Part 17
— Bimba mia, tu hai tanto giudizio che non si può nemmeno calcolarti una fanciullina che non ha compito ancora i cinqu’anni.... Tu capisci le cose, come le capiscono i _grandi_.... La mamma del tuo povero babbo.... la tua nonna vuol conoscerti, e ha mandato quelle due persone a prenderti... Zitta, bimba, lasciami finire.... Domani intanto tu andrai con loro...... sii buona..... e poi — soggiunsi facendomi violenza per dire una pietosa bugia — e poi verrò anch’io a raggiungerti, e torneremo indietro insieme....
— Ma io non voglio andare — replicò ella inghiottendo le lagrime.
— _La charmante enfante_ — sclamò _Mademoiselle Ernestine_, e si fece presso per carezzar la bambina. Ma questa non volle saperne, e pestando i piedi con dispetto, cacciò il capo fra le mie ginocchia e gridò più forte che mai: — Non voglio andare, non voglio. — _Mademoiselle_, infastidita, si ritrasse.
— La persuaderemo — diss’io in francese — ma ci vuoi pazienza, povera creatura! Si può dire che dacchè ella ha lume di ragione non vede altri che me e la mia Maria, e quel suo indivisibile cagnolino.
_Mademoiselle Ernestine_, colta alla sprovveduta, lasciò sfuggire una di quelle note disarmoniche e dispettose che si sprigionavano dalla sua laringe quand’ella non si ricordava di modularle. — _J’espère bien que nous ne devrons pas prendre avec nous cette vilaine.... cette bête qui parait être très-incommode._
_Monsieur Simon_ le slanciò uno sguardo severo, e facendo dalla sua seggiola un profondo inchino verso di me, disse: — _Nous dependrons en cela des ordres de Madame_.
— Hai sentito Fanny, se sarai buona, e se quieterai _Café-au-lait_, potrai portare in viaggio anche lui. Su via, il mio tesoro, non disperarti, vedrai che bei siti, che bel giardino! Altro che la nostra piccola altana! E poi vi saranno i tuoi cuginetti che ti faranno un’accoglienza magnifica.... _N’est-ce pas vrai, M. Simon, que ses petits cousins seront bien aises de la voir?_
— _Je le crois bien_ — rispose l’interrogato; ma _Mademoiselle Ernestine_, punta perchè non avessi rivolto a lei la domanda, fece una smorfia che pareva dire: — Io invece non lo credo niente affattissimo.
Ma nè la promessa della compagnia di _Café-au-lait_, nè la prospettiva del bel giardino e dei cuginetti valse a calmare Fanny, che si teneva stretta al mio vestito, e ripeteva: — Voglio restare con la zia Maddalena.
Con l’animo straziato, com’è facile immaginare, assicurai _Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ che quelle resistenze si sarebbero vinte, e che il dì appresso, perchè gli avvenimenti incalzavano, e non c’era da perder un minuto, ogni cosa sarebbe pronta per la partenza. Offersi loro di alloggiare in casa mia per quella notte, ma erano già scesi all’albergo, e non desideravano far trasportare i loro bagagli; sarebbero passati il mattino a prender la bimba. Convenni che nel tragitto sino a Fusina sarebbe andata in gondola anche Maria, la quale non poteva nemmen ella acconciarsi all’idea di lasciar la fanciulla ch’ella aveva tenuto seco fin da quando era stata svezzata. Benchè non sapesse una parola di francese e non si fosse mai mossa di Venezia, la buona ragazza avrebbe consentito ad andar con Fanny in capo al mondo, ma le istruzioni di _Monsieur Simon_ erano esplicite. Egli non doveva condur seco _personne_ fuori della bambina. Una eccezione fu fatta per _Café-au-lait_, quantunque _Mademoiselle Ernestine_ lo vedesse assai di mal occhio e mostrasse di provar rammarico del facile assenso dato da _Monsieur Simon_ alla mia preghiera. Debbo dirlo? Intercedendo affinchè _Café-au-lait_ potesse accompagnare Fanny, mi pareva di darle almeno un difensore, un amico che l’avrebbe confortata in mezzo a gente indifferente ed ostile.
