Il segreto di Matteo Arpione

Part 7

Chapter 73,898 wordsPublic domain

Sul tappeto elegantissimo che copriva il tavolo stava un libro aperto e voltato al rovescio, colle pagine sotto e in su la copertina riccamente rilegata in cuoio con dorature. Pareva che la contessa avesse interrotta allor’allora una lettura che stesse facendo; ma in realtà era da più di venti minuti che quel libro giaceva abbandonato in quel modo, e che lo sguardo della signora stava fisso innanzi, sulla parete, dove pendeva un dipinto chiuso in una cornice ovale di legno scolpito: un ritratto anche quello del fu conte-presidente. L’amorosa, inconsolabil vedova aveva volute presenti le sembianze del perduto marito in ogni stanza dove ella passasse più solitamente le ore della sua vita: nella camera da letto, nel proprio salotto e nel gran salone. E questo ritratto di fronte a cui sedeva, ella, ora, prima di venire interrotta dall’arrivo dei due giovani, lo stava guardando con una specie di insistenza interrogativa, quasi volesse da quello attingere alcun che da sciogliere certi dubbi, quasi ne aspettasse una parola, un cenno che le spiegasse cosa che non comprendeva e che si turbava un poco di non comprendere.

Appena scambiati i saluti, la contessa fece segno ad Alfredo di sedere sul piccolo sofà, che stava appunto sotto il ritratto del defunto di lei marito, e si volse verso di lui così da vederne di pieno il volto nettamente illuminato dai raggi della lampada.

A togliere l’impaccio dell’entrata in argomento e la sgradita esitazione delle prime parole, Ernesto cominciò subito a dire in questo modo:

— Madre, ho parlato al conte di Camporolle. Egli, malgrado la lettera che io gli ho scritto e che ora ho disdetto, ci fa l’onore di ridomandare la mano di Albina, e io lo conduco qui innanzi a Lei, dopo avergli lasciato sperare che la risposta della contessa di Valneve sarebbe stata favorevole.

La signora non rispose subito: i suoi occhi erano di nuovo fissi sul ritratto. Non fu che un momento, ma pure, ad Alfredo parve di passare per una lunga angoscia di aspettazione. Ella abbassò lo sguardo dal dipinto alla figura del giovane e disse a sua volta con un po’ d’emozione:

— Le parole che ha udite da mio figlio primogenito, le ritenga pure dette da me.

Alfredo si alzò; avvicinatosi alla contessa, ne prese la destra e la baciò con umile rispetto.

— Contessa, — rispose, — ho innanzi a me tutta la vita d’un giovane di venticinque anni per ringraziarla; e non sarà abbastanza, in proporzione alla felicità che Ella mi accorda.

C’era tanta verità di sentimento, tanto simpatica espansione in queste poche parole, che la madre di Albina fece al giovane innamorato un sincero sorriso di benevola approvazione.

— Or dunque, — soggiunse con una tinta di allegria nell’accento, — conviene presentarla alla sua sposa, signor conte di Camporolle.

A quel nome di sposa, Alfredo fu scosso di nuovo da un fremito di piacere; s’inchinò profondamente senza poter parlare. La contessa si volse al figliuolo:

— Fa venire Albina: — gli disse.

— Vado io stesso apprenderla: — rispose Ernesto alzandosi sollecito, e uscì dal salotto.

Donna Adelaide scoccò uno sguardo penetrante su Alfredo e con maggiore vivacità e confidente domestichezza, interrogò:

— Lei ama davvero e molto la mia Albina?

— Oh con tutta l’anima! — proruppe il giovane, la voce, gli sguardi, l’aspetto pieni di fuoco: — tanto, veda, che non oserò mai dire neppure alla contessina, che non sono capace di esprimere neppure ora qui, a Lei, la cui squisita bontà mi incoraggia così generosamente. Io non vivrò che per essa: ogni mio atto, ogni volontà, ogni pensiero dipenderanno da Lei soltanto...

La contessa guardava di nuovo il ritratto.

— Ah possa Ella amare e render felice la figliuola, come colui che ci guarda da quella tela amò e fece felice la madre!

Camporolle si volse egli pure a quel dipinto.

