavano, o pervenivano ai loro orecchi le grida delle belve cacciate dai loro covi dall’elemento distruttore e le vociferazioni dei Patagoni, i quali galoppavano nella direzione dell’aerostato.
Alle tre del mattino, ossia un’ora dopo, l’incendio era completamente scomparso. Il pallone, che l’uragano trasportava sulle sue possenti ali con una velocità incalcolabile, percorreva allora una regione affatto nuova, una specie di altipiano che pareva s’innalzasse rapidamente.
— Dove siamo mai? — chiese Cardozo al mastro, che si teneva imbrogliato fra le maglie, ma dalla parte opposta, onde non squilibrare l’aerostato.
— Non ne so più di te, — rispose il vecchio lupo di mare. — Ma alla luce di un lampo ho visto che il terreno è cambiato; la prateria sta per tramutarsi in una montagna.
— Che abbiamo attraversato tutto il territorio?
— Non sarebbe da sorprendersi, poichè questo vento è talmente rapido, da stimarsi non inferiore ai centocinquanta chilometri all’ora.
— Vedi nessun riflesso all’orizzonte?
— All’est tutto è oscuro, figliuol mio.
— Dove finiremo mai?
— In qualche luogo cadremo e fra non molto, Cardozo, poichè mi pare che il pallone cominci a scendere.
-A me pare invece che sia il terreno che si innalza, marinajo.
— Forse c’inganniamo tutti e due, con questa diabolica oscurità.
— Marinajo!...
— Cosa vuoi, Cardozo?
— C’è pericolo di urtare contro qualche montagna?
— Non credo che siamo vicini alle Ande.
— Se urtassimo?
— Allora buona notte a tutti.
— Il pallone non resisterà?
— Si schiaccerà come una semplice pera cotta.
— Mi fai venire i brividi.
— E a me viene caldo.
— Ah!...
— Buona notte, ragazzo!
Il pallone, cui il vento continuava a spingere innanzi con velocità crescente, sostenendolo egregiamente, era rientrato nelle nubi, che si accavallavano confusamente. L’oscurità divenne completa attorno agli aeronauti, essendo cessati i lampi.
Nell’aria si udivano dei sordi brontolii che parevano prodotti da lontani tuoni e di sotto dei fischi stridenti che talvolta si cambiavano in veri ruggiti. Si avrebbe detto che il vento scuoteva con furore senza pari delle immense piante, torcendone come fuscelli i rami e i tronchi.
Alle quattro del mattino avvenne un urto alla base dell’aerostato, che per poco non fece cadere i tre aeronauti.
— Marinajo! — esclamò Cardozo, che aveva impallidito, — abbiamo toccato.
— Lo so, figliuol mio, — rispose il mastro, che aveva la fronte imperlata di freddo sudore.
— Che il pallone sia disceso?
— O che la terra si sia innalzata? — chiese invece il mastro. — Mi parve d’aver veduto una massa oscura agitarsi a pochi passi da me.
— Un picco, od un albero?
— Più un albero che un picco. Signor Calderon!
— Cosa desiderate? — chiese l’agente del Governo, la cui voce per la prima volta non era più tranquilla.
— Sapreste dirci dove siamo?
— Sopra una foresta di _pellin_ alti almeno cento piedi.
— Allora siamo sulle Ande.
— È possibile anche questo.
Una massa nerastra, che si agitava a destra e a sinistra con violenza, apparve confusamente dinanzi all’aerostato. Cardozo e il mastro gettarono un grido di terrore.
— Siamo perduti!
L’aerostato, spinto dal vento, la investì con estrema violenza e si piegò a sinistra con acuto crepitìo.
— Precipitiamo! — gridò il mastro.
— Tenetevi saldi! — si udì a gridare l’agente del Governo.
Il pallone, piegato su d’un fianco, cadeva con grande rapidità, descrivendo dei cerchi concentrici. Dai suoi fianchi, senza dubbio lacerati, sfuggivano nubi di denso fumo.
— Diego! — esclamò Cardozo, che si teneva aggrappato disperatamente alle maglie della rete.
— Getta la carabina! — rispose il mastro, sbarazzandosi della sua.
— Ecco fatto.
— Giù le munizioni!
— Non ne ho più.
Il pallone, quantunque alleggerito di quel peso, che, del resto, era di poca entità, continuava a scendere, ma con meno velocità, sostenuto in parte dal vento, che s’ingolfava nelle sue pieghe.
