Il segreto di Matteo Arpione

Part 14

Chapter 143,719 wordsPublic domain

Ernesto brevemente, sobriamente, con voce ferma, espose la cosa. Quella del padre pareva davvero una lettera diretta a lui; in essa egli s’accusava esplicitamente e recava particolari precisi del fatto; ma pure egli, il figliuolo primogenito, affermava ancora che non credeva a tal colpa, che era certo si sarebbe scoperto in qualche modo essere quella non altro che una brutta illusione. Non credettero neppure nè la contessa Adelaide nè il cavaliere Enrico, dalle cui labbra scoppiarono indignate proteste. La contessa rinforzò le sue negazioni con parecchie affermazioni di fatti; prima di tutto, ella era sempre stata nella piena confidenza d’ogni cosa famigliare, e sapeva che mai non era avvenuto il caso di cui parlava quello scritto. Il conte-presidente aveva sempre amministrato il suo patrimonio con prudenza, parsimonia e previdenza, tanto che, pur non mancando mai a nulla che fosse voluto dal decoro, aveva trovato maniera di accrescere le sostanze famigliari, per lasciare ai suoi figli maggiore agiatezza. Era poco probabile che il padre di Giulio, partendo per l’America, avesse lasciato al conte quella somma, perchè fra i due fratelli, pur troppo, da un po’ di tempo esisteva tale screzio che non si vedevano più, appunto per la condotta che teneva e pel modo pazzo con cui dilapidava le sue sostanze il cavaliere Armando, al quale il primogenito aveva fatto inutili, severe rampogne. Anzi la contessa si ricordava che il fratello più giovane era partito, non solamente senza consultare, ma senza neppur vedere il primogenito, la qual cosa, a costui, era riuscita di grave dolore.

Gl’imbarazzi finanziarii non avevano dunque mai potuto conturbare il conte-presidente, sibbene il fratello Armando, ed anche il cugino e amicissimo marchese Leonzio Respetti-Landeri, intorno al quale la contessa aveva udito più volte il marito esprimere a questo riguardo rimpianti e paure.

— Leonzio Respetti! — Appena questo nome fu pronunziato trasalirono tutti e si guardarono in volto un po’ commossi. Nessuno osò esprimere chiaro a parole quello che divenne pure di subito il pensiero di tutti, l’opinione comune. Quel nome era stata la luce che aveva illuminato quel buio. Ricordarono ciò che la contessa aveva visto coi propri occhi, che gli altri avevano udito le mille volte: il dissesto in cui aveva lasciato i suoi affari, la grande intimità che c’era fra lui ed Armando, la malattia che negli ultimi tempi lo aveva reso inabile anche a scrivere, e per cui tante volte gli era stato necessario servirsi della mano del presidente. Ricordarono che il figliuolo del marchese, tenuto a battesimo dal Sangré, portava il medesimo nome d’Ernesto. Sentivano che erano presso alla verità, che la toccavano; il marito e padre loro pareva raggiare su di essi dalla gran tela dipinta il suo sorriso mesto e severo, lo sguardo serio eppur benigno; ma nessuno osava parlare... Quando l’uscio si aprì e comparve sulla soglia Ernesto Respetti-Landeri medesimo.

Pallido, gli occhi affondati, quella notte trascorsa pareva averlo invecchiato e smagrito. Non salutò, non fu salutato; si avanzò lentamente, guardando in volto i congiunti, che chinarono gli sguardi con un imbarazzo cagionato da generosità d’animo. Egli comprese tutto.

— Cari miei, — disse con voce affiochita ma tranquilla, — voi possedete un grave documento che non è completo; vengo io a recarvi l’altra metà del foglio, in fondo al quale c’è la firma.

Le spiegazioni furono brevi. Cinque minuti dopo, il marchese baciava la mano della contessa e diceva con profonda commozione:

— Le sue parole sono per me come un’assoluzione di mio padre, ricevuta, per le sue labbra, dal padre di Giulio medesimo e da quella rettitudine incarnata che fu il conte-presidente. La ringrazio, la benedico...

— Ed ora, — interrompeva il primogenito dei Sangré, tornando alla sua allegra vivacità di maniere e di parola: — ora, a terminare ogni vertenza a questo riguardo, andrò io da quel signor Alfredo, conte o non conte, Camporolle o no.

