Part 15
— Sì, sì, mi spiego subito.... Infame!.... Quando mi presentai da quella famiglia (una famiglia patriarcale; c’è un nonno che avrà novant’anni, e poi i figli, e le nuore, e i nipoti, tutti attorno, pieni di riverenza e d’affetto), quando mi presentai e dissi il mio nome, e ciò ch’io chiedevo, li vidi, qual più, qual meno, turbarsi e farsi cenno col capo come a significare: Badate di non dir nulla.... — Ma io non mi mossi.... mi mostrai forte, preparata a tutto, indifferente quasi.... Alla fin dei conti — dissi per incuorarli — dopo un disastro simile c’era da aspettarselo pur troppo.... ma almeno esser fuori delle incertezze.... poter pregare il Signore pei poveri defunti.... e certo il Signore darebbe pace a quelli che restano.... Una delle nuore trasse un sospiro, un uomo, scuotendo la cenere della sua pipa, si passò una mano sugli occhi, ma il vecchio teneva saldo, e continuava a ripetere..... Cara creatura, non ne sappiamo niente, ma faremo scrivere a Nane, ed egli risponderà subito..... oh quello lì scrive come il signor vicario!... e quando avremo notizie, buone o cattive, verrà uno dei miei nipoti a portarvele.... Già essi ci vengono spesso a Venezia..... — Io però avevo capito da un pezzo che essi sapevano tutto, e non volevo andarmene se non avessi loro strappato il segreto. Dissi una bugia.... Ebbene, buona gente, io lo calcolo morto e sciolgo il mio voto. È un voto che ho fatto alla Vergine quando Paolo è partito.... S’egli muore, vo monaca....
La donna che aveva prima sospirato non seppe reprimere un’esclamazione. — Monaca per quello lì!
L’avo voltò faticosamente la testa dal suo seggiolone e slanciò alla giovane uno sguardo pieno di rimprovero, ma senza amarezza. Alle corte; ormai ero messa sulla strada e a forza d’insistenza riuscii a sapere la verità.... Infame!... Proprio quella mattina, veda combinazione, avevano ricevuto una lettera del loro Nane, nella quale, dopo tante altre cose, diceva loro che era scandalizzato del contegno d’un suo commilitone. Non avrebbe mai creduto che si potesse esser furfanti simili..... Stia a sentire, stia a sentire.... Appena avuto il danaro..... ch’era molto, pur troppo....
— Non era poi tanto — interruppi.
— Ah padroncina, bisogna che le domandi perdono in ginocchio. Lei sa che m’ha costretta ad accettare il suo regalo perchè io non dovessi dar fondo a’ miei risparmi, nè vendere i miei ori.... Ebbene, accettai. Ma poi mi parve, stolida! che non era bello ch’io non facessi nessun sacrificio, e mi sentivo una spina al cuore, scimunita! e impegnai tutto, fuori di queste buccole che ho agli orecchi, e presi la moneta che avevo in cassetto, e feci un monte d’ogni cosa, e gli spedii, sa quanto?
— Dillo, via....
— Per più di cento zecchini veneti.
— Oh che grulla. Ebbene?
— Ebbene. Quando li ebbe, scrive Nane, era sul punto di uscire dell’ambulanza e trattò gli amici la sera stessa con gran cortesia. Ma, subito, il mattino dopo, cominciò a metter su boria e a dire che quei denari non erano già risparmi della sua fidanzata; no, tutt’altro, erano i fitti di alcune case ch’egli aveva in Venezia. E già, egli era ricco, e di quelle rimesse se ne sarebbero viste continuamente.... Poi, invece di disporsi a partire, si mise a bazzicare pel paese, e va di qua, va di là, con la sua gamba di legno, brutto mostro, s’imbattè in un’ostessa meno giovane di lui, ma non isprovvista di beni di fortuna, benchè debba esser corta di cervello, e si spacciò con lei per un gentiluomo veneziano, malgrado che i compagni se ne prendessero giuoco e gli dessero la berta, e la infinocchiò per modo, che.... ma non par credibile.....
