Il segreto di Matteo Arpione

Part 15

Chapter 153,764 wordsPublic domain

— Eccome! Se avesse visto ieri con che faccia è rientrato! Pareva un morto disseppellito: e peggio! Io già non ho mai veduta una faccia sconvolta a quel modo. Si rinchiuse in camera e si pose a dar le volte del leone su e giù, senza parlare, senza domandar nulla, senza nemmeno soffrire che gli si andasse a chiedere se aveva bisogno di qualche cosa. Di mangiare non se n’è discorso nemmanco. Verso mezzanotte vennero due signori che stettero con lui un bel pezzo, e quando se ne andarono, il conte era ancora più sconvolto di prima. Tutta la notte non ha fatto altro che agitarsi come lungo il giorno, e questa mattina io dico che l’uomo che menano a morire ha una faccia più allegra e più prospera di lui.

Matteo ebbe un tremito per tutto il corpo.

— Oh poveretto! — esclamò. — Andiamo, andiamo subito.... Non avete pensato a chiamare un medico? Sarà bene che ne facciate venire uno ad esaminarlo il più presto possibile.... Ma guarderò io.... ora lo vedrò.... gli parlerò.... Andrò io stesso a prendere un dottore....

E riprese il cammino, di passo affrettato, seguito dal domestico.

E frattanto pensava con quella confusione di mente, con quell’illogico tumulto che dànno una paura disperata, l’imminenza di una sventura irrimediabile.

— Chi sa?... Forse sarebbe una vicenda opportuna l’assalto di una buona malattia.... che non ne mettesse in pericolo la vita.... oh no!.... ma che lo isolasse per qualche tempo dalla società, dal resto del mondo.... Veglierei io perchè questo isolamento fosse come si conviene... Parlerei al medico.... so già chi andare a cercare.... con vistosi regali gli farei dire quello che mi piacerebbe.... Sì, sì: e poi nella convalescenza, quando la volontà resta più debole, il carattere più cedevole, lo indurrei a partire.... E frattanto nel tempo della malattia potrei preparare.... aggiustare le cose.... Ricorrerò certo al conte Ernesto: me gli getterò ai piedi: egli è tanto generoso!... Avrà compassione.... mi assisterà!... E durante la malattia, Alfredo mi vedrà così devoto, così amorevole che.... forse... s’intenerirà.... Se potesse nascergli in cuore un po’ d’affezione per me!... Chi sa!... Potremo forse farlo decidere a partire per la Francia, per l’Inghilterra, per dove vuole.... co’ suoi denari potrà sempre vivere bene dappertutto.... E se mi concedesse di seguitarlo, come suo intendente, come suo servo.... e poterlo veder sempre!...

Mentre agitava turbinosamente nel suo cervello questi sconclusionati pensieri che dall’eccesso della disperazione lo facevano passare all’audacia d’una speranza poco meno che assurda, giunsero alla casa del conte.

— Presto, presto, — disse il servo che venne ad aprire alla loro scampanellata, — vada avanti presto, sor Arpione, che il conte non fa che domandare se Lei non è ancora giunto.

Matteo corse verso la camera del giovane: e questi comparve sulla soglia con figura che faceva proprio l’effetto d’uno spettro.

— Ah siete qui! — esclamò con voce rauca e tremola per l’emozione, — ho gran bisogno di voi.

Rientrò nella camera, il vecchio lo segui; e allora Alfredo, richiuso l’uscio, si piantò in faccia all’usuraio e gli disse:

— A noi due ora!... E pensate che dal nostro colloquio la verità, tutta la verità ha da venir fuori. Lo voglio: lo voglio a qualunque costo!

XXX.