— Farò ogni mio possibile per ciò, lo giuro per la santa memoria del genitore della contessina; a quella santa memoria domanderò le ispirazioni, ed Ella, contessa, che avrò la fortuna di chiamar madre io pure, Ella vorrà aiutarmi e suggerirmi co’ suoi consigli, co’ suoi ammonimenti. Oh creda che, in ogni cosa e tanto più in quanto riguarderà la felicità della mia compagna, Ella troverà sempre in me la zelante sommessione e la sollecita obbedienza d’un figliuolo.

La contessa non ebbe tempo a rispondere che con un sorriso e un cenno del capo: l’uscio venne aperto ed entrarono Ernesto ed Albina.

Quest’ultima era un po’ più pallida dell’usato, ma le sue fresche guancie di diciassette anni non serbavano traccia delle lagrime che in segreto vi erano scorse sopra; lo sguardo era velato dalle lunghe ciglia abbassate, ma gli occhi non erano più arrossati dal pianto che avevano pur versato, non visti, con tanta amarezza. S’avanzò sicura, con una certa alterezza, e insieme modesta; si fermò presso la madre e levando un poco le ciglia mandò uno sguardo non ad alcuna delle persone viventi che lì si trovavano, ma anch’essa al ritratto di quel morto che era stato suo padre.

— Eccomi: — diss’ella poi con quella sua voce soave come nota di flauto d’argento, quasi per sollecitare le parole, che stavano per essere pronunziate, come impaziente d’averle udite, d’aver finito quello per cui era venuta.

— Albina, — disse la madre prendendole la destra; — questa tua mano ci viene domandata dal conte di Camporolle; io e tuo fratello maggiore gliel’abbiamo accordata e gli abbiamo fatto sperare che tu non avresti contraddetto alla nostra risposta.

Vi fu un momento di silenzio; la fanciulla parve raccogliersi, esitare, le sue sopracciglia si corrugarono leggermente e le labbra quasi scolorite si serrarono; Alfredo, oppresso da inesprimibile emozione, si appoggiò alla spalliera d’una seggiola vicina; il cuore gli batteva così concitato che parevagli dovessero sentirlo tutti i presenti. Albina, quasi involontariamente, come attratta da un influsso magnetico, fece sguizzare uno sguardo verso il giovane; la vista di quel bel volto pallido, ansioso, supplichevole, che pareva d’uomo la cui vita dipendesse da un cenno di lei, forse valse eziandio a rincalzare la risoluzione in lei già ferma e precisa, ma che, a quel momento fatale di prendere un irrevocabile impegno, non trovava il coraggio di estrinsecarsi; ella s’inchinò innanzi a sua madre, ne baciò la mano e rispose:.

— La risposta data da Lei mia madre e da mio fratello, è la mia.

Camporolle mandò un’esclamazione che era un sospiro di sollievo, un grido soffocato di gioia.

— Ah signorina! — disse con voce rotta e quasi affannosa: — tutto il mio sangue pel tesoro di queste sue parole.

La contessa che aveva ritenuta con una mano quella di Albina, porse l’altra ad Alfredo che si affrettò a porre in essa la sua destra.

— Ebbene, — diss’ella commossa guardando il ritratto del defunto marito: — sieno questi i vostri sponsali, e questo momento per voi solenne possa essere principio per ambedue di una felicità, quale ho avuta io col mio povero Ernesto....

La voce le si estinse fra le lagrime; Albina le cinse colle sue braccia il collo e baciandola, appoggiandole sulla spalla il suo bel capo, esclamò:

— Mamma! Mamma!... Non pianga.

Alfredo sollevò fino alle sue labbra la mano della contessa Adelaide e vi pose un lungo bacio.

La madre di Albina unì insieme le destre dei due giovani, e disse con un sorriso che aveva qualche cosa di mesto, di rassegnato:

— Siete fidanzati.

Alfredo strinse leggermente quella manina sottile, il cui contatto, pur traverso la pelle del guanto che gli vestiva la mano, gli faceva tumultuare il sangue; ma nessuna stretta rispose alla sua, quella destra verginale rimase inerte, passiva, fredda, e appena egli sciolse un pochino le dita, si ritrasse sollecita.

Ernesto entrò allora a parlare a sua volta:

— E così io posso partirmene domattina, chè quest’affare è terminato. Tu, Camporolle, combinerai tutto con mia madre, e quando sarà stabilita ogni cosa del modo, del tempo, eccetera, mi scriverete subito, perchè io possa prendere il mio permesso.

