Il segreto di Matteo Arpione

Part 16

Chapter 163,929 wordsPublic domain

— Voi vedete che io vi dico tutto, vi apro affatto il mio cuore, la mia coscienza, perchè vi possiate leggere fino al fondo, perchè possiate conoscere qual uomo io mi sia e compiutamente giudicarmi.

Il giovane non pronunziò una parola, fece un atto colla mano perchè l’altro continuasse, e coprendosi di nuovo il viso, tornò alla sua immobilità.

— Un fatto, per me un gran fatto venne ad accrescermi i dolori, la rabbia per la mia impotenza, la smania dei guadagni, e insieme a innondarmi il cuore di tanta gioia, di tanta tenerezza che mai non me ne sarei prima creduto capace, che mai non avrei pensato potersene provare al mondo di tale... Giuseppina, la mia Giuseppina, mi annunziò che mi avrebbe fatto padre. L’amai ancora di più! Oh come le fui riconoscente! Come avrei voluto circondarla di agi, di benessere, di tranquillità, d’ogni delizia! Ella era così sofferente! Le privazioni, i patimenti d’animo, le angoscie e gli affanni medesimi che le davo colle mie collere contro la società, colle minaccie che facevo bestemmiando ai miei simili.... sì, sì, me ne accuso... oh me ne sono pentito cotanto!... La mia follia diede più volte cagioni di spavento e di tormento a quell’anima santa, pietosa, mite, angelica.... Tutto codesto l’aveva indebolita, affranta, stremata.... Che compassione mi faceva a guardarla, pallida, pallida, le occhiaie allividite, le labbra assottigliate e bianche, lavorare con quelle mani affusolate, esili, che parevano di cera, lavorare a cucire pel nascituro quei panni che veniva procurandosi togliendosi a sè stessa parte di alimento! Come mi rodevo, come soffrivo, come avrei dato volentieri il mio sangue!...

Un qualche cosa che sembrava singhiozzo lo interruppe. Alfredo lo guardò di sottecchi. In quel vecchio ammencito, incartapecorito, che pareva a tutto chiuso e indifferente, la forza del ricordo era tale che una profonda commozione gli trasmutava la fisonomia di solito spiacevole e attestava la sincerità del sentimento.

Matteo riprese:

— Per ottenere guadagni, mi umiliai, mi abbassai a qualunque servizio.... Io, che ero così orgoglioso.... mi acconciai ai disprezzi, alle impertinenze, ai capricciosi scherni de’ ricchi.... Non ci fu mestiere da cui rifuggissi.....

Un’altra scossa, un altro raccapriccio d’Alfredo; ma il vecchio, infervorato ora nel suo racconto, animato dal calore che gli metteva nel sangue il riviver quasi in quei tempi lontani, il provar di nuovo quelle emozioni e quelle passioni, questa volta non se ne accorse neppure.

— E nulla, nulla mi giovava!... Finalmente un giorno la sorte accennò di volersi cambiare. Era capitato a Parma, tratto dal suo capriccio, dal caso, dal destino, un giovane signore di Lugo, chiamato Luigi Corina....

— Ah! — fece Alfredo, la cui attenzione e l’interessamento, che pure erano già grandissimi, furono a questo punto eccitati da nuovo impulso.

— Viveva proprio da mezzo matto, profondeva il denaro da ogni parte nel più stupido modo, cercava i suoi piaceri nelle orgie più basse, negli eccessi più perniciosi alla salute. Tutti gli mangiavano addosso; egli lasciava fare con una disdegnosa noncuranza; ma però un giorno che sorprese il suo servitore a rubargli tranquillamente nello scrigno, lo scacciò a bastonate dalla sua presenza e dal suo servizio. Egli non poteva stare un pezzo senza un nuovo domestico, perchè soleva non far nulla da sè, nè anco di quanto più davvicino lo riguardasse, immerso sempre in una inerte malavoglia, in una impaziente uggia di tutto e di tutti, e si raccomandò di qua e di là per avere sollecitamente un successore al congedato.

Venne proposto anche a me di presentarmi a chiedere quell’ufficio.... Ah! una volta non avrei neppure permesso che mi si parlasse di ciò! allora accettai e fui sollecito a recarmi da quel signore, col cuore che mi batteva per la paura di arrivare troppo tardi, e di non piacere a quell’uomo bizzarro e di non essere accettato; perchè in quel posto la paga era discreta, e si offrivano molti e molti modi da fare altri guadagni e poter mettere qualche cosa in disparte.

«I concorrenti furono molti; ma il signor Corina, che volle minutamente informarsi delle condizioni e della vita di tutti, quando ebbe udita la mia storia, mi prescelse, dicendomi: « — Anch’io ho amato come amate voi una Giuseppina; per lei affrontai la collera di mio padre, le persecuzioni del mondo, le avversità della vita. La morte me l’ha crudelmente rapita e con lei mi tolse ogni bene, ogni voglia di vivere. Ora che sarei in grado di darle una esistenza agiata, perchè mio padre è morto, essa non c’è più, e io non so più che cosa farne nè del denaro, nè della vita, e non ho più altro desiderio che di gettarli ambedue. In causa del nome di vostra moglie, pel merito del vostro amore, prendo voi, e se non siete così asino e così impudente come colui che s’è fatto cacciare a forza, sarete voi che mi chiuderete gli occhi dopo il poco tempo che mi rimane ancora da trascinare sulla terra.» — Entrai così al servizio di lui; era strambo, bizzarro, ma buono e generoso, e io gli posi presto affezione; da sua parte egli provò una certa simpatia per me, conobbe zelante e onesto il mio servizio e non andò molto tempo che mi trattò con benevolenza e fiducia, di cui mi volle dar prova, narrandomi tutta la storia del suo passato. Se aveste la pazienza di sentirla, Alfredo....

— Sì, sì, — interruppe vivamente questi: — dite tutto, ho desiderio di saper tutto, bisogna bene ch’io sappia tutto.

— Suo padre, signore non molto ricco, ma discretamente agiato, era uno di quegli uomini dell’antico stampo, che come buon metodo di educazione de’ figli non vedono che il rigore, la severità più spinta e il sistematico diniego d’ogni menomo piacere, d’ogni soddisfazione anche del più innocente desiderio giovanile. La casa paterna era stata così per Luigi, fanciullo e adulto, niente di meglio che una carcere con un severo carceriere in perenne cipiglio, non buono a parlargli altrimenti che rampognando. È difficile che gli eccessi non provochino una riazione, e quindi eccessi dalla parte contraria. Luigi, d’indole vivace, d’umore bizzoso e di sangue ardente, un bel giorno si ribellò, il padre lo punì con severità crudele, e il giovane, appena diciottenne, fuggì di casa. Suo padre giurò che poichè egli s’era bandito dalle soglie de’ suoi maggiori, lui vivo, non ci sarebbe rientrato mai più, che non l’avrebbe mai più voluto vedere, mai più perdonato. Il povero Luigi visse per miracolo, conoscendo anch’egli che cosa fosse la miseria, aggravandosi di debiti onerosissimi, come si suol dire, a babbo morto, precipitando sempre più in errori, in male abitudini, in disordini, in guai. S’innamorò d’una povera fanciulla del popolo e la sposò; di che il padre, informatone, salì in collera ancora più bestiale. Il bisogno lo fece ricorrere supplicando all’inesorabile genitore; questi non gli rispose che colla sua maledizione. Si vide costretto a domandare i conti e la consegna dell’eredità di sua madre. Altro aumento dello sdegno paterno. Le sostanze poi di cui venne così in possesso erano di non molto valore, e i debiti precedenti in breve le consumarono; onde fu costretto a ricorrere a nuovi imprestiti e sempre con più gravose e anzi scellerate condizioni. Era al punto che quasi si rallegrò.... sì, lo confessava.... quando suo padre venne a mancare, ed egli potè diventare padrone dell’eredità. Ma di questa una bella parte gli aveva tolto il padre sempre implacato, lasciando tutto quello di cui poteva disporre ad opere pie e a chiese: un’altra gran porzione gli tolsero i creditori che subito gli saltarono addosso e che convenne pagare, così che quanto glie ne rimase, si ridusse nemmeno a un quarto di ciò che era stato posseduto dal padre. Luigi fu costretto a vendere il palazzo e i terreni, e siccome tanto e tanto il soggiorno di Lugo non aveva nulla che lo attraesse, fatto denaro liquido di tutto ciò che gli restava, era andato a Macerata, il paese di sua moglie.

«Pur tuttavia, con quanto ancora aveva salvato dalla successione paterna, egli avrebbe potuto vivere in una modesta agiatezza e gustare così un poco di felicità terrena, se massima sventura non gli fosse capitata nella morte di quella donna che aveva tanto amata. Nulla più gli rimaneva al mondo; disperato, aveva dapprima voluto ammazzarsi, poi si era deciso a stordirsi e consumarsi con ogni fatta d’eccessi. Abbandonati que’ luoghi, aveva girato qua e là per l’Italia, finchè era giunto a Parma, dove il destino dovea riunirci.

«In breve io fui a regolare tutti i suoi interessi, a procurargli denari, ad acchetare i creditori; gli divenni quasi un amico, più che un servitore di certo; lo consigliai, lo ammonii più volte, volli ritrarlo da quella strada in cui non poteva che incontrare la rovina e la morte. Ma tutto fu inutile; ed era troppo tardi oramai. Sentendosi mancare la vita volle tornarsene al paese dove la sua diletta era morta. A me gravava pure assai abbandonare mia moglie la quale doveva fra non molto diventar madre; ma il povero etico mi pregò tanto! Era d’altronde un rinunciare a non piccolo e certo guadagno l’abbandonarlo; mia moglie stessa mi esortò a seguirlo; insomma, dolentissimo, ma nascondendo il mio rincrescimento, mi decisi e partii col signor Luigi alla volta di Macerata e di Lugo. Ma prima raccomandai la mia Giuseppina ad una buona donna con cui avevamo avuto occasione di stringere attinenza perchè vicina di casa e che appunto esercitava il mestiere di levatrice, quell’Antonia che vi feci conoscere quando vi condussi alla tomba di vostra madre. Anch’ella era povera come noi; anch’ella viveva di stenti e di privazioni ed era fatta per capirci; per compassionarci, per aiutarci in tutto quello che potesse.

«Luigi Corina stette poco a Lugo, solamente il tempo per terminare certi interessi che ancora erano pendenti in seguito alla vendita dei beni paterni: vide poca gente, non parlò dei suoi casi, e quando partì, di lui e di quanto gli fosse occorso durante l’assenza, colà sapevasi non molto più di prima. Io, invece avevo appreso tutto quello che riguardava lui, la sua famiglia e le vicende tutte di questa. Si recò a Macerata, deciso di morir colà, e gli ultimi due mesi della sua vita, che furono tutta un’agonia, io non mi mossi più dal suo fianco e lo assistetti come un amico, come un parente, come un fratello. Di congiunti egli non ne aveva più nessuno, di amici non se n’era fatti; gl’indifferenti non voleva più vederli: rimasi io solo al suo capezzale mentre soffriva, mentre veniva lentamente estinguendosi, mentre moriva.

«Nelle lunghe notti vegliate, quanti pensieri, quante fantasticherie, quante pazze chimere non m’assalsero! La mia mente volava a quel luogo dove avevo lasciata la donna adorata: la vedevo soffrire e stentare, lei che avrei voluta circondata di ogni agiatezza, di ogni sfarzo: vedevo già in anticipazione il bambino che ne sarebbe nato, che sarebbe mio!... Certo egli aveva da essere un maschio, n’ero sicuro, lo volevo, ci avrei scommessa la testa. Ma quel maschio, quel figliuolo mio, nato dal mio sangue, carne della mia carne, ossa delle mie ossa, come dice la Bibbia, che scorgevo, che vagheggiavo bello e aitante e pieno d’ingegno, lo volevo pure felice, ammirato, invidiato dal mondo. Che avesse la sorte di suo padre oh no! avrei dato tutto il sangue, l’anima, perchè non l’avesse. Giuravo a me stesso che l’avrei fatto ricco, potente, l’avrei imbrancato nella schiera di coloro che godono e comandano nel mondo, gli avrei fatto una fortuna, un nome, un titolo, gli avrei dato tutto ciò che abbaglia gli uomini e se ne fa ammirare.

«Ma come?... Quante ne pensai per afferrare la ricchezza!... Feci scorrere tutti i mestieri, tutte le professioni, tutte le temerità che possono guadagnar denaro. Un lampo mi mostrò a un tratto il cammino. Il mio povero padrone che languiva era stato vittima dell’usura...

Qui Alfredo fece un moto di sì viva ripugnanza che il vecchio s’interruppe.

— Ah per arricchire mio figlio, — riprese poi dopo con una specie di bravata, — avrei scelto qualunque cosa; per torlo a quelle vergogne, a quelle umiliazioni, a quei disprezzi che io aveva sofferti, avrei commesso qualunque misfatto... Capivo che avrei trasmesso a mio figlio un nome disonorato; ma se avessi potuto acquistargli un altro nome, nascondere a lui e alla gente la sua origine, dargli un titolo, un’altra famiglia!... Il mio sguardo si fermava su quel misero che sonnecchiava nel languore della sua malattia mortale. Egli aveva un nome senza macchia: se glie lo avessi potuto prendere per mio figlio! Io, dopo, avrei senza riguardi potuto comprare dalla fortuna la ricchezza coll’infamia del mio nome.

«Quando questo matto pensiero mi venne la prima volta, lo respinsi come un assurdo impossibile, mi dissi che non ne avrei nè anco avuto il coraggio se mi si fosse presentata la sicurezza di poterlo attuare. Rinunziare a mio figlio, io che l’amavo già tanto, prima ancora che fosse nato! Ma se uno fosse venuto da me a dirmi: «dammi tuo figlio ed io lo farò ricco,» io gli avrei detto di no. Era però ben diversa cosa darlo ad altri; io sognava di allevarmelo io, ma come un essere a me superiore, come un mio padrone, e servirlo, e adorarlo, e vederlo, e sentirmi beato d’averlo fatto io grande, ricco, felice. Tal pensiero come un chiodo mi si conficcò nel cervello, e non mi lasciò più.

«In quella, contraddicendo alle informazioni di mia moglie, che, per non inquietarmi, mandava sempre buone novelle, Antonia mi scriveva che la povera Giuseppina soffriva e che quanto più s’appressava il termine della sua gravidanza, tanto maggiori se ne facevano le sofferenze. Volli a un punto abbandonare il povero sor Luigi; ma egli mi pregò tanto che non ebbi il coraggio di lasciarlo solo in quegli ultimi pochi giorni che gli rimanevano.

« — Sarete presto liberato, — mi disse con amara mestizia, — e io, in compenso dei vostri servizi, vi lascierò tutto quel poco che mi rimarrà ancora al momento della mia morte.

«Morì pochi giorni dopo; nessuno venne a pretender nulla della successione, io presi tutto, pagai gli ultimi debiti e mi trovai in possesso di una somma di denaro, e, quello che era più importante pel disegno che s’era venuto sempre più maturando nel mio cervello, di tutte le carte della estinta famiglia Corina.

«M’affrettai verso Parma. Lungo il viaggio determinai più nettamente e con incrollabile risoluzione il mio disegno. Il figlio che aveva da nascermi avrebbe portato il nome incontaminato dei Corina. S’egli nasceva a Parma ciò era impossibile; bisognava dunque condurre la giovane madre in un altro luogo, dove poterla far credere la vedova di Luigi Corina. Trovai la povera mia moglie assai malazzata; ma il piacere di vedermi, l’assicurazione datale che non ci saremmo più separati, produssero in lei un tal miglioramento che fece meravigliare anche la levatrice Antonia.

«Provai un giorno a comunicare il mio disegno a Giuseppina... Ella non ne volle sapere; rinnegare suo figlio, mai, diceva essa, non ci avrebbe acconsentito a niun patto; non mi comprese, e per acchetarla finsi di rinunziare anch’io al mio disegno; ma speravo poterla convincere col tempo, e frattanto non cessavo dal pensare a preparare tutto quello che poteva conferire alla riuscita.

«L’Antonia mi veniva dicendo che mia moglie stava tanto meglio, che l’epoca della sua liberazione non era ancor vicina, ed io, sempre fermo nella mia idea, pensai per prima cosa esser necessario condurla via dalla sua città. Trovai il pretesto che gli affari lasciati dal signor Corina richiedevano ancora l’opera mia e la mia presenza a Lugo, e siccome io aveva trovato molto più conveniente lo stabilirci colà, pensavo miglior consiglio menarci subito anche la moglie per non dividerci più.

«Giuseppina, buona com’era, acconsentì. Avevo i denari del Corina da poterla far viaggiare come una signora; presi una carrozza di posta e partimmo.

«Sciagurata risoluzione!... Forse senza ciò ella avrebbe potuto sopravvivere...

L’emozione gli troncò le parole. Alfredo mormorò con voce di pianto:

— Povera madre mia!

— Tutto quello che avete appreso al villaggio dove vi ho condotto, — ripigliò Matteo, — tutto avvenne come vi fu detto... Ci fermammo in casa del Battistino; io corsi a prendere l’Antonia... pagai tutto quello che volle perchè dicesse e facesse a mio senno... presi meco il cognato Carra, dal quale con preghiere, regali e promesse ottenni pure che mi assecondasse, e... tutto riuscì a seconda dei miei desiderii... Ma la mia Giuseppina mi morì!...

Qui un vero singhiozzo l’interruppe; stette un momento e poi riprese con un accento d’infinito dolore, di cui non lo si sarebbe neppure creduto capace:

— Ah! quello fu uno spasimo!.... Per un momento rimasi come stupidito: non vidi più nulla, non pensai più a nulla; nulla più al mondo esisteva per me fuorchè quel cadavere che mi stava rigido innanzi agli occhi. Che notte orribile, tremenda ho passata! Se mi fossero venuti ad offrire la morte, l’avrei accolta come un regalo. Mi pareva non altro restarmi di meglio a fare che prendere meco il mio bambino e seguire al di là della tomba quella cara, quell’unica donna che avessi amato, che abbia amato mai! Il mio bambino.... Esso era là bello, roseo, cogli occhioni aperti che mi parevano già intelligenti, che mi sembravano guardare nel mondo stupiti e sgomenti, che mi sentivo scendermi nell’anima e ricercarmi il più intimo sentimento quando si fissavano nei miei... Ella, Giuseppina, la povera madre, me lo raccomandò quel bambino con tutta la forza, tutta l’efficacia d’una madre che muore. Parve avere accettato la mia idea... essa moriva, non poteva più gloriarsi d’averlo per figlio, che cosa le importava più ch’egli portasse questo o quel nome? Mi disse: «Fa di nostro figlio quello che ti pare; ma fallo onesto, buono e felice!» Lo giurai. Sì, lo volevo anch’io onesto e felice: ma per essere tutto questo, per fuggire le tentazioni del male e godere le gioie del mondo bisognava farlo ricco... «Lasciane la cura a me,» dissi: «e sarà invidiato dal mondo». Tu avevi le pupille volte al cielo, e gemicolavi sommesso!.. Ah! la notte ch’io passai fra lei morta, a cui avevo giurato far felice la tua vita, e te neonato a cui rimanevo solo nel mondo; quella notte eterna, terribile e santa fece di me un altr’uomo... Me votai a ogni tormento, a ogni vergogna, ma per te volli ogni distinzione sociale... Tu non avevi a nessun patto da arrossire d’un padre plebeo, volgare, forse odiato e disprezzato... Nascondere la mia paternità era un gran sacrificio.... Ti feci crescere, educare lontano da me... e lavorai, mi frustai l’anima, il corpo, la mente a raccogliere denaro. Sono riuscito!... Che m’importava la mia umiliazione? Essa serviva ad esaltare te... che meco stesso, in silenzio, chiamavo, con orgoglio indicibile, mio figlio! mio unico figlio! mio dilettissimo figlio!

Matteo s’era taciuto come aspettando risposta, e stava col capo basso, gli occhi rivolti a terra, tremante, timoroso delle parole che sarebbero uscite dalle labbra di suo figlio.

Questi, per un poco, per un tempo che al disgraziato parve lungo come un’ora di dolore, — non parlò, non si mosse. Teneva sempre il viso chiuso, il corpo curvo in una postura di abbandono quasi disperato: lo avreste detto insensibile. E frattanto la mente stanca del corrodente pensiero, pareva a lui stesso venirgli meno, assopirsi nell’idiotismo. Era di lui che si trattava? Erano casi suoi quelli intorno a cui si travagliava impotente il suo spirito? Erano sogni, tormenti d’incubo, follie di cervello malato o realtà tremende? Farlo felice! Quell’uomo che diceva di essere suo padre, gli giurava di aver voluto farlo felice!... Felice!... E a qual punto lo aveva ridotto! Non aveva più forza a sdegnarsi, a ribellarsi, sentiva un generale esaurimento di tutto l’esser suo.

— Che faceste voi? — disse poi lento, a voce fioca, stentata, senza alzare il capo, senza muoversi, senza guardare colui al quale parlava. — Il primo bisogno a noi, la prima felicità è la famiglia; cominciaste per torgliermela.... Avessi avuto alcuno da amare!... A me la morte rapì dunque la fortuna di avere una madre; e anche un padre mi è sempre mancato!... Voleste farmi ricco e nobile; non v’è nobiltà che non poggi sul valore e sull’onore; non v’è ricchezza che valga, se non acquistata onestamente.... Voi ciò dovevate pensarlo.... Mi cacciaste in un’esistenza falsa e fittizia, dove non ho mai sentito un affetto.... Ah mi aveste lasciato povero.... ma orgoglioso di poter nominare mio padre!

L’Arpione rispose con un gemito: l’altro continuava sempre con quel tono abbattuto, dolorosissimo per disperata rassegnazione.

— E ora, al punto in cui m’avete ridotto, che faccio più di me, della mia vita? M’avete condotto fin dentro al tempio della grandezza e della felicità umana, ma per farmele ignominiosamente scacciare quando appunto il più acceso desiderio me ne strugge: avete, per innalzarmi, accumulato un piedestallo d’inganni, di frodi, di infamie, perchè a un tratto mi crollasse sotto, e io, ignaro, innocente, pure precipitassi nel fango e mi vi lordassi tutto e ne fossi perduto per sempre. Oh! il più accanito nemico non avrebbe potuto, coll’ardente e tenace volontà della vendetta, prepararmi una sorte peggiore!...

Il vecchio si torceva le mani in un accesso di furioso dolore.

— Ah non dire così!... — esclamava ansante. — Questo è per me troppo supplizio.... Non avrei mai creduto di venire a questa.... Son tanti anni che lavoro e che stento. Ogni privazione, ogni umiliazione, ogni vergogna quasi mi tornava una gioia. «È per mio figlio!» mi dicevo: e bastava. E ora tutto rovinerebbe?

Tutto si rovescierebbe sul capo a me.... e a te!... Pazienza a me! Ci conto, l’aspetto, mi piace. Ch’io rimanga pure schiacciato: ma tu!... O che non c’è rimedio? Non c’è qualche modo da uscirne tu, puro, nobile, grande qual sei?

Alfredo scosse il capo e disse fermamente con quel medesimo tono di abbattimento mortale:

— No, non ce n’è.... bisogna ingoiar tutto l’amaro calice, fino a morirne....

Matteo interruppe con un grido:

— Per amore di Dio! — disse disperatamente: — per la memoria di tua madre, non parlar di morire. Tu sei mio: la tua vita è mia, ogni goccia del tuo sangue la devi a me, ed è mio tesoro. T’ho data la ricchezza, io a te; ma la mia ricchezza sei tu, la mia felicità sei tu.... e non puoi privarmene.... Calpestami, maledicimi anche, ma conservami la tua vita.... Ch’io possa vederti, contemplarti, ammirarti!

Alfredo non si mosse, non fe’ cenno, come se non avesse neppure inteso; e l’altro più ansioso e spasimante:

— Piuttosto, se alcuno ha da morire; se la giustizia umana, crudele e cieca qual’è, o anche la divina, che non si manifesta molto migliore; se una barbara necessità vuole il sacrificio di una vita, ecco qui la mia. Son pronto, Alfredo, te lo giuro. T’ho dato tutto di me: la quiete, l’onore, la coscienza; darò volentieri anche il sangue. Ma tu, no; tu no!... A te la gioventù sorride.... sorriderà ancora la vita.... Sì, sì, sta certo.... Persuaditi: al mondo chi fa tutto, chi può tutto, è la ricchezza. Tu l’hai.... Vedi: io ho ancora più denari di quello che crede il mondo.

Il giovane fece un atto di ripugnanza.

— Andremo via di qua, — soggiunse vivacemente Matteo. — Ci recheremo tanto lontano che non il menomo rumore giungerà fino a noi di questo paese, di questa gente, di questa ridicola, corrotta ed ipocrita società.... troverai amori quanti ne vuoi.... e adulatori e omaggi quanti se ne possa desiderare....

Alfredo interruppe alzandosi con atto di impazienza dolorosa.

— Basta!... Voi non mi capite.... Noi non parliamo il medesimo linguaggio.... e non ci potremo intender mai. Quello che sia da farsi, non lo so ancora; bisogna che ci pensi, seriamente, a lungo, chiamando a raccolta tutte le forze del mio animo, tutte quelle della mia intelligenza. Lasciatemi solo.

Il vecchio fece un gesto, ma Alfredo non lo lasciò parlare.