Soli nella camera di Alfredo, l’uno in faccia all’altro, que’ due uomini stettero un poco in silenzio guardandosi fissamente; ma con quanto diversi sentimenti e affetti si guardavano! Nel vecchio era un pietoso intenerimento, una compassione piena di amore, di rimpianto, di rimorso per quelle sofferenze di cui vedeva sì evidenti e sì crudeli impronte nelle sembianze del giovane: in costui, per contro, era un’irritazione, una rabbia intensa, una malevolenza che toccava proprio le maggiori proporzioni dell’odio. Di quell’uomo che gli stava dinanzi, Alfredo aveva in quel momento obliato affatto tutti i servizi a lui fatti; erano servizi resi alla lontana, senza che vi fosse fra loro contatto famigliare e affettuoso, non erano cure alla persona, in cui apparisce meglio l’amorosa devozione; costituivano nel concetto del giovane un dovere adempito e nulla più e anzi da ultimo, conoscendo le qualità dell’uomo che glieli aveva resi, il giovane aveva deplorato che la sorte e la volontà di suo padre, come credeva, l’avessero posto in tali attinenze con colui. Da due giorni, poi, ogni disdetta, ogni sventura, ogni umiliazione, ogni scadimento parevano precipitarglisi addosso e tutti avere un nome e una persona soli, la persona e il nome di Matteo Arpione, lui, origine, causa e stromento di tutto. Già lo aspettava perciò coi più ostili sentimenti dell’animo: e questi niquitosi sentimenti si adersero ancora con più vigore, s’accrebbero quando e’ si vide dinanzi la figura meschina ed ignobile, i lineamenti ipocriti, lo sguardo falso, l’umiltà vigliacca di quell’uomo che aveva imparato da tanti anni a disprezzare profondamente. Anche la presente di lui commozione, che ad Alfredo parve una finta, concorse ad eccitare lo sdegno di quell’infelice, la cui ragione vacillava sotto il peso di quasi ventiquattro ore di spasimo indicibile, poco meno che mortale. Sviò lo sguardo dal volto scuro e rugoso di Matteo, per potersi mantenere in calma, e ruppe il silenzio.

— È vero, — cominciò, e la voce gli tremava, come gli tremavano le labbra e le palpebre, per lo sdegno raffrenato, pel dolore compresso: — è vero che il nome scritto nel mio atto di battesimo come quello di mia madre, non è il nome della donna che m’ha dato alla luce?

Matteo aveva avuto fin allora la speranza che voce di ciò non fosse venuta ad Alfredo, e ch’egli avrebbe ancora potuto tenerglielo nascosto. Questa domanda fu un colpo dolorosissimo per lui, e la sua faccia non seppe nascondere l’impressione terribile dell’anima, mentre le labbra non seppero trovar subito risposta.

— È dunque vero? — gridò Alfredo quasi minaccioso, facendo un passo verso di lui.

— No, no! — proruppe il vecchio arretrandosi come se avesse paura.

Alfredo si contenne.

— Badate! — disse, premendosi con ambe le mani il petto in cui sentiva uno strazio inesprimibile. — Si è scritto a Macerata per avere l’atto mortuario di Giuseppina Ressi moglie Corina.

L’Arpione mandò un gemito che pel giovane fu tutta una confessione. Egli si percotè co’ pugni chiusi la fronte e cadde seduto esclamando con voce strozzata dall’angoscia:

— Sciagurato! Sciagurato!

Il vecchio riebbe a un tratto tutto il suo tristo coraggio di menzogna. L’importante per quel momento, il necessario per lui era di tranquillare Alfredo, di guadagnar tempo; in qualche maniera poi avrebbe provveduto.

— Ma no, — disse con forza, — ma non è punto vero... Ma che Lei crede a codeste sciocche frottole?... Lasci che scrivano anche a casa del diavolo, e se troveranno qualche cosa che dia fondamento a tali stupide assurdità, voglio non esser più io...

Queste parole non fecero effetto nessuno sul giovane; la prima impressione provata da Matteo aveva avuto un linguaggio troppo eloquente in quel turbamento che non aveva saputo nascondere, in quel gemito che si era lasciato sfuggire, perchè le successive affermazioni valessero a smentirlo. Alfredo stette col volto nascosto fra le mani, il corpo scosso da brividi e sussulti che parevano scotimenti di febbre e singhiozzi.

L’Arpione fu preso di nuovo e più forte dall’idea di cominciare per mettere in cura da un medico, e di sua scelta, la salute fisica d’Alfredo, per la quale in verità la sua amorosa sollecitudine verso di lui aveva proprio da inquietarsi. Gli si accostò pianamente e gli disse con voce che osava essere più affettuosa del solito:

— Dia retta, signor conte; Lei ora non istà bene... ha bisogno di riposo... di qualche rimedio. Creda a me, si ponga a letto.... ascolti qualche dottore... Questo discorso lo riprenderemo poi, in momento più opportuno, quando si sentirà meglio. E intanto non s’inquieti, stia sicuro che io dileguerò ogni nube, che confonderemo tutti i calunniatori... Su, da bravo, la prego, la scongiuro, si corichi, mi lasci andare pel medico... Non vede che ha una febbrona addosso?