— Tenetevi saldi! — gridò ad un tratto il mastro.
Un istante dopo il pallone toccava terra, rovesciandosi presso l’orlo di uno spaventevole abisso.
XXIX.
Nuova Concezione.
I tre aeronauti, anche questa volta sfuggiti alla morte, grazie alla loro buona stella e alla loro straordinaria audacia, appena si videro a terra, si affrettarono a sbarazzarsi delle maglie che li stringevano e ad alzarsi.
Assicuratisi che nella caduta, quantunque fosse stata piuttosto brusca, non avevano riportato nè fratture, nè contusioni gravi, la loro attenzione si portò sul paese circostante, che per loro era assolutamente nuovo.
L’uragano li aveva trasportati nel bel mezzo di un’immensa agglomerazione di montagne e di estesi altipiani. A destra e a sinistra, e segnatamente verso l’ovest, delle grandi catene di montagne, quasi tutte coperte di nevi verso la cima, si estendevano a perdita d’occhio, solcate da una infinita quantità di piccole vallette, dove crescevano a profusione dei superbi cipressi, dei cedri rossi, dei pini altissimi, dei bellissimi _pellins_ alti non meno di cento piedi, dei lauri detti _lemmo_, che dànno delle frutta dalle quali si estrae una specie di burro, e qualche pino araucano (_pinus araucana_, detto pure _pehuen_ dai naturalisti), che si slanciava in aria per duecento cinquanta piedi, scuotendo le sue numerose frutta, che somigliano alle nostre castagne. Abissi profondi, dove si udivano muggire dei grossi torrenti; delle spaccature spaventevoli, dei sentieruzzi appena appena visibili, delle rupi tagliate a picco si vedevano per ogni dove, mentre in lontananza, verso l’est, si scorgeva una linea verdastra, che indicava la grande prateria dei Patagoni e degli indiani Pampas.
— Dove siamo noi? — chiese Cardozo, che ammirava quell’enorme accatastamento di montagne.
— Non si può ingannarsi, — rispose il signor Calderon, che pareva contento di trovarsi colà. — Questa grande catena si chiama la Cordigliera, o, se vi piace meglio, le Ande.
— Allora siamo a due passi dal Chilì, — disse il mastro.
— Sì, purchè troviamo un passaggio.
— Le gambe sono ancora buone e, se occorre, ci arrampicheremo su quelle montagne, che ci chiudono il passo verso l’ovest.
— Guarda, guarda, marinajo! — esclamò Cardozo.
— Cosa vedi?
— Una montagna che manda fumo.
Il marinajo e l’agente del Governo guardarono nella direzione indicata e scorsero verso il nord una grande montagna che si elevava sopra le nubi, coperta di candidissima neve e sulla cui cima s’alzava un pennacchio smisurato di fumo, che il vento di quando in quando abbatteva.
— È un vulcano, — disse l’agente del Governo. — Forse quello d’Antuco.
— E quelli là, signor Calderon, non vi sembrano uomini? — disse il mastro. — To’! non credevo d’incontrare dei visi umani in mezzo a quest’orrido paese.
Da un sentieruzzo, aperto fra la spaccatura di un monte e che pareva mettesse capo ad una valletta, un drappello di uomini scendeva lentamente. Malgrado fossero ancora assai lontani, il mastro s’accorse che erano Indiani e che tutti portavano dei fucili.
— Chi saranno mai costoro? — chiese Cardozo.
— Degli Araucani, senza dubbio, — rispose l’agente del Governo.
— Gente da temere?
— No, poichè gli Araucani sono gl’Indiani più inciviliti delle due Americhe.
— Che ci abbiano veduti a cadere?
— È probabile.
— Sono ospitali?
— Ospitalissimi, e col loro mezzo noi potremo calare nel Chilì senza troppe fatiche.
— Allora siano i benvenuti, — disse il mastro.
Il drappello era giunto allora a cinquanta o sessanta passi e si era arrestato, guardando con viva curiosità gli aeronauti e specialmente il signor Calderon, il cui costume di stregone patagone doveva sembrare abbastanza strano indosso ad un uomo dalla pelle bianca. Quella brigatella si componeva di sette Indiani, di statura elevata e ben proporzionata; avevano la testa e viso rotondo, fronte piccola, naso un po’ schiacciato, occhi piccoli e vivaci ed il colorito leggermente abbronzato, tirante però un pochino all’olivastro.
