Part 8
— Amami, Giulio!... Non ho il coraggio di dirti: dimenticami. Amami, e vivi... ma allontanati da me... Una Sangré di Valneve non inganna, non tradisce... e il vederti sarebbe per me troppo dolore... Tu mi comprendi, non è vero?... Tu non vorrai turbare la tranquillità della mia coscienza.
— Partirò: — rispose Giulio, reprimendo un singhiozzo. — Partirò, non mi vedrai più...
Ella si staccò dalle braccia di lui.
— Ora lasciami... Coraggio!... Pensa che, per quanto tu soffra, soffro anch’io e forse di più!... Va e perdonami!
Dieci minuti dopo Albina usciva colla sua governante, colla quale aveva voluto andare alla messa, e dopo questa se ne faceva accompagnare alla locanda in cui avevano preso stanza i marchesi Respetti-Landeri.
La marchesa Sofia era appunto sola e accoglieva, non senza un po’ di meraviglia per quella visita mattiniera, la cugina che diceva aver bisogno di parlarle in tutta confidenza. Le due cugine si ritirarono nello stanzino da abbigliarsi della marchesa, mentre la sora Giustina si fermava ad aspettare in salotto.
XVII.
La meraviglia della marchesa Sofia si accrebbe d’assai quando la contessina Albina, senza punto preamboli, le disse:
— Sono venuta da te per un grande favore, quale non saprei a chi altri domandare, e pel quale bisogna assolutamente che tu mi prometta il più assoluto segreto e che non nieghi di accordarmelo.
Così dicendo la giovanetta aveva insieme e la mostra d’un’emozione appena dominata e l’aspetto di risolutezza che era propria dei Sangré.
— Cara mia! — esclamò la marchesa abbracciando affettuosamente la cuginetta: — tu non hai che da parlare, e m’impegno fin d’ora, senza sapere di che cosa si tratti, che farò tutto quanto mi domandi.
— Grazie!... Ma non è cosa tanto semplice a farsi, come non è tanto facile a dirsi...
Albina stette un momentino, come per raccogliere le sue forze; poi, arrossendo fino alla radice dei capelli, disse con voce tanto bassa, che appena se la cugina l’udì;
— Ho bisogno di una somma...
— Di denaro? — fece la marchesa stupita.
— Sì,... e una somma di qualche rilievo.
— Ah capisco... Forse qualche nuovo debito d’Ernesto?
— No; no: — interruppe vivamente la fanciulla. — Non è quel che tu credi, davvero, davvero.
— E qual somma?
— Cinquanta mila lire.
— Possibile!.... Ma non è mica una bazzecola.... E sei venuta da me perchè io te la procuri?
— Ci ho pensato tanto!... A chi altri avrei potuto rivolgermi?
— Ma io, come vuoi che?...
— Per mezzo di tuo marito...
— Certo il marchese non sarebbe menomamente impacciato a darmi questa somma dall’oggi al domani; ma con che pretesto posso io domandargliela?
— Ho creduto che foste in tali rapporti insieme da poter tu ottenere da lui questo piacere, anche senza dirgliene il motivo...
— Eh, mia cara, gli uomini sono più curiosi di quel che tu pensi... Mio marito, senza dar soverchia importanza al denaro, usa pure tenerne conto come di quel potente mezzo che è nel mondo: è difficile che si contenti di sborsare una somma sì vistosa senza saperne l’impiego...
— Potresti dire che è per una tua amica.... ed è la verità: non sono io anche tua affezionatissima amica?... la quale t’ha pregata, come faccio davvero, del più rigoroso segreto... Bada che non sarebbe che un imprestito di poco tempo.... Fra un mese al più tardi io sarò maritata, e allora sulla mia dote m’affretterò a restituire...
— Zitta lì... questo non è discorso che ci vada. Se posso fare il tuo desiderio, se trovo il modo di indurre Ernesto a darmi quel denaro ad occhi chiusi, tu non avrai a pensare alla restituzione che con tutto tuo comodo.
Albina prese di nuovo le mani della marchesa.
