Il segreto di Matteo Arpione

Part 12

Chapter 123,706 wordsPublic domain

— Lo so pur troppo, — interruppe il marchese, — e voi foste una delle cause dei suoi dissesti finanziari....

— Mi scusi, io lo aiutai parecchie volte a trarsi fuori dalle peste....

— Ma in che modo!... Via, ora non si tratta di ciò. Continuate.

— In quel momento terribile ch’io dico, se il marchese Leonzio non trovava cinquanta mila lire, gli piombavano addosso il sequestro, l’asta pubblica e perfino l’arresto personale.

— Oh! — fece trasalendo Respetti.

— Sissignore.... Per evitare tanto danno e tanta vergogna, il marchese, che possedeva una somma affidatagli dal cavaliere Armando Sangré, prima di partire, appunto la somma che a lui occorreva per salvarsi, la prese....

Il figliuolo del marchese Leonzio saettò uno sguardo incisivo, acuto, sulla faccia di cartapecora dell’usuraio.

— Ma come sapete voi tutto questo, sor Matteo?

Il colpo era buono e ben tirato; il vecchio, quasi urtato in pieno petto, ne vacillò, confuso un momento, ma non tardò a riprendere il suo equilibrio e la sua sicurezza.

— Com’Ella sa, — rispose, — io era informato completamente degli affari e degl’interessi dell’illustrissimo signor marchese, e sapevo fors’anco meglio di lui in quali acque si trovava...

— E sapevate pur anco che nostro cugino, il cavaliere Armando, aveva affidato a lui quella somma?

— No signore, codesto non lo sapevo; ma l’ho indovinato benissimo quando, avendo visto che il marchese aveva pagato senza che mi constasse aver egli preso a imprestito denaro da nessuno, finalmente mi cadde tra mano questa sua dichiarazione.

— Ah quella carta! — esclamò il Respetti, la cui mente cominciava a tornare in calma e a guardare con più freddezza le cose. — Anzi tutto, terminiamone la lettura, e poi ne discorreremo alcun poco.

Lo scritto si conchiudeva nel modo seguente:

«Tutto quanto precede, pregato da me, scrisse, sotto mia dettatura, l’affezionatissimo mio amico e congiunto il conte-presidente Ernesto Sangré di Valneve, e tu, figlio mio, la riterrai come scritto da me stesso, di mia propria mano.»

E più sotto la data e la firma.

«Torino, 20 ottobre 1843.

«LEONZIO RESPETTI-LANDERI.»

Il marchese, poichè Matteo ebbe finito di leggere, impugnò il braccio di lui e lo tenne fermo per impedirgli di ripiegare la carta e riporla nel suo portafogli, com’e’ voleva fare, e scorse di nuovo da capo a fondo quello scritto con occhi intenti, quasi volendo stamparsi nella memoria parola per parola quella pagina.

Poi lasciò andare il braccio dell’usuraio, si fregò la mano col fazzoletto profumato, come per ripulirla da un untume che le avesse lasciato il contatto del panno di quella manica, e si mise a passeggiare lentamente a capo chino su e giù dello stanzino, senza mostrare menomamente di badare alla presenza di Matteo.

Questi ripose accuratamente nel suo portafogli la carta preziosa, si chinò, riprese per terra il cappello che vi aveva deposto e stette ritto, immobile, muto, ad aspettare, seguendo collo sguardo il marchese che andava e veniva.

In quel momento l’uscio si aprì e comparve la faccia bella e sorridente della marchesa Sofia.

— Vieni a pranzo, Ernesto, — diss’ella, — è già servito in tavola.

Il marchese si fermò sui due piedi; ben fece tosto ogni sforzo per iscacciare dalla fisonomia ogni traccia di preoccupazione, ma il turbamento e la pena erano troppi in lui per poterci riuscire completamente, massime allo sguardo amoroso della sua compagna; abbozzò un sorriso e rispose coll’indifferenza maggiore che seppe fingere:

— Abbi pazienza, Sofia; anzi, senz’aspettarmi, comincia pure a pranzare, che poi io ti raggiungerò. Ho un certo affare... piuttosto di premura, da terminare qui.... con Matteo.