Sedettero, stettero un poco, chiaccherando più di cose indifferenti che di quanto era allora avvenuto e che pure doveva essere fatto importantissimo per tutti; Albina parlò poco, si mostrò nè lieta, nè triste; vennero visitatori ed essa si ritirò senza mandare alcun saluto speciale ad Alfredo, il quale di lì a poco se ne partì egli pure; e non sapeva se doveva essere contento o no, ed aveva una confusione nell’anima in cui non valeva a discernere egli stesso.

Enrico non si era lasciato vedere; ed era perchè egli aveva dichiarato assolutamente di non approvare a niun modo quel matrimonio, e non aveva ceduto che all’autorità del fratello primogenito. Ed ecco a questo riguardo quello che era avvenuto.

XV.

Albina, dopo il colloquio con Matteo, stata a meditare seco stessa quasi un’ora, aveva poi, per mezzo della signora Giustina, fatto pregare suo fratello Ernesto di venirle a parlare; e a lui, subito, aveva detto dovergli domandare un gran favore da cui dipendeva la sua sorte, supplicarlo volesse proteggerla, aiutarla, sostenerla in una contingenza gravissima, in cosa che bisognava assolutamente compiere e per cui sentiva mancarsi essa stessa il coraggio, e troppo sapeva che avrebbe trovato contrari tutti i suoi. Era quasi impossibile per chiunque il risponder no ad una preghiera fatta da quella gentil persona, con quella voce così soave, colla malìa celeste di quegli occhi azzurri, così dolci: era impossibilissimo poi ad Ernesto, il quale, per sua sorella, di cui conosceva per bene la elevatezza dell’animo, l’eccellenza dell’ingegno, la generosità del cuore, aveva una predilezione, in cui, oltre al più vivo amor di fratello, c’entrava un poco di quello paterno e direi perfino della tenerezza d’una madre.

Egli dunque sollecitamente e con calore rispose ad Albina, parlasse pure, e di qualunque cosa si trattasse, fosse certa del più caloroso e zelante concorso di lui; ma ben ebbe da pentirsi di questa sua promessa e grandissimo e spiacevole fu il suo stupore, quando la sorella gli ebbe detto che quell’importante, difficile, dolorosa bisogna era di rompere gl’intesi di lei sponsali con Giulio e stringerne altri invece col respinto conte di Camporolle. Non istarò a riferire tutto il dialogo che ebbe luogo fra i due giovani, Ernesto tentando con ogni argomento rimuovere Albina da simile decisione, ed essa insistendo con una tenacia e risolutezza irremovibili a qualunque ragione, perfino alle preghiere; dirò solo che ella tanto fece, da giungere perfino a persuadere il fratello essere vere le sue affermazioni; che, cioè, consultato meglio il suo cuore, erasi accorta di non amare Giulio, di amare invece quell’altro, di avere a tutta prima acconsentito alle preghiere del cugino, perchè esso le destava compassione, e volendogli bene davvero come a un fratello, erale doluto assai dargli una risposta che lo facesse soffrire; ma poi, pensandoci meglio, s’era accorta che il suo sacrificio le sarebbe stato troppo doloroso e aveva sentito mancarle la forza di compierlo. Finì per dire che se suo fratello le fosse mancato, avrebbe scritto direttamente essa medesima al conte di Camporolle.

— Conte.... conte: — proruppe Ernesto. — Non sai che egli è stato fatto tale da poco per un brevetto comprato dalla Corte pontificia, e che suo padre era un borghese, sua madre una popolana?

Albina ebbe un piccolo movimento di spiacevole impressione, ma si ricompose tosto.

— Ho sentito molte volte da te stesso a vantare la nobiltà del suo carattere e il suo valore personale.

— Oh questo sì: — rispose Ernesto che non sapeva mentire.

— E dunque non ti pare che con queste doti possa ritenersi degno di appartenere alla nostra classe?

Ernesto tacque un momento.

— Egli appartiene a un altro paese: — disse poi: — tosto o tardi vi si restituirà ad abitarlo definitivamente, e tu dovrai separarti da tutti quelli che ti amano.... da tua madre....

— Lo pregherò di rimanere: — rispose Albina, le cui ciglia tremolarono: — e spero che si arrenderà alle mie preghiere; che se fosse anche irremovibile, pazienza, sarà per me un gran dolore, ma mi rassegnerò.