— Ma lo potrai? Lo troverai quel modo?
La moglie del Respetti sorrise commossa alla soave istanza di preghiera che eravi in quelle domande.
— Spero di sì, — rispose stringendo anch’essa le mani della giovanetta, — e se c’è premura...
— Oh sì! — interruppe Albina: — moltissima premura...
— Ebbene, oggi stesso gli darò l’assalto...
— Grazie! grazie! — esclamò Albina abbracciando strettamente la marchesa. — Tu mi renderai uno di quei servizi che non si possono mai compensare...
— Aspetta almeno a ringraziarmi quando abbia ottenuto qualche cosa.... E intanto per questa sera medesima ti prometto una parola di risposta.
La contessina di Valneve se ne tornò a casa colla sora Giustina; e la marchesa Sofia, piena d’interessamento per la giovane cugina, mantenne la parola, e forse meno d’un’ora dopo quel colloquio faceva al marito la strana domanda.
Il vero è che il caso parve volerla favorire e venne a porgergliene una certa occasione.
Ernesto Respetti-Landeri era rientrato alla locanda con una lieta animazione, e non aveva indugiato pure un momento a dirne il motivo alla moglie, colla quale duravano sempre, anzi eran più vive, la affezione e la confidenza. La guerra contro l’Austria, coll’aiuto delle armi francesi, era oramai certa, e certa del pari se ne riteneva la vittoria: il marchese, per sottrarre la moglie ai pericoli che ci potevano essere a Milano in quegli ultimi tempi in cui avrebbero comandato gli Austriaci minacciati, poi assaliti, aveva deciso di lasciare la marchesa a Torino e aveva domandato francamente per lei l’ospitalità della contessa Adelaide di Valneve, la quale non è a dirsi con quanto lieto animo si fosse affrettata ad accordarla. Fra pochi giorni adunque egli, il marchese Ernesto, sarebbe ripartito per Milano, dove ci aveva appunto qualche importante missione da compiere, affidatagli, come sappiamo, dal Cavour, e avrebbe lasciato in casa dei Valneve la marchesa Sofia, cui sarebbe venuto a raggiungere o riprendere appena gli avvenimenti lo avessero permesso.
La marchesa non accettò così di piano questo disegno; non voleva separarsi dal marito, desiderava parteciparne i pericoli, diceva la sua ansietà sarebbe maggiore da lontano, le sembrava mancare al proprio dovere separandosene. Ma egli insistette e la vinse, massime affermando che l’inquietudine da cui sarebbe agitato se ella si trovasse esposta a quei rischi, gli avrebbe fatto assai male, lo avrebbe impacciato e reso inabile nel compiere quegli uffici che aveva assunti. E alla fine soggiunse:
— E chi sa che questa non sia occasione che, in qualunque modo volgan le cose, mi decida a ristabilire la nostra dimora a Torino. Questa città è ora ben cambiata da quando credetti conveniente abbandonarla, e ora son certo che ci potremmo vivere assai meglio. Se l’Austria vince, sicuro che non sarà opportuno consiglio tornare a Milano; se vinciamo noi, sarà pure utile e piacevole venirci a stabilire alla capitale. Così bene, che di questi giorni dovendo esigere una vistosa somma, ho pensato bene di investirla qui a Torino...
— Tu hai da esigere una grossa somma? — proruppe vivamente la marchesa.
— Sì.
— E allora potrai darmi senza il menomo tuo incomodo una cinquantina di mila lire che mi occorrono.
Il marchese guardò stupito la moglie.
— Cinquanta mila lire! — esclamò. — Che ne vuoi fare?
Sofia disse dell’amica, del segreto, eccetera. Ernesto rispose con fredda galanteria:
— Mia moglie può domandarmi qualunque cosa, e sarà sempre sicura d’ottenerla, se è in poter mio. Domani stesso avrai le cinquanta mila lire, ma mi permetterai ch’io non ti taccia il mio stupore e il mio dispiacere per la mancanza di fiducia che tu mi dimostri facendomi un segreto della destinazione di questa somma.