Indossavano delle grosse camicie di lana azzurra, stretta ai fianchi da una larga fascia rossa, calzoni piuttosto attillati e il tradizionale _poncho_ dai vivaci colori; alle braccia e alle orecchie avevano pendenti d’oro e d’argento di forma per lo più quadrata, e alle dita grossi anelli.
Il mastro, vedendo che non si muovevano e che avevano un’attitudine niente affatto ostile, mosse a loro incontro, salutandoli cortesemente.
Un Indiano, che pareva il capo a giudicarlo dalle vesti più ricche e dalla maggior copia di anelli e di braccialetti, si fece innanzi, dicendo in lingua spagnuola:
— Dobbiamo accogliervi come amici o come nemici?
— Siamo amici, — rispose il mastro.
— Siete discesi dal cielo?
— Sì, ma con un pallone.
L’Indiano sorrise.
— Io conosco i palloni degli uomini bianchi, — disse poi con un certo orgoglio. — Gli Araucani non sono selvaggi.
— Ciò mi dispensa dal darvi delle spiegazioni, che sarebbero assai imbarazzanti.
— Sono vostri fratelli? — chiese l’Araucano, accennando Cardozo e l’agente del Governo.
— Sono miei amici.
— Dove eravate diretti?
— Al Chilì.
— Da dove venite?
— Dalla grande prateria, dove eravamo stati fatti prigionieri dai Tehuels.
— I Tehuels sono cattivi uomini, lo so, — disse l’Indiano; — e sono felice che voi siate sfuggiti dalle loro mani.
Poi, togliendosi di dosso il _poncho_ e alzando le braccia:
— Io sono Peguemmapù, capo della vallata degli Uta, — disse. — Gli uomini bianchi sono miei ospiti; mi seguano.
— Non chiediamo di meglio, signor Peguemmapù, — disse il mastro. — Io e i miei compagni vi ringraziamo di tutto cuore.
— Venite al mio villaggio, adunque, e quando vorrete, vi farò condurre nei bassipiani del Chilì.
I sette Indiani e i tre aeronauti si misero in cammino, seguendo il sentieruzzo che, come abbiamo detto, metteva in una graziosa valletta aperta fra due altissime montagne.
Colà, non senza una viva sorpresa da parte degli aeronauti, che credevano d’essere caduti in una regione affatto disabitata, si rizzavano trenta o quaranta comode abitazioni, popolate da un centinajo di pastori araucani, i quali fecero ai nuovi arrivati la più ospitale accoglienza.
Peguemmapù ebbe per gli ospiti caduti dal cielo le maggiori attenzioni che immaginare si possa. Pranzi succolenti, partite di caccia sugli scoscesi fianchi delle Ande, scorrerie attraverso le valli furono fatte in onore degli stranieri, i quali largamente ne approfittarono.
Il quarto giorno, sentendosi ben rinvigoriti, i due marinai e il signor Calderon, che avevano fretta per motivi diversi di raggiungere la costa, davano un addio al capo araucano, lasciando come regalo un numero non piccolo di nazionali e come ricordo il pallone, che per loro non era più di alcuna utilità.
Montati su robuste mule, dalle unghie di acciajo e dal piede sicuro, e guidate da un _catapaz_ che doveva portarsi alla costa, attraversarono, per mezzo di sentieri noti solamente agli agili guanachi e agli Araucani, la gran catena delle Ande, e il giorno appresso giungevano negli altipiani inferiori, facendo una breve fermata a Santa Barbara.
Colà, fatto acquisto di cavalli, proseguirono verso l’ovest, toccando Nacimento, e finalmente giungevano in vista di nuova Concezione, o, come la chiamano gli Araucani nella loro lingua, Penco.
— Finalmente! — esclamò il mastro, respirando a pieni polmoni l’aria che veniva dal mare, che scintillava all’orizzonte. — Ora possiamo chiamarci proprio salvi.
— Lo credo, — rispose Cardozo che animava il cavallo a colpi di scudiscio, impaziente di entrare in città. — Era tempo che ci trovassimo in un paese incivilito, dopo essere stati per tante settimane fra i selvaggi della grande prateria.
— I tuoi milioni li porti sempre?
— Non li ho mai toccati, — rispose il ragazzo. — Sono sempre qui, nella cintura nascosta sotto la camicia.
— Ed io ho i miei. Il Presidente può chiamarsi fortunato di riavere questo tesoro, che forse crede perduto in fondo al mare.
