Part 18
In quei giorni appunto venne condotto a termine il processo del signor Venanzio. Convinto di truffa, lo si condannò a sei anni di carcere. Fu per mia madre un colpo di fulmine. Irreconciliabile meco perchè nell’aiutarla non avevo voluto porgere una mano soccorrevole anche al suo secondo marito, ella s’illuse però sino all’ultimo momento. Venanzio, ella diceva, avrebbe saputo sbugiardare tutti i suoi calunniatori, Venanzio sarebbe uscito innocente. Allorchè intese la sentenza, proruppe contro i tribunali e contro gli avvocati, disse che i suoi nemici avevano corrotto i giudici e che fra questi nemici ero anch’io. Se, anzichè sottrarlo al pericolo di una condanna ignominiosa io ve l’avessi spinto, ella non avrebbe potuto trattarmi più duramente. Ella non veniva più da me, ma io mi recavo qualche volta a vederla. La famigliarità carezzevole de’ suoi modi che s’era conservata in mezzo a tutte le crisi, che, in mezzo a tutte le vicende aveva mantenuto nelle nostre relazioni un certo abbandono affettuoso, quella famigliarità era scomparsa affatto. O non mi parlava, o la sua parola suonava rimprovero. Avevo voluto vincere il mio punto, avevo voluto dividerla dall’uomo ch’io odiavo fin da piccina. Il mio beneficio (e, quanto a me, giuro che non avrei chiamato così un servizio reso a mia madre) era stato anch’esso un mezzo per raggiungere questo scopo; ella non poteva essermene grata. Ma già non c’era da sorprendersene. Io appartenevo a una razza _mercantile_, non avevo la delicatezza dell’aristocrazia, non l’avevo mai capita, lei, che usciva da una famiglia patrizia. Se m’era riuscito persino di attraversare le sue intenzioni su Clara! Non lo sapevo che questa, ch’era la sua vera figliuola, ella voleva maritarsela a modo suo? Io invece, col pretesto che si cercava d’indurla a prendere il velo (come se fosse stato un disonore ed una disgrazia), l’avevo aizzata contro i suoi genitori, e avevo fatto buon viso alle sue tresche con un negoziante a cui adesso avrebbe bisognato darla per amore o per forza, mentre, prima, ci sarebbero stati a dozzine i partiti per lei nella nobiltà veneta. No, no, io non avevo fatto il bene suo, avevo fatto il suo male, e tutto per odio di Venanzio.... Ma ce la saremmo contata fra poco, quando fosse venuto il regno della giustizia, chè già le cose non potevano durare in questa guisa sicuramente, e il Signore l’avrebbe finita coi frammassoni, coi liberali. Allora Venanzio sarebbe uscito di prigione, e ci sarebbero entrati altri che adesso camminavano per le piazze e si spacciavano per santi e per filantropi... Questi e simili discorsi teneva, farneticando, mia madre, e destava, più che ira, pietà. Nè ella si era cangiata soltanto nei modi; era trasformata altresì nell’aspetto. Della sua bellezza, fino a pochi mesi addietro, così rigogliosa, non restavano ormai che pallide traccie. I capelli, pur dianzi nerissimi, le si erano inargentati subitamente; i suoi occhi, che una volta non sapevano piangere, davano segno di aver versato gran copia di lagrime negli ultimi tempi; la persona svelta ed eretta s’era alquanto curvata. Insomma gli anni, i quali parevano per lo addietro averla dimenticata, l’avevano ad un tratto raggiunta. Dopo la catastrofe di suo marito s’era ritirata anche dalla sua società prediletta e si circondava soltanto di alcuni preti della parrocchia che le riempivano la testa di fanfaluche e accarezzavano la sua crescente bigotteria. Clara, egoista per indole, non si dava troppo pensiero di distrarla, ma badava a fare all’amore col suo Roberto, e disarmava le collere materne col fingere un gran fervore religioso. — Almeno Clara ha questo di buono — diceva mia madre — ch’ella non vive da eretica come Maddalena. Il convento le ha servito almeno a farla timorata di Dio.