La nobiltà del tratto e delle parole vinse la marchesa più che non avrebbe fatto qualunque insistenza di domanda; si gettò al collo del marito e gli disse tutto quello che Albina le aveva detto, facendo a lui pure giurare, ci s’intende, il più assoluto segreto.
Quella sera medesima la marchesa Sofia andata al palazzo dei Sangré, susurrò all’orecchio d’Albina queste parole:
— Domani avrai quello che desideri.
XVIII.
Ma quella medesima sera, pure in casa i Sangré, il marchese Ernesto Respetti apprese una notizia che gli spiacque assai, quella che ogni idea di matrimonio fra Albina e Giulio era messa in disparte, e s’erano invece già intesi gli sponsali della contessina con Alfredo di Camporolle. Siccome quest’ultimo era presente a quel punto, il Respetti non potè manifestare tutta la sua sgradevole meraviglia, nè domandare le spiegazioni che desiderava. Seppe, interrogando, che il fratello maggiore d’Albina, prima di partire, aveva accettato questo partito e che era comune desiderio delle due parti di affrettare più che si potesse la conclusione del maritaggio; si limitò a manifestare il suo poco aggradimento con una freddezza che si conteneva appena nei limiti della cortesia; e rimasto poco tempo nel salotto della contessa Adelaide, prese commiato, dicendo d’essere chiamato altrove per qualche bisogna e che sarebbe venuto più tardi a riprendere sua moglie.
Uscendo s’informò di Enrico e apprese che il giovane cugino nei due ultimi giorni era stato quasi sempre assente di casa, appena se lasciandosi vedere alle ore de’ pasti, e che a quell’ora sarebbe stato facile trovarlo al _Club del Whist_. Il marchese congetturò subito che quest’allontanarsi d’Enrico fosse cagionato dalla disapprovazione ch’egli pure dava a quel maritaggio e pensò di andar subito a parlargliene. Lo trovò diffatti al _Club_ e fin dalle prime parole vide che egli aveva congetturato il vero circa le disposizioni d’animo d’Enrico per quel matrimonio; ma in pari tempo molto si stupì nell’apprendere che ciò aveva voluto Albina ad ogni costo, dichiarando essa di esser pronta a fare qualunque cosa per isposare Alfredo. Il marchese si ricordò della somma che Albina era venuta a chiedere in segreto a Sofia e che egli aveva promesso di darle; pensò che forse vi fosse qualche attinenza fra questi due fatti, ma per quanto studiasse non seppe trovar quale; si propose di stare attento, di vegliare e tentare così di penetrare il mistero che sentiva esserci lì sotto. Intanto si guardò bene dal dir nulla di questo al fratello d’Albina; e anzi, siccome lo trovò irritatissimo verso il Camporolle, fece a temperarne lo sdegno, ammonendolo, la violenza essere pessimo mezzo ad aggiustare simili faccende, con essa non farebbe che recar dispiacere alla madre, e contristare e danneggiare sua sorella medesima: soggiunse che tuttavia egli sperava ancora di poter impedire codesta unione, perchè grazie al conte di Cavour confidava di potere al giusto scoprire tutto il passato di quel giovane, e se in esso vi fosse, come egli ne aveva il presentimento, qualche cosa di meno accettevole, anche Albina avrebbe rinunziato a quel matrimonio. Lo esortava quindi a non voler far nulla di proprio capo, lasciando completamente a lui il provvedere, e finiva con assicurarlo, che forse del domani stesso avrebbe potuto tentar qualche cosa ed efficacemente.
Il domani, per tempo, la marchesa Sofia recava ella stessa ad Albina la somma richiesta in tanti biglietti di banca; e la giovanetta la ringraziava con viva effusione, ripromettendo che fra non molto essa glie l’avrebbe restituita.
Appena rimasta sola, la contessina scriveva colla mano sinistra poche parole sopra un fogliolino di carta senza stemma, senza cifra, metteva il foglio insieme con quei biglietti di banca in una busta semplice del pari, chiudeva questa con cera lacca senza impronta di suggello e chiamava a sè il vecchio Tommaso.