— Ebbene?
— L’ha sposata!
Nel tuono con cui Giannina pronunziò il suo discorso, e sopratutto nell’accento da lei dato all’ultima frase v’era qualche cosa di sì vivace e piccante, che, malgrado la serietà dell’argomento, se l’animo mio non fosse stato turbato per altre ragioni, scommetto che avrei dovuto finire col riderne. Pensare che i miei denari avevano contribuito a far passar quello zotico di Paolo per un gentiluomo e a dargli in moglie un’ostessa polacca!
— Sicuro — ripigliò Giannina percorrendo la stanza per lungo e per largo — ha sposato l’ostessa. Figuratevi che tipo.... Già me la immagino.... sarà corta e grossa.... tutta stillante lardo dalle braccia e dal viso.... E lui! Oh il bel mobile. Con la sua gamba di legno.... Ha voglia il cielo che quando l’ostessa sappia la verità, la te la rompa sul capo la tua gamba di legno....
Ma presto mutò tenore, e immobile e torcendosi le dita. — Oh! disgraziata ch’io sono — gridò. — Val dunque la pena di aver amato un uomo per dieci anni di seguito, di averlo amato senza peccare d’infedeltà neppur col pensiero, di non aver badato alle dicerie della gente, di aver tollerato i suoi difetti, di avergli sacrificato la propria gioventù, di aver atteso con pazienza da santi finch’egli si decidesse a romper gl’indugi e darvi il suo nome, val la pena di aver fatto tutto ciò perchè poi la vile e malnata creatura vi pianti lì per la prima venuta, per una che nè lo conosce, nè egli conosce, e dopo aver detto a voi mille volte: _vedremo_, _penseremo_, sposi lei dalla mattina alla sera con la stessa indifferenza con cui si beverebbe un uovo!... Va là anche tu, maledetto pegno — ella sclamò quindi strappandosi dal dito l’anello e gettandolo in terra con gran diletto di _Café-au-lait_, il quale era presente, e poichè vide rotolare sul pavimento qualche cosa di luccicante, spiccò tre salti arditissimi — va là anche tu, e che nessun uomo mi parli, e che nessun uomo mi guardi. Tutti scellerati! tutti traditori! — E non potendone più, si lasciò cader sulla seggiola e diede in uno scoppio di pianto.
Povera Giannina! Così degna d’esser felice!
XIX.
I gruppi vengono al pettine, e gli affari di mia madre si andavano avviluppando ogni dì più. Per quanto io fossi distratta da altri pensieri, non potevo chiudere gli orecchi alle voci che me ne giungevano da varie parti. — È un edifizio che si tien su a forza di puntelli — dicevano alcuni — ma un bel giorno dev’essere uno scroscio meraviglioso. — Mia madre non aveva neppure nel carnovale 1813 mutato il suo tenore di vita, era andata, secondo il solito, ai teatri ed ai balli; ma chi la vedeva assicurava che le sue acconciature erano quelle degli anni scorsi rimesse a nuovo, nè, soggiungevano, poteva essere altrimenti, chè ormai nessun negozio di merceria le faceva credito. In casa si cambiava ogni mese la servitù, e la ragione era quella che non si pagavano mai puntualmente le mercedi. A sentire mia madre, c’era invece un pervertimento nella razza dei camerieri. Intanto i licenziati sparlavano e la casa era screditata senza rimedio. Il signor Venanzio, espertissimo negl’imbrogli, si arrampicava sugli specchi e pareva un miracolo com’egli potesse ritardar la catastrofe. S’era messo anche a fare il negoziante, e il vestibolo del palazzo Rezzinelli era tutto pieno di botti e di sacchi che dovevano rammentare a mia madre giorni migliori, quando quelle botti e quei sacchi non erano ciurmerie, ma affari belli e buoni. Allora ella si turava il nasino aristocratico, e sollevava schizzinosa le falde del suo vestito di seta; adesso, con la sua fede cieca nel signor Venanzio, si riprometteva mari e mondi da quelle speculazioni, e se si voleva metterla sull’avviso, esclamava: — Eh via! Son baie! Volete insegnare a Venanzio voi? Egli può mandarvi a scuola tutti.
Però c’era un grave guaio. La catastrofe di Russia aveva fatto ritenere un momento che si sarebbe venuti per forza o per amore agli accordi. Invece le cose prendevano una cattiva piega, e tutti sentivano venirsi addosso una nuova guerra. Crescevano quindi le diffidenze; gli affari diventavano più malagevoli e i creditori più ispidi che mai.
— Il naufragio è vicino — diceva il signor Lodovico facendo girare la tabacchiera.
Quanto a me, avevo fermato irrevocabilmente i miei propositi. Assistere il signor Venanzio, l’uomo che aveva insidiato l’onore del mio nome, diviso la mia famiglia, costretta me a lasciare il tetto materno, giammai. E il signor Venanzio ne era così persuaso che, sebbene vilissimo, non osò farmi dirigere la più lontana preghiera. Del resto, la sola che avrebbe potuto discorrermene, mia madre, era tenuta all’oscuro della verità. Fosse la boria di non lasciare che sua moglie lo credesse rovinato, fosse che la sua natura insidiosa non gli consentiva di esser franco, nemmeno se la franchezza poteva giovargli, fatto si è ch’egli non si era mai aperto con lei. Aveva consumato a oncia a oncia il suo patrimonio dicendole sempre che investiva il danaro in ispeculazioni che avrebbero reso il cento per cento, e sotto questo pretesto, a quanto mi si era detto, le aveva tolto dopo l’ultimo carnovale le sue gioie con la promessa di restituirgliele nell’autunno seguente. Comunque sia, io non avrei fatto nulla per esso. Ma io non ero dimentica de’ miei doveri verso mia madre, e sapevo che non m’era lecito sottrarmi ad alcun sacrifizio per salvarla dalla miseria e dalla vergogna. V’era finalmente Clara raggirata in perfida guisa per indurla a cingere il velo e ad abbandonare una parte della sua sostanza. Ebbene; non l’avevo io avvertita di ciò che si tramava a suo danno, non le avevo offerto di aiutarla s’ella credeva che le sue forze non bastassero a resistere? In verità, vedendola in convento, la non mi era sembrata così innocentina da lasciarsi prendere all’amo, e se malgrado ciò le piaceva andar monaca, non ero io che dovessi pigliarmi soverchio affanno. Al cuore non si comanda, ed io, per quanto facessi, non riuscivo ad amarla. Tuttavia, era mio intendimento, nel provvedere alla sorte di mia madre, di patteggiare anche la libertà di colei ch’era pur mia sorella, di fare in modo cioè che la uscisse intanto dal chiostro e, fuori d’ogni influenza, potesse decider da sè della sua persona e de’ suoi averi.
Ma da questo lato le cose andarono più rapide ch’io non credessi, poichè Clara, con quella buona memoria che hanno le persone bisognose di qualche servigio, s’era ricordata perfettamente delle mie esibizioni, e una sera a ora tardissima, quando meno me l’aspettavo, una gondola approdata alla mia riva mi conduceva proprio lei, fuggita, non so come, dal ritiro. Era stato quella mattina il signor Venanzio a discorrere con la superiora, e, per le relazioni ch’ella aveva avuto intorno a questo colloquio, le faccende stringevano, e si voleva a ogni costo farle prendere il velo. Ella però, che aveva ben altro pel capo e aveva promesso a Roberto (chi era questo nuovo personaggio?) di esser sua sposa, aveva trovato la via di deludere la vigilanza delle monache ed era venuta a cercar ricetto da me. Il suo Roberto era a parte di questa fuga e non avrebbe mancato di presentarsi l’indomani per aver nuova di lei. Ch’io la proteggessi quindi da chi avrebbe fatto il possibile per richiuderla in convento, e che favorissi i suoi amori con l’ottimo, con l’onesto, coll’impareggiabile Roberto.... La pregai che andasse adagino; che, circa al proteggerla, avrei posto in opera la mia influenza perchè si rispettasse la sua libertà, ma che quanto all’ottimo, all’onesto, all’impareggiabile Roberto, di cui ella non sapeva dirmi nemmeno il cognome, era chiaro ch’io non potessi pel momento impegnarmi a nulla. Ella non avrebbe finito più di discorrere, ma io la persuasi a prendere intanto qualche cosa da cena e a coricarsi; stesse tranquilla, che non sarebbero venuti i birri a portarla via. Giannina, che non l’aveva mai avuta nelle sue buone grazie, e che dopo il fiero disinganno toccatole era assai frastornata, le dava fretta e rispondeva con monosillabi alle sue mille interrogazioni. Ma non è agevole impresa il frenar lo scilinguagnolo di una educanda. — Ma via — sclamò ad un punto la cameriera impazientita — non parli così forte, chè sveglia Fanny. — Fanny! O chi è Fanny — chiese Clara. E poi, guardandomi, soggiunse — Ma dimmi? Saresti forse maritata? E nessuno me lo avrebbe detto? E avrei una nipotina?.... — Che sogni! — risposi — no, che non sono maritata. — O — continuò la pettegola senza scomporsi — sarebbe un matrimonio clandestino, come ha fatto la zia d’una mia compagna d’educandato.... Oh che male c’è? — Tu sei una bimba — interruppi io seria seria, e parli senza pensare. Chiunque sia Fanny, non occupartene questa sera, fatti accompagnar da Giannina, e va in letto. — Ih! — diss’ella un po’ infastidita — che tu debba esser sempre così sentenziosa. — E se ne andò, mentre io mi dolevo che mi fosse capitata questa nuova molestia. Ma, in fin de’ conti, osservavo meco medesima, è pur colpa mia!
La mattina, Clara mi fece dire che, camuffata da educanda, non sarebbe uscita di camera, ch’io le mandassi quindi qualche vestito mio. Davvero la ci doveva fare una bella figura. Ella era sette o otto dita buone più corta di me, ed era assai più rigogliosa, più florida. Perciò, quand’ella mi si presentò con un strascico lungo un braccio, e col corpetto non abbottonato, non potei trattenermi dal ridere. E la scena divenne più comica quando _Café-au-lait_, fra per trovarsi faccia a faccia con una persona sconosciuta, fra per veder quella persona vestita degli abiti miei, montò sulle furie e si scagliò con tanta veemenza addosso a Clara ch’ella, volendo ritrarsi sbigottita, incespicò nella coda e fu a un punto per cadere.
Quietammo la bestia, ma Clara era tutta impaurita e confusa, e non capiva più dove si trovasse, e guardava ora a quella bimba a lei sconosciuta che mi chiamava zia Maddalena, ora a quel cagnolino che pareva dolersi del suo arrivo con la fanciulla, ora finalmente a me che non le davo la chiave dell’enigma.
Io avevo fatto pregare mia madre che si recasse a casa mia, ed ella mi comparve dinanzi con la faccia stravolta quale io non l’avevo ancora veduta. Sapeva della fuga di Clara, ma allorchè io le dissi che la ragazza si trovava da me, ella, anzichè tranquillarsi, proruppe in una serie d’invettive assai poco consentanee alla mitezza del suo carattere e alla usata cortesia de’ suoi modi, chiamando lei colpa di tutto, lei vera e sola cagione della rovina della famiglia. Era chiaro che la bomba era scoppiata, e che anche agli occhi di mia madre, poveretta, s’era squarciato il velo che le aveva per tanto tempo nascosto l’abisso. Meno si capiva com’ella attribuisse il disastro a Clara, ma pure di ciò mi resi presto ragione. La fuga di un’educanda da un convento non era uno di quei fatti che commovessero la cittadinanza, nè metteva allora, come avrebbe messo qualche anno più tardi, tutta la polizia sulle orme della fuggitiva; era nondimeno un avvenimento che non poteva rimanere segreto e di cui il pettegolezzo s’impadroniva con singolare compiacenza. Appena giunse ai caffè della piazza la voce che la giovinetta Clara Lisari, educanda alle Salesiane, s’era involata nel cuor della notte, dicevano, con un amante; mentre il signor Venanzio aveva spacciato fino al dì prima ch’ella era ormai persuasa di pigliare il velo, e che in tal guisa buona parte del suo patrimonio sarebbe stato rinunciato alla famiglia; se ne fece uno sclamore grandissimo, e i creditori del signor Venanzio non vollero più saperne di tergiversazioni. Allora il degno personaggio, tornando a casa, aveva maledetto il giorno e l’ora della nascita di Clara, aveva imprecato a sua moglie, a me, e s’era disposto alla fuga. Ma lo si era fermato in tempo, e lo si teneva in provvisoria custodia finch’egli saldasse certi suoi debiti e rendesse conto di certi affari.... — Un uomo come Venanzio! — sclamava mia madre. — Che infamia!... Ma tu lo salverai, non è vero, Maddalena? — Io! In verità, se avessi creduto alle stregonerie, avrei attribuito ad un filtro il singolare acciecamento di mia madre per quel malvagio. Ella non aveva in cuore che lui, e nell’idea che Clara gli avesse dato l’ultima spinta verso il precipizio, non voleva nemmeno vederla, e andava ripetendo: — Oh! se ci tornerà in convento! Se Venanzio la farà stare a dovere! Disobbedire a Venanzio! Oh ci tornerà! — Così tacevano in lei i sentimenti più sacri, e solo restava quella folle e malnata passione sopravvissuta ai disinganni e all’età. Nè quando io le feci intendere che, conscia de’ miei obblighi verso di lei, non ero disposta a fare un sol passo in favore di suo marito, ella si mostrò meno acerba a mio riguardo. Mi chiamò una figlia indegna, e proruppe in altre escandescenze che amai far le viste di non intendere. Non volle trattenersi più a lungo in casa mia, e uscì senz’abboccarsi con Clara.
Venne più tardi con fisonomia molto annuvolata il signor Lodovico, mio notaio, e mi chiese un colloquio a quattr’occhi.
— Che cosa si fa? — diss’egli in tuono di profondo mistero.
E dovevo ripeterlo? E non avevo detto già mille volte ch’ero pronta a far tutto quello ch’era necessario e che le mie forze consentivano per mia madre, ma che non avrei fatto nulla pel signor Venanzio?
— È presto detto — rispose il signor Lodovico — ma se nella maggior parte delle obbligazioni del signor Venanzio v’è anche la firma di Sua Eccellenza la signora Lucietta!
— Che! — sclamai! — È impossibile. Ella mi avrebbe pur lasciato trasparir qualche cosa!
— Ma se quella benedetta donna non si ricorda nemmeno di aver firmato? E il peggio si è — soggiunse il notaio — che non si tratta mica di affari lisci da potersi accomodare a un tanto per cento. Si tratta d’imbrogli, nei quali, solo che i creditori lo vogliano, c’è la stoffa per un processo criminale coi fiocchi.
— Ah! — gridai con un impeto irresistibile. — E volete ch’io lo salvi! Come! Da sedici anni in qua, egli avrebbe avvelenato la mia esistenza, avrebbe distolto dal retto cammino mia madre, avrebbe ucciso mio padre, mio zio, fatto partir Carlo per non tornare mai più, costretta me a uscire dalla mia casa, e adesso che la giustizia divina lo coglie, adesso ch’egli sta per pagar la pena di tutte le sue iniquità, dovrei io stessa servirgli di scudo? Siete pazzo?
— Benissimo — riprese egli con la sua solita calma. — E vostra madre?
— Mia madre! Mia madre! Voi siete un uomo d’affari e non sapete suggerire un espediente.... non sapete dir nulla.
— Che espedienti volete ch’io trovi? Sono cambiali sottoscritte e non si scherza. Del resto — egli soggiunse con una leggera ironia — toglierò una delle ragioni della vostra inquietudine. Supponendo per un momento che voi pagaste tutte le obbligazioni firmate cumulativamente da vostra madre e dal signor Venanzio, rimangono sempre abbastanza debiti e abbastanza imbrogli per far che quest’ultimo vada in prigione.... — Mi guardò fiso coi suoi occhietti scintillanti, e sclamò stropicciandosi le mani. — Ah! siete cattiva. Ho piacere che non abbiate voluto saperne di Filippino.... Avreste pervertito anche lui.... È un agnello.
— Sì, sono cattiva — risposi, sentendo che ciò ch’egli diceva per ischerzo conteneva una parte di vero — sono cattiva, ma non è colpa mia. Vorrei vedere chi potrebbe esser buona dopo aver passato tante prove quante io ne passai.... Ma ditemi dunque, e badate di non trarmi in inganno è proprio possibile di salvare mia madre _sola?_
— Adagio, figliuola mia, parliamo un pochino d’affari. Il precipizio è più fondo ch’io non credessi.
Indi mi espose fedelmente la situazione. Egli aveva seco in nitide cifre la lunga lista dei debiti del signor Venanzio dei quali mia madre s’era fatta responsabile, e, sommatili insieme, ne risultava una cifra assai grossa. — Vedete, cara Maddalena — egli conchiuse, ripiegando la carta e mettendola in tasca, — che un sacrifizio di questa natura non si può pretendere nemmeno da una figlia.
— V’ingannate — io replicai: — ditemi piuttosto se ciò ch’io possedo è bastevole.
— Su ciò non v’ha dubbio; e vi resterà ancora, se non l’opulenza, una discreta agiatezza.
— Voi mi credevate non solo cattiva, ma snaturata — proruppi alzandomi in piedi. — Non sapete che quando morì lo zio Baldassare, vale a dire sei anni fa, egli mi lasciò unica erede di tutto il suo patrimonio, escludendo da ogni legato Clara, escludendo mia madre? E volete ch’io nel ricevere quel benefizio, che creava una disuguaglianza a mio favore nella famiglia, non intendessi gli obblighi che me ne derivavano? Egli stesso, lo zio, che pur non amava nè mia madre, nè Clara, nell’accordare a me una preferenza ond’io tentai invano schermirmi, nell’impormi di rispettare la sua volontà, pronunciava parole che mi suonano ancora all’orecchio: — _Non credere, fanciulla mia, ch’io ti voglia figliuola snaturata e cattiva sorella. Quando l’imprevidenza avrà portato i suoi frutti, sarà allora il momento di stender la mano soccorritrice, sarà allora il momento di esser generosa_. Voi lo vedete, signor Lodovico, il momento è venuto.
— Ma — obbiettò il notajo — in questo intervallo sopraggiunsero fatti nuovi ed imprevedibili. Voi avete, non dico strette, ma iniziate altre relazioni che portano altri doveri, avete qui una bambina....
— Oh, amico mio, con toccate una piaga che sanguina. La morte ha squarciato la tela ch’io aveva ordito in un’ora d’ebbrezza.... No, credetemi, io non m’illudo.... Seppur mi manca una notizia precisa, io sento qui, nel mio cuore, ch’_egli_ è morto. E Fanny!... Oh! il solo pensarvi mi strazia l’anima.... Fanny è ricca.... ha una famiglia a cui dovrò consegnarla....
Alle corte. Il signor Lodovico ebbe da me l’incarico di procedere a quant’era necessario per comporre gli affari nei quali mia madre s’era ciecamente compromessa. A Clara rimaneva la parte lasciatale dal babbo, io dell’eredità dello zio Baldassare avrei conservato abbastanza per vivere di una vita raccolta e modesta, e per fare altresì un piccolo assegnamento alla mamma quando Clara si fosse maritata ed ella non avesse quindi potuto più abitare con la sua ultimogenita. Così adempivo a’ miei doveri di figlia; avrei almeno riconquistato l’affetto materno?