Soltanto quando fummo soli, la piccina consentì ad alzar la testa che aveva tenuta sino allora celata nel mio grembo. Povera creatura! Un’ora prima sorridente, festosa, incoronata come un allegro genietto, ora colla chioma scomposta, cogli occhi gonfi di lagrime, con una stanchezza desolata dipinta sul viso. Non piangeva più, tremava come di freddo, e le sue labbra stentavano ad articolar parole.... Oh! se avessi potuto dirle: è stato un brutto sogno; non c’è nulla di vero in quello che hai inteso finora. Ma no, tutt’altro, bisognava invece tornare alla carica, tormentare la piaga aperta nel suo cuoricino. E soprattutto bisognava mentire. — Non si tratta che di pochi giorni, sai? Fanny. — Mi guardava, voleva credermi, ma per quanto facesse, non vi riusciva.... Nel salotto, sopra un panchettino, c’era una carta con entrovi delle perle di Murano di vari colori. Fanny s’era messa quella mattina a infilarne una collana per farmene dono, poi, con la facile volubilità dei bambini, aveva tralasciato, dicendo: — Finirò domani. — Ma dopo ch’ella ebbe inteso come domani appunto ella dovesse partire, si ricondusse tacitamente presso il panchettino, e ripigliò il suo lavoro. A ogni perla ch’ella passava nell’ago una lagrima le colava dal ciglio, pur non si mosse dal suo posto fin che non ebbe finito. Allora, annodati insieme i due capi del monile, venne da me, mi posò sulle ginocchia la sua povera offerta, e disse: — Quando sarò tornata, te ne farò una più bella.
Triste, ma rassegnata, prese in braccio _Café-au-lait_, e gli raccomandò che se voleva accompagnarla fosse buono, e non abbaiasse a _Mademoiselle Ernestine_, e non facesse di quei salti sconsiderati che faceva in casa. _Café-au-lait_ non capiva nulla, ma era tutto turbato di quelle insolite prediche.
La sera, l’ultima sera ch’ella dormiva sotto il mio tetto, Fanny ebbe un nuovo scoppio irrefrenabile di pianto, e ripetè che non voleva partire se io non andavo seco; poi si acquetò con la promessa che non avrei lasciato correre più d’una settimana senza raggiungerla. Era stanca, aveva tanto patito in quel giorno che il sonno scese benefico a ristorare il suo corpicino. Pochi minuti dopo ch’ella aveva chiuso gli occhi, le traccie del dolore sparirono dal suo viso, un roseo incarnato le tornò sulle guancie, e da tutta la gentile fisonomia spirava una pace contenta e serena. Dormi, dormi, angioletto, finchè la provvida natura contende alle lugubri immagini il mondo dei sogni. Verrà giorno pur troppo che i tristi pensieri della vigilia varcheranno quella soglia misteriosa, e verranno all’origliere ove poserai il tuo capo innocente!
Passai la notte al tavolino. Scrissi prima al notaio Moussu, frenando la mia collera per le sue offerte ingiuriose e dicendogli anzi ch’io ne incolpavo me stessa, che non gli avevo dato modo di meglio conoscermi. Una sola cosa avrebbe potuto confortarmi della perdita di Fanny: il saperla felice; una sola cosa io chiedevo: che mi si informasse talora di lei. Quindi mi feci coraggio, imposi silenzio al mio orgoglio, e vergai una lunga lettera alla viscontessa Renata, alla madre di Gastone. A chi, meglio che a lei, potevo raccomandare la figlia del figlio suo? Fui umile, io così altera, infinsi i miei sentimenti, io così sdegnosa d’ogni simulazione. Fanny, comunque nata, io dicevo, portava scritto in volto la nobiltà del lignaggio paterno. Benchè bambina affatto, io non dubitavo ch’ella avrebbe saputo corrispondere alle accoglienze che certo le si preparavano. Forse era un po’ timida, poichè in Venezia aveva veduto pochissimi, ma il suo cuore si apriva presto alla simpatia. Tutto si sarebbe ottenuto da lei, pure di amarla. Nè io dubitavo che la si sarebbe amata. Che se l’avere per oltre un anno e mezzo custodita con cura gelosa una figliuola del visconte Gastone era un titolo a mio favore presso la nobile famiglia de Serges, io supplicavo che si volesse richiamar il mio nome alla memoria della piccola Fanny, e che non mi si chiudesse la porta in faccia se un giorno io venissi a darle un saluto. — I primi chiarori dell’alba mi sorpresero mentre io suggellavo questa lettera, che avevo dovuto ricominciare tre o quattro volte prima di venirne a capo.
Giannina, entrando per tempissimo in camera mia, mi trovò alzata. — Povera padroncina — ella sclamò, — la non si è neppur messa a letto, stanotte. Oh! ha ragione, sa. C’è da impazzire, a pensar che se ne va via quell’angioletto. E anche per me, con quell’allegrezza che posso aver nell’anima, anche per me era una gran distrazione il vederla, l’udirla, il giuocare con lei. Ma quando il Signore ha segnato una casa, non c’è scongiuri che tenga, le disgrazie ci piovono dentro come a tetto scoperto. Che cosa abbiamo fatto di male noi due per aver questa sorte?
— Che vuoi che ti dica, buona Giannina! Pazienza.
— Pazienza! Pazienza! — ella ripetè spalancando le imposte. — È un bel rimedio la pazienza.
Il sole indorava i tetti delle case dirimpetto. — Che bel sereno! — sclamò Giannina.
— Meno male. Fanny avrà un buon viaggio — diss’io. E, guardando l’oriolo, soggiunsi: Sono le sei. Passeranno a prender la bimba alle nove. Bisognerà svegliarla.
— Oh la lasci dormire un altro po’. Chi sa come dormirà domani!
— E Maria s’è alzata?
— Era in piedi quando entrai or ora nella camera. Mi fa una gran pena anche lei....
— Su, via, non ci pensiamo e andiamo dalla bambina.
Un raggio di sole si riposava sul letticciuolo di Fanny. _Café-au-lait_, che aveva passato la notte rannicchiato a’ suoi piedi, s’era desto a quel raggio, e in quel momento spalancava la bocca a un lungo sbadiglio e stendeva le quattro zampe. Al vederci spiccò un salto, e venne a lambire le vesti a Giannina e a me.
— Tu pure avrai le tue tribolazioni, povera bestia — disse Giannina, che, contro l’usato, vedeva tutto nero.
Fanny sorrideva nel sonno. Non seppi resistere alla tentazione, e chinatami su lei, le diedi un bacio, quanto potei più leggiero, sulle labbra. Si scosse, e socchiudendo gli occhietti: — Oh, eri tu, zia Maddalena. Sognavo proprio di te.
— Grazie, angelo — risposi sbadatamente. — Ma ora è tempo che tu ti alzi. Lo sai che devono venirti a prendere.
Il suo viso si fe’ scuro scuro, e temetti che tornassimo alla scena di jeri. Ma le dissi e le replicai tante volte che se fosse stata buona sarei andata a prenderla entro pochi giorni, che frenò la sua gran voglia di piangere, e malinconica sì, ma tranquilla, si lasciò vestire. Le mettemmo attorno tutta biancheria di bucato; poi, per la prima volta, affinchè non le dessero noja, annodammo in due treccie i suoi capelli che di costume le piovevano sciolti sugli omeri, e finalmente Giannina le acconciò in dosso un nuovo abito, semplice, a mezzo lutto, che le pareva dipinto. In altri momenti che festa la si sarebbe fatta di questa novità!.... Venne quindi a colazione in salotto, lì ov’ella soleva far salire _Café-au-lait_ sopra una seggiola alla sua destra e metteva la puppattola alla sinistra, ma quel giorno lasciò la puppattola in un canto, e posò in fretta sul pavimento la scodella di _Café-au-lait_, che levava il muso in aria per capire i motivi di quelle nuove disposizioni. Intanto io raccoglievo i balocchi di Fanny, sparsi qui e là nella stanza.
— Che cosa fai, zia Maddalena? — ella chiese, guardandomi.
— Vo’ collocar questa roba nella tua valigia.
— Ma perchè? Non devo tornare fra pochi giorni?
E nell’accento con cui ella pronunziava questa domanda v’era un dubbio così angoscioso, un’ansietà così desolata, che non le lasciai tempo di finire, e dissi — Hai ragione. Smetto. Pensavo però che per questi pochi giorni....
— No, zia Maddalena, finchè non sono teco, non voglio giocar più.... — Indi soggiunse: — Vorrei salire in altana.
Ancora una volta i suoi piedini fecero suonare la scaletta di legno che metteva a quel nostro pensile orto, ancora una volta la sua testina sbucò tra il frascato, e le sue mani tenerelle colsero un grappolo della vite domestica.
_Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ furono precisi all’ora stabilita. _Monsieur Simon_ era più diplomatico, _Mademoiselle Ernestine_ più svenevole del dì precedente. E dir ch’io dovevo affidare a queste due persone la mia Fanny! Mi scoppiava il cuore in pensarlo. Chiamai da parte _Monsieur Simon_, che, al confronto, m’ispirava meno antipatia, e quasi con le lagrime agli occhi gli raccomandai la bambina. Poscia, tolta di tasca una borsa, nella quale erano parecchie monete d’oro, gliela offersi a compenso delle cure ch’egli avrebbe per la piccola viaggiatrice. Ma egli corrugò la fronte con alterezza patrizia, e mi disse che _jamais la noble maison de Serges ne lui aurait fait une honte semblable_. E, con queste parole, respinse l’offerta. Capii di aver sbagliato e gliene chiesi scusa. _Vous n’étiez pas censée de me connaître_, egli rispose. Quell’orgoglio, ch’era pur segno di nobiltà d’animo, mi piacque, ed io replicai che le sollecitazioni che non osavo più fare al servo le facevo al gentiluomo, e ch’io speravo ch’egli sarebbe andato orgoglioso di protegger la figlia del visconte Gastone. — _Elle n’aura pas besoin d’être défendue_ — diss’egli chinandosi leggiermente.
Era l’ora della partenza. Presi fra le mie braccia Fanny e la copersi di baci. Ma dovetti deporla presto, perchè sentivo ch’eravamo ambedue sul punto di piangere. Le acconciai io stessa il cappellino di paglia intorno a cui ondeggiava un sottil velo nero; poi ella mi diede la mano perchè la accompagnassi fino alla gondola. _Café-au-lait_, abituato a non lasciar Fanny un solo istante, veniva dietro macchinalmente e pareva aver capito che non doveva nè abbaiare, nè saltellare. Allorchè fummo alla riva, esso balzò in barca pel primo, ma quando vide ch’io m’accomiatavo nuovamente dalla bambina, montò sulla prora e guaì tre o quattro volte in tuono lamentevole. Poi, la gondola non essendosi ancora mossa perchè _Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ stavano disputando fra loro sul posto ove sedersi, l’amorosa bestiuola spiccò un salto e m’afferrò il vestito coi denti, come mi volesse trascinar dietro a sè.
— Su, via — sclamò uno dei barcaiuoli — il cane parte o resta?
— _Café-au-lait!_ — gridò la vocina di Fanny.
A quella voce, ch’esso non aveva mai lasciato senza risposta, _Café-au-lait_ abbandonò il lembo della mia gonna, e dopo avermi slanciato uno sguardo di rimprovero e di dolore, ridiscese nella barca col muso chino e con la coda fra le gambe.
— Zia Maddalena! Zia Maddalena! ti aspetto presto.
— Addio, angelo.
Rifeci tutti i gradini, e piegatami con la persona, baciai un’altra volta la mia bella innocente che, tenuta da Maria, spingeva la testa fuori del finestrino.
Addio! addio! Il pesante portone della riva s’è chiuso, e l’ampio vestibolo del palazzo è rimasto nell’ombra. Così le tenebre hanno involto il mio povero cuore. Dopo la breve estasi d’un giorno, le dolci speranze; dopo le speranze, i timori; dopo i timori, la desolata certezza. Ma sin che Fanny animava di sua presenza la casa, l’anima mia non era derelitta. Oggi sì che posso chiedere: Perchè vivo?
XXII.
Fanny era partita uno degli ultimi giorni di settembre. Al 3 ottobre il Vicerè d’Italia dichiarava Venezia in istato d’assedio; al 6 compariva l’ordine, che già i più cauti avevano prevenuto, di approvvigionarsi. La città era cupa, pensierosa. Nelle _sagre_, nei _luni nel lido_ brillavano alcuni sprazzi dell’antica allegria, ma anche in quei brevi intervalli era un’allegria forzata, morbosa. Girando con Giannina per le parti più remote di Venezia, vedevo sulla soglia dei miseri tuguri intere famiglie cui andava via via mancando il lavoro e cui sarebbe fra poco mancato il pane. Erano madri il cui seno esausto non aveva più latte, erano bambini squallidi, gialli, cogli occhi infossati, con le labbra penzolanti e senza sorriso, erano uomini che, trovando chiusa l’usata officina, stavano seduti sul gradino della porta, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, col viso nascosto fra le mani, taciturni, accasciati, immobili. Quand’io passavo, i fanciulli tendevano la mano ed io mettevo qualche soldo in mano a tutti. Essi mi benedicevano e mi pareva che la loro benedizione dovesse ricader su Fanny, sulla mia tenera pellegrina. Ov’era essa? Era giunta? Come l’avevano accolta?
Circa alla metà del mese, un dopopranzo, nel tornare a casa con Giannina da una delle solite passeggiate, ci ferisce l’orecchio un fievole guaito. È buio e non furono ancora accesi i fanali. Accovacciata presso allo stipite del portone di casa v’è una bestia che si lamenta e che fa vani sforzi per rizzarsi sulle zampe. Bussiamo; un servo apre tenendo un lume. Giannina ed io molliamo entrambe un grido. Quella bestia che si agita e si lagna è _Café-au-lait_. Dio buono! In quale stato! Ha il pelo irto, le ossa che paiono sul punto di uscir dalla pelle. Dev’esser tutto pesto perchè al solo toccarlo ulula in modo compassionevole; però sembra lieto d’essere fra le sue vecchie conoscenze e ci lambisce amorevolmente la mano. Trasportato in casa, rifocillato, parve rimettersi alquanto e cominciò a muovere qualche passo. Ma come era egli tornato? Come aveva potuto abbandonare Fanny? Come trovare la via? Abbandonare Fanny! No, egli non l’aveva abbandonata sicuramente; chiamata a giurarlo dinanzi a Dio, l’avrei giurato senza paura. L’avranno piuttosto scacciato spietatamente, avranno tentato di affogarlo per isbarazzarsene, i malvagi! Ed esso, levatosi dal pericolo, chi sa come, e perdute le traccie della sua amica, avrà errato a lungo sinchè il provvido istinto l’avrà ricondotto a Venezia. Il più singolare era com’egli fosse riuscito a traversar la laguna, ma non mancavano gli esempi di cani che, inavvertiti, erano scivolati in qualche barca a Fusina od a Mestre, e così avevano potuto arrivare in città. Del resto è agevole immaginarsi come l’ipotesi più naturale non fosse la sola che mi si affacciasse allo spirito. Mi funestavano terribili apprensioni che anche a Fanny fosse incolta sventura, che l’arrivo del cane celasse qualche orrendo mistero e m’irritavo con la povera bestia che non sapeva risolvermi il dubbio. _Café-au-lait_ era malinconico, concentrato, girava per le stanze come un’anima in pena, se s’imbatteva in qualche oggetto che avesse appartenuto a Fanny, un ritaglio di veste, un balocco, vi si fregava attorno mugolando sommesso; se nei miei discorsi con Maria o con Giannina usciva il nome della bimba stava a sentirci col muso all’aria, con le orecchie tese, e dimenava la coda e guaiva.... Ma dì qualche cosa, _Café-au-lait_, spiegati.... Maria che aveva accompagnato i viaggiatori fino a Fusina non sapeva nemmeno ella che cosa pensarsi. Ella assicurava che _Mademoiselle Ernestine_, durante il tragitto, s’era riconciliata con la bestia e se l’era presa in braccio... Così andò per lunghi giorni finchè una lettera del notaio Moussu mi sollevò di parte delle mie angosce. Fanny era arrivata presso la famiglia. La viscontessa Renata l’aveva _trouvée assez bien_, ma era dolente che la bimba fosse così poco istrutta _dans les pratiques religieuses_, e nel mentre incaricava lui, il notaio, di ringraziarmi pel mio _désinteressement_, lo incaricava eziandio di esprimermi il suo rammarico per questa circostanza che la costringeva a rifar l’educazione morale della sua nipotina. Ipocriti! Io ve l’ho data schietta, ingenua, spontanea, e voi volete chiudere il suo spirito nelle strettoie del bigottismo. A ogni modo, poichè senza questo rimprovero io non avrei forse avuto notizie di Fanny, ben venga anche questo rimprovero! Del resto, nessun particolare circa al viaggio. Nulla che mi desse la chiave del ritorno di _Café-au-lait_.
E, a scrivere, ammesso pure che avessero voluto rispondermi la verità, era ormai fatica gettata. La terraferma era piena di nemici, le lettere, o si smarrivano, o erano trattenute per via, o non arrivavano al loro destino che per miracolo. Che giorni tristi volgevano per Venezia! Non passava dì che non giungessero feriti. Li conducevano lungo i canali, in barche spesso scoperte, ammonticchiati gli uni sugli altri. Non si poteva affacciarsi alla finestra senza vedere uno di questi convogli, non si poteva tener le imposte aperte senza udir gemiti ed imprecazioni. L’ospitale era zeppo per modo che un giorno convenne trasportar in altro luogo parte degli infermi. Li trasportarono a braccia per le strade. Che spettacolo! Ai primi di novembre gli Austriaci erano già a Mestre. Gli avvenimenti precipitavano. E in quei giorni appunto, singolare ironia! si compiva la facciata del Palazzo Reale in piazza San Marco coll’innalzamento dello stemma in pietra viva che portava nel mezzo un N coronato e nel campo una stella sormontata da un’aquila coi fulmini agli artigli. La folla guardava mormorando; alcuni slanciavano sommessamente qualche epigramma, presto soffocato dalla paura della polizia. Di tratto in tratto le reminiscenze degli antichi bagordi s’imponevano irresistibili alla popolazione, e allora un ordine inatteso, bizzarro, serviva di pretesto a un po’ di baccano. Così una domenica sera, appena pubblicato il divieto di uscir di notte senza lume, si videro comparire in piazza San Marco duemila lanternini d’ogni forma e colore portati in giro da allegre frotte d’uomini e donne che cantavano e saltavano come fosse di carnovale. A queste follie faceva riscontro la comparsa del pan nero, la fucilazione dei disertori in campo San Francesco della Vigna, la mortalità straordinaria negli ospedali, l’accattonaggio per tutta la città. Con sì lieti auspici si apriva l’anno 1814. Nondimeno la festa dell’Epifania, secondo l’usato, si pubblicò l’avviso che permetteva le maschere, e la domenica successiva alcuni _lustrissimi_ fecero capolino sotto le _Procuratie_. Però, fischiati dal popolo, si ritirarono. A render più intollerabili gli altri patimenti della poveraglia si aggiunse il freddo. Intere famiglie senza pane, senza tetto giravano per le strade chiedendo misericordia; sui gradini dei ponti, sulle soglie delle case, esposti al vento, in mezzo alla neve, migliaia d’indigenti sfoggiavano i luridi cenci e le membra piagate. In mezzo a questo strazio il carnovale passava furtivo, quasi vergognando di sè. I _Ridotti_ e i teatri erano aperti, ma pochi ci andavano, e chi ci andava non osava dirlo; le maschere giungevano in gondola ai brillanti ritrovi e in gondola pure ne uscivano, non avendo il coraggio di mostrarsi per le vie; la _cavalchina_, insuperato spettacolo della nostra _Fenice_, attirava appena qualche centinaio di persone, e i palchi, che solevano vendersi gli altri anni a più di dieci zecchini l’uno, potevano aversi quella sera per una ventina di lire.
Dal di fuori giungevano notizie confuse. Qualche volta il cannone tuonava annunziando vittoria, ma più spesso correva su mille bocche la voce di portentosi disastri che i proclami ufficiali mal potevano celare. E il Governo, sentendo mancarsi sotto il terreno, diveniva sospettosissimo, ordinava la chiusura dei caffè, proscriveva la consegna di tutte le armi, faceva percorrer le contrade da pattuglie innumerevoli.