— Bisogna far pervenire quest’involtino nelle mani del cavalier Giulio, senza ch’egli sappia menomamente da chi gli viene mandato, nè abbia alcun modo di scoprirlo mai.
— Come ho da fare? — domandò il vecchio servo.
— Il modo lo devi trovar tu, e mi sono apposta rivolta a te.
— Il servo fidatissimo ci pensò un poco sopra e poi disse:
— Potrei fare così. Vado e cerco d’un facchino o d’un lustrascarpe che non mi conosca e non conosca neppure il cavalierino, e lo mando al palazzo a portarglielo.
— Bada che si tratta di carte importantissime e che mi piacerebbe vedessi tu stesso quando saranno consegnate nelle proprie mani di lui.
— La cosa si fa più difficile... Aspetti!... Si potrebbe appostare quel commissioniere vicino al palazzo del cavalier Giulio perchè lo aspettasse in quelle ore che egli è solito a tornare a casa: io guarderei quando egli s’accosta, lo additerei all’uomo, mi nasconderei in qualche porta per vedere se la commissione è fatta a dovere senza che il cavaliere mi potesse scorgere, e poi verrei subito da Lei a dirle com’è andata.
— Sì, così mi pare che sia il meglio. Va dunque subito, e ricordati bene che anima al mondo non ha da saper nulla di ciò.
Verso il mezzogiorno il marchese Respetti si presentava in casa del cavalier Giulio, e poichè questi si trovava in casa, n’era subito ricevuto. Nella camera del giovane una valigia mezzo riempita indicava delle intenzioni di prossimo viaggio.
Ernesto Respetti-Landeri prendeva alle braccia il cugino e tenendolo fermo innanzi a sè per guardarlo bene entro gli occhi e discendergli nell’anima, gli disse:
— Tu dunque vuoi fuggire? abbandonare la partita, andartene chi sa dove a goderti il tuo crepacuore, o a far chi sa che pazzia? E ciò senza consultarmi, senza dirmi niente, senza pensar nemmeno a chi ti ha pur mostrato di volerti bene, ed ebbe dal nostro zio presidente l’incarico di vegliare su di te?
— Caro Ernesto, — rispose Giulio con un aspetto che rivelava una gran confusione, — non voglio già partire... cioè sì, ma non per far pazzie come credi... Sì certo dapprima volevo andarmene fin laggiù in America... dov’è morto mio padre... ma poi ho cambiato idea... per adesso... Non voglio che andare a Genova... me lo ha consigliato l’altro Ernesto... Sangré... Vado da lui... Là poi vedrò quello che mi conviene di meglio... Dicono tutti che ci dev’essere la guerra; sarebbe una follia andare fin laggiù, mentre uno può farsi ammazzare qui pel suo paese.
Respetti scosse leggermente il giovane per le braccia, dicendogli con affettuoso rimprovero:
— Tu dunque non hai più nessun attaccamento alla vita fuori del tuo amore per Albina? E in questo hai perduta davvero ogni speranza?
Giulio chinò dolorosamente il capo.
— Sì: — rispose.
— Ma se io riuscissi ancora a mandare in aria quel matrimonio?
— No.... non lo devi.... Ho parlato con Albina; mi ha detto ella stessa che esso deve compiersi a ogni modo.
— E tu l’accusi?... Tu non le perdoni?
— Chi? — domandò Giulio con calore. — Albina?... Oh no certo! Essa è sempre un angelo, la stimo e l’adoro più che mai.
— Ma t’ha detto almeno la ragione per cui essa vuole sposare colui?
— No...
— Non t’ha detto, come a sua madre, che essa lo ama?
— Non interrogarmi.... non ti posso rispondere... non so nulla, eccetto che una cosa: che Albina è pura d’ogni colpa, è superiore ad ogni sospetto e ch’io l’amo più che mai.
— Insomma, in tutto questo noi siamo circondati da non so qual mistero.
