Il segreto di Matteo Arpione

Part 13

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Di certo, ora pensava, egli non aveva il coraggio di esporre un fatto tanto grave a carico del cugino al figliuolo di costui, tanto più che si trattava di cosa che riguardava il proprio fratello e il proprio nipote; e taciuto allora, aveva creduto dover tacere sempre di poi. Ricordava poscia la morte del conte-presidente. Questi aveva voluto rimaner solo con lui, suo figlioccio, e pareva aver qualche importante segreto da comunicargli; ma si limitava a raccomandargli specialmente il nipote Giulio. Aveva certo in animo di rivelargli tutto; e poi, anche in quel supremo momento, la bontà del suo animo lo aveva trattenuto dal dare al cugino un sì doloroso colpo ed aveva preferito morire portando seco il segreto della colpa del marchese Leonzio. Sentì un nuovo intenerimento, uno slancio di gratitudine verso quell’anima sì squisitamente nobile.

Si fermò improvviso innanzi all’usuraio, e lo interrogò:

— Il conte Sangré non vi domandò mai nulla in proposito?

— Sì signore, — rispose Matteo, — una volta, appunto subito dopo l’arrivo di V. S.; ma come Ella può immaginare, non mi interrogò già esplicitamente: cominciò per chiedermi se quella sera fatale in cui il marchese Leonzio era morto, io mi trovassi davvero in casa di lui e fossi di coloro che accorsero alla sua chiamata quando il marchese cadde in quella sincope fatale; egli, sconvolto così profondamente in quel punto, non aveva più esatta memoria di niente. Io m’aspettava qualche cosa di simile; ben supponevo che il conte-presidente, non trovando più quella carta, qualche cosa avrebbe fatto per rintracciarla e facilmente si sarebbe rivolto a me, quindi m’ero preparato e contegno e risposte. Dissi di sì, che anzi il conte medesimo m’aveva allora mandato a chiamare il medico e io mi ci era subito affrettato. «Non avete osservato,» mi domandò allora il conte, «che qualche carta fosse caduta per terra o si trovasse su qualche mobile abbandonata?» Risposi francamente, semplicemente di non aver visto nulla. Il presidente non me ne parlò più; poco dopo, in grazia dell’opera di Lei, il conte Sangré mi tolse in gran parte quella fiducia che aveva prima in me, cessai di servirlo e non ebbi più che rare volte l’onore di vederlo.

— E come fu che non pensaste vendicarvi di me che avevo scoperto e rivelato al conte le vostre gesta facendo allora quello che venite a fare adesso?

— Finchè visse il conte-presidente non avrei fatto una cosa simile per tutto l’oro del mondo. Ci tenevo a conservarmi quel poco di stima che egli serbava ancora per me... Lui morto, non ci pensai più... E ne avrei taciuto sempre, se non fosse nato ora un caso che mi spinse a servirmene.

Il marchese aprì la bocca per parlare, ma poi tosto se ne astenne; tornò a camminare un poco su e giù, e quindi andò di nuovo a sedersi sul seggiolone.

— Venite qui, Arpione, avvicinatevi e discorriamo un poco di quel documento.

L’usuraio si accostò di mala voglia, sentendosi a crescere nell’animo quel disagio, quella paura che lo avvertivano aver egli posto il piede su terreno molto sdrucciolevole, e che bisognava camminare con molte cautele per non cadere.

XXVI.

— Quello scritto, — così cominciò Ernesto Respetti, — io l’ho qui tutto innanzi alla mente che non mi potrebbe essere di più se lo avessi in effetto sotto gli occhi. Esso comincia così: «Ernesto, figliuol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre». Questa frase fa supporre che non cominciasse qui lo scritto, e siccome quello che avete voi non è che una metà del foglio, c’è da credere come cosa sicura, che nell’altra metà, in quella che manca, ci fosse più diffusamente e con maggiori spiegazioni narrata la cosa. Voi stesso poc’anzi vi siete lasciato sfuggire di aver letto in capo al foglio le parole: «A mio figlio Ernesto...»

Matteo interruppe:

— Scusi, è stato un modo di dire... la lingua che mi si è voltata... Ho voluto dire che le prime parole erano quelle che ha ripetuto Lei adesso: «Ernesto, figliuol mio...»

Il marchese non si diede per inteso di questa interruzione e continuò col medesimo tono:

— Or dunque codesta altra metà del foglio dov’è andata? Dove l’avete? Che cosa ne faceste?

— Ma le assicuro, signor marchese, che non c’era altro, che questo foglio era tal quale....

Respetti continuava sempre nello stesso modo:

— Dietro la vostra medesima narrazione, niuno al mondo può averlo preso fuori di voi; dacchè ve ne impadroniste, questo documento non è mai più uscito dalle vostre mani. Dunque?...

— Che vuole ch’io le dica? Più che assicurarla...

Una specie d’ispirazione balenò alla mente del marchese. Il fatto delle cinquantamila lire mandate da Albina a Giulio, fatto che la comparsa della moglie era venuta a richiamargli, doveva fare supporre che la contessina conoscesse il segreto, e come lo avrebbe conosciuto se non per mezzo di Matteo? Il Respetti interruppe bruscamente le proteste dell’usuraio e disse:

— Dunque voi l’avete sempre, e voi dell’altra metà di questo foglio vi siete servito per minacciarne altri...

Matteo non fu tanto padrone di sè che un leggero turbamento non comparisse sulla sua faccia; il marchese lo travide.

— E quest’altri è la stessa contessina Albina.

Il vecchio s’era già ricomposto.

— Ella può credere tutto quel che vuole, — rispose freddamente, — ma io le affermo e le posso giurare che questo segreto riguardante l’illustrissimo fu signor marchese, suo signor padre, non è conosciuto che da me e ora da Lei.

— E se io interrogassi mia cugina?

Un nuovo balenìo di paura passò negli occhi dell’usuraio; ma fu ratto, proprio come un lampo.

— Faccia pure, — rispose tranquillamente; — ma non ne avrà altro effetto che di far conoscere a persona che ignora ciò che è meglio continui ad ignorare.

Il marchese fu sul punto di parlare del denaro inviato misteriosamente a Giulio; ma pensò tosto essere miglior prudenza il tacerne. Era un bandolo per cui poteva riuscire a dipanar la matassa, e Matteo, se messo in sull’avviso, poteva riuscire colle sue arti a farlo smarrire e a ingarbugliar peggio le fila. Appoggiò di nuovo il gomito al bracciuolo del seggiolone, la fronte alla mano, e stette raccolto in sè e pensieroso.

Matteo credette aver riguadagnato il terreno che aveva sentito perduto; gli disse sommesso, con voce lenta, quasi insinuante:

— Creda a me, signor marchese, è proprio meglio che ce la intendiamo fra noi, così alla buona. Lei che gode, e meritamente, di tanta autorità presso tutti i Sangré, può senza molto contrasto ottenere quello che le domando... di cui la prego, la supplico. La contessina è già dalla parte del conte di Camporolle; se ci si mette anche Vossignoria, la vittoria è certa, e il giorno in cui i due sposi partiranno pel viaggio di nozze io darò nelle stesse di lei mani questa carta, di cui nessuno fuori di noi due tra i vivi conoscerà mai, nè avrà mai conosciuta l’esistenza.

Respetti non si era mosso affatto mentre l’altro parlava; quando il discorsetto fu finito, egli alzò il capo e volse la faccia verso l’usuraio, con un’espressione, con uno sguardo di sì beffardo disprezzo che il vecchio sentì un freddo venirgli nelle ossa e si conobbe vinto.

— E così, — disse il marchese con accento eguale all’espressione dello sguardo e del volto, — voi per ammenda d’uno sventurato fallo di mio padre, venite a propormi di commettere io una vigliacca, colpevole, indegna azione: di tradire la fiducia de’ miei nobili parenti, di aiutare un miserabile ad ingannarli, di vendere la sorte, la felicità d’una adorabile fanciulla! Ma che cosa vi credete? Ma per chi mi pigliate? Non sapete che motto della nostra famiglia e mio si è: «Fa quel che devi, avvenga che può?» Io soffrirò, avrò qualche onta nel confessare la debolezza di mio padre; ma avrei onta maggiore, ma soffrirei di più nel macchiarmi dell’ignominia che mi proponete. Or dunque, fate pur voi tutto quel che vi pare di quella carta onde vi siete impadronito con una azione compagna delle tante vostre scellerate, io compirò ad ogni modo il mio dovere.

Matteo fu invaso da un gran tremore interno; una vera disperazione gli occupò l’animo; ma pure finse un contegno fermo e anzi fiero.

— È questa l’ultima sua parola, signor marchese?

— La è.

— Ci pensi bene... Deve sapere che io sono poi inesorabile.

Il marchese non rispose: Matteo camminò lentamente verso l’uscio.

— Se mi lascia uscire da questa stanza, — soggiunse, — avrà forse da pentirsene amaramente.

Metteva già la mano, malvoglioso, sulla maniglia della serratura: il marchese sorse in piedi, scattando, superbo, imponente, minaccioso e con voce terribile gli disse:

— Ebbene, no, non vi lascierò uscire senza prima dirvi, che mentre voi credete poter dominare la mia volontà perchè possedete un mio segreto, sono io che ho in pugno voi conoscendo tal cosa che dareste le vostre ricchezze perchè rimanesse celata, che può perdere il conte di Camporolle.

Matteo impallidì.

— Come? — balbettò. — Che vuol dire?

E il marchese sempre più terribile:

— Diceste di voler essere inesorabile?... Sarò tale anch’io: e pubblicherò che Alfredo non è solamente usurpatore d’un nome che non è il suo, non è solamente figliuolo di nessuno.... è peggio: è figliuolo d’un sordido usuraio, d’un vile ricattatore, d’una spia e d’un falsario... è vostro figliuolo!

Il colpo fu sì forte pel vecchio che, mandato un grido soffocato, egli barcollò e cadde mezzo svenuto sopra la sedia più vicina.

— Non è vero! Non è vero! — balbettò poi Matteo, facendosi forza per riaversi: — sono menzogne, sono invenzioni, sono calunnie.... Ci sono carte in regola.... ci sono documenti....

Il marchese lo interruppe a ripetergli quanto aveva udito dal Pancrazi.

Arpione si coprì colle mani la faccia. L’uomo insensibile, apatico, inaccessibile ad ogni commozione, era questa volta colpito nella sua parte più viva. L’opera della sua vita intiera, quella a cui aveva consacrato ogni sua forza, ogni sua intelligenza, ogni sacrifizio di sè, a un tratto era minacciata di distruzione; quando egli aveva creduto di giungere al più eccelso trionfo, a tale che non aveva neppure osato sognare, era appunto allora che ogni cosa stava per rovinare, senza possibile rimedio. Ogni sua audacia in quel momento fu persa; si sentì impotente a lottare, un inesprimibile accasciamento lo prese; oh come avrebbe voluto potere colla sua morte distrurre quelle prove inesorabili che gli si drizzavan contro! Si umiliò fino alla vigliaccheria, pregò, supplicò in ginocchio; giurò che Alfredo, lui, non sapeva nulla, era innocente di tutto; era un’anima nobile lui, era degno di ogni stima, d’ogni rispetto, d’ogni distinzione lui; perchè punirlo così crudelmente? Egli avrebbe trovato modo di farlo partire, di allontanarlo anche per sempre; ma per carità ignorasse il giovane, ignorasse sempre!... Il giovane, che pur era innocente, avrebbe sofferto troppo, si sarebbe ucciso.... A lui, vecchio, tristo, reo, imponesse qualunque espiazione, qualunque maggior pena, ma salvasse il giovane.... Confessò quel che aveva fatto per imporre la sua volontà ad Albina; diede al marchese la metà del foglio che ancora riteneva, sottoscritta dal padre di lui; partì avendone promessa che per fatto del Respetti nulla avrebbe trapelato di quanto egli aveva tanto desiderio e bisogno di tener nascosto.

Quando fu solo, il marchese Ernesto Respetti-Landeri si lasciò andare abbandonatamente sul seggiolone, vinto da un grandissimo dolore. Fino allora, in presenza dell’avversario, nella lotta, egli non aveva avuto neppur tempo a misurare, per così dire, la propria ferita: ma ora, da solo, in faccia alla brutta realtà che aveva appresa, fissando quella carta che teneva spiegata innanzi agli occhi con mano tremante, sentiva tutta la gravità e la profondità del colpo ricevuto. Suo padre aveva potuto commettere tal colpa! Non bastava adunque la nobiltà dell’ambiente in cui si è nati, si è stati educati, si è vissuti, per salvare da simili cadute? Suo padre, ch’egli aveva creduto leggero, imprevidente, di poco senno, ma aveva stimato generoso, leale, di rettitudine inappuntabile, di delicatezza veramente aristocratica, suo padre aveva potuto scendere a tale bassezza! Sentiva un amaro sconforto, una specie di esautorazione di tutto quello che aveva più rispettato fino allora, un doloroso scetticismo venirlo a far dubitare delle cose più sante e perfino di sè stesso. Un’ira intensa lo assalse; dubitò della giustizia e della provvidenza; pensò le più sacrileghe imprecazioni e bestemmie; poi a un tratto una nobile figura gli sorse dinanzi, e il severo e sereno di lei sorriso lo tranquillò, lo assennò, lo intenerì. Era la figura del conte-presidente, quale egli l’aveva vista in tutti gli avvenimenti più gravi della vita, quale eragli stata impressa in quell’ultimo colloquio avuto con lui, quale aveva baciato religiosamente in fronte, pacata e sorridente sul letto di morte.

Questa figura pareva essergli stata evocata dalla scrittura franca, un po’ grossa, chiara, a lettere staccate, che aveva dinanzi in quella carta fatale; e gli sembrava udire amorevoli parole venirgli da quelle labbra sempre atteggiate a serietà, eppure con espressione benigna.

— No, la nobiltà del sangue non basta a difenderci dal male, a vincere le tentazioni; non dobbiamo mettere l’orgoglio a ritenerci superiori alle fragilità dell’umana natura, sibbene a conservarci, colla forza del volere, colla onestà della coscienza, sempre al di sopra delle cedevolezze, che cominciano dall’errore e menano alla colpa. L’educazione deve afforzare la tradizione per uniformare la nostra vita alla vera nobiltà dell’anima, dei costumi e dell’intelletto. Siamo orgogliosi del bene, superbi di rettitudine, rispettiamo in tutti il valore dell’animo e dell’ingegno, riconosciamo in tutti quella che è la vera nobiltà del merito, e perdoniamo a chi cade.

Perdoniamo! Questa santa, mite parola del perdono suonò proprio al suo orecchio, come pronunziata al di fuori di lui, da una voce che gli penetrava nel cuore, — quella di suo padre che implorava, quella del conte-presidente che consigliava.

Ah prima di cedere alla tentazione, suo padre aveva pur sofferto molto di certo! E quanto non doveva avere sofferto di poi, malato, vedendo avvicinarglisi la morte, il pensiero del suo fallo davanti a sè incessantemente e nell’impossibilità di ripararlo! Qual doveva essere stato il suo spasimo quella sera in cui aveva fatto la terribile confessione all’onestà e rettitudine incarnata del severo magistrato e aveva voluto che questi scrivesse la dichiarazione che trasmetteva al figliuolo il sacro legato di riparare al fallo paterno! Spasimo tale che sotto la stretta di esso l’infelice era morto! Le lagrime vennero alle ciglia sino allora asciutte, anzi riarse del marchese, si serrò con ambe le mani la testa, ed esclamò fra sè con accento pieno di pianto:

— Povero padre mio!

Sentì in quel punto due mani soavemente calde posarsi sulle sue, cingergli con amorosa pressione il capo, due labbra posarglisi sulla fronte, e una voce più soave, più amorevole di quell’ideale che aveva sognato di udire, susurrargli dolcemente:

— Ernesto, tu hai un dispiacere: ti è piombato addosso un dolore? Oh dammene la mia parte.

Il marchese sollevò il capo: gli stava dinanzi la sua degna compagna, la marchesa Sofia.

A tutta prima, Ernesto Respetti pensò dissimulare ogni suo turbamento, nascondere tutto alla moglie; ma ella gli vedeva pure ancora le lagrime negli occhi, aveva pure udito l’esclamazione sfuggitagli dalle labbra; impossibile persistere nel semplice diniego. Dire a quell’amorevole creatura, che fino allora aveva partecipato ogni cosa di lui, e avvenimenti e disegni e pensieri, a cui aveva sempre lasciato leggere nel cuore, nella mente e nelle vicende della sua esistenza; dirle: è un segreto che non ti voglio, che non ti posso comunicare, pareva anche a lui poco meno di una colpa. Ma suo padre che avrebbe detto se avesse saputo che il segreto confidato a suo figlio, questi avesse rivelato ad altri? Altri! Ma no che non era altri costei sempre al fianco di lui, vivente della medesima vita. Se il padre l’avesse conosciuta, buona, savia, amorosa com’era, se avesse saputo quanta virtù, quanto affetto, quanta delicatezza era in lei, l’avrebbe amata e ritenuta come una figlia anch’essa; a lei pure, e forse ancora più volonteroso, avrebbe aperto il suo animo.

Il marchese non esitò più, trasse a sè la moglie, se la fece sedere presso presso, e poi tenendola abbracciata, la guancia appoggiata alla spalla di lei, le labbra che quasi ne toccavano l’orecchio, le susurrò tutta la storia dolorosa che aveva appreso poc’anzi.

La marchesa Sofia lo ascoltò attentamente, senza dir nulla, senza interrompere mai, neppure con un gesto; quando egli ebbe finito, essa lo abbracciò stretto stretto e lo baciò teneramente su quegli occhi, che da tanti anni certo non avevano pianto e ora avevano versata una lagrima sul fallo paterno.

— Hai ragione, — diss’ella; — povero padre!... Povero nostro padre! Egli ha espiato col dolore.... a noi l’adempiere il suo mandato e restituire....

Decisero di comune accordo che si confiderebbe tutto ai Sangré, anche per levare d’ogni pena la povera Albina, e che insieme coi cugini si sarebbe provveduto ad aggiustare nel miglior modo le faccende.

Respetti voleva recarsi subito quella stessa sera nel palazzo dei Valneve, ad averci quella difficile e dolorosa spiegazione; ma la marchesa, che lo vedeva già così abbattuto, così affranto per le troppo forti emozioni sostenute, ne lo dissuase amorevolmente, lo pregò a differire fino al domani, quand’egli avrebbe riavute le sue forze e avrebbe potuto affrontare la pena d’un simile colloquio senza troppo soffrirne. E nel difendere tal partito, l’amorosa donna seppe trovare un argomento che più d’ogni altro valse a persuadere il marito. Per fatti così importanti come quelli che stavano avvenendo, per una spiegazione così grave qual’era quella che doveva aver luogo, poteva dirsi una necessità che fosse presente il primogenito dei Sangré, il vero capo attuale della famiglia. La presenza di lui veniva richiesta eziandio dal minacciato duello fra Enrico e il Camporolle, ed egli, Ernesto di Valneve, avrebbe avuto ogni ragione di dolersi che a lui non si fossero tosto annunziate cose sì gravi e sì urgenti. Il Respetti telegrafò al Maggiore delle Guardie a Genova, e il conte Ernesto col primo treno del mattino successivo, inquieto e sollecito, volò a Torino, arrivando a quell’ora in cui quindici giorni prima era giunto per l’anniversario della morte del padre.

XXVII.

Per prima cosa Ernesto di Valneve apprese dal vecchio Tommaso la sfida corsa fra il conte Alfredo e il cavaliere Enrico; interrogato subito costui, n’ebbe tosto dalle risposte informazione compiuta del come era avvenuta la contesa fra di loro e di tutto quanto riguardava quel giovane, compresovi l’influsso esercitato da Matteo Arpione in modo così misterioso sull’animo d’Albina, da indurla a consentire a quel matrimonio ad ogni patto. Subito il Maggiore delle Guardie si occupò del duello di Enrico: fu da coloro che avevano accettato di essergli padrini, e seppe che di comune accordo fra loro e i rappresentanti dell’avversario s’era stabilito che lo scontro non dovesse aver luogo prima che si fosse appurata nettamente la condizione del sedicente Camporolle: perchè era opinione di tutti e quattro quei gentiluomini, che se vere fossero le accuse lanciate a quel giovane dal cavaliere Enrico Sangré di Valneve, questi non doveva, non poteva accettare come suo avversario in quella che si dice _quistione d’onore_ un uomo simile; che se invece le si scoprissero false, allora il cavaliere, mostrando la buona fede in cui era ammettendole per fondate, ne esprimesse all’oltraggiato il suo rincrescimento e poi glie ne desse riparazione e soddisfazione col duello. Allora Ernesto, rassicurato a questo riguardo e promettendosi di entrarci anche lui nello svolgimento di tale quistione e nel determinarne le conseguenze, cercò di venire in chiaro del mistero che appariva aver legato la volontà della sorella Albina a quelle del Camporolle e dell’Arpione. Andò dalla giovane e con ogni arte, con ogni amorevolezza, con ogni lusinghevole supplicazione la interrogò; resistendo ella sempre, minacciò di andar egli stesso dall’Arpione e colla violenza, se occorreva, strappargli quel segreto che la sorella non aveva tanta fiducia in lui da confidargli, come era pure di lei dovere.

Albina si spaventò.

— No, no, per carità, — disse, — non tentarlo... Quell’uomo è tristissimo, è inesorabile; può farci del male... ce lo farà certo... Oh te ne prego in nome di nostra madre, a cui si darebbe un gran dolore!

— Un male da quell’uomo a noi! — esclamò Ernesto. — Un gran dolore a nostra madre!... Ma come? Ma quale?... Non capisci, Albina, ch’io ho appunto il diritto di saper tutto per combattere... per impedire?... T’ho pregata finora; ma adesso, coll’autorità del capo di famiglia, ti ordino di parlare, te l’ordino in nome di nostro padre, e devi far conto che sia egli stesso qui, ora, a comandartelo.

La povera fanciulla, agitatissima, turbata, smarrita, si coprì colle mani la faccia.

— Nostro padre! — ripetè con accento di angoscia infinita: — ma è appunto per lui... di lui...

S’interruppe sgomenta e pentita di aver detto troppo.

Ernesto insistè con ardore.

— Si tratta di nostro padre?...

— No, no: — gridò essa vieppiù conturbata.

— Sì, t’è sfuggita... È cosa che riguarda quella santa memoria: e tu taci?.... Taci con me!...

— Ma se non posso parlare!... Se ho giurato!

— E io ti sciolgo da ogni giuramento, ne ho il diritto... Un giuramento a quello scellerato d’Arpione, non può aver forza contro un sacro dovere che t’incombe, contro una reale autorità che ti comanda.

— O mio Dio! O mio Dio! — gemette la fanciulla disperata.

Ma era al termine delle sue forze di resistenza: tanti giorni di segreto affanno, di lotta con sè stessa, di violenza fatta ai suoi sentimenti, l’avevano ormai sfinita; Ernesto insistendo sempre più caldamente, ebbe alla fine ragione di quell’ultima resistenza e le strappò il segreto.

Fu dapprima in lui un violento scoppio di sdegno — non contro la sorella debole per ingenua e inesperta giovinezza, — ma contro Arpione e anche contro Alfredo che in quel subito impeto sospettò complice della scellerata trama; poi, sedato un poco il primo ribollire del sangue, esaminate più freddamente le cose, riconosciuta incontestabile in quella carta la mano di scritto del padre, Ernesto non dubitò già, neppure un momento, dell’innocenza paterna, ma si disse che il mistero cui proseguiva non era ancora penetrato e che conveniva assolutamente chiarirlo.

— Nostro padre, Albina, mai non fu colpevole di simil cosa, — disse, — non potè esserlo; non lo crederei nemmanco s’egli stesso mi comparisse innanzi ad affermarmelo. Qui c’è qualche inganno, c’è qualche artifiziata combinazione... e bisogna sventarla. Per ciò occorre mettere insieme gli ingegni e l’azione di tutta la famiglia, e nostra madre e nostro fratello devono esserne informati anche loro...

— Nostra madre! — proruppe Albina con un grido: — pensa il colpo crudele che sarà per essa...

— Nostra madre, — rispose Ernesto con un superbamente fiducioso sorriso, — non crederà, come non credo io...

— Oh nemmeno io non ho creduto — aggiunse vivamente la fanciulla; — ma la minaccia della pubblicità...

— Bisogna bene armarsi contro questa minaccia, e potere opporre alle accusatrici apparenze il vero che assolve.

Tutta la famiglia, dietro preghiera del conte Ernesto, venne raccolta nel salone, innanzi al gran ritratto del padre defunto.