— Forse ci conta ancora, marinajo. Il capitano Candell e qualche uomo del suo equipaggio possono essersi salvati.
— Dio lo volesse, ragazzo mio! — disse il mastro con voce commossa — Mi rincrescerebbe immensamente la morte del nostro eroico comandante.
— Alto! — disse in quell’istante l’agente del Governo, fermandosi dinanzi ad una trattoria situata a mezzo chilometro dalla città.
— Non entriamo in città? — chiese Cardozo. — Abbiamo dato l’appuntamento a Ramon al Consolato.
— Eppoi dobbiamo intenderci col console per sapere dove ritroveremo il nostro amato Presidente.
— Spero che non vorrete presentarvi con questi costumi stracciati, che puzzano di selvaggi, — disse l’agente del Governo.
— Avete ragione, signor Calderon; tanto più che io muojo di fame.
Entrarono nell’albergo, affidando i cavalli ai mozzi di stalla, e, chiamato il proprietario, lo incaricarono di procurare delle nuove vesti e di fare allestire un succolento pranzo.
Poche ore dopo, tutti e tre vestiti a nuovo, scendevano nella sala, dove si sedevano dinanzi ad un lauto pranzo, che inaffiarono con parecchie bottiglie di squisito vino spagnuolo.
Il signor Calderon, che aveva avuto già un lungo colloquio col proprietario dell’albergo, durante il pasto diede ai suoi compagni le prime notizie della guerra che ancora si combatteva fra il Brasile e la Repubblica Argentina da una parte e il Paraguay dall’altra.
L’eroico dittatore, malgrado la grande sconfitta subita ad Angostura, nè era fuggito, come era corsa voce, nè aveva disperato di spuntarla sulle forze degli alleati. Secondo le ultime notizie giunte al Chilì, si trovava allora a Cerra-Leon, occupato a riorganizzare il suo esercito ed a fortificare Piribebuy, che aveva nominata capitale provvisoria della Repubblica.
— Fosse anche in capo al mondo, noi lo raggiungeremo, — disse il mastro. — Coi milioni che noi portiamo e che faremo convertire in tanto danaro dal nostro console, il valoroso generale potrà tener testa per lungo tempo ancora agli alleati e forse scacciarli completamente dal territorio della nostra repubblica.
— Sì, speriamolo, — disse l’agente del Governo con un sorriso che pareva forzato.
— Possiamo partire?
— La vostra presenza al Consolato per ora sarebbe inutile, — rispose l’agente. — È meglio che mi presenti solo per metterlo al corrente di ogni cosa e per intenderci sul modo migliore e più rapido di raggiungere il Presidente.
— Oh, noi non vi saremo d’impiccio, signor Calderon, — disse il mastro.
— Lo so; ma desidero che non mi seguiate in città, per ora.
— E i motivi, signor agente del Governo?
— Non devo rendere conto a voi, mastro Diego. Non dimenticate che io rappresento il Presidente della nostra repubblica.
— E quando potremo entrare in città, se è lecito?
— Quando sarò tornato io.
— Vi avverto però, signor Calderon, che noi non consegneremo il tesoro che nelle mani del Presidente.
— Nessuno ve lo toglierà di dosso, — rispose l’agente del Governo, alzando le spalle.
— Quando è così, partite pure.
L’agente uscì dall’albergo, fece sellare nuovamente il cavallo, balzò in arcione e partì a spron battuto, dirigendosi verso la città, che era lontana appena mezzo chilometro.
Mastro Diego, che lo aveva seguito cogli sguardi a lungo, quando lo vide sparire sotto le vôlte delle mura, crollò il capo a più riprese, mormorando ripetutamente:
— Quell’uomo lì mi diventa sempre più strano e più incomprensibile.
— Hai ancora dei dubbi? — chiese Cardozo.
— Non so cosa dire, figliuol mio.
— Sospetti qualche cosa?
— Forse.
— Eppure il Presidente deve conoscerlo a fondo.
— Talvolta anche i grandi uomini s’ingannano.
— Cosa facciamo?
— Lo attenderemo.
— E sia, marinajo.
Fecero portare due altre bottiglie, accesero dei sigari e si sedettero all’aperto, attendendo pazientemente il ritorno dell’agente: ma batterono le due, le quattro, le sei, senza che lo vedessero. Cominciavano già a inquietarsi di quella prolungata tardanza e si disponevano a dirigersi in città, quando videro galoppare verso l’albergo due vigorosi cavalli attaccati ad una specie di berlina.