E osò mettere le dita della destra sul polso d’Alfredo: le carni di lui veramente scottavano; la mano di Matteo invece era fredda, gelata, e parve al giovane come il tocco viscido e schifoso d’una biscia. E’ scattò in piedi, pieno di sdegno, di ripugnanza.

— Non toccatemi! — gridò: — e non parlate che per rispondere, e con sincerità, alle mie domande. Chi sono io adunque? E se mentito è il nome di mia madre, non è forse mentito eziando quello del padre?

— No, no: — rispondeva Matteo, commosso all’estremo.

Alfredo seguitava:

— E chi fu quella donna sulla cui fossa mi avete condotto? Fu essa davvero mia madre?

— Oh sì! — proruppe l’Arpione con un accento in cui si sentiva vibrare la verità.

— Come si chiamava?... Di chi era moglie? Fu essa una tradita?... O una colpevole?

— Non colpevole! — gridò di nuovo col medesimo accento il vecchio, a cui la crescente commozione toglieva la solita abilità di schermirsi.

— Dunque tradita?

— Neppure: fu donna virtuosissima e moglie legittima.

— Ma di chi?... Del Corina? Sua seconda moglie?

Il vecchio, disperato di mezzi per uscire da quella rete che sentiva stringerglisi attorno, accettò premurosamente questo.

— Sì, sì, — rispose: — è appunto così.

— E perchè questa supposizione? se fu moglie legittima ci deve pur essere atto di matrimonio.

— Non posso dirle nulla.... È un segreto.... Ho giurato solennemente di non palesarlo.

— E il nome di questa donna?

— Si chiamava Giuseppina anche lei...

— Ma la famiglia?

— Ho giurato di tacere anche questo.

— Ma nessun giuramento, disgraziato, può esimervi ora dal parlare.... Lo esigo, ne ho il diritto... M’agito ciecamente in un mistero che il mondo mi appone ad infamia; voi potete arrecare la luce, potete provarmi se ho il diritto di stare a fronte d’un uomo d’onore, e vorreste tacere? No, no per Dio! Ad ogni costo, per l’anima mia, per tutto quello che ho sofferto e che soffro, voi parlerete.

S’avanzò di nuovo minaccioso verso l’usuraio.

— No... — balbettava questi: — senta... Sa che cos’è un giuramento.... Non posso in coscienza... almeno adesso... qui... subito... Lasci che ci pensi su.

— Per avvolgermi in nuovi inganni? No: parlerete subito.

— Le ripeto che non posso... Mi creda... Lei deve pur sapere il grande interessamento che ho sempre avuto per Lei; ho fatto di tutto per accrescerne le fortune, per farle una condizione invidiabile... Se dunque non parlo, se non le obbedisco, Ella deve persuadersi...

Ma l’imprudente aveva toccate un tasto molto pericoloso, che ridestò altri dolori, altre rabbie, altri sospetti in Alfredo.

— Ah! il vostro interessamento! Ah le mie fortune! — proruppe. — Come le avete accresciute queste? Col vostro infame mestiere?...

— No...

— Mio padre morì povero...

— No... cioè con imbarazzi... io ho saputo...

— E io non ho mai sospettato di nulla!... E io mi sono valso di ricchezze che erano frutto delle vostre rapine! Ricchezze scellerate, maledette, abbominevoli, che m’avvilivano, che mi facevano vostro complice, sì, che stampavano giustamente su me ignaro il marchio del disonore.

Si scaldava sempre più; il sangue concitato dalla febbre dell’insonnia, dalla fatica, dalla mordente passione gli saliva al cervello e ne offuscava lo spirito; una specie di pazzia, di frenesia, di furore lo assaliva, lo scuoteva, lo dominava; le labbra gli si agitavano convulse, un color pavonazzo gli macchiava a chiazze le guancie, tutte le membra gli tremavano, come all’appressarsi d’un accesso di epilessia.

— Per carità, Alfredo! — esclamò Matteo spaventato: — si tranquilli... rientri in sè...

Ma il giovane oramai non vedeva più lume.

— E non basta! — continuava con voce arrangolata. — Non mi avevate ancora infamato abbastanza... Un’altra nota più scellerata, più terribile dovevate stamparmi sulla fronte!... A Parma, mi spiaste, sorprendeste i miei segreti, e andando a rivelare la congiura, faceste credere me... me per Dio!... me traditore, me delatore, me vigliacco venditore dei compagni per esser salvo...