— Sì, è un mistero che io darei non so che cosa per poter penetrare. A proposito, poc’anzi ecco capitarmi un’altra misteriosa straordinaria avventura; tu appunto potrai forse aiutarmi a venire in chiaro di qualche cosa.
— Che avventura? sentiamo un poco.
— Venivo a casa, quando sulla cantonata ho visto accostarmi una specie d’operaio o facchino che fosse, con una faccia a me affatto sconosciuta, il quale domandatomi umilmente se ero il cavaliere Giulio Sangré, e rispostogli io di sì, mi porse una busta di carta suggellata, dicendomi che aveva da consegnare nelle mie proprie mani quel plico. Domandai chi lo mandasse, mi rispose che non sapeva nulla e s’affrettò ad allontanarsi senza volere ascoltare più nemmanco una parola. Guardai la soprascritta: il ricapito era proprio il mio, ma scritto con calligrafia evidentemente contraffatta. Aprii la busta: sai che cosa ci ho trovato dentro?
— Non saprei indovinarlo davvero.
— Cinquanta biglietti da mille lire ciascuno....
— Eh? — fece il Respetti trasalendo, chè la sua mente era subito corsa alla somma uguale in uguali biglietti di banca, da lui data quella stessa mattina alla moglie perchè la recasse ad Albina.
— E insieme questo sgorbio di lettera.
Prese il foglio che accompagnava quella somma e la porse al Respetti che lesse:
«Questi denari sono una restituzione — una sacra restituzione; non cercate di chi; sappiate solamente che è affatto roba vostra e pregate per chi ve la manda.»
— È strano davvero, — disse il marchese pensieroso ed esaminando attentamente quella carta e quella mano di scritto, che quantunque falsata gli parve di riconoscere. — Non c’era segno nessuno sui suggelli?
— No.
— Eh! si capisce.
Annusò ancora il leggero profumo che esalava da quel foglio e gli parve riconoscere anche quello come aveva riconosciuta la calligrafia.
— Lasciami un po’ vedere quei biglietti: — disse; e Giulio subito glie li pose fra le mani.
Fra quelli dati da lui stesso alla moglie, ce n’era uno su cui erano scritte a mano due iniziali: lo trovò in mezzo agli altri così stranamente ricevuti da Giulio. Pel marchese non rimase più dubbio alcuno: quella somma era stata mandata al giovane da Albina. Ma perchè?
— L’anonimo e misterioso pagatore di tal somma, — disse il Respetti al cugino, — afferma essere questa una restituzione che ti fa. Bisogna credergli, perchè non si dànno senza una buona ragione cinquanta mila lire a un altro; ma, pensandoci bene, non puoi tu congetturare da che parte e per qual titolo ti possa venire una siffatta restituzione?
— Io no: — rispose Giulio. — Ci ho già pensato tanto! Per un fatto mio, già non è sicuro, perchè io, dacchè vivo, non ho mai avuto con nessuno attinenza d’affari nè d’altro da cui mi potesse nascere un credito simile. Potrebbe darsi che fosse qualche cosa che riguardasse mio padre....
— Sì, certo; dev’essere così.... Tuo padre.... oh lo so bene, io mi ricordo ancora un poco di lui, e poi tuo zio, il conte-presidente, mi ha parlato tante volte di suo fratello.... tuo padre era la generosità in persona, e con questo una imprudenza, una leggerezza, una sventataggine che erano fatte apposta per lasciarlo cader vittima di scrocconi e gente di malafede.
— E forse qualcuno di questi o qualche suo erede può essersi pentito, e spinto dal rimorso, aver voluto fare a me la restituzione del maltolto?
— È la supposizione più probabile. Ma fra quante carte provenienti da tuo padre io abbia mai avuto tra mani, poichè per desiderio di tuo zio moribondo presi l’amministrazione delle cose tue, non mi avvenne di trovare un menomo indizio di simil cosa, un cenno qualunque che potesse recar lume in questo mistero. Hai tu da parte tua, o nella corrispondenza di tuo padre, o in qualche altro scritto, hai tu mai trovato alcun elemento che possa servirci di bandolo?