— Che sia lui? — chiese il mastro, che non poteva stare più fermo.
— Sì, — rispose Cardozo, gettando un grido di gioja. — L’ho scorto seduto presso lo sportello.
Infatti poco dopo la berlina si arrestava proprio dinanzi all’albergo e il signor Calderon discendeva. Il mastro gli si slanciò incontro.
— Ebbene? — chiese.
— Partiamo, — rispose l’agente.
— Avete veduto il console?
— Sì, e ci aspetta.
— Saliamo, Cardozo.
Presero posto nella berlina, e i due cavalli, vigorosamente frustati, dopo pochi minuti entravano in Concezione.
XXX.
Il tradimento.
Nuova Concezione, chiamata anche la Mocha e nella lingua del paese anche Penco, quantunque non contasse in quell’epoca più di 15,000 abitanti, era, e lo è anche oggidì, una delle più importanti città del Chilì.
Fondata nel 1550 da Pietro Valdivia, il celebre luogotenente di Pizzarro, che aveva conquistato il Chilì, era dapprima situata in fondo alla baja di Concezione. Mercè la sua posizione fortunatissima, il suo commercio e la fertilità delle terre che la circondavano, era fin da quei tempi salita a grande rinomanza, sopratutto per la vicinanza delle celebri miniere di Quilacoya, dalle quali gli Spagnuoli trassero per lungo tempo gran copia d’oro.
Ma fino dai primi tempi era stata disgraziata per una lunga serie di circostanze. Abbandonata nel 1554, dopo la sconfitta degli Spagnuoli a Monte Adalicano, era stata subito incendiata dagli Araucani. Riedificata nel novembre dello stesso anno, il capo araucano Sautarù la riprendeva, trucidando gran parte della popolazione, e tornava a rovinarla completamente. Ricostruita da don Garzia di Mendoza nel 1558, veniva incendiata nel 1603 dal capo araucano Paillamachù-Toqui, e quindi nuovamente riedificata, per venire nuovamente rovinata nel 1730 da uno spaventevole terremoto.
Non per questo gli abitanti abbandonarono quella città, che pareva perseguitata da un crudele destino. Nel 1731 tornavano a rialzarla; ma venti anni più tardi un altro terremoto la sfasciava da capo a fondo.
Solamente allora decisero di farla risorgere in altro luogo, ossia a tre leghe dal mare, in una vasta pianura detta La Mocha, sulla riva settentrionale del Rio Bobio.
Non tardò a diventare ancora una delle principali città del Chilì e a riguadagnare il perduto commercio, che ogni giorno va crescendo, grazie la sua vicinanza al mare e le innumerevoli produzioni del suolo.
Oggi Nuova Concezione occupa una grande superficie, essendo le sue case tutte di un solo piano, affinchè meglio resistano al terremoto, che si fa di quando in quando sentire con estrema violenza; ha una bellissima cattedrale, un ospedale, un collegio, caserme, spaziosi conventi e diversi consolati, fra i quali quello del Paraguay e di altre repubbliche dell’America del Sud.
La berlina che trasportava l’agente del Governo e i due marinai, dopo di aver attraversato quasi tutta la città con un baccano infernale, senza lasciare quasi tempo a quelli che la montavano di vedere dove andava, si era bruscamente arrestata dinanzi ad una casa di bella apparenza, che sorgeva sulla riva destra dell’Andalien, corso d’acqua che bagna la parte meridionale di Concezione.
L’agente del Governo, che durante il tragitto non aveva pronunciato una sola parola, aprì la portiera e balzò agilmente a terra, dicendo ai due marinai: — Siamo giunti.
Due uomini stavano fermi dinanzi all’abitazione, avvolti nei loro _ponchos_, che nascondevano quasi del tutto i loro volti. Vedendo l’agente del Governo, lo salutarono con un: _Buena noche, caballero_, e si ritrassero da una parte per lasciargli libero il passo.
— È questo il Consolato? — chiese il mastro.
— Sì; affrettiamoci, — rispose il signor Calderon.
— Cosa fanno quegli uomini?
— Sono stati posti qui per maggior sicurezza.
— Hum! — mormorò il marinajo, scuotendo il capo. — Chi può mai sapere che noi siamo giunti? I Brasiliani, o gli Argentini forse?
Seguì l’agente del Governo, che saliva frettolosamente una scaletta. Cardozo tenne loro dietro.