Il quaderno della zia

Part 14

Chapter 143,904 wordsPublic domain

Una sua lettera pervenutami in novembre m’indusse finalmente a romper gl’indugi,.... ma ero io ancora in tempo? Nel percorrere quel triste messaggio mi pareva che un ferro arroventato me ne scolpisse ad una ad una le parole nel cuore. Era scritto alla fine d’ottobre, dopo la battaglia terribile di Malojaroslawetz, dopo aver riveduto il campo di Borodino seminato di cinquantamila cadaveri insepolti, durante la ritirata spaventosa che doveva acquistare una sì nefasta celebrità nella storia. — Addio, mia buona Maddalena — egli scriveva — addio, mia piccola Fanny. La speranza di rivedervi, che sostenne il mio coraggio, che mitigò le mie sofferenze, è oggi svanita. Questa terra ingoia gli uomini. Più ancora che per le palle nemiche, più ancora che per la lancia cosacca, qui si muore di stanchezza, di freddo, di fame. Noi siamo decimati da nemici invisibili e non ci resta da far altro che incrociar le braccia ed attendere il colpo. Addio, Maddalena; se entro due mesi dal momento io cui vi giunga questa mia lettera, voi non avrete novella di me, spedite pure a Nantes il documento che vi ho lasciato, e dite a Fanny ch’ella non ha più padre. Addio, angelo. Possa il bene che mi avete fatto ricadere a mille doppi su voi, e consentirvi una vita tranquilla e serena. Che la mia memoria non sia per voi cagione d’amarezza. Ch’ella non turbi un’ora sola della vostra felicità. Ma nel vostro crocchio domestico, quando, ormai trascorsa la giovinezza, sederete presso il vostro sposo, in mezzo ai vostri figliuoli, e, nell’abbandono dei cari colloqui, ricorrerete col pensiero il passato, rammentatelo qualche volta (chè potete rammentarlo senza rossore e senza pericolo) il nome di quest’uomo che vi affidò il suo più dolce tesoro, fatemi un posto presso di voi, vicino al vostro focolare, e se tutto non finisce con la tomba, il mio spirito, si rallegrerà per virtù vostra d’una gioia ineffabile.

Fanny, che ormai io avevo presa meco, era in quel momento nel vicino salotto con Maria, il suo cagnolino e altre due o tre bimbe. Giuocavano a gatta cieca, e io sentivo le loro allegre risate. La non s’era accorta che mi fosse giunta una lettera; se no me la sarei vista certo ronzare d’intorno.... Di fuori faceva freddo, pioveva un’acqua agghiacciata che picchiava sui vetri della finestra. Ma in casa mia c’era un raggio di sole, e quel sole era lei...

Corsi alla mia scrivania e vergai questa lettera: — Gastone! Il vostro ultimo foglio mi strazia l’anima. Per carità, non disperate affatto della Provvidenza, lasciate ch’io confidi che non dovrò adempiere al lugubre incarico che mi deste. Ah non sapete, oltre a tutto, ciò che vorrebbe dire per me l’abbandonar Fanny, per Fanny lo staccarsi dalle mie braccia? Oh Gastone, io non voglio nemmeno supporre che questa mia non vi trovi ancora sano. Ebbene, io vi supplico di una cosa. Datemi facoltà, _checchè avvenga_, di tener meco Fanny. Non vi preoccupate del mio avvenire; questo affetto riempirà la mia vita. Accordatemi il permesso, se occorre, di distrugger le carte che mi avete lasciato pel vostro notaio. Fanny vivrà ignorata dalla vostra famiglia, ma le mie ricchezze le basteranno senz’aggiungervi le vostre, ed ella troverà in me una madre che la cingerà delle più tenere cure. Ho il presentimento, perdonatemi, ho il presentimento che nel vostro castello paterno ella non sarebbe felice.... Con le idee aristocratiche di vostra madre, questa fanciulla nata da un matrimonio clandestino, piombata, per così dire, d’improvviso nella famiglia, chi sa come sarebbe accolta?.... Rispondetemi subito.... Se sapeste, io vi scrivo con la mano convulsa, con gli occhi appannati, con un’emozione di cui non conobbi l’uguale.... Oh se questo pensiero può confortarvi, s’esso può darvi forza a durare i patimenti del cammino, se a voi, blandito dalle più superbe bellezze, non viene a tedio la meschina cui la natura non largì venustà di persona ma solo potenza d’affetto, sappiatelo ancora una volta, o Gastone, io vi amo. Vi amo per voi, vi amo per la dolce creatura che mi affidaste. Tornate, e Fanny sarà la _nostra_ figliuola. Che se il Signore non vuol concedervi di rivedere i vostri cari, ella sarà figlia _mia_.