— Io no.... Le carte che ho di mio padre sono così poche!... La maggior parte delle lettere rimase colaggiù dov’egli morì e andò certo distrutta....
— Chi sa, — disse lentamente il marchese, come desideroso che il giovane mettesse una speciale attenzione a queste sue parole: — chi sa che alcun simile documento sia rimasto presso il tuo primo tutore, lo zio?
— Oh no: — s’affrettò a rispondere Giulio: — i cugini me lo avrebbero detto, me lo avrebbero subito comunicato.
— Ad ogni modo converrà parlarne con essi.... Non è impossibile che sieno in grado di darci qualche informazione che ci metta sulla traccia. Io, ne’ tuoi panni, ci andrei senza indugio....
— In casa della zia? — interruppe Giulio quasi spaventato. — Oh no.... non ci metterò più i piedi, non lo posso.... ho promesso a me stesso.... e ad altri di non comparirci più.
— Ebbene, se me lo permetti, farò io le tue parti.
— Sì, fa tu.... già io mi affido pienamente in te, per ogni cosa.
— Ci andrei subito, se non avessi ora un convegno di grande importanza, il quale assai facilmente avrà delle conseguenze non infauste anche per te: un colloquio col conte di Cavour.
— Ed in che modo ci posso entrar io?
— Questo te lo dirò dopo. Frattanto accetta il mio consiglio, sospendi ogni proposito di partenza e aspetta tranquillo qui le notizie che spero non indugierò molto a portarti.
— E di questi denari che cosa debbo farmene?
— Tenerli...
— Senza sapere da chi mi provengono e per qual titolo? No certo....
— Attendi almeno che le cose si chiariscano un poco. Se ciò non avviene, se non potremo per nessun modo scoprire il mistero, avrai sempre tempo di fare quel che t’ispirerà il cuore.
XIX.
Il conte di Cavour attendeva nel suo gabinetto al ministero il marchese Respetti-Landeri, e questi fu introdotto presso di lui.
Parlarono lungamente delle cose politiche; ma quando tutto fu esaurito quel tema, il Cavour medesimo, pel primo, uscì fuori con queste parole:
— Lei mi aveva richiesto di certe informazioni sopra un cotale....
— Il conte di Camporolle: — soggiunse vivamente il marchese.
— E io sono lieto di poter soddisfare per intiero o quasi la sua curiosità. Ci abbiamo ora qui un famoso poliziotto; un cotale che appartenne già alla polizia piemontese dei tempi del commissario Tosi, e ci veniva dalla polizia papale; dopo la proclamazione dello Statuto fu mandato a spasso e trovò aperte a raccoglierlo le braccia della polizia austriaca, la quale lo regalò al fu duchino di Parma per farsene un suo direttore di buon governo. Assassinato il duca.... nel qual fatto forse costui ci ebbe qualche piccola parte.... la reggente lo mandò via, ma contentandolo di denari: ed egli passò al nostro servizio segreto....
— E V. E. si fida di codesta razza di gente? — non potè a meno d’interrompere il marchese.
Cavour fece il suo malizioso sorriso.
— Non mi fido, — rispose, — ma me ne servo; e l’assicuro che, per chi sa adoperarli, costoro sono utilissimi stromenti. Or dunque costui, che appartenne oramai a tutte le polizie dei governi italiani, saprebbe scovare in mezzo alle tenebre più fitte il segreto di non so chi; nel caso nostro poi, la fortuna vuole che con quel signor conte di Camporolle egli a Parma siasi trovato in importanti rapporti.... Breve: io faccio venire quel tale, e dietro mio ordine egli dirà a Lei di quel giovane quanto certo non direbbe a persona al mondo per nessun riguardo e dietro nessun compenso.
Il marchese Respetti ringraziò vivamente.
Dieci minuti dopo entrava nel gabinetto del ministro un uomo attempato, senza barba, dalla faccia color di rame, dagli occhi affondati, dalle labbra sottili, senza luce di sguardo, senza espressione di fisonomia, o, come i lettori hanno capito, il Pancrazi, già direttore della Polizia parmense.