Il quaderno della zia

Part 16

Chapter 163,826 wordsPublic domain

Circa a Clara c’era da chiarire un punto tuttavia oscuro. Chi era quel Roberto a cui la giovinetta con enfasi di collegiale aveva giurato _eterna fede_, e per amor del quale era fuggita di convento? La fanciulla che teneva di sua madre per la spensieratezza, quantunque fosse molto più furba, e, diciamolo pure, molto meno schietta di lei, non ne sapeva o non se ne ricordava il cognome. Certo egli doveva averglielo detto una delle prime volte che s’eran visti, quando egli, rematore espertissimo, veniva col battello sotto al muricciuolo che cingeva il giardino del convento, ed ella, aiutata da una compagna, a cui aveva reso uguale servigio, s’arrampicava faticosamente sino a sporger col capo al disopra del parapetto e poteva sostenersi cinque minuti in quella critica posizione. Ma tanta era la paura di esser sorpresa, e tanto la sgomentava ogni stormir di fronda che non aveva raccolto senonchè qualche suono confuso. In altri colloqui, avuti poi meno disagiatamente, non v’era più stata occasione di mettere in campo il cognome. Ella lo aveva chiamato soltanto Roberto. Sapeva bensì ch’egli era di buona famiglia, che suo padre era provvisto di beni di fortuna ed esercitava la mercatura. — Ma come mai — diceva Clara con voce piagnucolosa — non si è egli ancora fatto vedere? — Quanto a me, ero d’avviso che non lo si sarebbe nemmeno più visto, e che tutto sarebbe finito come finiscono le galanterie di due ragazzi. Però m’ingannavo, e codesto Roberto era molto più serio ch’io non avessi supposto. Egli non tardò a presentarmisi, e a dirmi che, per quanto condannabile fosse il modo in cui egli aveva iniziato una relazione con mia sorella, egli si rendeva ragione di tutti i suoi doveri. Amava perdutamente la bella, l’adorabile Clara, voleva presto o tardi, farla sua sposa. Non si sgomentò della catastrofe che colpiva in modo indiretto la nostra famiglia. Il cognome di Clara era Lisari, egli disse, ed era un cognome che non aveva macchia. Osservatogli da me che Clara era sotto la dipendenza di sua madre e che a sua madre non era possibile discorrere pel momento, visto la concitazione del suo animo, egli si dimostrò prontissimo ad aspettare, e a far tutto quello ch’io volessi, pur che gli fosse dato contare sul mio appoggio. Sull’esser suo, sui suoi disegni per l’avvenire mi offrì le informazioni più particolareggiate e soddisfacenti. Insomma mi pareva un giovane raro, una mosca bianca, nè potei fare a meno di dire a Clara — Va là che sei proprio nata con la camiciuola. E poi sosterranno che la bellezza è una superfluità!....

XX.

A occuparsi degli altri, anche se l’occupazione è forzata, si dimenticano per poco le proprie angustie, ed io così, in quei giorni di crisi che avevano assottigliato di tanto la mia vantata ricchezza e accresciuto, con la fuga imprevista di Clara, le mie cure ed i miei fastidi, avevo distratto alquanto l’animo dal pensiero più assiduo, più intenso che mi logorasse la vita, dal pensiero di Gastone e di Fanny. Nessuna lettera da Nantes o da altra parte che mi desse nuova del Visconte. Quanto a Fanny, ella andava ripigliando la sua tranquilla serenità. Aveva cominciato col guardar curiosamente Clara; poi vi si era avvezza e non le badava. Non avevano però, mia sorella e lei, una grande simpatia reciproca. Clara amava poco i bambini, e so che quando le fu noto com’io mi fossi fatta la custode di Fanny, ebbe a dire ch’io avevo gusti assai strani e ch’ella non si sarebbe mai presa una briga simile. Cose che mi disgustavano e mi facevano desiderar vivamente che mia madre si sbrigasse a riconciliarsi seco e l’accogliesse in casa. Ma la povera donna era ancora intrattabile. Non solo non m’era grata per ciò ch’io avevo fatto per lei, ma non mi perdonava di aver diviso le sue sorti da quelle di suo marito, e non voleva veder nè me, nè Clara, che con la sua fuga scandalosa aveva precipitato il disastro. Certo ove l’animo mio fosse stato scevro di passioni, avrei dovuto riconoscere che le ragioni di mia madre non erano basse ed ignobili, e poichè ell’amava _quell’uomo_, e ne aveva fatto il signore della sua vita, riusciva naturale ch’ella si dolesse che la mano ond’ella era stata soccorsa avesse invece respinto lui nell’abisso. Ma io riandavo i segreti dolori di mio padre, e mi vinceva un impeto di gelosia pensando ch’egli, savio, buono, onesto, amorevole, aveva sofferto in silenzio spregi ed onte infinite da quella donna medesima che oggi sfoggiava tutte le virtù femminili in favore di colui dal quale aveva appreso l’oblio dei propri doveri. Oh lo stato del mio animo non può essere inteso che da chi si sia trovato in condizioni pari alle mie, e io non auguro a nessuna giovane una tale sciagura! Sì, io esultavo oggi della vergogna che ricadeva sul capo al signor Venanzio; la sicurezza che una condanna ignominiosa l’avrebbe colpito mi empiva d’una gioia feroce. Non lo dissimulo e non me ne lodo; so che questa gioia dei mali altrui deve ripugnare a chi abbia senso di gentilezza, ma io non giudico, narro. Del resto, io tengo per fermo che se quella triste consolazione non fosse venuta a interrompere il corso de’ miei pensieri sempre rivolti ad un punto, sempre informati a una cupa e inquieta mestizia, il mio spirito si sarebbe accasciato senza rimedio.

Non dovevano però tardare gli avvenimenti destinati a riaprire, e questa volta in modo più crudele che mai, la mia piaga. Ogni settimana io mandavo alla posta per sentire se fosse giunta una lettera all’indirizzo ch’io avevo dato al notaio Moussu, e quando mi si diceva che non v’era nulla, ne provavo un infinito sollievo. Quelle lettere non potevano più essere una speranza, erano una minaccia, un incubo che mi pendeva sul capo. Esse non potevano dirmi ormai che una cosa: Gastone è morto. E questa cosa significava: Restituite Fanny. Perciò io non osavo più scrivere a Nantes. Anzi, trascorso il 1813, avrei smesso altresì di far le mie ricerche alla posta. Mi sarei forzata a credere che non vi fossero sicure notizie della fine di Gastone, e che quindi io non avessi diritto di consegnare in mani d’altri il deposito ch’egli mi aveva confidato. Indi avrei tentato di vivere dimenticata dal mondo, di vivere sola con Fanny e per Fanny, di vederla crescere sotto a’ miei occhi, di educarla, e di dirle poi, quand’ella fosse grandicella: Fanny, tu appartieni a una cospicua e ricca famiglia francese, ma tuo padre è partito un giorno per la guerra e ti raccomandò alle mie cure dicendo che sarebbe venuto a prenderti. Non venne, e tu capirai che cosa significhi un padre che non viene più a cercar di sua figlia. Tu lo capisci, è morto. Avrei potuto condurti nel castello de’ tuoi avi, e saresti cresciuta in mezzo all’opulenza ed al lusso. Ma sarebbe stato mestieri ch’io mi separassi da te, e non ne ebbi la forza. Ti tenni meco, cercai di fare per te quello che avrebbero fatto i tuoi genitori se fossero vissuti, i tuoi congiunti se t’avessero allevata fra le pareti domestiche. Oggi giudica tu. Se errai, perdonami; se vuoi ritornare presso la famiglia di tuo padre, eccoti i documenti che provano i tuoi diritti; decidi...

Sogni! Una mattina di agosto (eran corsi già tanti mesi, il signor Venanzio era sotto processo, e mia madre, benchè addoloratissima, s’era riconciliala con Clara) io insegnavo a Fanny a compitare, quando il servo ch’era stato alla posta mi consegnò una lettera. Ella portava l’indirizzo da me dato al notaio Moussu, e non v’era dubbio che fosse sua. Il sangue mi si gelò nelle vene, un pallore di morte mi si diffuse sul volto mentr’io ne fransi i suggelli con mano tremante. Fanny s’accorse del mio turbamento, perchè chiamò sbigottita Giannina. Io lessi: — «In questi giorni soltanto si potè accertare la morte del colonnello Gastone, visconte di Serges, successa il 28 novembre 1812, nel terribile passaggio della Beresina. È quindi venuto il momento per l’anonimo di svelarsi e di espor le gravi ragioni che lo avevano mosso a chiedere questa notizia.»

«ANDREA MOUSSU, _Notaio a Nantes_.»

Non una parola che temperasse il significato tremendo di questo messaggio, non una parola spirante simpatia. Come una lama affilata che recide l’ossa ed i nervi, esso recideva l’ultime mie speranze, e io mi sentivo travolta in un abisso senza fondo. Oh chi aveva vergato quelle linee doveva essersi inaridito il cuore nella polvere degli archivii e aver chiuso il proprio orizzonte nel breve cerchio de’ suoi scaffali! Nelle mie lettere vergate con mano tremante esso non aveva indovinato nemmeno una donna. Chi sa! L’anonimo appariva nel suo pensiero un creditore importune, o un postulante avvezzo ai benefizi del Visconte, e oggi desideroso di raccogliere i rilievi della sua eredità.... Ma, del resto, bella pretesa la mia, che si apprezzasse il mio sagrifizio, e si avesse pietà del mio dolore, se non ero stata meno cauta e prudente nello scrivere che il notaio non fosse nel rispondere.

Quando alzai gli occhi dal foglio nefasto avevo a un lato Giannina, e dinanzi a me Fanny. Era quieta, composta in viso ad un’aspettazione rassegnata e tranquilla come avrebbe potuto essere piuttosto una ragazzetta di dodici o quattordici anni che una bimba di quattro. Ella sentiva che c’era qualche cosa di molto serio, di molto tristo; ella sentiva che bisognava esser buoni, non domandare, attendere, e se ne stava zitta, lisciando con la mano il suo cagnolino che si era alzato sulle due zampe e le si appoggiava alla persona e pareva invitarla a dirgli di che si trattasse.

— Povera Fanny — esclamai aprendole le braccia — non hai più babbo.

Allora, certo, alla sua mente tenerella balenò la ricordanza confusa dei baci e delle carezze paterne, e rivide l’alta e marziale persona, e le piume ondeggianti al cappello, e la smagliante uniforme, e l’elsa poderosa ch’ella aveva invano tentato d’impugnare con le sue manine.

— Adesso voglio restar sempre con te — ella disse quand’ebbe finito di piangere. E questo pensiero pareva rasserenarla.

Dovevo io strapparle anche questa illusione? Non n’ebbi coraggio, e le risposi: — Sì, bimba mia, resterai sempre meco.

In tutto quel giorno ella non volle scostarsi un momento da me; non toccò nemmeno uno de’ suoi balocchi, non permise a _Café-au-lait_ che le saltasse addosso come era suo costume, e la sera mi pregò che l’accompagnassi io a letto invece di Maria.

Quando, spogliata, s’inginocchiò sulla coltrice e congiungendo le mani s’accinse a mormorar la sua breve preghiera, fu colta da un’idea e mi chiese timidamente: — Io solevo pregar pel papà; ma ora?....

— Prega ugualmente, carina.

— Ma se è morto?

— I buoni non muoiono — risposi — Vanno in un altro luogo ove si sta meglio di qui.

— Ed io potrò trovare il babbo in quel luogo?

— Sicuro che lo troverai, ma di qui a molto tempo....

— Dimmi, e ci sarà anche la mamma?

— Sì, angelo, ci sarà anche lei.

— Ma come farò a conoscerla che non l’ho mai vista?

— Oh sta tranquilla che la ti conoscerà lei, e ti verrà incontro, e ti prenderà tra le sue braccia... Intanto va, dormi, carina — soggiunsi rassettandole le coltri.

— Sì, ma voglio che tu pure ci venga in quel luogo.

— Oh cara, ci verrò, ci verrò.

— E perchè non ci potremmo andar subito?

— Dormi, dormi, tesoretto mio, non ci si va quando si vuole. Bisogna aspettar che ci chiamino.

E mi chinai sulla bambina che già aveva abbassato le palpebre, e ravviandole una ciocca di capelli sulla fronte, le diedi un bacio per accomiatarmi. Pareva ch’ella dormisse, ma si scosse ad un tratto, e gridò: — _Café-au-lait! Café-au-lait!_

La fida bestiuola ch’era a piedi del letto, tutta mortificata perchè la sua padroncina non l’aveva, secondo il solito, chiamata a prendere il suo posto, mise un guaito di gioia, e saltando sul capezzale di Fanny leccò me e lei a vicenda, mentre la fanciulla diceva: — Povera bestia, t’avevo dimenticata stasera, ma non mi accadrà più, sai.... — Indi, rivoltasi a me.... — Zia Maddalena — disse — in quel luogo, là dove non si può andarci se non chiamano, chiameranno anche _Café-au lait_?

Ma non aspettò la risposta, e chiuse gli occhi, e questa volta si addormentò davvero.

In quella cameretta tutta innocenza, ove non si sentiva altro che l’alito della bambina, mi misi anch’io in ginocchio, io che non pregavo da un pezzo, e scongiurai il Signore che mi desse la forza di compiere il mio dovere, di eseguire, per quanto mi costasse, gli ordini di Gastone. Ogni cosa era ancora in mia mano; s’io avessi distrutto il piego che conteneva la fede di nascita di Fanny e il testamento del Visconte, chi avrebbe chiesto della fanciulla? Quando pure fosse giunto sino alla famiglia di Serges la voce che il colonnello aveva lasciato una figlia, era presumibile che se ne domanderebbe conto troppo sollecitamente, se il trovarla avrebbe significato divider con lei una sostanza ormai distribuita fra gli altri congiunti? Però Gastone aveva una madre, con l’anima ottenebrata da pregiudizi aristocratici, ma sempre madre. Certo a lei non dorrebbe di accogliere fra le sue braccia un pegno del figlio perduto! E a ogni modo, avevo io il diritto di tradire la volontà espressa d’un padre? Quello ch’io credevo amor per Fanny non era piuttosto amor di me stessa, non era paura dell’isolamento in cui sarei rimasta dopo la sua partenza? Ma s’ella non voleva separarsi da me, se il lasciarmi l’avesse fatta patire, morire forse! Dio mio! Morire! Fanny, la vispa Fanny! Lei che, amorosa e fidente, s’era addormentata con un mio bacio, lei che mi aveva fatto prometterle di rimaner sempre seco! Però, d’altra parte; e il mio pensiero oscillava come pendolo ora di qua, ora di là; s’io non restituivo Fanny ai suoi parenti, s’io annientavo le prove ch’ella fosse una de Serges, quale sarebbe stato il suo nome, quale il suo posto nel mondo? Se, un giorno, ella mi avesse rimproverata, ella stessa, di averla lasciata crescere una trovatella, di averla esposta alle celie insolenti delle sue coetanee!.... Se, un giorno, avesse dovuto arrossire dinanzi all’uomo del suo cuore, se la mia parola non fosse bastata a persuadere ch’ella nasceva di nozze legittime, se, per cagion mia, fosse stata infelice! Ah no! era impossibile; il mio cammino era inesorabilmente segnato.

Altre ragioni contribuivano ormai a farmi romper gl’indugi. Le sorti della guerra volgevano infauste alle armi francesi, e già in Venezia si andava discorrendo della possibilità di un assedio. In mezzo all’usata spensieratezza della popolazione si facevano strada sinistri presagi. Si sarebbe patito la fame, e con la fame avremmo avuto la peste, e chi sa che altro flagello. Le donnicciuole parlavano del castigo di Dio, il clero, timido ancora e rimesso, tant’era lo sgomento che il solo nome dell’Imperatore infondeva negli animi, benchè ormai la fortuna paresse averlo abbandonato, bisbigliava per le sacrestie che la cattività di Pio VII e la proclamazione del Re di Roma gridavano vendetta, e che, secondo il solito, ne avrebbero patito anche gl’innocenti; i fidi a San Marco speravano che si sarebbe ripristinata la Repubblica, e dicevano che per riavere la Repubblica bisognava affrontare allegramente qualunque prova. Erano questi i meno sfiduciati; tutto il resto della popolazione non sapeva quello che si volesse: ne avevano passate tante! Prima San Marco, poi la Repubblica democratica, poi i Tedeschi, poi Napoleone. C’era da sbollir tutti gli entusiasmi. La libertà! Chi ne parlava più? Chi vi credeva? Pur che s’abbia la _polenta_ a buon mercato, purchè non mandino ogni giorno le nostre creature al macello, vengano anche i Turchi! Ma, intanto, altro che buon mercato! Non v’era cosa che non rincarasse, le famiglie prudenti si approvvigionavano per qualche mese, e fra la poveraglia che aveva appena il modo di vivere alla giornata, venivano a galla certi figuri di mal augurio, dicendo: Ah! i signori fanno le loro provviste. Tanto meglio! Sapremo dove sfamarci. — Vergine santa! che tempi! — sclamavano i più paurosi. A star qui dentro ci minaccia il blocco. A uscir di città, non si sa dove mettersi al sicuro che non ci capiti addosso una truppa o l’altra. Beati quelli che sono a due piedi sotto terra e non si trovano fra questi trambusti!

Fu ai primi di settembre, sotto l’impressione di questi discorsi, che un giorno presi dal suo cassetto il piego fatale, e lo inchiusi in una lettera al notaio Andrea Moussu. Quand’ebbi affidata questa lettera alla posta, mi parve d’aver sottoscritto la mia sentenza di morte. Avrei voluto dispor l’animo di Fanny a ciò ch’era irrevocabile, avrei voluto avvezzarla a star meno con me, ma le parole mi morivano sulle labbra, ma io non sapevo respingerla quand’ella mi veniva presso, e colla sua vocina squillante mi diceva: — Zia Maddalena, dammi un bacio.

XXI.

Questa volta la risposta non si fece attendere. La famiglia de Serges, scriveva il notaio, aveva letto con grande maraviglia i documenti lasciati dal Visconte, e s’era doluta che la persona a cui quei documenti erano stati consegnati li avesse tenuti occulti sì a lungo. La disgraziata _liaison_ del Visconte aveva afflitto soprattutto la nobile signora Viscontessa sua madre; nondimeno, poichè un vincolo così disuguale era stato all’ultimo momento benedetto dalla chiesa, si era pronti ad accogliere nel castello la fanciulletta Fanny affine di darle una educazione conforme al suo nome e al suo grado. Le vicende politiche esigevano che non si perdesse tempo; perciò questa lettera di poco avrebbe preceduto _Monsieur Simon_, antico servo di casa de Serges, e _Mademoiselle Ernestine, gouvernante_, che la nobile viscontessa de Serges, madre del defunto Visconte, assegnava alla bambina. Era inutile, anzi non si desiderava che altre persone di Venezia l’accompagnassero. Quanto a lui, uomo d’affari della famiglia, egli era incaricato di chiedere la nota delle spese occorse pel mantenimento della _jeune Vicomtesse_, a cui il defunto Visconte non avesse provvisto. Saputo questo, soggiungeva la lettera con calma imperturbabile, la nobile famiglia non avrebbe mancato di far avere un congruo compenso a chi aveva custodito per tanti mesi una de Serges.

Oh come s’inganna chi crede di poter dire: Ho toccato il limite estremo delle sventure e dei patimenti! Io, povera martoriata, l’avevo creduto; ma no, c’era da durar peggio, peggio assai. Perder Fanny era ancora un nonnulla, bisognava aggiungervi questa umiliazione d’esser trattata come una mercenaria. Non vi offrivano nemmeno una parola di grazie, vi offrivano, se volevate riceverla, una borsa. Oh! Fanny, e a te pure irrigidiranno il cuore, e tu pure dimenticherai, fra gli splendori del tuo soggiorno, la zia Maddalena che ti ha tanto amata. Ma se invece, o mio gracile fiore, quell’aria non fosse fatta per te, se quella stessa gelida boria con cui si trattava la donna che ti aveva raccolta si usasse verso di te, figlia di oscura popolana, se gli scherni avvelenassero la tua anima ingenua, togliendoti, oltre alla felicità, anche la gentilezza e la confidenza di chi vive cinto d’amore e di cortesia, o che delitto non avrei commesso dandoti in mano a simil razza di gente?

E non era lecito di prorompere, di rendere offesa per offesa, perchè non ne ricadesse il colpo sulla bambina, perchè quelle anime ingenerose non se ne vendicassero sul suo capo innocente!

Oh che pena era allora il metter da parte i vestitini di Fanny e la sua biancheria, proprio come si fa per una sposa che lascia la casa materna! Che pena era sentirla parlar del futuro e di _quando sarebbe grande_, come se il futuro (che dico il futuro?), la domane, non avesse dovuto sbalestrarla in altri paesi, in mezzo ad altre abitudini!

E la era in altana con la Maria e col suo inseparabile amico, quando mi si presentarono _Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_. Sapevo pure ch’essi dovevano venire; tuttavia a vederli sentii una trafittura al cuore.

Erano d’aspetto molto diverso. _Monsieur Simon_ pareva un uomo verso i sessanta; di capelli bianchi, raso accuratamente, di persona giusta, asciutto, impettito. Vestiva di nero da capo a piedi, era il vero tipo di un antico servo di casa patrizia. Parve non s’aspettasse di entrare in una dimora signorile, perchè quando, guardandosi intorno, vide le belle mobilie e gli eleganti addobbi della stanza, il suo volto si compose a maggior riverenza, e mentre al primo affacciarsi sulla soglia non s’era che leggermente inclinato, nel farsi innanzi e nel porgermi una lettera del notaio Moussu che constatava esser lui la persona incaricata, insieme a _Mademoiselle Ernestine_, di prender Fanny, si piegò ad angolo retto in atto umile ed ossequioso.

Meno rigida nelle movenze era _Mademoiselle Ernestine_, ma era altresì molto più antipatica. Giovane ancora, le si leggeva in fronte la pretensione di esser bella, e di fare impressione. Aveva nelle membra un’affettata cascaggine, il tuono della voce rivelava uno studio singolare di dolcezza e d’intenerimento. Ma gli occhi socchiusi, inquieti, dicevano di non fidarsene, e la voce stessa, quando usciva naturale, aveva in sè qualche cosa di acre, di stridulo che disgustava. Sotto le apparenze fredde e diplomatiche di _Monsieur Simon_ poteva forse esservi un cuore generoso; l’unzione di _Mademoiselle Ernestine_ non doveva invece essere che la maschera dell’egoismo.

La spigliatezza colla quale io parlavo il francese produsse un effetto gradevole su ambedue i messaggeri, che senza dubbio s’aspettavano di trovare in me una zotica _bourgeoise_. Nè fu minore la loro soddisfazione quando dissi che anche Fanny si esprimeva speditamente nell’idioma di suo padre. — _Madame la Vicomtesse en sera bien aise_ — dissero ad una voce. Quando però io tentai di avere informazioni esatte intorno alla famiglia de Serges, _Monsieur Simon_ mi rispose col maggior laconismo possibile. Seppi soltanto che convivevano nel castello la vecchia viscontessa Renata, madre del visconte Gastone, paralitica da più anni e condannata ad essere trasportata dal letto alla poltrona e dalla poltrona al letto, due figli e due nuore coi loro bambini, più una nipote, orfana sino dall’epoca del _Terrore, la Marquise Virginie, dernier réjeton d’une des premières familles de France_ — osservò _Monsieur Simon._

— _Pauvre demoiselle!_ — sclamò _Mademoiselle Ernestine._

Chiesi spiegazione di questa frase, ma _Mademoiselle Ernestine_, arrestata da un gesto di _Monsieur Simon_, non parlava più.

— _Elle a perdu ses parents sur l’échafaud_ — disse il servo rispondendo invece della sua compagna. — _Voilà, ce que Mademoiselle Virginie entendait dire_.

Ed ecco un gran batter d’usci, e un suono di risate, fresche, spontanee come i gorgheggi di un canarino.

Fanny, ignara de’ due nuovi arrivati, spinse con forza la porta, ed era sul punto di correr verso di me. Ella vestiva un abitino grigio orlato di nero, aveva una ghirlanda di foglie di vite bizzarramente intrecciata nei biondi capelli, e i suoi bellissimi occhi azzurri mandavano scintille. Ma quando vide i due sconosciuti si annuvolò ad un tratto, e se ne stette sospesa, senza andar nè innanzi, nè indietro.

_Café-au-lait_ abbaiava intanto con tutta la forza de’ suoi polmoni, onde _Mademoiselle Ernestine_ si rannicchiò dietro _Monsieur Simon_, che gravemente diceva: — _Calmez vous, Mademoiselle._

Per quietar la smorfiosa cameriera chiamai Giannina, e le diedi ordine di portar via _Café-au-lait_, cosa che parve offender Fanny, non avvezza a veder usati simili sgarbi al suo favorito. E fece anch’ella atto di andarsene, ma io la chiamai presso di me, e levatale di capo la ghirlanda che mi sembrava in quell’ora un intempestivo ornamento, le posai una mano sulla spalla e le dissi — Sii buona, o Fanny, e stammi a sentire.

Mi guardò raccomandandosi, come presaga di qualche trista nuova.