È agevole immaginarsi che, in questa condizione di cose, io ero sempre più inesorabilmente condannata alla solitudine. Il mio antico crocchio s’era tutto disperso. Veniva soltanto a visitarmi talora Don Gaudenzio, ma l’avevano nominato parroco a Castello e, vecchio com’era, non si avventurava volentieri alla lunga passeggiata che gli toccava fare per giungere sino a casa mia. Inoltre non c’era più la signora Elena che volesse udire le sue poesie inedite, non c’erano più compagni per giuocare alle carte, ed il buon sacerdote finiva sempre col trovarsi spostato.
Giannina e Maria, ch’io avevo tenuto meco anche dopo la partenza di Fanny, erano in quel tempo (lo dico senza vergognarmene punto) le mie due migliori amiche. Alla disuguaglianza della nascita e dell’educazione riparava la bontà schietta dell’animo e la simpatia con cui dividevano entrambe le mie tacite angoscie. _Café-au-lait_, giunto nel miserevole stato che descrissi poc’anzi, era oggetto costante delle loro cure; esse amavano in lui la bambina ond’esso aveva diviso i giuochi e vegliato i sonni, e della quale esso sapeva in quel momento più di noi tutti, e certo col suo guaito lamentava la sorte. La povera bestiuola, circondata da tante sollecitudini, ricuperava lentamente il vigore del corpo, i suoi ossicini andavano rivestendosi d’un più denso strato di polpa, il suo pelo tornava a farsi lucido e fino, ma chi rammentava il vispo _Café-au-lait_ d’una volta, non poteva riconoscerlo senza fatica. Era tardo nelle sue movenze, i suoi occhi, già così vivi e lucenti, erano come appannati, e la sua voce un tempo così sonora moriva spesso in un gemito. Nessuno lo vedeva più fare un salto, nessuno l’udiva più dialogar dalla finestra coi cani del vicinato; per solito si metteva presso al caminetto e stava lì disteso, scaldandosi alla vampa che guizzava capricciosa lungo i tizzoni.
Io non ero certo avara; però fino dagli ultimi anni vissuti nella casa paterna avevo cominciato a persuadermi che la dissipazione nuoce a sè senza giovare agli altri. Temperatissima ne’ miei bisogni e ne’ miei desiderii, avevo, dopo l’eredità dello zio Baldassare, accresciuto il mio patrimonio. Ma le recenti vicende di mia madre, l’assegnamento che avevo dovuto farle, gl’impegni che m’era toccato assumere per sanare i suoi debiti avevano operato un effetto contrario e mi avrebbero reso necessarie alcune economie nel mio sistema domestico. Senonchè, quello non era il momento da pensarvi. Nè a me, nè ad alcuno che avesse senso d’umanità, sarebbe bastato l’animo di licenziare in mezzo a tanta miseria parte della servitù o di ritirar la mano che soleva correr pietosa a lenimento degli altrui dolori. Era il mio conforto, era la mia religione in quei tempi tristi il fare intorno a me più bene ch’io mi potessi. Ogni giorno facevo dispensar pane e brodo ad alcuni fra i più bisognosi della parrocchia; ogni giorno raccoglievo a scaldarsi intorno a un buon fuoco e a rifocillarsi a una colazione semplice ma succulenta di cui portavano i rilievi alla loro famiglia, le fanciulle che anni addietro venivano da me a impararvi a leggere e a scrivere. Povere creaturine! In quella dolce temperatura, dinanzi a quella tavola appetitosa esse dimenticavano per pochi istanti le loro finestre senza imposte, il loro focolare senza legna, il loro desco senza pane. E anch’io dimenticavo tante cose vedendole sorridere. Ma poi, se uscivo di casa, e m’imbattevo per via in altri fanciulli pallidi, con le labbra e cogli occhi scoloriti per fame, mi si stringeva il cuore, e dicevo fra me: — E a questi chi ci pensa?