— Gran Dio! Alfredo! — esclamò il vecchio che si smarrì per lo spavento di quella cieca collera del giovane.

— Ah! non lo puoi negare! — ruggì questi.

— Volevo salvarla ad ogni costo!...

Alfredo gettò un urlo. Il parossismo del suo furore raggiunse il colmo; non vide più nulla, sentì come una forza estranea alla sua volontà che lo afferrasse e lo precipitasse su quell’uomo ignobile, curvo, disprezzato, vigliacco, che aveva trovato modo di gettare su lui innocente parte della sua viltà, della sua bassezza, del disprezzo in cui lo teneva la gente. Come aveva fatto la sera innanzi coi due gentiluomini, abbrancò una seggiola, la sollevò...

— Miserabile! — gridò; e la sedia minacciava il capo del vecchio....

Questi cadde a terra accasciato con un grido che pareva d’agonia; ma prima che il colpo avesse tempo a scendere su di lui, scoppiarono dalle sue labbra, involontarie, rapide, terribili, queste parole:

— Ah; non uccidere tuo padre!...

Penetrarono, malgrado l’eccitamento di quel morboso furore, nel cervello di Alfredo; vi fecero, per così dire, il vuoto, distrussero tutto il precedente tumulto per lasciarvi un’idea sola, orribile, spaventosa: quell’uomo tristo, disprezzato, odiato, maledetto, era suo padre. Si arretrò come respinto da un colpo nel petto, come chi rifugge da uno spettacolo d’orrore a cui s’è affacciato; sentì un freddo invadergli tutti i nervi, tutte le vene; lasciò cadere la seggiola che aveva impugnata e le braccia; gli occhi balenarono e s’estinsero; il pavonazzo delle guancie si estese fino alla fronte, poi lasciò di colpo il posto ad un pallore di cadavere; barcollò, balbettò:

— Voi!... Voi mio padre!...

E andò a cadere affranto, sfibrato, perduto sopra un sofà all’altro capo della camera da quello dove il vecchio usuraio stava prostrato a terra, accasciato, perduto, soffrendo così che «poco è più morte».

XXXI.

Successe un grande silenzio, un silenzio che pareva proprio di morte. Quei due uomini, questo a uno, quello all’altro capo della camera, parevano davvero schiacciati ambedue dal medesimo colpo della sventura. Avevano paura l’un dell’altro, non osavano guardarsi, non osavano muoversi, pareva non osassero nemmeno respirare.

Nella mente di Alfredo, al tumulto doloroso di poco prima era successo a un tratto un grande acchetamento, come un silenzio, ma non meno doloroso, qualche cosa di sconsolato e d’inconsolabile, di deserto, di rovina, di sgomento senza misura. Strano a dirsi! Di quella esecrabile verità che gli si era rivelata così di colpo, egli non aveva mai avuto il menomo sospetto; eppure ora che quelle sciagurate parole erano sfuggite dalle labbra di lui, strappategli a forza dalla paura dell’orribile azione ch’egli stava per commettere, ora Alfredo sentì di subito che quella era la verità, che tale era la sua crudele condanna, che non ci si poteva trovare riparo, nè scampo, che bisognava curvare il capo sotto la umiliazione e la vergogna, che bisognava subire l’infamia.

Rapidamente, quasi come accade in sogno, in cui un attimo raccoglie avvenimenti di ore e di giorni, s’affacciarono alla mente del giovane tutti i fatti, tutta la condotta di quell’uomo, tutte le prove della verità di quell’asserzione che improvviso veniva a porre l’ultimo suggello all’opera del suo degradamento, a dargli l’ultima spinta per la sua terribile caduta. Quel taciturno abbattimento, quella morta calma del suo animo, continuava, anzi si faceva maggiore. Pareva rassegnazione, apatia: era profonda disperazione. Che cosa fare? Nulla; non c’era nulla da fare. Era per lui come pell’abitante delle falde dell’Etna, cui improvviso sorprende una terribile eruzione: il fiume di lava gli è addosso, prima che abbia tempo ad accorgersene, prima che possa pur pensare a porre in salvo sè e le cose sue; l’onda affuocata, precipitosa è lì, già ne sente la vampa soffocante, un minuto e tutto sarà travolto nel suo vortice ardente: non c’è che incrociare le braccia e lasciarla venire. Ma almeno quell’onda di fiamma sopraggiunge, passa, tutto distrugge; quest’onda d’infamia invece veniva, lo avvolgeva, gli distruggeva intorno ogni bene, ogni speranza, ogni dignità della vita, ma lo lasciava lui vivo, maledetto, bestemmiato, deriso, in mezzo alle sue spregievoli rovine, coperto di fango. Un gemito, un gemito in cui era concentrato un immenso dolore, uscì dal suo petto, e le mani si contrassero in uno spasimo convulso intorno alla fronte ardente cui stringevano come se la volessero schiacciare.