XXVIII.

Secondo l’intesa avuta co’ suoi padrini, Alfredo s’era ritirato a casa e di là non uscito più, per aspettare che venissero a comunicargli il risultato delle trattative coi rappresentanti dell’avversario. Fossero anche stati solleciti a venire da lui colla risposta, il giovane avrebbe pur trovato lungo il tempo dell’attesa: figuratevi ora che cosa dovesse provare, quando vide passare il pomeriggio, sopraggiungere la sera, inoltrarsi la notte e non comparire nessuno. La sua divenne impazienza dolorosa, irritazione nervosa, un malessere, una rabbia, un’angoscia. Finalmente, verso mezzanotte i padrini da lui scelti si presentarono freddi, rigidi, rinchiusi nei più stretti limiti della cortesia.

Dissero essere stati fino allora al _club_ a discutere sul caso coi mandatarii del cavaliere Sangré e con parecchi gentiluomini de’ più esperti e autorevoli in fatto di quistioni d’onore, de’ quali essi avevano per favore domandato l’intervento e il consiglio, perchè davvero il quesito che loro veniva a proporsi aveva assunto carattere di tal gravità, che si erano peritati a scioglierlo da soli.

La freddezza delle parole e del contegno, la serietà formalistica con cui ora gli parlavano que’ due, i quali prima erano usi a trattarlo con amichevole domestichezza, fecero penosa impressione in Alfredo; gli parve di vedere in coloro non più due sostenitori, ma quasi nemici, o almeno giudici severi, mal disposti verso di lui. Si sentì agghiacciare; guardò come trasognato l’uno e l’altro e balbettò:

— Dunque?.... Che decisione?.... Lo scontro?....

— Per ora lo scontro non può aver luogo, — rispose il più vecchio dei due padrini. — così fu deciso, dopo lunga discussione, all’unanimità.

— Come!.... Perchè?.... — susurrò Alfredo impallidendo vieppiù e guardando sempre più smarrito.

E l’altro con fredda e crudele franchezza:

— La ragione è facile a capirsi. O le accuse fatte dal cavaliere Sangré sono vere; e allora ogni gentiluomo non può a meno di riconoscere ch’egli non deve battersi con tale che le ha meritate...

Alfredo ebbe una scossa come preso da un subitaneo brivido, ma non aprì bocca; il padrino continuava:

— O sono false; e allora prima di acconsentire a battersi con lui, hai il diritto di esigere ch’egli esprima il suo rincrescimento per averle accolte.

Camporolle fece uno sforzo per superare uno scoramento, un’amarezza, una disperazione di cui sentiva invadersi tutto.

— Questo è un andar troppo per le lunghe, — disse, — e io ho premura di vendicare il mio onore, di avere riparazione all’oltraggio.

— Qui ora non si tratta di far le cose presto, ma di farle bene, che se n’esca dalle due parti senza equivoci, colle cose nette e chiare come la luce del sole. La riparazione che ne otterrai sarà tanto più bella e solenne. Appuriamo dunque ben bene ogni vicenda, e noi che abbiamo accettato di assisterti, siamo disposti a metterci tutta la nostra buona volontà e saremo lietissimi di giungere a quella conclusione che tu più desideri. Ma per questo bisogna che tu ci aiuti e ci dia tutti quegli schiarimenti e informazioni che ci possono occorrere.

La confusione, lo smarrimento e la scoraggiata amarezza crescevano nell’anima d’Alfredo; quel vedere posto in discussione e circondato di dubbi il suo essere medesimo, il suo nome, il suo onore, lui che nella vita breve, ma avvicendata fino allora trascorsa, credeva pure aver dato prove innegabili di valore, di generosità, di nobiltà d’animo, lo affliggeva e umiliava; si sentiva come preso da una rete sottile che lo venisse via via avvolgendo e le assaliva la voglia di dare un grande strappo, rompere quelle maglie che si affittivano sempre più di convenienze, di formalità, di quistioni quasi leguleie, e vendicarsi e farsi ragione da sè colla violenza.

— Che schiarimenti? Che informazioni? — diss’egli, quasi non sapendo che cosa veramente si dicesse.

