Part 6
— Uscite! — tuonò la fanciulla con voce di tanta forza che non si sarebbe creduta possibile in sì delicata persona, e nello stesso tempo ella diede una strappata al cordone del campanello.
— Ella se ne pentirà, — disse affrettatamente Matteo pur camminando verso l’uscio. — Ho in mio potere una lettera di suo padre... l’ho qui meco... Lei può vedere se io dico bugia... — (E trasse sollecito dal portafogli il mezzo foglio che ci aveva riposto la sera prima); — Eccola... Ella conoscerà bene la mano di scritto?... — (Tendeva la carta verso della fanciulla). — E se Lei non mi ascolta, se Lei mi scaccia, questa sera medesima io farò stampare e pubblicare su qualche giornale questo scritto, coi commenti...
Albina non potè frenare un primo impulso di curiosità, di ansiosa emozione; fece vivamente un passo verso quell’uomo, tese una mano come per prendere quel pezzo di carta ch’egli le porgeva; ma se ne pentì subito, lasciò cader la mano; però un freddo le corse per le vene: le pareva di riconoscere la scrittura di suo padre.
— Prenda, prenda: — diceva sollecito Matteo avvicinandosi di nuovo di due passi alla giovane: — oh glie la lascierò esaminare quanto vuole.
L’uscio si apriva in quella e compariva la Giustina, alquanto inquieta per la violenza con cui era stato suonato il campanello. Vedeva in quel punto il vecchio che porgeva una carta alla signorina e questa che pareva esitare a prenderla.
— La contessina comanda qualche cosa?
— Sì... — rispondeva un po’ confusa la giovane arrossendo per la piccola bugia che stava per dire, per la vergogna di cedere alla potente, dolorosa curiosità che l’aveva invasa: — posso aver bisogno di qualche domestico; faccia il piacere, Giustina, di ordinare che uno stia pronto costì nella mia anticamera.
La Giustina gettò un lungo sguardo osservatore sulla padroncina e sull’usuraio, fece una profonda riverenza e se ne partì dicendo alla giovane che sarebbe tosto ubbidita.
Appena soli di nuovo Matteo riprese:
— Le ho fatto, contessina, una brutta minaccia, la minaccia di un colpo terribile, che io non vorrei avere da darle a nessun costo. Oh creda che io proprio non verrò all’estremo di pubblicare questo fatale documento che quando avrò perduta affatto ogni speranza di ottenere il mio intento.... E, appena Lei avrà esaminato.... Guardi, contessina, se io non sono di buona fede, e se non voglio procedere con una lealtà eccezionale.... Questo scritto è per me preziosissimo; è il solo mezzo ch’io mi abbia per ottenere cosa che mi sta più a cuore d’ogni altra a questo mondo... ma che questo mondo?... anche della eterna felicità nell’altro.... Ebbene, ecco, vede, questa carta, un tesoro per me, io la depongo qui su questo tavolino, e mi allontano fin là al fondo del salotto.... e Lei può venire a prenderla e leggerla... e io aspetterò laggiù in silenzio a vedere quale effetto le avrà prodotto questa lettera e a dirle il modo onde salvare il riposo, il decoro della madre, dei fratelli, di tutta la famiglia.
Albina fece un movimento brusco, ferita al vivo di bel nuovo da queste parole; ma non parlò, non volse neppure uno sguardo verso l’usuraio. Questi venne col suo passo strisciante fino al tavolino che non era lontano dal posto in cui stava la fanciulla, vi depose spiegato il foglio, e poi, come aveva detto, si allontanò con ostentata discrezione.
Lo sguardo della giovane guizzò verso la carta posta così all’arrivo della sua mano. Ah non c’era proprio dubbio: quella era la scrittura paterna; Albina mandò un sospiro, arrossì leggermente, tese con atto vivace la destra, prese il foglio e lesse.
XII.
«A mio figlio Ernesto.
«Trovandomi vicino a comparire innanzi al Giudice Supremo, mi sento l’obbligo, caro figlio, di dichiararti una grave mia colpa, che tutti ignorano, della quale l’unico che potrebbe accusarmi è spento pur troppo, che ora forma il rimorso degli ultimi miei giorni di vita e cui lascio a te il debito di riparare, almeno colla restituzione, e con tutti quei modi che potranno essere da te giudicati i migliori.
«Sappi adunque, — arrossisco ancora nel solo ricordarlo, — che vi fu un momento nella mia vita in cui corsi rischio di esporre il nostro onorato nome alla vergogna e allo scherno che accompagnano la rovina, la miseria, il decadimento di un’illustre famiglia, colla vendita giudiziale dei possessi, perfino coll’arresto personale del debitore, perchè avevo firmato cambiali che avevano affatto il carattere commerciale.
«Perdonami, Ernesto, come mi avranno perdonato i nostri maggiori da cui ho pur supplicate con infinito dolore mercede. Non fu trista indole, non fu neppure soverchia ambizione che mi trassero al mal passo: fu leggerezza, imprudenza spensierata, incuria e poco senno pratico della vita; mi pareva che il mio nome, il mio grado, la mia condizione sociale dovessero imporre alla gente tanto rispetto per me e per le cose mie, che nessuno avesse da ledere i miei interessi, da vantaggiarsi delle mie debolezze, da speculare sulla mia insufficienza; e d’altronde credevo io a questa insufficienza?
«Per farla breve, giunse un giorno in cui s’io non pagava almeno cinquanta mila lire di cambiali, sarei stato arrestato, si sarebbero sequestrate le nostre robe, posti all’incanto i nostri possessi: e quelle cinquanta mila lire io le teneva lì, sotto mano, chiuse nel mio scrigno: non avevo che da prenderle.... ma non erano mie: erano un sacro deposito.... Ernesto, che dirai tu quando saprai che tuo padre si è impadronito di quel deposito?
«Era il padre di Giulio, il buon Armando, che mi aveva affidata quella somma prima di partire per l’America, e io aveva giurato custodirgliela. «Vado a tentare la fortuna colaggiù,» mi aveva detto, «ma può anche essere che invece non trovi che la sventura; non voglio dunque recar meco tutto quel poco che ho ancora di mio, lascio a te questo denaro, tu lo serberai a mio figlio....
«E io, sciagurato, lo consumai.»
Qui finiva, il foglio e finiva anche lo scritto, senza data, senza segnatura, ma, come fu detto già più volte, tutto di mano incontestabilmente del fu conte Ernesto Sangré di Valneve padre.
Albina non comprese del tutto bene ciò che pur lesse e che rilesse a più riprese; ma sentiva una grande emozione nel fondo dell’anima, un gran rivolgimento in tutto il suo essere. Stette immobile, bianca come un cadavere, dritta, muta, con quel foglio in mano cui guardava con occhi appannati senza vederlo. Matteo Arpione se ne stava pure immobile nel suo cantuccio, covando con occhi ansiosi l’espressione della bella fisionomia della fanciulla. Regnò per un poco in quel salotto un silenzio di tomba. Poi le mani della giovane s’allargarono e il foglio ne cadde lentamente, avvolgendosi per aria fino a che giunse lieve lieve sul tappeto del pavimento; ma l’aveva appena toccato che Matteo lesto, eppure senza far rumore, era giunto e l’aveva preso per nuovamente riporlo e serrarlo nel suo portafogli.
La contessina, come smemorata, si portò le mani alla fronte e domandò a sè stessa più ancora con istupore che con affanno:
— Ma che vuol dir ciò?
L’Arpione, che ora le si trovava lì presso, susurrò piano piano con voce insinuante:
— Glielo dirò io... Il conte-presidente in realtà, or sono circa sedici e più anni, si trovò in criticissime condizioni. Lei sa che io godeva di tutta la confidenza di lui ed ero a parte di ogni cosa e interesse che lo riguardasse... E, se ho da dire tutta la verità, sono io che poi lo trassi dalle peste ed ebbi tanta fortuna colla mia buona amministrazione di ricostruire il patrimonio dei Sangré e di rifare prospere come sono oggidì nuovamente le loro condizioni... Ma lasciamo andar questo... non lo dico già per vantarmi... Il vero è che a quel momento... quando il conte deve avere scritto quella lettera, egli, senza quella somma di 50 mila lire, era rovinato, e, pensando alla famiglia, al decoro, all’onore del nome, si decise a servirsi del deposito fattogli dal cavaliere Armando.
Albina non ebbe più scoppio di collera, pareva affranta; ne’ suoi begli occhi stavano due lagrime; il suo pallore era tanto che anche le labbra apparivano più bianche della gorgiera da cui usciva il suo bel collo di cigno.
— Mio padre avrebbe dunque?... Sarebbe stato?... — le brutte, orribili parole che dovevan finire quelle frasi non poterono essere pronunziate. Ella si coprì un momento il volto con quelle sue piccole mani d’alabastro che tremavano, e fra le dita sottili e affusolate scorsero come due perle le lagrime contenute fin allora dalle lunghe ciglia dorate; ma rialzò tosto il capo sicura, e superba. — No; — esclamò: — non è possibile, non è vero, non è.
— Eppure... — disse ancora più piano l’usuraio: — questa confessione...
— Non ci credo: — interruppe vivamente Albina. — Ho in me una voce segreta che mi afferma ciò non esser vero...
— Ma questa voce segreta, — soggiunse Matteo sempre sommessamente, — non parlerà al pubblico...
Ella si riscosse dolorosamente.
— Voi avreste il coraggio di pubblicare?...
— Si, contessina... Ma solamente allora quando vedessi che Ella non vuole accettare le mie proposte.
La fanciulla fece un moto pieno di alterigia e disprezzo.
— Ah! — esclamò. — Avete ragione. Voi siete venuto qui per vendermi quella carta.
— No! — gridò con qualche veemenza Matteo.
— Domandatemi quel che volete. Qualunque somma sia, io m’impegno di farvela ottenere.
— Nessuna somma. Nè cento milioni, nè cento mila. Sono di begli anni, sa, che possiedo questa carta. Ho io mai pensato a trarne profitto? Ho taciuto sempre; mi era caro quanto a loro l’onore della memoria di chi fu mio buon padrone; se ora vengo da Lei è perchè sapevo che non avrei avuto nessun altro mezzo di ottenere che Ella acconsentisse...
— Ma che volete dunque? — interruppe Albina con isdegnosa impazienza: — che volete?
— Le ho già detto che il suo matrimonio col cavaliere Giulio non doveva aver luogo.
Ella fece un atto di superbo diniego, ma tacque.
— E aggiungo ora, — prosegui il vecchio, — che Lei deve dar la mano al conte Alfredo di Camporolle.
Albina lo guardò meravigliata insieme e sprezzosa.
— È lui che ha comprata la vostra protezione?
— Egli non ne sa nulla, davvero, lo giuro sull’anima mia!... Sono io che... per certe ragioni che è inutile dire... lo voglio felice ad ogni costo... E sarà felice anche Lei, ne sia sicura. Il conte Alfredo l’ama tanto! L’ama da pensare ad uccidersi se la perde! L’ama da farle con incessante cura una vita tutta gioie e consolazioni. Ed è così buono, sa, il conte! È un’anima eletta, è un cuor d’oro...
Ella gli troncò le parole con un atto d’impazienza:
— Basta!
— Ella rifiuta?
— Sì...
— E allora mi costringe a pubblicare...
— Ah no, voi non lo farete.
— Lo farò se Ella mi lascia uscire di qui senza la promessa di acconsentire a quello che io le domando.
— Lasciatemi almeno un po’ di tempo...
— No... preme... quel misero soffre: può da un momento all’altro abbandonarsi a qualche eccesso di disperazione. Bisogna che quest’oggi stesso venga a confortarlo un biglietto che lo richiami in questa casa.
— Quest’oggi stesso!
— Vuole Ella sacrificare la memoria venerata di suo padre?... Se io andassi con questa carta dalla signora contessa Adelaide...
— Ah no: — proruppe Albina con tono di spavento. — Non da mia madre...
— Me lo lasci soltanto supporre: vede bene che ho pur pensato ad evitare un simile dolore a quella venerata signora. Ma se ci andassi e le dicessi quello che ho detto a Lei, non crede che sua madre medesima verrebbe a pregarla di acconsentire?...
Albina si coprì di nuovo il volto colle mani e mormorò con espressione d’infinito dolore:
— Che fare? Che fare, mio Dio!
E l’altro sommesso, insinuante come prima:
— Quello che le dico io... Dichiarare alla signora mamma e ai fratelli che, pensandoci bene, Ella si è accorta di amare il conte Alfredo invece che il cavaliere Giulio; soggiungere che oramai è sua ferma volontà di sposare il primo; che nulla può farla più cambiare, e insistere e pregare perchè si scriva subito al conte di Camporolle... e magari scrivere Lei.
La contessina teneva sempre la faccia nascosta fra le mani.
— È un sogno questo? — balbettava, — È un brutto sogno?
— Sarà una realtà che la farà felice Lei stessa... Tutti sempre ignoreranno... quella debolezza... la ignorerà sua madre, anche i fratelli, non riceverà la menoma tacca la memoria del conte... e sarà proprio come se quella carta non avesse mai esistito.
La giovane si scosse e levò vivamente il capo.
— Quella carta? — domandò con voce soffocata. — Che cosa ne farete?
— La rimetterò nelle sue mani in compenso della solenne sua promessa.
Albina si premette gli occhi per ricacciarne indietro le lagrime; si premette il cuore per contenerne il palpito doloroso; tese la destra verso l’usuraio e disse con accento di comando:
— Datemela!
— Ora? Subito?
Ella ripetè seccamente, ma con maggiore imperiosità:
— Datemi quella carta!
Matteo, dominato, soggiogato, s’inchinò, trasse fuori il portafogli, ne levò quel pezzo di carta, e tenendolo in mano esitante, dubbioso, incerto, disse:
— Eccola, ma...
Albina gliela strappò di mano.
— O padre mio, — esclamò, — parlami tu, illuminami tu, vieni tu a chiarirti innocente, come ti sento, ti credo.
— Signorina! — gridò Matteo spaventato: — Ella non può ancora ritenersi in possesso di quel documento; io le ho detto che non gliel’avrei dato se non dopo e in compenso della sua promessa...
La contessina lo fulminò d’uno sguardo di tanto disprezzo che gli ruppe le parole in bocca.
— Questa carta non uscirà più dalle mie mani: — disse Ella: — e voi ne siete pagato, perchè la mia promessa... l’avete.
Si premette di nuovo il cuore e con voce manchevole soggiunse:
— Ed ora lasciatemi, andate!... Non mi farete, spero, l’oltraggio di dubitare della mia parola.
— Oh no certo, contessina... Questo mi basta... L’impegno che Ella ha preso io lo ritengo fin d’ora per solenne e...
— Lasciatemi, vi ho detto, — interruppe Albina. — Ho gran bisogno di esser sola.
Matteo Arpione partì inchinandosi umilmente; la giovane, appena egli fu fuor dell’uscio, cadde seduta, mandando un gemito di dolore, mezzo priva di sensi; nelle mani contratte con cui si premeva il petto stringeva spiegazzata la lettera del morto padre.
XIII.
Alfredo aveva già ricevuto un po’ di conforto dal bigliettino anonimo che misteriosamente si era trovato sul tavolino e di cui aveva cercato invano di conoscere la provenienza; ma la giornata successiva era già quasi trascorsa senza che nessun fatto venisse a rinforzare la sua speranza ed egli ricadeva man mano nella prima disperazione, quando a mandarlo nella gioia più viva gli giunse verso sera una polizza di visita del conte Ernesto con sopravi scritte queste parole: «Parto domattina di buon’ora per tornare al mio battaglione, e ho bisogno di vederti prima e dii parlarti. Vieni stassera verso le otto; saremo soli; vieni come se non ti avessi scritto la lettera di ieri. E dopo aver parlato noi due, passeremo nel salotto di mia madre, dove a quell’ora non ci sarà nessun estraneo alla famiglia.»
Il giovane innamorato aspettò con esultante trepidazione l’arrivo di quell’ora assegnatagli, che gli parve tardasse un’eternità a giungere; rilesse le mille volte quel bigliettino e s’industriò a penetrarne il più intimo senso, le più riposte cagioni che lo avevan dettato. Non poteva a meno di concluder sempre esser quella una promessa di felicità. Conosceva troppo il carattere d’Ernesto per dubitare della perfetta di lui lealtà e franchezza; il dirgli che considerasse come non avvenuta la lettera precedente era un’assoluta ritrattazione della lettera medesima, era dunque un accettare la sua proposta; il soggiungere che dopo il loro colloquio sarebbero passati nel salotto della contessa era un affermare che di quella sera medesima si voleva tutto definire e stabilire. Era fin troppa ventura; era un passare dall’eccesso del dolore all’eccesso della gioia, e questa opprimeva perfino il cuore che invadeva.
Alla fine quelle benedette ore scoccarono e Alfredo di Camporolle, in un’acconciatura severamente elegante, si presentava nell’anticamera di casa Valneve. Non ebbe da mandare ambasciata; come visitatore atteso fu subito condotto da un domestico nello studiolo del conte Ernesto.
Questi, appena il servo ebbe annunziato Alfredo, mosse incontro al nuovo venuto colla solita, gentile sua agiatezza di maniere. Fumava un grosso sigaro d’Avana che riempiva d’un piacevole profumo lo stanzino; era vestito con abiti cittadineschi ed aveva il volto rallegrato dal suo benevolo sorriso. Si tolse di bocca il sigaro per dire all’amico:
— Bravo! Esattezza da militare. Suonano adesso le otto.
E gli tese la destra con tutta la franchezza d’una vera amicizia.
Un freddo e acuto osservatore avrebbe forse potuto notare in lui, non un impaccio, nè uno sforzo a dissimulare, — di questi egli colla sua schietta natura non ne aveva mai, — ma una certa lieve preoccupazione; Alfredo però, che non era acuto osservatore, e che in quel momento era assai commosso egli stesso, non vide nulla, non notò nulla, occupato a frenare il suo cuore che batteva di troppo.
— Sono venuto ansiosamente al tuo appello: — diss’egli con voce un po’ incerta: — e non ti nascondo che per me quest’ora ha tardato molto a giungere.
Ernesto, per la mano che l’amico gli aveva data, lo trasse innanzi fin presso il caminetto, dove ardeva ancora, benchè si fosse verso la fine di marzo, un allegro fuoco, e fattolo sedere sopra una bassa poltroncina, gli porse un elegante astuccio pieno di quei sigari d’Avana con uno dei quali egli profumava la stanza.
— Vuoi fumare? — gli disse.
— No, grazie: — rispose Alfredo metà sorridendo e metà sul serio; — il fumare distrae. Io voglio avere tutte le mie facoltà intente a quello che stai per dirmi.... Parla, mio caro Ernesto, te ne prego. L’impazienza, l’ansietà mi tormentano.... Senti, toccami, ho la febbre.
Ernesto gli strinse il braccio colla sua mano delicata e nervosa.
— Sì, davvero, povero Alfredo! — esclamò con interessamento. Or bene, io ti leverò subito da questo travaglio. Del resto lo dovevi ben capire che se ti ho scritto di quella guisa non era poi per dirti qui faccia a faccia delle cose che ti dovessero spiacere.
— Sì, l’ho capito... cioè l’ho sperato; ma, tu sai pure che, quando si agogna ad una tanta felicità, quando massime la si è vista dileguarsi da noi, ci pare poi impossibile raggiungerla, se non la si tiene proprio afferrata colle nostre mani.
— Ebbene, fa conto di averla afferrata fin d’ora. La mano d’Albina sarà tua.
Alfredo sorse di scatto, mandando un grido, poi dalla emozione impallidì e vacillò, si lasciò quasi cadere sul seno di Ernesto e gli disse piangendo insieme e ridendo, poco meno che balbettando:
— Oh Ernesto!... è dunque proprio il paradiso sulla terra che tu m’annunzi!... Oh amico mio! Oh fratello mio! Gli è a te, ne son certo, che debbo tanta ventura... È perfino la vita che tu mi ridai... sì, perchè senza di lei non posso più vivere, io sarei morto.
E lo abbracciava e lo baciava con forza, con passione, con trasporto.
— Via, via, — disse il fratello d’Albina facendo a rendere più tranquillo il giovane: — non parliamo di morire. E non dare neppure a me un merito ch’io non ho. Sai che sono schietto fino alla imprudenza con tutti, e tanto più con quelli che stimo di meglio. Ti amo e stimo così da essere perfino grossolano nella mia franchezza a tuo riguardo; e dunque ti confesso che io non ho patrocinata menomamente la tua causa, e che anzi ho desiderato la vittoria d’un altro. Che vuoi? A Giulio, oltre ai vincoli del sangue, mi congiunge un affetto nato fin dall’infanzia e sempre accresciuto colla domestica frequenza, coll’esempio e col desiderio di mio padre che quel ragazzo tenne seco ed amò proprio come suo figlio. Anche adesso penso con assai dispiacere al dolore che proverà quel buon Giulio, e che avrei voluto risparmiargli. Certo, se non si fosse trattato di lui, sarei stato io tuo avvocato zelantissimo.... Ma la conclusione, che è ciò che più ti importa, si è che non hai avuto bisogno d’altri avvocati, e la tua causa l’hai vinta.
Alfredo sentì un brivido delizioso di gioia scorrergli per tutte le vene.
— Dunque.... — disse tremando e con voce ansante: — la signorina Albina?...
— Fu sempre pensiero di tutti noi, di nostra madre la prima, lasciarla libera nella scelta della sua sorte... beninteso entro certi limiti.... Alcune apparenze ci avevano ingannati.... In breve, ora qui io t’ho accolto come pretendente: uscendo di casa nostra protrai essere il fidanzato di mia sorella.
Camporolle tacque un momento per dominare la sua tanta emozione; prese un aspetto grave, e con voce ferma e improntata d’una certa solennità, disse poi:
— Ernesto, giuro che farò ogni cosa in mio potere, perchè nè la contessina, nè alcuno della tua famiglia abbia mai da deplorare di avermi creduto degno di tanto onore e di tanta felicità, e confido che riuscirò nel mio intento. Ecco quanto posso far io personalmente; quanto alle altre materie da trattarsi, tu mi indicherai il notaro della tua famiglia, e con esso un altro incaricato da me, a cui comunicherò tutti i documenti e che informerò esattamente delle mie condizioni, domestiche e finanziarie, aggiusterà tutto quanto riguarda le cose d’interesse; ma sento il bisogno di dichiarare fin d’ora che io nella sposa di cui ambisco sì ardentemente la mano, non cerco, non voglio cercar altro che la fiducia e l’affetto....
Ernesto l’interruppe.
— Di tutte codeste cose che sentono l’abbaco, hai ragione tu, bisogna lasciar parlare ai nostri notai... Ora, se lo desideri, possiamo andar di là nel salotto di mia madre.
Se lo desidero! — esclamò Alfredo, lo sguardo sfavillante e congiungendo le mani quasi in atto di preghiera.
Il conte di Valneve gettò nel caminetto il sigaro e suonò il campanello.
— Domandate alla contessa, — disse al domestico che si presentò all’uscio, — se può ricevere in questo momento il conte di Camporolle e me.
Il servo s’inchinò e ripartì.
Successe un momento di silenzio; Alfredo cercava col cervello in tumulto delle frasi da dire, e non trovava nulla: Ernesto, preso di sopra la caminiera un paio di guanti, se li calzava, guardando distrattamente le braci nel focolare.
Il domestico tornò e disse:
— La signora contessa li aspetta.
Ernesto passò il braccio su quello di Alfredo e s’avviarono insieme; traversate un’antisala, il gran salone, una stanza di mezzo, penetrarono nel salottino particolare della contessa Adelaide.
XIV.
La contessa era sola, seduta sopra un seggiolone presso alla tavola di mezzo, su cui stava accesa una grossa lampada di porcellana dipinta, senza ventola, illuminando molto vivamente il non ampio salotto. Volse verso i due giovani che entravano il capo già incanutito, ma sempre eretto con fiera eleganza, il volto pallido e corso da rughe, ma bello sempre di nobile espressione, gli occhi pieni di benevola cortesia, e rispose con un grazioso cenno ai saluti degli arrivanti.
Anche in lei si sarebbe potuto notare una qualche preoccupazione, un leggero turbamento, un’ombra, direi quasi, ma proprio niente più che un’ombra di malavoglia.