Sulla fine di marzo la situazione era diventata intollerabile. La carestia era a tal punto che nemmeno ai ricchi era dato trovare pan bianco. Come in Francia ai tempi della rivoluzione, lunghe processioni di donne percorrevano le contrade di Venezia e si recavano sotto le finestre del comandante superiore a Santo Stefano levando altissime grida, nè le sentinelle poste agli accessi di quella piazza bastavano a impedire l’invasione dell’esercito femminile. Ormai la disperazione rendeva audaci, gli arresti, le minacciate fucilazioni non impaurivano più; s’imprecava al Governo, si esultava dei successi degli eserciti nemici. Ricordo sempre che la domenica di Pasqua (era il 10 d’aprile) si udirono le salve d’artiglieria del vascello austriaco ancorato alla Piave che festeggiava una vittoria. Tutta la città fu in moto; la gente accorreva sulla riva degli Schiavoni, sulle _Fondamente nuove_ per raccogliere quei suoni, per confortarsi nel pensiero della prossima liberazione. Come dissi già, ogni concetto politico era sparito dall’animo dei Veneziani; liberazione significava soltanto il termine dei patimenti corporali. Indi si vide il triste spettacolo della vigliaccheria umana. I soldati della guarnigione, che pure erano in gran parte italiani, ch’erano abbronziti dal sole dei campi, che sotto generali famosi avevano traversato l’Europa, erano ormai oggetto di abbominio e di scherno; i valorosi, i buoni erano gli Austriaci, i _caiserlicchi_ che nove anni addietro non si potevano soffrire. Orribile a dirsi, s’insultavano perfino i nostri feriti, quando passavano, gemendo, nelle barche delle ambulanze; i mutilati che, reggendosi a fatica, uscivano dall’ospedale, erano fatti segno di sconci epigrammi. Gli accattoni, le donnicciuole, i fanciulli affamati trovavano un sarcasmo contro queste povere vittime del dovere che parlavano il nostro idioma, che combattevano intorno a una bandiera nostra, che, per la prima volta, formavano il nucleo d’un esercito italiano. Un esercito italiano! Ma chi se ne curava? Chi vi credeva? Quasi nello stesso tempo il vicerè Eugenio e il generale austriaco Nugent avevano parlato in nome dell’indipendenza d’Italia, ma le moltitudini non si davano pena per sapere quale dei due parlava sul serio. La frase era stata ormai tanto abusata!
Non dico poi del giubilo con cui fu accolta la nuova dell’ingresso delle truppe alleate in Parigi e della destituzione di Napoleone. Poichè si era certi che il gigante non poteva muoversi, tutti i pigmei si levarono con grande schiamazzo in nobile gara di vituperi. Quelli che avevano mendicato un suo sguardo, che avevano baciato la polvere calcata dai suoi piedi, che umili o contriti avevano seguito i suoi sfolgoranti corteggi, lieti di passar per lacchè del signore del mondo, adesso andavano a gara per raccogliere una manata di fango e gettargliela in viso. Quando, il 19 aprile, si seppe esser giunta la notizia della cessione di Venezia, essersi dato l’ordine di levar dalla piazzetta la statua di Napoleone e dalla facciata del palazzo lo stemma imperiale, la folla accorse dai più remoti angoli della città per assistere allo spettacolo, e si sarebbe fatta giustizia da sè se non fosse intervenuta la truppa. Indi nacquero risse e ferimenti. La canaglia, sempre codarda, trovava il coraggio per commettere una viltà, e si scagliava sulle baionette italiane che facevano siepe all’effigie del principe caduto. Nondimeno la statua non venne rimossa che il mattino del 20 alle cinque, e benchè fosse ancora notte, la Piazzetta formicolava di popolo, che pareva aver dimenticato il freddo, la fame e ogni specie di patimenti nel gran giubilo di quell’istante. Il giorno stesso strepitose acclamazioni salutarono un generale austriaco sbarcato sul Molo. I vecchi capitani della Repubblica, reduci dalla guerra di Chioggia e dalla battaglia di Lepanto, non potevano accogliersi con maggiore entusiasmo. O Venezia, il cielo, prolungando la mia triste esistenza, mi consentì di vederti rigenerata a una prova di sangue e di fuoco; tre anni fa un altro assedio ti lavava da ogni taccia di fiacchezza; i tuoi figli, languenti per fame, non invocavano il nemico, ma combattevano sugli spalti; scrosciavano le palle ardenti sui tetti, ma nessuno diceva d’arrendersi; la pestilenza infieriva, ma i malati sul loro letto di dolore morivano col sacro nome d’Italia sul labbro. E quando convenne capitolare, e gli Austriaci, al suono delle loro musiche, ornati il capo di mirto, percorsero le vie della città riconquistata, non una voce si levò ad applaudirli, non un fazzoletto si agitò incontro ai vincitori.