— Ecco, — risposero gli altri: — scorriamo una ad una tutte le accuse lanciate da Sangré che i padrini di lui posatamente confermarono. Noi t’interrogheremo, e tu farai a distruggerle colle tue risposte, cui certo sosterrai con valide prove.

Sedettero, assunsero l’aria di inquisitori e cominciarono senz’altro. Alfredo credeva di stupidire.

— Per prima cosa ci si presentava il fatto della falsificazione che ci sarebbe nel tuo atto di battesimo. La donna che in esso è scritta come tua madre, sarebbe morta fin da un anno prima. Sai tu dirci qualche cosa in proposito?

— Io non so nulla... e credo quella una delle più sciocche e più inique menzogne del mondo.

— Speriamo che sia; ma siccome questa allegazione è appoggiata dall’affermazione di un fatto positivo, cioè dall’esistenza dell’atto mortuario di quella donna in Macerata, così scriveremo colà per averne esatte notizie.

Alfredo curvò il capo e non parlò.

— Poi viene l’origine della tua fortuna...

Il giovane ebbe un fiero lampo di sdegno nello sguardo.

— Perdonaci, — s’affrettò ad aggiungere quell’altro. — È nostro dovere, ed è anche tuo massimo interesse, dal momento che sono venuti a galla simili sospetti, il farli dileguare completamente. Senza questa condizione noi non potremmo continuare a rappresentare le tue parti. Si afferma adunque che i signori Corina di Lugo, tua nonno e tuo padre, non avrebbero lasciate ricchezze di sorta, ma invece dei debiti. Col tuo nome furono ricomprati tutti gli antichi possessi della famiglia e ancora aumentato di molto il patrimonio. Come avvenne ciò? D’onde ti giunsero quei capitali?

— Che so io? — rispose Alfredo quasi sbalordito e potendo oramai frenare a stento l’impazienza. — Codeste sono domande da farsi al mio intendente...

— Che sarebbe?...

— Chi ha sempre amministrate le mie sostanze, mentr’io ero bambino e in età minore, fu Matteo Arpione.

I due gentiluomini si guardarono.

— Ah! — fece quel primo, — è strano che di queste tue attinenze piuttosto intime con colui non se ne sia mai saputo nulla.

Alfredo arrossì.

— O che l’avevo da pubblicare su per i muricciuoli? — proruppe con vivacità irritata.

— Tu conoscevi qual uomo si fosse colui?

— Fu servo e obbligato di mio padre; quando questi morì, lasciò a lui l’incarico di vegliare su me e sui miei interessi. Che cosa avevo da sapere io? Quando conobbi chi egli si fosse lo allontanai da me e cessai affatto di valermi de’ suoi servigi.

L’interrogatore tacque un momento: il suo volto prese una ancor maggiore serietà; si vedeva che stava per toccare di cose che gli parevano anche più gravi.

— Però, — riprese poi, — quando tu fosti a Parma nel 1854, tu non ti eri tuttavia liberato di lui....

A queste parole che gli destavano il ricordo ingratissimo delle vicende avvenutegli in quella città e a quel tempo, Alfredo si turbò.

— No... cioè sì: — rispose. — Fu appunto allora che avendo appreso da Ernesto Sangré chi egli si fosse, lo scacciai.

Vi fu un’altra breve pausa.

— A Parma, — ricominciò quell’altro, il quale, a seconda che progrediva nel suo interrogatorio, diventava sempre più freddo e severo, — tu diventasti uno degli intimi del duchino.

Il turbamento d’Alfredo cresceva.

— Intimo no, — disse con evidente confusione, — andavo a Corte qualche volta, di rado....

— E una sera il duca sdegnatosi teco, non so perchè, t’impose di chiedergli perdono in ginocchio, e tu obbedisti.

Alfredo arrossì sino alla radice dei capelli e poi subito divenne bianco più d’un cencio.

— Ero giovanetto... vent’anni appena, — balbettò, — sì, fu un momento di debolezza; ma chi non l’avrebbe avuto? L’autorità del grado, la presenza di tutti i cortigiani... un’emozione inevitabile.... Una mano villana mi spinse... Cercai dopo in ogni modo di vendicarmene, di averne soddisfazione... Chiedetene a Ernesto Sangré, mi sono consigliato con lui, egli può dirvi...

— Per vendicarti tu sei entrato in una congiura contro la vita del duca?

Alfredo abbassò il capo e rispose con un soffio di voce:

— Sì.

— E quando questa congiura doveva avere il suo effetto fu rivelata alla polizia... da Matteo Arpione.

Camporolle diede addietro d’un passo.

— Possibile! — esclamò. — Chi lo disse?

— Lo raccontò, in presenza del marchese Respetti, quel poliziotto medesimo che ne aveva ricevuta la denuncia, la quale era stata fatta ad una condizione: quella di salvare uno fra i congiurati... te!...

Alfredo mandò un’esclamazione soffocata e si coprì colle mani la faccia.

Per un momento si tacquero tutti: fu un silenzio grave, impacciato, pieno di malessere.

— Ah, quell’Arpione! — gemette poi Alfredo, — col suo malaugurato interessamento per me, egli mi ha fatto più male che non avrebbe saputo e potuto il più accanito e il più perfido dei nemici.

I due gentiluomini s’alzarono in piedi, freddi, severi, con una dignità quasi ostile.

— L’Arpione — disse lentamente, spiccatamente il principale de’ due — non pare possa essere altro che uno stromento.

Alfredo sentì insieme una fiamma e un brivido corrergli per tutta la persona; capì a un tratto, ma non volle capire, ma si rifiutò ad ammetter possibile l’iniquo, incomportabile, scellerato oltraggio che si conteneva in quelle parole.

— Come! — esclamò. — Stromento!... Di chi?

E l’altro sempre colla medesima voluta e misurata gravità:

— Quell’uomo, straniero al paese, non facendo parte egli stesso della congiura la quale naturalmente tutti coloro che ne facevan parte si erano impegnati con sacra promessa a tener segreta; quell’uomo, dico, non poteva altrimenti sapere l’esistenza, e gl’intendimenti e i modi della congiura medesima, e il nome dei cospiratori, se non apprendendo tutto ciò da uno di essi; e consta che fra questi egli non conosceva altri che voi.

Rifiutarsi a capire ora era impossibile. Quel voi finale nella parlata del gentiluomo, quel voi, in cui aveva cambiato a un tratto il tu di prima, era suonato ad Alfredo come il fischio d’uno staffile che lo colpisse sul viso. Egli sentì di nuovo, come aveva già sentito altra volta, qualche cosa di violento, di rozzo, di terribile agitarsi nel fondo della sua natura e slanciarsi a galla. L’irritazione venuta crescendo e pur sempre frenata per tante ore, il rodimento fin allora provato e represso, proruppero in una scoppio di furore.

— Io! Io! — gridò egli colla voce, collo sguardo, colla mossa d’un pazzo. — E voi osate venire a dirmi simili infamie!... Ve le ricaccierò in gola, sciagurati!... Vi schiaccierò, giuro al cielo, come si schiaccia col tallone una biscia.

E fuor di sè afferrò una seggiola e la sollevò come una clava.

I due padrini si misero in difesa.

— Signore: — disse quegli che aveva sempre parlato, — è altra azione indegna d’un gentiluomo quella che voi state per fare. L’aver accettato l’incarico che voi ci deste ne impose lo spiacevole obbligo di venirvi a dire tutta la verità. Con questo il nostro mandato resta esaurito, e noi, a vostro riguardo, rientriamo nella condizione comune in cui si trova qualunque cittadino. Provate la falsità delle accuse che abbiamo dovuto specificarvi; e allora anche noi, se vi parrà che abbiamo mancato verso di voi, saremo pronti a darvene soddisfazione, per ora, pronti a respingere colla violenza la violenza da qualunque parte ci venga, noi non vediamo più in voi che un uomo, il quale non appartiene alla nostra società.

Alfredo già era riuscito a frenare quell’impeto; lasciò andare a terra la seggiola che brandiva, chinò il capo e il petto, abbandonò lungo la persona le braccia, stette accasciato; come schiacciato, lui, sotto le fredde, crudeli parole del gentiluomo.

Quando questi ebbe finito, i due rimasero ancora lì mezzo minuto, come ad aspettare risposta; poi vedendolo immobile, muto, non avendo più nulla ad aggiungere, se ne partirono senza un saluto, senza più una parola, senza un cenno.

Il giovane si riscosse, si guardò intorno, si vide solo ed ebbe quasi paura; volle correre presso que’ due, volle chiamarli; aveva da difendersi, gli pareva d’aver mille cose da dir loro, mille argomenti lampanti da dimostrar loro la sua innocenza. Difendersi da simile accusa, lui! Non era una bassezza, una viltà questa stessa? Ma pure.... Sì, sì; non poteva lasciarli partire così quei due: rappresentavano tutta l’aristocrazia torinese che lo aveva accolto come uno de’ suoi, e che ora l’avrebbe respinto con disprezzo; aveva fatto male a lasciarsi vincere dall’ira; doveva rispondere con calma; doveva persuaderli; oh li avrebbe persuasi.... Corse all’uscio, l’aprì e si slanciò verso l’anticamera; udì in quella il rumore della porta dell’alloggio che si chiudeva alle spalle dei due partiti e vide il domestico che li aveva accompagnati tornare indietro col lume in mano.

— Già partiti? — domandò egli, quasi smarrito.

— Sì, signor conte: — rispose il domestico; e poi vedendolo così turbato soggiunse: — Vuole che li richiami?

— No, no.... Lasciate stare.

E si volse indietro per andare nella sua camera.

— Non comanda più nulla, signor conte?

— No.

— Riposi bene.

— Grazie!

Alfredo si slanciò nella sua camera e vi si chiuse dentro.

XXIX.

«Riposi bene,» aveva detto il domestico ad Alfredo: e come riposare colla febbre nel sangue, colla pazzia nel cervello, coll’inferno nell’anima? Fu una notte orribile, tremenda, uno spasimo senza tregua. Era dunque vero? Egli sentiva come una voce crudele nel cuore a dirgli di sì. Egli era nessuno, non aveva nome, non aveva famiglia; quello era falso, questa glie l’avevano supposta. E le sue ricchezze donde venivano? Da quale impura sorgente? Lui un trovatello, certo! Un bastardo!... E s’era imbrancato coi nobili e aveva guardato dall’alto al basso gli umili e i poveri! Ora capiva quei moti istintivi del suo animo, violenti, grossolani; se li esagerava; diceva che erano effetto del sangue ereditato.... chi sa da chi! Era un turbinìo, un tumulto, una lotta confusa d’idee, d’immagini, di ipotesi, di risoluzioni nel suo cervello concitato in cui batteva la febbre. Le memorie del suo passato, in una specie di rincorsa, si affollavano, si perseguivano, si accavallavano, si confondevano, quelle dell’infanzia con quelli dei giorni addietro, la figura voluttuosa e scellerata della cortigiana Zoe con quella purissima e nobile della vergine Albina.

A un punto, nel caos che gli mulinava in capo, vide delinearsi, venir fuori, occupare tutto il campo una scena. Si era in un palchetto di teatro: dall’apertura scorgevasi l’ambiente infocato della sala piena di fiammelle, piena di sguardi, di susurri, di moto; nella penombra della loggia parecchi uomini in montura militare e in abiti cittadineschi, tutti dal sembiante orgoglioso, beffardo, insolente; al parapetto, disegnandosi nettamente sul chiaro dello sfondo, la figura esile, lunga, antipatica del fu duca di Parma, Carlo III Borbone. Vide sè stesso là in mezzo, umile, fremente in segreto, avvilito, tener basso il capo sotto gl’insulti ducali, barcollare, piegarsi, toccare col ginocchio la terra, sotto la pressione d’una mano, fra un grugnito di scherno dei testimoni insolentemente superbi. Cacciò un grido, si strappò con una convulsione di furore i capelli. Era stato vile! Un vero nobile non avrebbe tollerato tanta ignominia: farsi ammazzare piuttosto. Era un’onta cui nulla aveva potuto cancellare, cui nulla cancellerebbe più: era quella che rendeva possibile, che rendeva credibile l’altra più scellerata accusa di aver rivelata la congiura!...

E quest’accusa correva per Torino, si susurrava negli eleganti salotti della società più elevata, era giunta certamente anche agli orecchi di lei, di Albina!...

Gli altri l’avevano creduta: e lei? Perchè non crederebbe? Le avevan detto di certo che in lui tutto era finto, ch’egli era un avventuriero temerario e spregevole.... Oh sì, prima avrebbe voluto esser morto. E che tremendo mistero era per lui la vita! Che significato aveva? Quali ragioni, quale scopo? Perchè a lui una sorte così strana e crudele? Egli non aveva colpa nessuna da espiare, e si riversavano sul suo capo tutti i più fieri dolori. Era il fallo di altri ch’egli doveva scontare? Di chi? E perchè? Dov’era la giustizia? Come veder chiaro nel suo destino? Come provare almanco al mondo che in lui non c’era l’infamia d’un delatore?

Ah Matteo Arpione! Lui solo poteva qualche cosa: a lui non doveva egli domandar ragione dell’esser suo, delle sue ricchezze, del suo nome, di tutto?

Un’alba grigia di giornata piovosa del mese di marzo cominciava a rendere più gialla la luce della lampada; alcuni rumori che salivano di strada annunziavano che la città cominciava a destarsi. Alfredo, colle guancie pallide e scarne, gli occhi infossati, un solco nella fronte incavato dalla dolorosissima insonnia, suonò pel suo cameriere, e appena questi si affacciò, gli disse:

— Correte a cercare di Matteo Arpione, e a qualunque costo conducetemelo qui subito.

Matteo aveva passata una notte uguale a quella d’Alfredo. S’era affaticato a cercar modo di riparare alla rovina di tutta l’opera sua; ma invano; in tutto l’arsenale delle sue arti, delle sue malizie, delle sue perfidie, non aveva trovato nulla che potesse giovare. Era disperato. L’unico scopo che gli pareva dover proseguire oramai e che forse non era ancora impossibile d’ottenersi, era quello di allontanare Alfredo, di farlo partire prima che a lui pure si rivelasse tutta la verità. Ma come? Con quale autorità o quale lusinga? E il duello che doveva aver luogo?

Il marchese Respetti gli aveva pur detto che un Sangré non si sarebbe battuto con tale su cui pesavano tali accuse. Potevasi approfittare di questa dilazione e spingerlo a recarsi, per esempio, a Genova dal nobile e generoso suo amico il conte Ernesto a domandargli patrocinio e difesa; egli frattanto sarebbe corso eziandio colà di nascosto da Alfredo, avrebbe visto segretamente il maggiore, lo avrebbe pregato e supplicato, e ne conosceva abbastanza la generosa bontà da poter sperare che l’avrebbe aiutato nell’opera pietosa di nascondere ad Alfredo una verità ch’egli troppo temeva l’avrebbe ucciso. L’uomo che s’annega, dice il proverbio, s’afferra ai rasoi; e questo, che era pure un mezzo di poco probabile riuscita, parve al misero vecchio una trovata felice e aveva un’ansiosa impazienza di metterla in atto e il tempo gli pareva troppo lungo a passare, e appena venuto il giorno, spinto eziandio dal vivo, pungente desiderio di aver notizie dello stato in cui trovavasi quel giovane, che era l’unico, potentissimo amor suo, mosse sollecito verso l’abitazione d’Alfredo.

Ma vieppiù si accostava a quella meta e più sentiva sminuirsi il coraggio, la speranza, la confidenza. A un punto ebbe una vera paura a comparire innanzi al giovane. L’impudente audacia armata di menzogna e rincalzata di mala fede senza scrupoli, che aveva sempre pronta per qualunque più rischiosa attinenza con ogni altro, ora lo aveva abbandonato del tutto e lo lasciava debole, incapace e tremante, mezzo stupidito. Aveva rallentato man mano il passo: ora si fermò; i piedi gli parevano essersi piantati in terra; lottava fiacco contro lo sgomento e la vergogna; sarebbe fuggito, se in quella il domestico, mandato da Alfredo in cerca appunto di lui, non lo avesse visto e con sollecitudine accostato.

— Giusto Lei, — gli disse; — andavo appunto a casa sua. Il conte la vuole subito subito, e l’aspetta con grande impazienza.

— Ah si? — fece il vecchio senza muoversi. — Anch’io era avviato da lui.

— Benissimo! Dunque andiamo.

Matteo non si mosse ancora.

— E il conte, — disse, come cercando le parole, — sta bene?

— Poco bene, — rispose il domestico; — anzi direi addirittura che sta male.

Il vecchio si riscosse tutto; guardò bene in faccia il domestico e ripetè come un’eco, ma un’eco che ci mettesse di suo l’espressione del dolore:

— Male!