La conclusione fu che Ernesto accettò lo sgradito incarico di rivelare tutto questo alla madre e di adoperarsi a farla accondiscendere ai nuovi propositi della fanciulla. La qual cosa non si ottenne senza gran difficoltà; Albina fu sottoposta al più insistente e rigoroso interrogatorio, si usarono anche dalla contessa preghiere e perfino minaccie; ma qui pure finì per vincere il fascino irresistibile di quella creatura così pura e leggiadra, la quale, gettatasi in ginocchio presso sua madre, pregando invocò anche la protezione dello spirito paterno.

Chi non cedette, chi non si lasciò vincere in nessun modo, fu Enrico. Per lui una _mésalliance_, come la chiamava, era qualche cosa di orribile, d’inaccettabile, e non ci volle poco, da parte del fratello e poi della madre, i quali dovettero mettere in campo tutta la loro autorità, per impedire che egli cercasse rendere impossibile quel maritaggio con qualche atto di sfregio o di violenza contro Alfredo.

Rimaneva il povero Giulio, a cui s’aveva da comunicare una sì brutta notizia; Albina domandò vivamente che a lei si lasciasse quel penoso còmpito; ella conosceva per bene l’animo e l’amore del cugino, ella sperava che avrebbe saputo trovare parole da rendergli meno dolorosa il colpo e più valido il coraggio; e la contessa acconsentì a questo desiderio della figliuola. La quale mandò subito al giovane due righe di suo scritto.

«Caro Giulio, non venire stassera; vieni invece domani mattina più presto che puoi. Ho da parlarti lungamente, gravemente: da fare appello alla tua generosità, al tuo affetto, alla tua fiducia in me. — ALBINA.»

Questo biglietto pose in tumulto l’anima del giovane, che naturalmente passò tutta la notte fantasticando, inquieto, ansioso, tormentato da mille dubbi e paure.

Il mattino seguente egli fu alla stazione della via ferrata all’ora della partenza del primo treno per Genova, col qual treno egli sapeva che il cugino Ernesto doveva lasciar Torino per restituirsi al reggimento. Il maggiore delle guardie era solo, neppure Enrico non lo aveva accompagnato. A Giulio parve che la sua vista facesse al cugino un’impressione quasi di rincrescimento; notò nel modo di parlargli, nell’espressione dello sguardo e della fisonomia d’Ernesto qualche cosa di addolorato, di compassionante, e i suoi timori se ne accrebbero. Non potè resistere all’ansietà e chiese al fratello d’Albina tremando:

— C’è qualche cosa di nuovo?... Ho il presentimento che qualche disgrazia mi minaccia.

Ernesto che non era capace mai di dissimulare, abbracciò strettamente il cugino.

— Albina t’ha scritto? — domandò.

— Sì.

— La devi vedere?

— Questa mattina.

— Ebbene essa ti dirà tutto.... abbi coraggio, mio caro; ricordati che sei uomo, ricordati che sei un Sangré; e se da solo non ti parrà possibile avere tanta forza da resistere al colpo, salta in un treno, corri a Genova da me, e vedrai che io ti saprò trovare qualche conforto.

Giulio rimase così stordito che glie ne mancarono le parole: Ernesto l’abbracciò e baciò ancora una volta, gli disse ancora all’orecchio la parola: «coraggio!» e si slanciò sul marciapiedi per allogarsi nel treno a cui il capo-stazione dava già il cenno della partenza.

Il fischio della locomotiva riscosse il povero giovane per cui già era certa la maggiore delle disgrazie che gli potessero capitare: la perdita d’Albina. Si avviò lentamente verso il palazzo della zia, sentendo ad ogni passo accrescersi lo sgomento ed il dolore, e quando giunse alla meta gli restava appena tanto di forza da domandare al domestico se avrebbe potuto parlare alla contessina.

— Sì, signor cavaliere, — rispose il servo — si compiaccia di passare nel salone.

Quel salone vasto, elegante, solenne, parve a Giulio una paurosa solitudine: ci si fermò in mezzo dubbioso ed esitante; i suoi occhi corsero e si fermarono sul gran quadro alla parete principale: da quella cornice dorata pareva guardarlo la dignitosa figura del conte-presidente. Ma in quel momento il giovane credette scorgere, anche in quel volto dipinto, un’espressione di pietà, di rimpianto verso di lui, quale aveva visto poc’anzi sulla faccia d’Ernesto. Andò a metterglisi innanzi a due passi, e giungendo le mani in atto di preghiera, esclamò forte:

— O zio, Lei mi voleva pur tanto bene! Lei mi disse pur tante volte che avrebbe voluto farmi felice!... A Lei mi raccomando. Oh non voglia che mi colpisca la maggior disgrazia! oh faccia ch’io non abbia da perdere Albina!

Un singhiozzo l’interruppe: egli si volse di scatto: dietro a lui a due passi stava Albina che nascondeva il suo dolore e le sue lagrime coprendosi colle manine il volto.

XVI.

Giulio corse sollecito dalla cugina, le abbassò le mani e vedendone le lagrime, esclamò disperato:

— Tu piangi!... O Dio! che cosa posso io fare per asciugare il tuo pianto?... Oh dimmelo, se pure io ci posso qualche cosa.

Albina ricacciò indietro le lagrime, diede alla profonda mestizia del suo volto un’espressione tranquilla e risoluta, e tenendo strette fra le sue le mani del giovane, rispose:

— Sì, tu puoi cessare il mio pianto, tu puoi confortarmi nel mio dolore, ed è mostrandoti tu stesso coraggioso, fermo, sereno innanzi alla disgrazia che ci colpisce.

— Ma qual è questa disgrazia? C’è qualche cosa che ci separa?

E il giovane fissava ansiosamente lo sguardo sul volto di lei. Albina tolse via le mani da quelle di lui, si ritrasse un poco, e rispose abbassando le ciglia mestamente:

— Sì.

— Che cosa? che cosa?

Albina scosse il capo senza rispondere; non poteva parlare.

— Dimmelo, dimmelo: — insisteva con calore Giulio: — ci sarà pure qualche cosa da potersi fare... io mi sento forza e coraggio per qualunque prova... Vuoi che mi lasci rapire ogni bene, vuoi che mi lasci assassinare così, senza difendermi, senza lottare, senza neppure levare un dito?

— Ah, caro Giulio!... Il colpo della sorte è proprio così crudele che non si può evitare, che non c’è schermo che valga, che non c’è nulla da fare fuor di sopportarlo con forza e rassegnazione...

Giulio si strinse forte il capo, come se volesse tenervi la ragione che gli pareva scapparne.

— Si tratta di dividerci! Si tratta di perderti! — esclamò con accento pieno d’angoscia: — e tu mi parli di forza e di rassegnazione!... Ma no che per codesto io non ne ho, non ne posso avere... Perderti! Dopo avere creduto di possedere la felicità, vedersela tôrre!... E perchè?... Senza che me lo si dica questo perchè... O Dio! la testa mi si smarrisce... Dà retta, Albina, io voglio pure parlare con calma... Ragioniamo: vedrai che ciò è impossibile. Io non aveva più di dieci anni che già il tuo pensiero riempiva tutto il mio piccolo cervello, l’affetto per te occupava tutto il mio cuore. Io, mia madre, non la conobbi; mio padre, appena se me lo ricordo; amai dimolto il buon zio, la zia, i tuoi fratelli, ma più di tutti, di tutto, sempre amai te; l’amore che avrei avuto per mia madre lo posi in te, quello che avrei sentito per padre e fratelli, concentrai tutto in te; adulto sentii che t’amavo con una passione che assorbiva ogni mia facoltà, ogni mio pensiero, ogni mia ambizione... Non te ne ho mai detto nulla, anzi lo nascondevo accuratamente a ogni altro e a te stessa... Avevo tanto timore!... Ho pensato perfino un momento di fuggir lontano... Ma ecco invece che una fata benigna viene a darmi d’improvviso la maggior felicità ch’io avessi mai osato sognare... E poi, subito, quando appena io sono riuscito a persuadermi che quella felicità non è un sogno, ecco piombare qualche cosa di misterioso, che io debbo ignorare, che mi si afferma irrevocabile e per cui quella mia felicità svanisce e a me viene tolta ogni speranza... No, no, questo non può essere, non deve essere... Se un nemico è sorto fra me e te, io lo combatterò; se un ostacolo s’è incontrato, io lo distrurrò... credilo... me ne sento la forza. L’amore che ho per te e l’acutezza del dolore che provo mi fanno capace di qualunque maggior prova, te lo giuro... Dimmi tutto: ho ragione, ho diritto di saperlo!

La fanciulla rispose con accento di doloroso rimprovero:

— Credi tu dunque di esser solo a soffrire?... Senti Giulio! Son passati due soli giorni ch’io sono venuta da te e ho posto liberamente la mia nella tua mano e t’ho detto che io pure avevo sempre associata la tua immagine ai sogni del mio avvenire... Credi tu ch’io abbia allora potuto ingannarti?

— Oh no! — esclamò con forza il giovane.

— E se io rinuncio a quei sogni, credi tu ch’io lo faccia senza esservi costretta e senza soffrire? E puoi supporre ch’io t’inganni quando t’affermo che una ragione potente che tu non puoi sapere mi obbliga a questo sacrifizio?

— Ma il sacrifizio per me è ora insopportabile... Ah! tu non m’ami come t’amo io...

— E che ne sai tu? — proruppe con forza la giovane cui l’emozione fece arrossire fino la fronte.

Quel grido dell’anima d’Albina giunse fino al fondo del cuore di Giulio.

— Oh perdono! — esclamò egli, prendendo la mano di lei e baciandola commosso: — ti credo Albina... credo al tuo amore... credo al tuo sacrificio, ma io no, non ho la forza che hai tu...

— L’avrai... Bisogna che tu l’abbia!... Ho voluto parlarti io stessa apposta per chiedertela, per supplicartene, per infondertela... Noi ci amiamo Giulio e bisogna che siamo separati... per sempre!

— Sempre! — ripetè con un grido di dolore il giovane.

— Tu m’ami, e bisogna che tu t’allontani da me, e non mi veda più... almeno per lungo, lungo, tempo...

— O Albina!

— Io t’amo... sì t’amo... e bisogna ch’io prenda il nome d’un altro...

Giulio soffocò fra i denti una parola che pareva quasi una bestemmia.

— Un altro! — gridò: — tu sarai d’un altro! E quest’altro, lo indovino, sarà il conte di Camporolle?...

Albina curvò mestamente il capo.

— E non l’ami colui?... Tu puoi giurarmi che non l’ami?

Ella sollevò vivamente la testa e fissò franca e sicura i suoi occhi in quelli di lui.

— No, — rispose, — non l’amo: ama te, te solo Giulio.

— E lo sposi?

— E lo sposo: — soggiunse la fanciulla con un’amarezza angosciosa: — e ho detto alla madre e ai fratelli che lo voglio sposare perchè lo amo... E sono qui con te per dirti: non è vero, non l’amo, ma devo farlo credere, ma voglio che lo si creda da tutti... fuori che da te... E tu hai da tacere, hai da fingere di crederlo tu pure... hai da allontanarti... portando teco il mio cuore, la mia felicità, tutto il bene della mia vita...

— Ma perchè? ma perchè? — esclamò di nuovo Giulio tormentandosi i capelli: — ma io ci perdo la testa... Quello sciagurato ti si è dunque imposto?... Ma come? Che cosa ha fatto?... Ma giuro al cielo, qualunque sia la sua arma, io gliela spezzerò nelle mani... spezzerò lui medesimo, o egli mi ucciderà...

— Ah no! — interruppe Albina con un vero grido di spavento.

— Non vedrò in nessun modo la felicità di colui...

— No, Giulio, — riprese la fanciulla afferrandogli una mano, — non accrescere le mie pene... Ti dico che la cosa è irrimediabile... Guarda! Colui ti deve esser sacro... per amor mio... La sua morte non salverebbe nulla... anzi precipiterebbe forse la disgrazia ch’io voglio risparmiare... La tua poi?... O Giulio, la tua!...

Non potè continuare: si abbandonò al seno dell’amato giovane, vinta dalla soverchia emozione e pianse di nuovo. I cuori dei due giovani palpitavano forte l’uno sopra l’altro. Giulio chinò il volto su quella bella testolina che gli appoggiava la fronte sulla spalla e ne baciò lievemente i capelli dorati.

— O Albina! — susurrò dolcemente: — la mia vita è tutta tua, fanne quello che vuoi... La condanni ad essere sempre infelice... accetto la condanna anche a costo di morirne... T’amo tanto, tanto!

Essa sollevò quella sua candida fronte da cui raggiavano la purezza e la nobiltà dell’anima più eletta; fissò le sue pupille in cui c’era un vero riflesso di cielo in quelle di lui e disse fermamente, soavemente: