Il segreto di Matteo Arpione

Part 17

Chapter 173,748 wordsPublic domain

— È necessario! — soggiunse con forza; — lo voglio.... Quello che avrò deciso, lo farò sapere anche a voi.... A voi prima di tutti.

— Ma voi mi promettete, Alfredo...

— Non vi prometto nulla: — interruppe violentemente il giovane.

Matteo si buttò in ginocchio e giunse le mani.

— Per pietà! Per carità! — gridò. — Non scacciatemi con uno spavento sì terribile in cuore.... Voi non pensate a morire?

Alfredo stette un momento prima di rispondere: un momento che per Matteo fu un’agonia; si passò la mano sulla fronte lentamente; poi disse a voce bassa:

— Ci penso.... ma non lo farò....

— Oh ve ne supplico.... non per me.... in nome di quell’angelo della fu vostra madre.

— Alzatevi.... Sì, per mia madre... Sarà una espiazione la vita.... un’espiazione di falli non miei.... un’espiazione necessaria.... Ah! credendo fare la mia felicità, voi mi avete fatto molto male.... Dio ve lo perdoni!

Il vecchio si trascinò in ginocchio fin presso di lui e tentò di prendergli una mano.

— E tu? — disse ansioso. — E tu? Non mi perdoni tu?

Prima che Alfredo avesse tempo a rispondere, s’udì presso all’uscio il rumore d’un passo d’uomo che s’accostava e quello d’una mano che si posava sulla serratura e stava per aprirla.

— Alzatevi! — gridò con accento imperioso Alfredo, e preso alle braccia il vecchio lo fece drizzare in piedi.

L’uscio si aprì: padre e figlio si volsero ambedue a vedere chi entrava.

Sulla soglia, fermandosi un momento a guardare chi c’era in quella stanza, prima di inoltrarsi, stava con aria più seria del solito, quasi solenne, sempre colla sua solita agiata eleganza, il Maggiore delle Guardie, conte Ernesto Sangré di Valneve.

XXXII.

Il primogenito dei fratelli Sangré, presentatosi all’uscio del quartiere occupato da Alfredo, non era stato respinto dai domestici che conoscevano l’amichevole famigliarità che esisteva fra quel visitatore e il loro padrone; d’altra parte Alfredo non avea neppur pensato di dare l’ordine che non si lasciasse entrare nessuno, onde appena fu se osarono dire al conte Ernesto che in quel momento il giovine era chiuso in camera con un tale cui aveva mandato a chiamare per cose, pareva, di molta premura.

— Chi è? — domandò il Maggiore con quell’altezzosa noncuranza che a quella fatta di gente, impone rispetto e obbedienza.

— Il signor Arpione, — risposero senza esitare.

— Ah! — esclamò il conte, a cui la presenza dell’usuraio in quella casa fece per una parte cattiva impressione e per altra parve proprio opportuna a quanto voleva ed era venuto per fare. — Benissimo. Sono appunto venuto a tempo. Ci ho da entrare ancor io nei discorsi che si tengono fra que’ due.

E senz’altro camminò verso la camera di Alfredo, col passo sicuro d’uno in casa sua.

Aprì l’uscio e si presentò dicendo con accento nella cui usata cortesia c’era insieme un po’ di scherno, un po’ di amarezza e una ferma risoluzione:

— Disturbo forse?... Me ne rincresce; ma credo che la mia venuta sia a tempo e necessaria.

Alfredo e Matteo s’erano vivamente allontanati l’un dall’altro, tenevano ambedue il volto basso e gli occhi a terra; sulle guancie smorte del giovine corse ratta, per isvanir tosto, una lieve fiamma di rossore. La vergogna lo possedeva. In quel piccolo uomo, dall’aspetto orgoglioso e gentile, dalle forme fini ed eleganti, dal contegno agiato e pieno di garbo, dalla pronunzia graziosamente un po’ blesa, dalle maniere aggraziate che pur lasciavano trapelare il sentimento d’una superiorità, egli vedeva stargli innanzi quella sfera di elevatezza e di splendore in cui egli era pur vissuto, a cui aveva pensato fin allora di appartenere, ed a cui doveva rinunciare colle beffe e colla vergogna. Nella bellezza di quella fronte, nella delicatezza di quei lineamenti, accompagnate e temperate dall’espressione virile d’un coraggio e d’una coscienza di soldato valoroso, egli travide l’immagine di quella bellezza, di quella grazia che gli erano state come una rivelazione della sublimità ideale, dell’eterno femmineo incarnato nella perfezione delle forme, ch’egli aveva adorato, e adorava tuttora. E lì in presenza, come a far contrapposto, ombra da produrre maggiore spicco alla luce, stava nell’usuraio, Matteo Arpione, quanto si poteva vedere di più volgare, di più basso, di più spregevole. E questa era per Alfredo la realtà. Nell’altra il sogno, la illusione ora scomparsa: l’ignobile usuraio era suo padre. Da questo ratto pensiero in lui il rossore, la confusione, cui Ernesto diede interpretazione assai più, assai troppo avversa ad Alfredo.

Nessuno rispose al conte Sangré, il quale, squadrato ben bene i due uomini che si trovavano nella camera, con accresciuta l’espressione dell’amarezza, del disgusto, della severità, s’inoltrò.

— Forse capirai subito, Alfredo, la cagione della mia venuta: — soggiunge rivolgendosi al giovine. Gli parlava ancora colla seconda persona come ad amico e famigliare, ma pure l’accento con cui le parole erano pronunciate levava ogni affettuosità a quella forma e metteva fra i due una gran distanza. — E mi risparmierai la pena di doverlo dire espressamente. Ciò farà che potremo entrar subito nelle viscere dell’argomento e sbrigarci con sollecitudine di cosa che è certo ingrata a tutti.

Fece una pausa; nessuno rispose, nessuno parlò. Matteo stava curvo, quasi direi rannicchiato, raggomitolato nella sua vergogna; Alfredo avrebbe voluto dir qualche cosa e non sapeva, e si sentiva sempre maggiore, sempre più dolorosa la confusione, e rimaneva immobile, manifestando il suo turbamento soltanto coll’ansare del respiro.

Ernesto volse di traverso uno sguardo all’usuraio.

— E tanto meglio che sia appunto presente qui... anche costui.

È indescrivibile a parole l’accento di profondo disprezzo, quasi di schifo con cui fu pronunciato quel «costui.» Alfredo se ne sentì correre un brivido pei nervi e un calore alla faccia.

— Signor conte, — diss’egli reprimendo la sua emozione, e cominciando lui a lasciare le forme dell’amichevole domestichezza, come credeva che, per ogni riguardo, fosse dover suo di fare: — credo che Lei sia in errore. Sarà molto meglio che qualunque spiegazione debba aver luogo tra noi, avvenga senza che alcuno vi assista.

E fece un cenno a Matteo perchè si allontanasse; il vecchio si curvò e s’avviò con passo sollecito verso l’uscio.

— No, signore: — rispose vivamente il Sangré, passando subito anch’egli con tutta naturalezza alle maniere cerimoniose di due che non sono amici: — mi rincresce contraddirla e manifestare in casa sua un desiderio, a cui insisto perchè Ella si arrenda. Quest’uomo deve udire le mie parole.

Matteo guardò con espressione di umile richiesta Alfredo, il quale, perplesso, chinò il capo. Al vecchio, in verità, piaceva più il rimanere, perchè paventava triste conseguenze da quel colloquio e parevagli che, lui presente, si sarebbero potute scongiurare. Si ritrasse mogio mogio in un canto e rimase.

Ernesto di Valneve riprese allora a parlare pacato, fermo, con autorevolezza e severità.

— Dopo quello che è avvenuto, signor... — (egli esitò un momentino, come cercando il nome che avea da dare a chi lo ascoltava, e poi non trovandone altri soggiunse) — signor Alfredo, Lei sarà persuasa che non occorre più ombra di dichiarazione da parte sua perchè noi ci riteniamo sciolti da un impegno che solo uno scellerato inganno ci aveva indotti a contrarre.

Alfredo non si mosse, non rispose che con un sospiro che poteva dirsi un singulto:

— Lei capirà pure che il duello fra mio fratello e Lei non può più aver luogo...

Alfredo curvò il capo più basso.

— Ma ammetterà eziandio come a me, il quale ho dato a Lei confidenza e amicizia, che l’ho introdotto nella mia famiglia, a me che non posso credere ancora a tanto rea condotta, Ella deve dare una spiegazione. Ella deve dire come ha fatto suo protettore, suo complice un uomo così vile, come ha accettato di servirsi di mezzi tanto ignobili e scellerati...

L’Arpione non si potè contenere; si fece innanzi agitato e interruppe:

— Scusi, signor conte Ernesto... Qui il signor... — (neppur egli non osò più dire nè conte, nè chiamarlo Camporolle) — non ha saputo nulla... non sa nulla ancora, glie lo giuro e...

Il conte Sangré gli ruppe le parole in bocca con una sola occhiata, ma una occhiata da far desiderare di sparire sotto terra chi la riceve, per poco abbia ancora di amor proprio e dignità personale.

— Nessuno v’interroga voi, ora, — disse con quell’accento di oltraggiosa superbia che sanno usare i nobili piemontesi: — e un vostro pari, in mezzo a gente onorata, non deve aprir bocca che interrogato.

Matteo si ricantucciò spaurito; Alfredo fremente si morse le labbra.

— Gran Dio! — pensava il primo: — innanzi a lui essere trattato in questo modo!

— E quest’uomo che così impunemente s’insulta è mio padre! — diceva a sè stesso il secondo con inenarrabile angoscia.

— Che ella dunque non sappia quanto quel miserabile ha fatto in nome di Lei? — riprese il conte Ernesto parlando ad Alfredo con un piglio scettico insieme e scrutatore. — Vorrei crederlo... lo desidero ardentemente per la memoria di quei giorni che abbiamo passati insieme in Crimea.

— Ma che cosa?... Parli chiaro: — disse con isforzo Alfredo, che sentiva, per segreto presentimento, di essere sul punto di apprendere qualche nuova e forse peggiore infamia.

— No: — gridò Matteo slanciandosi di nuovo innanzi come spinto da terrore. — Davvero che il signor Alfredo non sa nulla... e mi pare inutile...

Il conte Ernesto questa volta non parlò neppure; volse uno sguardo di sdegnosa fierezza olimpica al vecchio, e fece un gesto: il gesto con cui si manda a rintanarsi un botolo che v’infastidisce.

Alfredo, da parte sua, disse con impazienza:

— Lasciate... lasciate parlare il conte... Non è inutile... è necessario, vi ripeto, che io sappia tutto.

Matteo indietrò soffocando un gemito.

— Parli, — soggiunse il giovine, volgendosi al conte: — e vediamo se Lei possa apprendermi cosa che io ancora non sappia.

Sangré s’inchinò leggermente, e riprese a dire:

— Ella dunque deve sapere che quel cotale ha tentato in favore di Lei un ricatto, non so se più impudente o più scellerato, osando minacciare d’uno scandalo intorno al nostro casato, d’un disdoro al nostro nome, d’un’onta alla memoria sacra di nostro padre; minacciandone, dico, una debole, inesperta fanciulla, per farla acconsentire alle nozze con Lei.

Alfredo si volse con impeto verso il vecchio.

— Voi avete fatto codesto? — domandò arrossato in volto e cogli occhi che luciccavano fieramente.

L’Arpione curvò il capo senza rispondere.

Il giovine mandò un’esclamazione che era un grido di nuovo e più fiero dolore e si nascose tra le mani il volto.

Ernesto, freddamente, brevemente, narrò tutto il fatto con ogni suo particolare: quando egli ebbe finito, Alfredo sollevò il viso più pallido e disfatto di prima e disse con una disperazione in cui c’era qualche cosa di nobile e di dignitoso:

— Ho io conservato ancora il diritto di essere creduto da Lei, se le giuro che io ignorava affatto codesta... deplorabile azione?

Il conte Sangré stette un momento; guardò bene entro gli occhi il suo interlocutore, e poi rispose con quella sua voce franca e leale:

— Sì, lo credo.

— La ringrazio; — rispose commosso Alfredo. — Sono innocente... di questa come di qualunque altra colpa che mi viene apposta... Fui lo zimbello di uno strano, maledetto destino; ma pure comprendo che di tutto quel male che venne fatto di me e per me, io debbo portarne la responsabilità, lo comprendo, e mi vi acconcio, e sono pronto a tutto. Mi dica Lei, signor conte, quello che mi tocca.

Ernesto esitò un momento.

— Il mio compito dovrebbe essere finito, — disse poi. — Poste in netto le reciproche nostre condizioni, appurato che nessun rapporto più può esservi fra Lei e noi, _nessuno, di nessun genere_, — (posò bene sulle parole così dicendo), — io non avrei altro che da ritirarmi e lasciare a Lei il pensare se può trovar modo di provare quanto annulla o scema la sua colpevolezza, di riparare e di espiare; l’antica amicizia, però, mi fa non essere alieno dal darle qualche consiglio se Lei lo desidera.

Alfredo fece un cenno d’assentimento col capo.

— E le dirò per prima cosa, — continuò Ernesto, — che Lei deve scacciare ignominiosamente da sè e non lasciarsi più venire tra’ piedi colui, e accennò Matteo con un gesto di supremo disprezzo, — colui, che è il più scellerato, il più miserabile, il più vile degli nomini.

Alfredo ebbe un sussulto, come se toccato al petto da una punta di ferro arroventato.

L’usuraio curvo, strisciante, rattrappito nella sua vergogna, si diresse verso l’uscio senza parlare.

Ernesto lo perseguitava con queste fiere parole:

— Sì, partite, sottraetevi alla mia vista, incarnazione che siete della codardia, della calunnia, della rapina e d’ogni turpitudine, chè quando penso come voi abbiate osato tentare di lanciare uno sprazzo del fango in cui vi crogiolate sulla sacra memoria di quel giusto che a me fu padre, a voi benefattore, temo la mia collera sia tanta da farmi superare la ripugnanza che devo avere di sporcare i miei stivali nella vostra sozza persona.

Matteo aveva una mano sulla gruccia della serratura e tremava, Alfredo pure tremava tutto ed era verde nel viso.

— Andate! — conchiuse il conte con una imperiosità insolente.

— Un momento! — gridò Alfredo: e questa parola gli scoppiò dalle labbra come lo sparo d’un’arma.

Ernesto e Matteo si volsero a lui, il primo con aria di stupore e curiosità, il secondo con sorpresa piena di timore.

— Ella dimentica, signor conte, — disse Alfredo coi denti stretti, facendo forza a frenarsi, — che qui è in casa mia, e non ha diritto di scacciare nessuno.

Il conte prese il suo tono più altezzoso e petulante.

— In casa di qualunque io mi trovi, ho il diritto di fare spazzar fuori un rettile velenoso.

Matteo fece alcuni passi affrettati verso Alfredo, e giunse le mani, come per supplicarlo a tacere, a lasciarlo partire; ma il giovane, con gesto violento, gl’impose di tacere e di stare.

— Ella dimentica ancora un’altra cosa, — soggiunse il giovane, dominandosi sempre, ma pure lasciando scorgere che in lui il furore veniva crescendo e togliendogli la mano.

— Che cosa? — domandò Sangré aggiungendo all’accento di prima una tinta di beffa.

E Alfredo, sempre più concitato, fremente:

— Che non è azione da gentiluomo l’inveire contro un vecchio, debole, che non ha difesa...

— Oh! — interruppe il conte con accento di massimo disprezzo: — quella gente lì senza difesa? Mi burla. Ha una corazza impenetrabile nella sua infamia, che è superiore ad ogni oltraggio.

Alfredo fu d’un balzo presso Matteo e lo prese per mano.

— Questo vecchio, ora ha un’altra difesa...

E Matteo sottovoce, supplichevole, spaventato:

— Che volete fare?... Lasciatemi... State zitto... Lasciatemi andare.

Ma il giovane continuava con forza, con uno scoppio di voce, quasi con rabbia:

— Ne ha una in me... che sono suo figlio!

XXXIII.

L’usuraio mandò un gemito.

Il conte si strinse nelle spalle con un moto che aveva insieme del rincrescimento e dell’ironia.

— Me ne dispiace, — disse, — ma io non ci posso nulla.

Alfredo era affatto dominato dal furore; si postò in faccia al Maggiore delle Guardie e gli disse:

— Ci può... ci può... perchè non s’insulta impunemente un padre innanzi a suo figlio... ed io... io figliuolo dell’oltraggiato, ne voglio una terribile soddisfazione.

Matteo si cacciò trammezzo.

— No, Alfredo; — gridò: — per carità... ti prego... ti scongiuro.

Il giovane lo allontanò con una mano e fece ancora un passo per accostarsi al conte.

— Avete inteso? — ruggì.