Matteo, dopo un poco, s’era levato su sulle ginocchia; aveva osato volgere lo sguardo verso il giovane, ne aveva osservato la immobilità, la calma apparente; trascinandosi così ginocchioni era venuto ad accostarglisi piano piano, peritoso, palpitante, pentito, commosso da un tumulto di varii affetti. Quando gli fu giunto dappresso, udì quel gemito dolorosissimo che, rivelando l’inesprimibile strazio dell’anima nel giovane, anche in lui veniva a suscitare il più fiero dolore.

— Alfredo! — susurrò egli quasi in un sospiro, timidamente, esitando, con labbra che tremavano.

Il giovane fece un moto quasi di ripugnanza, non lo guardò, si volse anzi dall’altra parte, coprendosi sempre colle mani la faccia, poi disse lento, piano, con voce piena d’amara vergogna:

— Voi dunque siete?...

Matteo non lo lasciò terminare: il pentimento, che già aveva nel cuore per la sua debolezza di quell’istante, in cui aveva violata la promessa che s’era fatta, la più ferma risoluzione che aveva presa di non rivelar mai tal segreto ad anima viva, e tanto meno ad Alfredo: quel pentimento, dico, prese una subita violenza; egli scattò in piedi, interrompendo con vivacità, con forza:

— No, no, — gridò, — non è vero... Che cosa ho detto? Mi sono sfuggite delle parole senza senso in un momento di pazzo terrore... veramente pazzo... io non sono che un servo... un umile servo...

Alfredo alzò vivamente la testa; guardò bene quell’uomo che gli parlava, e nel turbamento della faccia, nella sgomenta irrequietezza degli occhi, ci lesse la menzogna.

Sorse in piedi ancor egli, fece un gesto a imporre silenzio al vecchio, e con un’apparente freddezza, in cui però si sentiva lo scoraggiato abbandono di qualunque speranza, disse:

— Non mentite più... La rivelazione ora sfuggita mi ha spiegato tutto... Sono stato io un insensato a non sospettarlo prima, a non indovinarlo dai mille indizi che pur ne avevo.... Ora io sono finalmente davanti alla gran verità... Bisogna ch’io la conosca tutta. Ne ho il diritto, e lo voglio. Perch’io sappia quel che mi tocca fare e se c’è qualche cosa da fare, è necessario che la rivelazione sia completa. Parlate. Voi vedete com’io sono in perfetta calma. Perchè mi avete avvolto in questo mistero? Come sono io nato? Qual segreto di vergogna e d’ignominia mi ha preso fin dalle fascie e mi accompagna nella vita? Voi m’avete pur detto che mia madre... la mia vera madre, non fu colpevole, fu virtuosa... Anche allora avete mentito?

— Oh no! — gridò Matteo con impeto, con islancio che proveniva proprio dall’intimo del cuore, che rivelava l’indignazione d’una sublime fede oltraggiata con un dubbio. — Oh no: questa è verità sacrosanta... Quella donna fu un angelo... Ve lo affermo, Alfredo, ve lo giuro!

Il giovane, in mezzo all’angoscia che gli stringeva il cuore, che quasi ne intorpidiva la mente, provò a quelle parole un lieve senso di dolcezza.

— Ditemi tutto: — esclamò. — Oh ditemi tutto!

Matteo curvò basso basso il capo e stette un momento immobile e muto, evidentemente perplesso. Un’ultima lotta aveva luogo in lui; no, non era neppure una lotta, era un’incertezza, un’esitazione, una confusa vacuità di pensiero.

— Dunque? — soggiunse il giovane con insistenza quasi impaziente, quasi irosa.