La moglie s’avanzò un po’ inquieta, guardando con occhio scrutatore in faccia un dopo l’altro i due uomini.

— Qualche contrarietà?.... Qualche dispiacere? — domandò.

— No, no, — s’affrettò a rispondere il marito, riuscendo questa volta a fare un sorriso affatto rassicurante. — Non è che un piccolo conto... vecchio, molto vecchio.... un arretrato dell’eredità di mio padre.... che devo aggiustare con costui.... Mi preme uscirne.... e dopo tanti anni, capirai che ci vuole un po’ più di tempo e di pazienza a venire a capo di definire a mutua soddisfazione la faccenda.

La marchesa gettò uno sguardo un po’ sospettoso, un po’ di cattivo umore sull’ignobile figura dell’usuraio, e disse con tono fra di rimprovero, fra di rincrescimento:

— Se non si può proprio rimandare a più tardi; se d’una cosa che è in pendenza da tanti anni, ora c’è proprio premura di venirne alla conclusione senza il menomo indugio, sia pure: aspetterò anch’io, ma guardate almeno di far presto.

Rivolse ancora uno sguardo a Matteo che s’inchinava fino a terra senza parlare, al marito che colla solita galanteria l’accompagnava fino fuor dell’uscio dicendole amorevoli parole, e si ritirò persuasa che l’oggetto di cui si trattava era più grave di quello che il marchese volesse farle credere.

Ma intanto questa venuta della moglie aveva suscitato nella mente di Ernesto Respetti un ricordo, che veniva a porgere nuovo elemento di congetture, per cui tentare di comprendere, di metter ordine, di veder lume in quel caos, in quel buio che gli avevan messo dinanzi la dolorosa rivelazione di quel fallo paterno e il modo con cui tal rivelazione gli era fatta. Era il ricordo di quelle cinquantamila lire che Albina s’era procurate da Sofia, e che poi egli aveva le prove aver essa mandate a Giulio. Evidentemente c’era una connessione fra questi due fatti. Albina aveva ella saputo di quel danno fatto al cugino e aveva voluto ripararlo? Ma come? Ma da chi? E perchè? Mille confusi pensieri s’affollavano in capo al marchese. Aveva davanti Matteo; bisognava ch’egli non lo lasciasse partire senza averne tratta tutta la verità. Gettò un’occhiata su quella figura sorniona che lo guardava di sottecchi e si disse che bisognava usare tutta la maggior prudenza e accortezza. Andò a sedersi tranquillamente sopra un seggiolone e fece segno all’usuraio che gli si avvicinasse.

— Voi, Matteo, — cominciò egli affatto pacato in vista, — siete dunque venuto qui da me, armato di quella carta, a propormi un contratto? È necessario, perch’io possa decidermi, che mi sveliate tutte e chiaramente le vostre intenzioni e le vostre pretese.

— Le ho già detto tutto quel che desidero: impedisca il fatal duello; aiuti a compirsi ed affretti il matrimonio del conte di Camporolle colla contessina Albina, e questo pezzo di carta, la cui esistenza è ignorata da tutti, io lo consegno nelle sue mani.

— Va benissimo: — disse il marchese, dominando sempre a meraviglia le molteplici, varie, complesse emozioni che agitavano il suo cuore, e mostrandosi solamente grave e pensoso come chi riflette sopra un importante partito da prendersi. — Ma voi ci dovete pure avere un interesse in tutto questo.

Matteo fece un movimento, e Respetti con vivacità, senza lasciarlo parlare:

— Oh non vorrete, spero, neppur tentare di persuadermi che facciate cotanto per alcuno, senza che ci abbiate qualche utile vostro personale.... Non cercherò quale possa essere codesto utile; ma vi dirò: se provassimo a ridurlo in cifra, qual somma vi parrebbe bastevole a rappresentarlo? Non avete che da dirmela, e io ve la farò avere.

Il vecchio non si dimostrò nè stupito nè offeso della proposta che contenevano tali parole; rispose tranquillo e serio:

— Mi rincresce; ma non posso proprio davvero accettare transazione alcuna. Mi offrisse anche i milioni dei Rothschild, io risponderei sempre: quando Ella abbia impedito quel duello e fatto stringere quel matrimonio, riceverà questa carta senza dover pagare manco un centesimo.

Ernesto Respetti guardò un poco fisso fisso l’usuraio senza parlare.

— E sia! — disse poi. — Supponiamo che io accetti il vostro patto. Capirete che almeno io vorrei essere sicuro che le condizioni delle cose sono esattamente quali voi dite: per esempio che quella carta è proprio ignota a tutti e che una volta venuta in mio potere, niuna traccia più potrà rimanere di un momento di debolezza, quale confessa di aver avuto il mio povero padre.

— Ah, signor marchese, le giuro...

Respetti interruppe seccamente:

— Non dovreste credere neppure voi che un vostro giuramento mi possa bastare.

Matteo si curvò sotto quell’insulto senza battere palpebra.

— Quale assicurazione vorrebbe?...

— Quella che mi dessero informazioni positive cui avessi campo di appurare esatte.

— E come potrei io dargliele?

— Rispondendo sinceramente e con veridicità alle domande che vi faccio. E per prima: come siete voi venuto in possesso di quel foglio?

L’usuraio stette un momento a pensarci su.

— Ah! badate bene! — soggiunse vivamente e imperioso il marchese, — che voglio tali risposte che me ne possiate provare la esattezza.

— Signor marchese, — rispose Matteo dopo un altro poco di riflessione, — potrei dirle recisamente che il modo per cui è venuto nelle mie mani questo documento non glielo voglio manifestare....

— Ed io, — interruppe asciutto il marchese, — troncherei subito ogni discorso con voi e vi metterei fuori dell’uscio....

— Anche s’io minacciassi di far pubblica questa confessione del fu illustrissimo signor marchese Leonzio?

Un lampo d’ira, che però tosto si spense, balenò nelle pupille del marchese.

— Sì, rispose fermamente, — anche con codesta vostra minaccia. Rimpiangerò certo amaramente che sia noto l’unico fallo della vita di mio padre, al quale bisogna pure che creda ancor io, poichè egli stesso lo confessa; ma nello stesso tempo che questo fallo sarà conosciuto, verrà a sapersi eziandio che egli ne affidava a me la riparazione, che io non seppi mai nulla fino ad ora, che quella restituzione al cavaliere Giulio sarà tosto fatta: e io, per quanto dolente della debolezza paterna, ma persuaso che il pentimento cancella ogni colpa, e del suo pentimento mio padre diede prova, porterò alta la fronte lo stesso e son certo che non perderò un briciolo di affetto e di stima dai miei congiunti, nè da verun altro al cui concetto io ci tenga. Voi vedete che se può importarmi fino a un certo punto di tenere segreta ogni cosa, l’importanza che ci metto non è tale da farmi acconsentire a cose ch’io non possa accettare.

Matteo si sentì invadere da una gran paura. Capì che la sua sollecitudine, il suo sgomento per Alfredo lo avevano deciso un po’ imprudentemente a un passo assai pericoloso. Imporne al marchese era ben altra cosa che non il dettare il suo volere colla minaccia alla contessina Albina; era venuto a svelare il suo segreto, e correva rischio di vedere con ciò fatta inutile la sua audace menzogna e rotta nelle sue mani l’arma terribile con cui aveva ottenuto la sommessione della nobile ragazza. Pure conservò fermo il contegno, e disse tranquillamente:

— Ho creduto che Vossignoria, pur così delicato in punto d’onore, appartenente a famiglie tanto scrupolose a questo riguardo, avrebbe accettato qualunque condizione... onorevole s’intende, per ottenere che una macchia, mettiamo pur anco leggiera, del nome paterno, non comparisse mai agli occhi del pubblico.

Il marchese ebbe di nuovo un guizzo negli occhi, e parve sul punto di interrompere; ma si contenne, si morse il labbro, ed a Matteo, il quale si era taciuto, fe’ cenno di continuare.

— E mi pare, — seguitò l’altro, — che quanto io son venuto a chiedere alla S. V. sia pur tale da accettarsi volonterosamente.

— Ne giudicherò meglio quando io sappia quello che desidero: — disse allora con accento risoluto il marchese. — Come avete voi quella carta?

L’usuraio si sentiva dominato; volle pure ancora tentare di resistere, ma quella paura, che gli era entrata nell’animo, veniva crescendo e levandogli della sua sicurezza, dell’impudenza.

— Signor marchese, — rispose volendo nascondere la sua esitazione, ma non riuscendoci bene: — ciò alla S. V. non deve importare...

Respetti si alzò e con tono imponente interruppe:

— M’importa cotanto che senza questa spiegazione da voi, non consento più ad ascoltarvi altrimenti. Avete capito?... O parlate, o partite dal mio cospetto.

Subito subito, Matteo pensò partirsene davvero; ma non era un respingere così ogni mezzo di salute? Chi sa se una completa sincerità non avesse più effetto delle minaccie sull’animo del marchese; poteva anche presentare le cose in modo da acquistarsi un po’ di merito verso chi l’ascoltava.

— Ebbene? — domandò il marchese, incalzante, imperioso, avvicinandoglisi d’un passo.

Il vecchio usuraio era vinto.

— Le dirò tutto, — rispose inchinandosi più basso che mai, facendosi più umile, più strisciante di prima.

— Meno male: vi ascolto.

Il marchese si buttò di nuovo a sedere, si nascose il volto, appoggiando la fronte alla palma della mano, il gomito sul bracciuolo del seggiolone e stette, in apparenza, impassibile ad ascoltare.

XXV.

Matteo fece la seguente narrazione:

— Era dunque la sera del 20 ottobre 1843... quella appunto, come Lei sa, in cui morì il suo signor padre.

Ernesto Respetti fece silenziosamente un cenno grave e melanconico del capo.

Da più mesi il marchese Leonzio era ridotto immobile sopra una poltrona, e lo si trasportava a braccia qua e colà, specialmente dalla sua camera da letto allo studiolo, dove il pover’uomo si rompeva la testa e si amareggiava l’animo: a cercar modo di mettere ordine a’ suoi affari. Io l’aiutava in codesta difficile impresa...

Il marchese fece una mossa quasi sdegnosa, quasi impaziente, che esprimeva la stima, poco lusinghiera per Matteo, ch’egli faceva di quell’aiuto; ma non disse una parola.

L’altro continuava:

— Quel giorno adunque, il 20 d’ottobre, l’illustrissimo signor marchese Leonzio mi mandò a chiamare e mi disse: «Matteo, ecco qui tutti i miei titoli di possesso, di rendita e di crediti e tutti i miei obblighi e debiti,» — e mi additava un vero monte di carte che aveva davanti sul piano della scrivania a cui era seduto. — Bisogna che da tutto questo voi cerchiate di tirar fuori una somma netta e liquida di cinquanta mila lire di attivo, da potersi aver subito in numerario... Bisogna, avete capito!» insistette con forza: «io è da tempo che mi ci provo e riprovo, ma ahimè non ci riesco». Mi sedetti accanto a lui, esaminai un per uno tutti i documenti, e con suo gran dispiacere ed anche mio, gli dovetti far vedere che il conteggio di tutte quelle partite, non solo non lasciava avanzo attivo di sorta, ma chiudevasi con una non lieve eccedenza di passività.... Del resto, Vossignoria che esaminò poi a sua volta tutte le carte della successione, lo sa meglio di me...

Ernesto Respetti, senza muoversi altrimenti, fece un cenno colla mano a significare che ciò era vero e che il parlatore continuasse.

E Matteo continuò.

— Non le so dire quanto codesto risultato affliggesse il signor marchese; stette un poco accasciato, senza parlare, e un tremito gli agitava il capo chinato dolorosamente sul petto....

— Povero padre mio! — esclamò il Respetti, quasi involontariamente, spinto dalla soverchia emozione; e la mano che gli sosteneva la fronte, discese sugli occhi a coprire e rasciugare le due lagrime che ne velavano le pupille.

Matteo fece una piccola pausa come per rispetto a quella commozione, e poi riprese:

— Verso le otto di sera sopraggiunse il conte-presidente Sangré di Valneve. «Tu m’hai mandato a chiamare, Leonzio,» disse al marchese «ed eccomi qua per tutto quel tempo che vorrai.» Io sorsi in piedi e presi congedo; ma il signor marchese mi ordinò di non partire, di fermarmi nella stanza vicina. «Avrò ancora bisogno di voi», soggiunse, «per aiutarmi, non fosse che col consiglio, a procurarmi quel che voi sapete.» Capii che voleva dire la somma di cui mi aveva mostrato aver tanto a cuore di poter disporre; m’inchinai, rispondendo che sarei sempre stato pronto a servire il signor marchese e che avrei aspettato fin che a lui fosse piaciuto i suoi ordini. I due cugini si chiusero nello studiòlo e stettero lungo tempo, certo più di due ore, quando a un tratto fu suonato con violenza e ripetutamente il campanello per chiamare la servitù e da quel gabinetto io stesso udii la voce del conte-presidente che chiamava disperatamente aiuto. Accorsero il domestico e il cuoco e io pure con essi. Trovammo il marchese il capo abbandonato, un braccio penzoloni, l’altro sul piano della scrivania, tenendo ancora fra le dita contratte una penna con cui vedevasi avere allor’allora scritta la propria firma sopra un foglio che gli stava dinanzi, color di cera nel volto, la bocca storta da una convulsione, privo affatto di sensi. Il povero conte Sangré per l’affanno, per lo sgomento, pareva aver perduta la testa. «Presto,» gridava tutto in lagrime, tutto tremante, «il marchese a un tratto è svenuto.... portiamolo sul suo letto..... correte pel medico.... c’è bene qualche cordiale.... qualche farmaco.... tentiamo di fargliene bere... fate scaldare dei panni.... dell’acqua da spruzzargli la fronte!» E si agitava a sciogliergli i vestiti, a sollevargli il capo che ricadeva, chiamandolo per nome, baciandolo sulla fronte....

— Buon cugino! — esclamò di nuovo il marchese mosso dall’affetto.

— Io dissi al conte, — continuava l’Arpione, — che il più pressante era davvero trasportare sul letto il marchese e correre pel medico: e così fu fatto. I due servitori presero, come solevano fare, la poltrona per trasportare l’infermo, e il conte-presidente li accompagnò, sorreggendo amorosamente il capo cascante dello svenuto. Io rimasi solo un momento in quello studiòlo, innanzi a quella scrivania coperta di carte, sopra le quali eravi il foglio che un solo colpo d’occhio mi aveva fatto vedere scritto di recente dal conte e firmato dal marchese. Una gran curiosità mi pungeva; senza rifletterci, senza proprio pensarci davvero, davvero, presi in mano quel foglio e lo scorsi cogli occhi....

— Ah! — fece il marchese con un gesto di disgusto.

— Mi scusi.... — ripigliò il vecchio umiliandosi, — vede che le dico proprio tutta la verità, che le apro la mia anima, i miei segreti come ad un confessore.... Io conosceva d’altronde tutti gli affari del marchese Leonzio.... fuor quello che dovevo apprendere da questa carta.... non mi pareva neppure indiscrezione la mia.... Del resto queste cose me le dissi dopo, a spiegarmi il fatto, a scusarlo innanzi a me stesso, perchè allora, in quel momento, le ripeto, fu un’azione irriflessiva, subitanea.... Quando gettatovi lo sguardo sopra, vidi le parole «a mio figlio Ernesto....»

Il marchese levò vivamente la testa.

— Come! — esclamò figgendo sul vecchio uno sguardo acuto, penetrante, con un guizzo di fiamma.

Matteo si morse le labbra.

— Voglio dire, — s’affrettò a soggiungere, — che m’accorsi essere diretto a Lei figliuolo del marchese Leonzio, capii che si trattava forse di qualche cosa di particolare che aveva da rimaner segreto....

— E vi affrettaste a impadronirvene: — interruppe il marchese amaramente ironico.

— No: — rispose con forza l’usuraio. — Vero com’è vero che siamo qui tutt’e due, il mio subito pensiero fu di riporre là sopra quella carta, senza neppur leggerla; ma a quel punto udii un passo che tornava indietro, l’uscio che si riapriva, la voce del conte-presidente che mi chiamava. Io era andato per vedere lo scritto fin presso ad una mensola dove ardeva una lampada, mentre quella che stava sulla scrivania era stata presa da un domestico: ero quindi troppo lontano per rimettere il foglio al posto che aveva; non volendo assolutamente che il conte Sangré scoprisse quel mio atto, non ebbi altro scampo che ripiegare in fretta la carta e cacciarmela in tasca. Poi mi volsi e vidi il conte-presidente che mi veniva incontro, ancora più affannato e sgomento di prima. Egli era troppo turbato per accorgersi di nulla, per pensar pure ad altra cosa qualunque che non fosse il malore del cugino che egli amava come un fratello. «Matteo,» mi disse, «correte voi stesso dal medico, e fate di condurcene subito subito uno, a qualunque costo.» Risposi di sì, e mi avviai senz’altro; il conte lasciò cadere lo sguardo su quel disordine di carte che c’era sul piano della scrivania, pensò che non bisognava lasciarlo così al pericolo di essere manomesso fors’anco dalla servitù; corse alla scrivania, senza toccare altrimenti quei fogli, senz’accorgersi, agitato com’era, della mancanza della carta scritta poco prima da lui stesso, abbassò in fretta il coperchio a mezzo cilindro che serrava tutto, ne richiuse la serratura colla chiave che stava nella toppa, ritirò la chiave, se la mise in tasca e corse di nuovo presso al letto dove frattanto era stato deposto il cugino. Io non tardai molto a ritornare col medico, il quale dichiarò che il marchese era morto per un più forte accesso di quel suo mal di cuore, da cui era da parecchi anni travagliato e da molti mesi ridotto a un’assoluta impotenza. Quando a casa mia lessi quella dichiarazione, compresi che l’emozione aveva dovuto in lui affrettare la disgraziata crisi.

Tacque; Ernesto Respetti era tornato a coprirsi colle mani il volto e gli occhi, e per un poco stette immobile e silenzioso; poi si scosse, alzò il capo e domandò con accento severo e pieno d’un intimo dolore:

— E perchè non restituiste mai quella carta? Perchè non ne parlaste mai nè al conte di Valneve nè a me?

— Non osavo palesare quell’azione, che ero certo il conte-presidente m’avrebbe acerbamente rimproverata.

— E come il conte non s’accorse della sparizione di quella carta, o accortosene, non pensò a rintracciarla?

— Il conte, che soffrì immensamente della morte del cugino, non pose più il piede nella casa del marchese Leonzio, e non aprì più quella scrivania che quando V. S. fu tornata, e, se non erro, andò con Lei a esaminare tutte le cose della successione.

— Ah sì, è vero! — esclamò il marchese, cui assalirono in folla i penosi ricordi.

S’alzò, si diede a percorrere lo stanzino a lenti passi, il capo curvo, le sopracciglia aggrottate.

Ora capiva certe cose, certe parole, certi atti che non era riuscito prima a spiegarsi completamente del conte Sangré. Si ricordava che, appena giunto, insieme colle più sincere e affettuose condoglianze, aveva ricevuto dal conte-presidente certi conforti o meglio ammonimenti che suonavano doversi essere generosi di pietà e di perdono verso il defunto, perchè non il malo animo, ma l’imprudenza e la sventura lo avevano indotto a cose ch’egli stesso deplorava col più acerbo pentimento: egli allora aveva attribuito queste parole soltanto alla sconsigliata leggerezza con cui il marchese Leonzio aveva dilapidato il patrimonio, e ora ne scopriva finalmente il vero significato. Si ricordava che quando s’era trattato di aprire quella scrivania, il conte-presidente gli aveva detto di volergli essere compagno per aiutarlo nello spoglio delle carte, per dargliene qualche spiegazione che credeva necessaria. Si ricordava come aprendo la scrivania avessero trovato tutte le carte alla rinfusa, e il conte avesse una gran sollecitudine a pigliarle tutte lui primo una per una, e poi passargliele. Raccolte ed esaminate tutte le carte, il Sangré aveva mostrato un certo stupore come di chi non trova quello che s’aspettava, aveva frugato e rifrugato per tutto, in ogni cassettino, e quando il marchese suo figlioccio gli aveva domandato: che cosa cercasse, se credesse che vi mancasse qualche cosa, aveva risposto di no, ma in modo così impacciato che al giovane aveva fatto impressione.