— Ho inteso benissimo: — rispose il Valneve senza scomporsi menomamente, sempre con quella sua aristocratica freddezza. — E sarei disposto a dargliene soddisfazione quando le cose che ho detto non fossero vere; ma siccome pur troppo nè Lei, nè alcuno al mondo può fare che non sieno tali, Ella vede che a me non resta nulla da aggiungere... E così, siccome qui capisco naturale la presenza d’un essere con cui non voglio avere comune neppure l’aria che si respira, non mi resta che ritirarmi.

S’avviò con passo tranquillo verso l’uscio; Alfredo s’affrettò a porglisi dinanzi per impedirgli il cammino. Aveva turgide le vene della fronte, gli occhi lampeggianti, le labbra frementi, ansante il respiro.

— E Lei crede, — disse con voce mozzata dal furore, — aver potuto coprirci d’obbrobrio, lanciarci sul viso le più sanguinose ingiurie e poi lasciarci tranquillamente e non averci più nulla da fare e non pensarci più?... No per Dio!...

— Eppure sarà così: — rispose freddamente il Sangré. — La esorto a tranquillarsi, a rientrare in sè stesso, e a vedere, se le rimane un po’ di ragione, che dev’essere così, e che non sarà altrimenti,

Alfredo scuoteva il capo con atto da impazzito: le mani gli tremavano,

— No per Dio! No per Dio! — ripeteva. — Avrò soddisfazione... mi domanderà perdono....

Il conte interruppe con un moto vivace del capo.

— Io?

— Sì, Lei! — insistette Alfredo, accostandosi ancora all’ufficiale: — oppure mi darà il suo sangue.

— Nè l’una cosa nè l’altra, — rispose Ernesto freddo, superbo, senza muoversi, incrociando le braccia al petto. — Quello che ho detto è il vero e son pronto a ripeterlo: il mio sangue lo devo a qualche cosa di più degno e di più importante che la collera d’un figliuolo d’usuraio.

Alfredo ruggì un’imprecazione; Matteo spaventato gli si pose davanti; Ernesto non si mosse.

— Per carità! per carità! — supplicava il vecchio.

— Ah dunque perchè Lei è gentiluomo e io sono plebeo — gridava il giovane facendo a liberarsi dalle braccia di Matteo che lo tenevano, — a Lei sarà lecito calpestarmi e io dovrò tacere?.... Sì, plebeo!.... Sono plebeo.... e userò anche modi e vendetta da plebeo... e poichè Lei mi rifiuta ogni riparazione, le strapperò di dosso quelle spalline...

Con un moto da furibondo, ratto come un fulmine, allontanò da sè il vecchio, si precipitò sul conte e la sua mano diede uno strappo alla spallina sinistra. Il maggiore impallidì, una fiamma terribile balenò nei suoi occhi, in un attimo balzò indietro, e gli lampeggiò tra mano la sciabola nuda.

— Disgraziato! — gridò fuori di sè anch’egli, menando un colpo alla cieca.

La sciabola non colpì Alfredo; una mano, un capo si frapposero, e la lama intagliò quella mano e scivolò a disegnare una lunga riga rossa dal fronte alla guancia di quella testa; la mano e la testa dell’usuraio Arpione. Alfredo mandò un grido, fece un atto come per islanciarsi in soccorso del vecchio, ma parve che le forze glie ne mancassero, divenne pallido, pallido, quasi stesse per isvenire, e disse con voce appena intelligibile:

— Voi siete ferito... padre mio?

Un lampo di gioia a queste parole corse negli occhi di Matteo.

— Non è nulla, non è nulla: — rispose avviluppandosi nel suo povero sporco fazzoletto la mano lacerata, sanguinante; e intanto non badava che dal volto gli colava fin sul collo una filza di perline rosse che erano goccie di sangue.

Alfredo riacquistò la freddezza della sua ragione e le forze dell’animo e del corpo; corse a un cassettone, vi prese pannilini e s’adoperò frettolosamente a rasciugare il sangue, a fasciare le ferite del vecchio, poi si slanciò verso il cordone del campanello per suonare. Vide il conte Ernesto Sangré di Valneve, la cui presenza pareva aver affatto dimenticata. Il Maggiore, pallido ancora per l’ira suprema che lo aveva invaso, le sopracciglia corrugate, le labbra fortemente strette e le guancie contratte, una spallina mezzo strappata, pendente sul petto, aveva chinato verso terra la sciabola sulla cui punta tremolava una stilla di sangue e guardava fieramente innanzi a sè, pronto alla difesa, voglioso all’offendere.

— Signore! — gli disse Alfredo fremendo, — che cosa aspetta ancora Ella qui? Che cosa pretende?

L’ufficiale rimise tranquillamente la sciabola nel fodero e rispose pacato ma fiero:

— Attendo che la sua emozione... la sua giusta emozione sia un po’ data giù, per dirle queste ultime mie parole. Mi rincresce di quanto ora è avvenuto; ma se la mia sciabola si è macchiata di quel sangue, non è mia la colpa e ne respingo ogni risponsabilità. Assalito in quel modo indegno, tale che un militare deve a ogni costo istantaneamente, non solo ripulsare, ma vendicare e punire, l’ira mi ha fatto usare quell’arma che, se ci fu data per difendere il re e la patria, portiamo a fianco eziandio per far rispettare la nostra divisa e il nostro onore. Il mio abbandono alla collera, però, parmi abbia modificato alquanto i nostri reciproci rapporti e quindi muta eziandio le mie risoluzioni. La mia sciabola macchiata di tal sangue, credo non debba più rifiutarsi a incrociare la sua...

— Ah sì?... — interruppe Alfredo, con un’esclamazione di gioia selvaggia — Finalmente!... Quando, come, dove?

— Tutto come piacerà a Lei... Io da questo momento sono pronto ad assecondare in ciò qualunque suo desiderio; e per facilitargliene l’effettuazione, la quale altrimenti incontrerebbe forse gravi ostacoli, come può esserne persuaso da quanto è avvenuto dopo la sfida scambiata con mio fratello, io, invocandolo come prova d’amicizia, otterrò da due ufficiali della guarnigione che, senza investigar nulla, senza cercar altro, consentano ad assisterla come testimoni. Fra un’ora al più tardi Ella avrà qui la visita di quei signori.

— Va bene: — rispose Alfredo, il quale avea riacquistato anche lui tutta la garbata freddezza del gentiluomo.

Il Maggiore s’inchinò leggermente ed uscì come sarebbe uscito dal salotto di una signora dopo un ben composto complimento di congedo.

— Ah finalmente!. — esclamò di nuovo il giovine quand’ebbe visto il battente dell’uscio rinchiuso dietro le spalle dell’avversario.

Era da tante ore che egli soffriva maledettamente; a lui pareva oramai da un tempo infinito. Da ogni parte erano venute al suo cuore, come un bersaglio ai colpi di tutti, offese tremende, orribili, insopportabili, delle quali una sola bastava a mandare in furore e in disperazione un uomo: e contro nessuno gli era concesso fino allora sfogare la sua rabbia, il suo crudele tormento. Ora ecco che tutti quelli oltraggi, tutte quelle ferite pigliavano corpo, in una persona, venivano a stargli innanzi in un individuo, su cui tutto poteva riversare quel tumulto di fiera passione, di odio, che ribolliva nel suo seno. Dimenticò ogni benigno affetto, ogni generoso sentimento, ogni precedente mitezza dell’animo. Potesse uccidere! potesse sbranare! potesse far piangere! tutti, chiunque! Che importava se colui sul quale sarebbe disceso il suo furore fosse un uomo ch’egli aveva amato e che lo aveva amato, che avesse stimato di più, del sangue del quale fosse il suo più santo, il suo unico amore? Afferrava ora la sua vendetta, l’avrebbe fatta compiuta; la voleva, si sentiva la forza e la fortuna di ottenerla.

— Ah finalmente! — gridava con enfasi di voluttà feroce.

Ma sentì due braccia tremanti che gli cingevano pianamente il collo, una guancia umida che veniva a toccare lieve lieve la sua, e una voce soffocata, lagrimosa, piena di terrore e di dolore, sussurrargli all’orecchio:

— No, no, Alfredo, per pietà! Tu non ti batterai, tu non mi vorrai far morire di spavento, di angoscia e di dolore... Io sono pur tuo padre... indegno, indegnissimo, ma ti ho data la vita... me la devi... è roba mia... ma non puoi, sacrificando la tua, distruggere anche la mia vita.

Il giovane di subito provò una viva ripugnanza a quel contatto, a quell’amplesso, e fece un brusco movimento per liberarsene, ma poi si contenne tosto; staccò lentamente da sè le braccia del vecchio e se lo allontanò con tranquilla fermezza.