Suggellata in fretta questa lettera, volli portarla io stessa alla posta. Uscii studiando il passo come il giungere quindici minuti prima all’officio postale abbreviasse l’immensa distanza che mi separava da Gastone.

L’impiegato a cui consegnai il foglio, quando ne vide la soprascritta in cui non era indicata la città ma soltanto il nome del corpo d’esercito e il numero del reggimento comandato da Gastone, non potè trattenersi dal borbottare qualche cosa fra i denti e dal dirmi poi: — Badi, signora, io prendo anche questa lettera come ne ho preso parecchie altre pel campo, ma non so farmi mallevadore che arrivi.... — E soggiunse mentre scriveva qualche cosa sulla coperta: — Brutte notizie! Brutte notizie!

— Ma c’è qualche cosa di recente? di ultimo? — chiesi, articolando a stento le parole per la soverchia commozione.

— Brutte notizie! Brutte notizie! — replicò l’altro. — Pare che vi sia un nugolo di nemici, proprio come le cavallette d’Egitto.... Mah!... — E qui si tacque per paura di compromettersi.

Ritornai a casa col cuore spezzato. Periva in me l’ultima speranza.

. . . . . . .

Ormai nemmeno i giornali avevano più coraggio di mentire, tacevano.

Se migliaia e migliaia di cuori non avessero palpitato per quei valorosi che sei mesi prima avevano percorso pieni di baldanza l’Europa, ed ora lottavano contro l’avverso destino, se un fremito sordo non avesse agitato tutte le popolazioni, stanche ormai di pagar sì largo tributo di sangue, si sarebbe potuto credere che tutto fosse finito. Non una lettera giungeva dal campo; silenzio profondo. Napoleone e la _grande armata_ parevano come un vascello sommerso in mezzo all’Oceano; l’onda vi passa sopra e cela allo sguardo ogni traccia della voragine che si aprì ad inghiottirlo. Il domani era involto in un mistero profondo. Scomparso l’esercito che aveva fatto tremare l’Europa, scomparso l’uomo a’ cui piedi s’erano inchinati i re della terra, che sarebbe avvenuto? Anche l’esultanza dei nemici era mista di perplessità e di sgomento. Quando crolla la quercia secolare che pur contendeva i raggi del sole a un largo tratto di campagna, ogni sguardo la cerca e si sorprende di non vederla più. Quelli stessi che la reputavano dannosa alla vegetazione delle piante minori sono in su le prime piuttosto maravigliati che lieti della sua caduta.

Così allorchè, sullo scorcio di dicembre, venne pubblicato un bollettino dell’Imperatore e si seppe poi l’arrivo di lui a Parigi, il primo sentimento non fu di sdegno verso l’ambizioso che immolava tante vittime alla sua cupidigia e sapeva sottrarsi alla morte, ma fu di sollievo. Il signore del mondo è tornato, egli penserà a sventar la procella.... Indi a poco però sorse un grido da tutte le parti.... — E gli altri? E gli altri? — Ma degli altri non ancora un messaggio, una parola. Si sapeva soltanto che quelli che restavano erano in lotta cogli uomini, con la fame, col freddo....

Il termine, passato il quale io avrei dovuto scrivere a Nantes per obbedire agli ordini di Gastone, era già mezzo trascorso. Ogni mattina io mi svegliavo con la speranza di ricevere una lettera, ogni sera posavo la testa sull’origliere con l’anima più sfiduciata. Non cercavo più fra le coltri il sonno, ma il riposo. Però le coltri stesse mi riuscivano insopportabile peso; talora, nel cuor della notte, io balzavo dal letto, e recandomi tacitamente nella stanza contigua ove Fanny dormiva con la sua Maria, e col cagnolino raggomitolato ai piedi, restavo qualche minuto immobile a contemplarla. Una pace così dolce e serena era diffusa nella sua fisonomia, un sorriso così innocente scherzava sulle sue labbra, che io pendevo sulla sua cuna quasi attendendo che da lei mi venisse un raggio di quella pace, di quella fede. Stolta lusinga! Io non potevo scacciare da me il pensiero che fra poco anche la mia ultima consolazione sarebbe svanita, che di tutto il mio bel sogno non sarebbe rimasta che la memoria.

Giannina era tornata anch’essa in mille affanni pel suo fidanzato, ma, secondo il costume, non lo lasciava scorgere, ed era preoccupata anzitutto di me e di Fanny. Però usciva di casa spesso, e si recava da qualche parente o da qualche amica per raccogliervi le voci che correvano in paese. Indi tentava di dare un colore ottimista alle notizie udite qua e là, e voleva far animo a me ed a sè stessa, dicendo — Vedrà che ogni cosa finirà bene. Lo sa che qualcheduno ha scritto.... qualcheduno è arrivato.... È stato un freddo immenso, ecco tutto....

Ma nè dalle lettere di chi aveva scritto, nè dalle parole di chi (raro come le mosche bianche) era arrivato, riusciva possibile argomentare ciò che fosse successo degli altri, e trarre argomento di conforto. S’era rotto il fascio che tiene unito un esercito; non v’erano più nè divisioni, nè reggimenti, nè compagnie, non v’erano che manipoli d’uomini intesi soltanto ad aprirsi un varco fra i ghiacci, a fuggire da una terra inospite e fatale. Nessuno conosceva, nessuno curava il vicino. A fianco un momento l’uno dell’altro, si smarrivano per la via, e seppur procedevano insieme, quando l’uno cadeva, non una mano si chinava a raccoglierlo.... Scalpitavano dietro, e si vedevano lungi nell’immensa pianura, in mezzo ai larghi fiocchi di neve e turbinanti com’essa, i corridori cosacchi; l’_urrà_ selvaggio dei barbari si mesceva al sibilo del vento tra i nudi rami delle foreste; le poche case trovate lungo il cammino non offrivano che un asilo infido, gli allegri fuochi di paglia non rendevano il sangue alle membra irrigidite, ma le incancrenivano; giù pegli argini dei fiumi o pel declivio delle alture, vestite d’una lastra di ghiaccio, rotolavano confusamente i cannoni e i cavalli travolgendo seco i fuggiaschi. Ora, se in mezzo a questo infuriare del cielo e degli uomini, taluno toccava un suolo amico, se riusciva a guadagnare la patria, era un’ironia chiedergli e com’egli fosse arrivato e che fosse avvenuto de’ suoi compagni.... Che poteva egli saperne? Rammentava egli forse l’ultimo giorno in cui li aveva veduti?..... Talvolta pensando ch’egli si era salvato da pericoli che l’umana fantasia non comprende, egli rispondeva alle inchieste affannose — Sono tornato io, torneranno anche gli altri. — Ma chi lo udiva, chi aveva inteso come egli era tornato, doveva scrollare il capo sfiduciato e pregar pei suoi cari. Ne vidi anch’io uno di questi reduci; sembrava uno spettro, non si ricordava neppure a qual reggimento avesse appartenuto, quali fossero stati i suoi capi; ne aveva cambiati tanti!

XVIII.

Il tempo passa inesorabile, e così era venuto il gennaio 1813, e Venezia, malgrado i lutti di tante famiglie, aveva indossato nuovamente il suo abito carnevalesco, e già aveva aperto i teatri e si disponeva ad aprire i Ridotti. La spensierata regina dell’Adriatico, perduta ogni altra potenza, conservava lo scettro dei bagordi e dei chiassi.

Il tempo passa inesorabile, e al 25 di quel mese ricorreva il giorno nel quale io avrei dovuto eseguire gli ordini di Gastone. Ma, di mano in mano che quel giorno si avvicinava, le mie forze scemavano, i miei dubbi ingigantivano, e l’idea del dovere che addietro m’era parsa sì chiara andava facendosi in me singolarmente confusa. Fanny non aveva il più lontano presagio ch’ella avrebbe potuto un giorno esser tolta dal mio fianco. Avevo per mesi e mesi nudrito in lei la fede che il suo babbo sarebbe tornato; poi, venutomi meno il coraggio di alimentare in lei una speranza che si era via via dileguata da me, avevo preferito tacere. Ed ella pure taceva; solo mi guardava talvolta come usano i bimbi, quando passa per la loro testina qualche cosa che sentono di non dover dire. Un dopo pranzo, eravamo vicino al caminetto, io la presi su’ miei ginocchi e le dissi: — Senti, Fanny, se la zia Maddalena dovesse andarsene....

— Andrei seco — ella rispose.

— E se — proseguii — vi fossero persone che venissero a prenderti e ti conducessero via.... in un bel castello, con tanti bei fiori..

Io non avevo la forza di proseguire.

Ella alzò i suoi limpidi occhi azzurri, e me li fissò in viso ridendo, come s’io parlassi per celia; poi, visto ch’io continuavo a star seria, si annuvolò a poco a poco, e gridò: — Cattiva! — Rimase un momento imbronciata, quindi ad un punto diede in un pianto dirotto, rumoroso, cingendomi il collo colle sue braccia e appoggiando il capo sulla mia spalla. _Café-au-lait_, che, immobile, col muso all’insù, con le orecchie tese, scosso solo qualche volta da un leggero fremito, aveva assistito a questa scena, allorchè intese i singhiozzi della sua padroncina, s’impuntò sulle zampe e col pelo irto e mandando fiamme dagli occhi mise un guaito fra il lamentevole e il minaccioso, come volesse dirmi: — O perchè tormentare quella bimba?

Dio mio! Dio mio! Ma che devo fare?

— Non piangere così, il mio angioletto, non pianger così. Sii buona; non ti divideranno da me, no.... Andiamo, rasciughiam quegli occhietti.... Oh che bimba!

Sa il cielo se ce ne volle prima di farla smettere, e sa il cielo ciò ch’io provassi.

Nè le mie parole valsero a rassicurarla appieno; chè ell’era divenuta ormai sospettosa, e in mezzo a’ suoi giuochi si arrestava sovente e si guardava attorno, e se io non ero nella stanza, mi chiamava e correva tutta trafelata a cercarmi, nè aveva pace finchè non mi avesse ricondotta seco trascinandomi per un lembo del vestito.

Oh quante volte, gettando gli occhi sul piego fatale lasciatomi da Gastone, provai un impeto cieco e fui sul punto di distruggere ogni cosa! — Chi avrebbe potuto ridomandarmi Fanny quando più non fossero esistite le prove ch’elle era figlia del visconte di Serges? — Ma no, io non potevo far ciò, gli ordini di Gastone erano chiari e precisi, ed erano ordini d’un padre che disponeva delle sorti della sua bambina. Avevo io il diritto di trasgredirli? Oh perchè, perchè, stolta ch’io fui, non m’ero decisa prima a scongiurarlo ch’egli li revocasse? Perchè avevo spedita la mia lettera quand’egli non poteva più riceverla?

Però, allorchè giunse il momento di compiere il debito mio, nè di Gastone si sapeva novella, presi invano la penna per iscrivere a Nantes, invano cominciai, due tre, quattro volte, la lettera destinata a rapirmi il mio ultimo bene; bastava la voce di Fanny, il suo sorriso, il suo passo, a spegnere la mia energia. E le obbiezioni mi si affacciavano innumerevoli, e se prima m’erano sembrate folli ed inani, mi sembravano allora valide e giuste, e scompigliavano il mio criterio. Nello scrivermi che io informassi dopo due mesi il suo procuratore, Gastone non sapeva, non poteva sapere ciò che sarebbe avvenuto di poi. Egli non prevedeva la dispersione terribile della Beresina che aveva rotto ogni legame nell’esercito, che aveva dato in mano ai Russi i nostri migliori soldati. Io m’affrettavo a crederlo morto e forse egli era prigione, e non gli si permetteva di dar notizie di sè, ma tostochè fosse conchiusa la pace egli sarebbe tornato, sarebbe corso in traccia della sua Fanny, e a trovarla ancora presso di me, florida, gaja, amorosa, lo avrebbe risarcito di tutti i disagi, di tutti i dolori sofferti! O forse, ferito, con le membra rattratte dal gelo, egli languiva in terra lontana, ma appena la primavera avesse intiepidita l’aria, avrebbe potuto lasciar la coltrice, e mi avrebbe mandato una riga, e io sarei corsa da lui, ovunque egli fosse, portandogli la sua figliuola! Vederlo mutilato, deforme, da così bello ch’egli era, che importa? Mi sarebbe parso anzi meno strano ch’egli amasse me, me, scema d’ogni grazia e d’ogni avvenenza. Ma, in verità, perchè disperare? Ne andavano pur tornando di questi sbandati, e dicevano tutti: — Chi sa? Quando men si crede, uno che si riteneva estinto in quella catastrofe, può comparirvi dinanzi. — Sì, un soldato, ma un colonnello!

Un giorno capita un tale, vuol parlare in gran segreto con Giannina. Porta una lettera d’un soldato chioggiotto che si trova nell’ospitale di Varsavia, ferito. Quella lettera è diretta alla famiglia di lui, ma ha un poscritto che dice: — Presso la signora Maddalena Lisari, nella parrocchia, ecc. ecc., deve trovarsi una cameriera di nome Giannina. Avvertitela che nella stessa mia ambulanza vi è il suo fidanzato Paolo.... il quale perdette una gamba, ma è in via di guarigione e potrà alzarsi fra poco. Egli la saluta e la prega di mandargli qualche denaro. — Tralascio di descrivere le feste di Giannina. In quel tempo, nel quale i propri cari si piangevano per morti, era suprema ventura il dire: Sapete, il tale non fu ucciso, perdette soltanto un braccio, una gamba, o le perdette tutte due, ma vive, ma uscirà presto dallo spedale.... Quante povere famiglie furono consolate da una notizia simile!... — Oh — sclamava Giannina — vedrà, vedrà, anche pel colonnello non ci saranno poi tutti questi guai. Anche a lui sarà toccato qualche cosa di analogo a quel capo scarico di Paolo. Ebbene, ci vuol pazienza, è affar d’abitudine. Siamo avvezzi a veder la gente con due braccia, con due gambe, ma a mano a mano che questi signori tornano dalla Russia ci avvezzeremo a vederli con un braccio o con una gamba sola. Creda a me, i deformi ci parranno gli uomini completi.... — E poi correva nella sua camera, e metteva insieme il suo oro e la poca moneta che aveva raggranellata, e stava per barattare tutto e per fare una rimessa al suo Paolo, ma io non glielo permisi e volli supplire con la mia borsa ai suoi desiderii. Durai una fatica immensa a far ch’ella accettasse; le pareva, poveretta, che non ci fosse lo stesso merito, le pareva ch’egli, il suo Paolo, avrebbe capito per aria che quelli non erano i frutti de’ suoi risparmi, ma bensì denari avuti dalla sua padrona, e che perciò egli non li avrebbe ricevuti con uguale soddisfazione. Quando finì col persuadersi, si mise al tavolino, e chiamando a raccolta tutte le sue cognizioni, scrisse una lettera al suo sposo, scorretta, ma così piena d’affetto, che se quell’asinaccio non si leccava le dita d’essere amato da una donna simile non c’era da far più conto di lui che d’una talpa o d’una marmotta. Nè Giannina si dimenticava de’ miei affanni, e scriveva fra l’altre cose: — Fatti leggere anche questo ultimo periodo (chè tu, per tua disgrazia non sai neppur sillabare) e figgitelo bene in capo. In ricambio del danaro che ti mando tu mi devi un servigio. Conviene che tu t’informi subito del colonnello Gastone di Serges che veniva in casa della nostra signora in Venezia, e qualunque sia la notizia che tu possa raccoglierne, buona o cattiva, tu me la faccia avere. Hai capito?

Era tuttavia ben debole la speranza di sapere alcun che con questo mezzo. Ricorsi ad un altro espediente. Scrissi, cioè, una lettera non firmata al notaio di Nantes dicendo esservi in Venezia persona, che non poteva dare il suo nome, alla quale occorreva, per ragioni gravissime, di sapere che notizie positive vi fossero intorno al visconte Gastone di Serges. Essere impossibile pel momento l’offrire maggiori spiegazioni, supplicarsi però di voler rispondere una sola riga ferma in posta a un indirizzo che si confessava non essere il vero.

Così, con affannosa ansietà, io attendevo risposta da due parti.

E la prima risposta venne, non da Varsavia, ma da Nantes. Che forza io dovessi fare a me stessa, dopo aver tanto aspettato quella lettera, par romperne i suggelli, lascio immaginarlo a chi si trovò nel mio caso. Il notaio Moussu (era il suo nome) doveva essere un uomo molto occupato; il suo foglio non conteneva che pochissime righe di scritto. — «Non ho l’abitudine di rispondere a chi non si fa conoscere — egli diceva — ma l’urgenza della domanda m’induce a fare una eccezione. Del visconte Gastone di Serges non si hanno notizie positive. Lo si teme morto, ma non si è certi. Si continuano le indagini. Potrebbe esser ferito e prigioniero. Se chi scrive ha cose gravi da comunicare, si rivolga a me, procuratore ed amico del Visconte. Però è necessario anzitutto togliere gli anonimi e i sotterfugi.

«ANDREA MOUSSU «_Notaio a Nantes._»

Questo messaggio, in altri tempi, mi avrebbe afflitto; nel momento in cui lo ricevetti mi consolò. Non era dunque tolta ogni speranza. Gastone poteva ancora esser vivo. Parvemi inoltre di essere in pace con la mia coscienza. Non avevo eseguito puntualmente gli ordini del Visconte, ma avevo fatto sapere ai suoi ch’egli aveva seri interessi in Venezia.... Anzi mi sembrava dovermi applaudire del mio operato. Il desiderio di Gastone era pur quello che sua figlia rimanesse meco fino al suo ritorno o fino all’annunzio della sua morte. Poichè questo annunzio non v’era, io non dovevo badare alla sua ultima lettera, ma regolarmi a seconda delle intenzioni ch’egli mi aveva manifestato a voce prima di partire. Perciò ripresi la penna, e scrissi a Nantes ch’io ringraziavo del cortese riscontro, che non m’era dato ancora svelarmi, nè spiegar le gravi ragioni che mi avevano mossa, ma che pregavo soltanto, allorchè o della salvezza, o della morte di Gastone si sapesse qualche cosa di sicuro, di voler darmene avviso......

Poi stetti aspettando.

Che non si disse sull’aspettazione! Qual poeta novellino o provetto non consacrò a questo tema i suoi versi! Vivere in una sospensione continua dell’animo, al mattino affrettare la sera, alla sera il mattino, scuotersi al rumor d’ogni passo, al fruscio d’ogni veste, all’aprirsi d’ogni uscio, non poter attendere a una occupazione seguita, piangere, sospirare, corrucciarsi anche degli annunzi lieti, anche con le persone care, se non sono le persone e gli annunzi che si aspettano, sentirsi posseduti da un pensiero unico, assiduo, da un assiduo ed unico affetto, non provar simpatia per le gioie e pei dolori degli altri, ma creder che tutti gli altri debbano aver simpatia per le gioie e i dolori propri, favellare a caso, risponder distratti, ecco ciò che produce l’attesa. Ecco qual era il mio stato.

Da Varsavia e da Nantes uguale silenzio. Giannina non aveva ricevuto più notizie del suo sposo, ed era anche lei sulle spine. Verissimo ch’egli nè sapeva scrivere, nè aveva l’abitudine di scomodarsi per la sua fidanzata, ma, nel mandargli il danaro, ella lo aveva supplicato con tanta insistenza a informarsi di Gastone e a rispondere, che ella non sapeva persuadersi come, se non gli fosse accaduta sventura, egli avesse potuto esimersi dal trovar fra i suoi camerati chi vergasse una lettera per conto suo. Andò in traccia della persona che le aveva recato le prime notizie, ma non potè cavarne altro senonchè la certezza che il soldato chioggiotto per mezzo del quale Paolo si era fatto vivo era in convalescenza a Varsavia e scriveva regolarmente alla sua famiglia. Forse avrebbe giovato andare a Chioggia. Giannina non lo diceva, per tema di darmi noja, ma io lo compresi e le diedi licenza che andasse. Invero erano corse ormai parecchie settimane dacchè ella aveva scritto a Varsavia, e quel silenzio era abbastanza singolare. Dopo aver aspettato ancora alcun poco, ella intraprese la gita. Si riserbava anche a lei, poveretta, uno di quei dolori che avvelenano l’esistenza. Il dì appresso, sempre col pensiero di Gastone, com’è facile immaginarsi, e combattuta fra la speranza e il timore delle notizie che Giannina avrebbe potuto recarmene, io non ebbi un momento di pace. Era notte quand’ella giunse, Dio mio, in quale stato. Non l’avevo mai vista così, nemmeno nei suoi giorni più angosciati.

— Parla, per carità, Giannina, che cosa è accaduto? Sta male? È morto forse?..... E Gastone? — soggiunsi a voce più bassa, parendomi sconveniente di rivolgerle questa domanda mentr’ella era già tanto turbata.

— No, padroncina, nulla ho potuto saper del visconte.... Ma _lui_, oh infame! è peggio che morto....

— Calmati, spiegati.