Dallo spiraglio di queste imposte socchiuse, io vidi i loro ufficiali vestiti di pompose uniformi e con le piume ondeggianti al cappello, li vidi sdraiati nelle gondole voluttuose guardando con inquietudine le grandi moli dei bruni palazzi, e le case che pareano deserte, e rammentai il tempo in cui tutte le porte si aprivano, tutte le fronti si spianavano allegre dinanzi ai nuovi signori. E adesso, o mia povera patria, il giogo ti pesa sul collo, nè per quanto è vasto l’orizzonte che abbracci con l’occhio, un lembo d’azzurro interrompe il tuo cielo grigio e uniforme; ma il tuo nome è redento, ma il sorriso della cortigiana non deturpa il tuo volto atteggiato a maestoso dolore. La mia anima è chiusa ad ogni dolce impressione, ma non è chiusa però a quest’orgoglio, di saperti, o mia patria, rispettata da tutti, di saperti nobile e grande nella tua sventura, io, che ti vidi così bassa e spregievole!
Certo allora, nel 1814, quello che mi feriva maggiormente non era che si lasciasse cader con indifferenza il Governo italico legato al carro d’un desposta; era che a sei o sette anni di distanza s’imprecasse vilmente a ciò che si era schifosamente adulato, che l’arrivo dei nuovi stranieri paresse suprema ventura.
Questo pazzo giubilo durò più settimane, non così però che in mezzo al giubilo non rimanesse posto per la lurida miseria, per l’accattonaggio sfrontato e per le aggressioni notturne. Indi il popolo si diede alla devozione, e il podestà Gradenigo invitò la città a una funzione religiosa di sette giorni consecutivi, a principiare dal 5 maggio. Tutte le parrocchie dovevano successivamente recarsi alla basilica ad adorarvi il Sacramento ivi esposto in permanenza. Finita la settimana, e come a suggellare la cerimonia, sarebbe successa una processione generale in piazza San Marco. Inutile dire i preparativi che se ne fecero, la folla che vi accorse. Non erano spettacoli per me, ma seppi che da tutti i balconi delle Procuratie pendevano tappeti ricchissimi, che si accalcava alle finestre, sui tetti, sul campanile, e una pubblicazione dell’epoca dice che v’intervennero 995 sacerdoti, 165 ex-monache e 21.065 secolari. Queste cifre spiegano abbastanza come Venezia nel maggio 1814 ringraziasse il cielo della sua schiavitù.
XXIII.
È agevole immaginarsi che il mio primo pensiero, appena finito l’assedio, fu quello di scrivere in Francia per chiedere conto di Fanny. Erano sette mesi ch’io non ne avevo notizia, e in sette mesi quante cose potevano esser succedute! Durante il blocco, il pensiero ch’era inutile spedir lettere e che non era sperabile riceverne faceva sì ch’io mi rassegnassi tristamente al silenzio; la mia inquietudine si destò, ed accrebbe a mille doppii tostochè le comunicazioni postali furono ristabilite. Mi pareva che se il notaio Moussu, o i congiunti di Fanny avessero avuto senso d’umanità, essi non avrebbero tardato a informarmi della bambina; la loro trascuratezza riempiva il mio animo de’ più sinistri presagi. Il minor male ch’io potessi supporre era che Fanny si trovasse fra gente senza cuore. E come mai simil gente avrebbe potuto renderla felice! Ma spesso io temevo molto di peggio. L’idea del ritorno di _Café-au-lait_ si associava nel mio spirito a non so che larve paurose ond’io torcevo inorridita lo sguardo. Esse fuggivano come i sogni quando la ragione era presente appieno a sè stessa; come i sogni mi si riaffacciavano quand’io lasciavo libero il corso alla fantasia.
I messaggi, tanto aspettati, arrivarono. L’uno, brevissimo, del notaio, mi diceva che Fanny era un po’ tarda a ricambiare l’affetto della sua famiglia, era di carattere un po’ chiuso e _maussade_, ma che alla lunga avrebbe finito certo coll’adattarsi. L’altra lettera era di _Monsieur Simon_. Era vergata con moltissimo studio, ma l’accuratezza della calligrafia non serviva che a porne in maggior risalto l’infelice grammatica e la dicitura contorta. _Monsieur Simon_ mi scriveva in gran segretezza scongiurandomi di non mettere in ballo il suo nome. Mi scriveva perchè aveva potuto persuadersi coi suoi propri occhi dello straordinario amore ch’io sentivo per la _jeune vicomtesse_. Non gli era dato nascondermi che la piccola Fanny stava poco bene. Dopo un incidente avvenuto durante il viaggio e in causa del quale s’era smarrito il fedel cagnolino, la bimba non aveva mai cessato di piangere fino al suo arrivo, e aveva concepito una avversione invincibile per _Mademoiselle Ernestine_. Giunta al castello, la sua malinconia, anzichè diminuire, s’era accresciuta ed ella non aveva voluto associarsi ai suoi _nobles cousins_, che, dal canto loro, non erano stati _prévenants_ verso di lei. La sola persona con cui si trattenesse di buon grado era egli, ma la nobile viscontessa Renata non amava che una figlia del defunto Visconte passasse molte ore con un _doméstique_. Le aveva preso, in luogo di _Mademoiselle Ernestine_, una _bonne_ della Normandia, _excellente demoiselle d’une famille noble appauvrie par la révolution_, ma non pareva che tra la fanciulla e lei ci corresse una gran simpatia. Poi v’era _la marquise Virginie_, donna di carattere così strano.... E qui alcuni puntini tradivano le reticenze di _Monsieur Simon_. Insomma, era la conclusione della lettera, egli la vedeva deperire e ne soffriva nel fondo dell’anima, perchè s’era affezionato alla fanciulla più di quanto potessi credere. Perciò aveva pensato di rivolgersi a me per consiglio e mi pregava ch’io gli rispondessi a Nantes a un nome supposto affine di non dar sospetti in famiglia. _Mademoiselle Fanny_, che non era _une enfant_, ma _une véritable demoiselle_, sapeva ch’egli mi aveva scritto, ma non lo avrebbe certo detto a nessuno. Ella mi mandava tanti baci, e mi aspettava sempre, ripetendo a tutti ch’io avevo promesso di andarla a prendere.
Questo epistolario con _Monsieur Simon_, la sola anima pietosa che vi fosse in casa de Serges, si protrasse per alcuni mesi. Fanny mi si dipingeva sempre malinconica, sofferente, aliena dai giuochi della sua età. Ella spianava la fronte e snodava le labbra, soltanto quando poteva sguisciarsene dalla sua guardiana e recarsi presso _Monsieur Simon_, a discorrere di Venezia, di me, del suo _Café-au-lait_. Le era stata una grande consolazione il sapere che questo suo cagnolino fosse vivo e avesse trovato modo di tornarsene a casa, ma poi s’era disciolta in lagrime pensando che solevano trastullarsi insieme e che ormai non si vedrebbero più, poichè la zia Maddalena, cattiva, aveva fallito alla sua promessa e non veniva a prenderla e ricondurla a Venezia.
Si può credere che allegria mi facessero queste comunicazioni. Quand’esse mi mancavano, tremavo, quando giungevano, piangevo. Tuttavia il silenzio mi sarebbe stato maggiore strazio e lo scambio di lettere con _Monsieur Simon_ formava parte integrale del mio piccolo mondo. Io vivevo più che mai entro il mio guscio di chiocciola. Non potevo cacciarne fuori il capo senza un disgusto profondo. La mia patria, che porgeva volonterosa i polsi alle nuove catene, mi destava un senso misto di pietà e di ribrezzo. Mia madre aveva perduto le grazie della persona e dei modi che, negli anni addietro, cingevano d’un fascino irresistibile la sua frivolezza, passava metà della giornata in chiesa e nell’altra metà imprecava a tutti coloro che avevano contribuito a rovinare il suo Venanzio, compresovi il Governo austriaco che non aveva capito esser suo primo dovere, appena entrato in possesso della città, di liberare quell’integro uomo. Clara diventava sempre più bella, ma i germi dell’egoismo portati nel nascere, educati nelle pareti del chiostro, davano frutti meravigliosi. Ella aveva completamente aggiogato a sè il buono e savio giovane che s’era invaghito della sua avvenenza, e ne aveva fatto un docile strumento della sua volontà. Anche l’amore era in lei un modo di soddisfare i suoi gusti; nulla di più. Associarlo all’idea del sacrificio, dell’abnegazione, non era cosa ond’ella si sentisse capace. Io la vedevo pochissimo. Ella s’era ricordata di me quando aveva creduto ch’io potessi esserle utile, io aveva fatto per essa ciò che mi pareva mio obbligo di fare. Cessato in lei il bisogno, svanito in me il senso del dovere che mi aveva indotto ad accorrere in suo soccorso, prevalsero le antiche ritrosie, le antiche ripugnanze, inesplicabili, invincibili. Accade nella vita di società che vi siano persone alle quali occorre esser presentati ogni volta, giacchè, per quanti siano i colloqui che avete con loro, esse vi rimangono estranee. Nelle famiglie il contatto d’ogni giorno spesso non basta a creare la dimestichezza intima, la dimestichezza dell’anima; troncata, per una ragione o per l’altra, la convivenza, sparisce qualsiasi alimento alle mutue relazioni, e il cuore con sua meraviglia s’accorge di non sentire alcun vuoto. Così accadeva fra Clara e me. Ci evitavamo per un tacito accordo. Il sacro nome di sorelle non bastava a stringerci insieme. Quando io me le avvicinavo, sorgeva a frapporsi tra me e lei il pensiero della predilezione che il signor Venanzio aveva mostrato per essa, dei discorsi che mi avevano ferito l’orecchio al momento della sua nascita, delle parole proferite dallo zio Baldassare prima di morire.
Del resto, se le mie inclinazioni mi avevano sempre fatta schiva dei convegni romorosi e del viver brillante, lo stato presente del mio animo non era tale da indurmi a cangiar sistema. Quando pur lo avessi voluto, quando pure avessi cercato, ultimo rimedio alle cure assidue, affannose, il frastuono assordante della società leggera e pettegola, la dura necessità mi avrebbe ormai impedito di appagare il nuovo capriccio. Avevo perduto quasi tutte le mie vecchie relazioni, l’amor mio pel Visconte aveva compromesso il mio nome verso quelli (e son tanti!) che sorridono indulgenti a mille tresche spudorate e non perdonano alla fanciulla un affetto onesto, avevo infine, nelle ultime vicende, assottigliato per guisa il mio patrimonio da esser costretta alla più rigida economia. Non ero mai stata bella, ma adesso non ero nemmeno più giovane. Avevo ventisette anni, e quella età che brilla come la luce del meriggio sul volto della sposa felice, si riflette come un malinconico tramonto sul fronte della zitella disingannata del mondo. A ventisette anni è cominciata per la donna l’età delle memorie; povera lei se quelle memorie son tristi!
Avevo avuto un bel sogno ed era svanito; sotto i ghiacci della Beresina erano state sepolte tutte le mie speranze. Non mi restava che una camelia avvizzita sul petto, e lontano, lontano, un altro pallido fiore sbocciato al sole d’Italia ed ora chiuso fra i cristalli d’una serra, ahimè, moribondo anch’esso come la mia gioventù, come la gioventù del mio cuore!
Fanny è a letto da due giorni — mi scriveva _Monsieur Simon_ nell’agosto 1814. — Non sarà nulla, ma io sono triste ed impensierito. La mi parve così pallida questa mattina, quando le portai un poco di brodo. Si mise a sedere, e volle prender colle sue manine la tazza, ma quelle manine tremavano come foglie. — Pochi giorni dopo, il fido servo mi annunziava che Fanny s’era alzata, ma era sempre debole, e, secondo lui, avrebbe avuto bisogno di cambiar aria.
Mi balenò alla mente un pensiero subitaneo; volare a Nantes, commuovere l’animo del notaio Moussu e persuaderlo a darmi il suo appoggio, andare seco, se fosse possibile, o sola, s’egli non avesse voluto accompagnarmi, alla residenza dei de Serges, gettarmi ai piedi della viscontessa Renata e scongiurarla, in nome della memoria del suo Gastone, a permettere che Fanny venisse a ristorare le sue forze in Italia. Oh! io non potevo credere che la vecchia signora fosse deliberata a far morire la figlia del suo figliuolo. E sentivo ch’io avrei accettata qualunque condizione ella mi avesse imposto, sentivo che s’ella mi avesse detto: ad ottenere ciò che bramate occorre che non siate più per Fanny la zia Maddalena d’un tempo, ma un’umile ancella obbediente al cenno della compagna ch’io le avrò dato; ebbene, io avrei risposto di sì.