— Sì, parlerò, — rispose allora l’Arpione: — dirò tutto... Avete ragione: è necessario. Bisogna che sappiate ogni cosa, che impariate a conoscere colei che vi fu madre e l’uomo... che vi sta dinanzi.

Cominciò la narrazione dei suoi casi: le vicende della sua giovinezza che già conosciamo, la sua cupidigia di ricchezze, la sua invidia pei fortunati del mondo, l’odio verso la società e i suoi beniamini, le sue maledizioni contro la fortuna e i favoriti di lei; poi il suo amore per Giuseppina Landi, l’onestà di quella fanciulla bellissima, che in mezzo alla povertà aveva saputo resistere alle seduzioni de’ più ricchi e generosi vagheggini, come al trasporto del verace amore di lui Matteo, al quale pure ella non seppe celare di corrispondere. Mancandole qui a Torino ogni mezzo di guadagnarsi onoratamente la vita, la povera Giuseppina erane partita per tornare a Parma; da principio Matteo aveva creduto di poterla facilmente dimenticare e s’era quasi rallegrato che ciò ponesse termine ad una passione che sentiva egli stesso eccessiva; ma invece non era stato così, e più passavano i giorni, tanto maggiore si facevano in lui l’amore per quella fanciulla lontana e il bisogno di vederla. A un punto non ci resistette più; fece le sue valigie, prese con sè tutto quel poco che possedeva e partì per Parma, deciso a stabilirsi dov’ella fosse, dov’ella volesse, perchè in altri luoghi lontano da lei, senza di lei, egli non sapeva, non poteva più vivere.

— Giunto a Parma, — così egli continuò il suo racconto, — trovai la mia Giuseppina accolta ospitalmente in casa di suo cognato Giovanni Carra.

Alfredo, che aveva sempre ascoltato in silenzio, il viso chiuso nelle mani, senza dare il menomo indizio di quel che provasse, a questo punto si riscosse.

— Giovanni Carra! — esclamò. — È il nome sottoscritto al mio atto di battesimo!

— Sì.

— Era cognato di mia madre?

— Ne aveva sposata la sorella maggiore....

— E Pietro Carra... quel sellaio che ho conosciuto a Parma, era figlio di lui?

— Sì.

— Dunque mio cugino?

— Per l’appunto.

Alfredo pensò ratto a quel poco di attinenze che avevano avuto insieme, come il caso li aveva accostati.

— E così quella ballerina che fu cagione di tanto scandalo a Parma ed era cugina di Pietro, è pure mia parente?

— Figliuola dell’altra sorella di vostra madre.

Il giovane chinò il capo. Ricomparve nella sua mente la figura del duchino di Parma, intorno a cui s’aggruppavano per istrano capriccio della sorte i suoi cugini ed egli stesso; pensò al delitto ch’egli aveva voluto compiere e che il figliuolo della sorella di sua madre aveva eseguito.

— O destino! — esclamò.

Matteo continuava il suo racconto.

— Il mio amore era ancora cresciuto. La indussi a sposarmi; ma la nostra felicità fu presto turbata da quella orribile divoratrice di vite, di coscienze, che è la miseria. Ella, appena se poteva aver pane sufficiente colle poche lezioni di musica che era riuscita a procacciarsi; io, per quanto mi fossi adoperato e mi adoperassi, non avevo potuto, non potevo trovare di che guadagnarmi onestamente un soldo. Me la presi con la società, con gli uomini, coi ricchi sopratutto, con la sorte, con Dio. Invidiavo già prima, ora odiai; mi parvero tutti intorno a me altrettanti nemici che mi opprimessero colla loro apatia, colla loro fortuna, perfino eziandio colla sterile loro compassione che mi tornava uno scherno su cui mi spettasse il diritto di rivalermi, di vendicarmi, di trarre dalla loro imbecillità, dai vizi, dalle passioni il mio utile, la mia parte di ben di Dio. E non tanto per me; ma era per lei che amavo sempre più, che era degna d’ogni felicità, di ogni grandezza; era per lei che mi arrabbiavo, soffrivo, che mi sentivo capace di qualunque eccesso. Ah! s’ella non mi avesse chetato colla sua dolcezza, fatto rientrare in me tante volte colla sua assennata amorevolezza, chi sa fino a qual punto sarebbe andato il mio delirio, fors’anco fino al delitto....

Alfredo raccapricciò. Il vecchio riprese con vivacità: