Part 8
Verre potè dire d’aver assicurato l’una cosa e l’altra. Silla lo mandò nel Beneventano tra i suoi amici, per diffidenza come vuole Cicerone[338], per ragione di uffizio, se come è lecito dedurre dalla resa di conti fatta a’ questori dell’anno successivo, egli tenne la carica sino alla fine dell’anno[339]. Silla in ogni modo, com’era natura dell’uomo, lo beneficò e lo protesse, e Verre potè andare innanzi nella sua carriera. A Roma dopo questa sua questura, rimase appena tre giorni[340], occupato del resto, come sembra, in missioni ed incarichi, probabilmente nel Beneventano.
[La legazione e la proquestura di Verre.]
Due anni dopo, nell’anno 80, Cn. Dolabella di parte aristocratica, stato l’anno innanzi pretore, va come propretore in Cilicia ed, a proprio legato, non sa eleggersi miglior compagno di Verre, e dopo la morte del suo questore C. Malleolo gli affida anche la gestione della questura in sua vece[341]. Che legazione e che proquestura! Qui Cicerone aggrava la mano e fa Verre responsabile non solo di quello ch’egli potè commettere, ma di quello altresì che commisero il suo capo ed i suoi dipendenti. Che cosa in verità fece di suo proposito e per suo conto, che cosa come ministro del propretore? Noi non lo possiamo sapere completamente. Dolabella era ornai tramontato dall’orizzonte e a Cicerone fa commodo addebitare tutto a Verre, anche quello di cui Dolabella era stato riconosciuto colpevole in giudizio[342], ricorrendo ad induzioni ed illazioni, invocando la testimonianza di gente danneggiata e stizzita, o disposta ad accusare anche per propria difesa[343]. In ogni modo, se anche alcuni fatti non ebbero origine in un preconcetto disegno, ma furono l’incidente di una notte di crapula[344]; se in alcuni atti egli fu il braccio allungato di Dolabella, non bisogna durar molta fatica per ammettere che il suo passaggio, più che quello di un legato del popolo romano, dovè sembrare talvolta quello di qualche infortunio[345]. Soltanto, di questi infortunî in pellegrinaggio si era destinati a vederne più d’uno.
I Dolabella erano di razza rapaci e fraudolenti[346] e C. Malleolo, il questore, era tutt’altro che un puritano[347]. Un uomo dal senso morale molto mediocre, come era Verre, non poteva proporsi altro che di accomodarsi alle leggi dell’ambiente e farne suo pro, e così fece. A quella scuola egli apprese e ritenne per poi, se mai, emulare o superare i maestri. Era, pare, la sua prima scorsa su’ poderi del popolo romano ed egli vi faceva, come è dire, il suo noviziato; per non perdere tempo anzi incominciò dal viaggio. La sua casa era ancora poco adorna di statue greche, e la selvetta che la circondava sarebbe stata lieta di porgere le sue ombre alle divinità elleniche[348]; i provinciali aveano ancora molta lana da potersi tosare e, se anche un colpo di forbici arrivava alla pelle, ciò li avrebbe resi più umili; e, finalmente, a lui che usciva dalla guerra sillana, gli ozî di Marte, dio infido e terribile, doveano parere utili a propiziarsi Afrodite, e tutte le avventure galanti della provincia poteano fornire un diletto, lieto a godere oggi e bello a narrare domani.
[Il viaggio.]
All’opera dunque! A Sicione fa al magistrato cittadino richiesta di danaro. Non si arrende? L’avarizia può più del nome romano e della paura? Ebbene, lo si caccia in uno stambugio e, acceso un buon fuoco di legna verdi, lo si lascia a considerare se ha minor pregio l’oro, o dà maggior molestia il fumo[349]; _citra sanguinis effusionem!_ Di oro intanto sarà meno avara in Atene Minerva, e al magistrato romano che la vide e non ne partì a mani vuote, ne rimarrà due volte grato il ricordo[350]. Sono ancora troppo ricchi, troppo ornati questi templi di Grecia e d’Oriente, pur dopo che vi passò, da tanti anni, il conquistatore romano: ha troppe statue Apollo nel suo tempio, a Delo ove nacque, e nella notte è bene che ne sparisca qualcuna. Ma Apollo è qualche volta un dio iroso e capace di difendere la sua proprietà, come un qualunque avaro mortale, anche invocando da Poseidone un uragano: la tempesta infatti viene e la nave, che porta la sacrilega preda, si sfascia ed il turbato flutto del mare riporta alla riva le statue sacre di Apollo; sicchè — fu superstizione o necessità di resipiscenza? — Dolabella deve farle rimettere là donde furono prese e donde il popolo, tacito, ne deplorava la mancanza, pur non avendo il coraggio di reclamarle[351].
Ma non tutti gli dèi sanno o vogliono difendersi come Apollo: a Samo il tempio di Giunone resta a dirittura spogliato[352]; a Tenedo lo stesso dio indigete Tene non riesce a restar fermo al suo posto[353]; Diana di Perga vede depredato non solo il suo tempio, ma sè stessa degli ornamenti muliebri che porta[354]. E invano tentano gli uomini di sopperire alla neghittosità degli iddii; a’ legati di Samo, che vanno a muoverne lamento, C. Nerone risponde che vadano a Roma, e Roma è lontana, e, quando essi vi arrivino, potranno avere la sorpresa di vedere che, in prova d’animo generoso, il loro depredatore si è offerto ad ornare per un giorno delle opere d’arte rubate i fòri e le vie[355].
Intanto bellissime statue sono portate via di forza da Chio, da Erythrae, da Alicarnasso[356]; da Aspendo, in cospetto di tutti, su carri tirati da buoi s’asporta tutto quanto stava ad ornamento di edifizî pubblici e di templi e, tra l’altro, quel citarista, che per la perfezione sua era passato in proverbio e si dicea capace di cantare ogni cosa[357].
Non perdona agli dèi il nuovo padrone e tanto meno perdona agli uomini; ma, in cambio, come ama piacere, ad ogni costo, alle donne!
Il suo amore egli lo insinua, lo offre per tutto, più spesso lo impone a dirittura.
[L’avventura di Lampsaco.]
Vi è una missione per i re Sadala e Nicomede, e Verre fa sì che Cn. Dolabella gliela commetta; una felice occasione a queste spedizioni feconde e senza pericoli. Sulla sua via è Lampsaco, ed egli vi fa sosta con tutto il suo seguito. Dolce e generoso è il vino di Lampsaco e belle ne sono le donne; ma bella più di tutte è la figliuola di Filodamo, bella e pudica. Verre è ospite di Janitore, di cui non gli riesce potere abbandonare la casa, e a Filodamo impone, ospite non desiderato, non accetto, Rubrio, un suo bracco, lo stesso appunto che avrebbe scovata la bella fanciulla. Filodamo tuttavia vuol fare ammenda dell’ospitalità mal concessa, e la casa del ricco anfitrione s’apre per accogliere, convitati da Rubrio, Verre e il seguito suo. Fu intanto pensiero preconcetto, come vuole Cicerone, o fu caso? Ma, libando e crescendo l’eccitazione del convito, Rubrio si rivolge a Filodamo per suggerirgli di chiamar lì la sua bella figliuola e, al timido schermirsi di Filodamo, altre voci si levano più pertinaci invocando la donna, e, tra le insistenze e la minacciata violenza degli uni e la resistenza degli altri, si accende una rissa in cui un littore, Cornelio, viene ucciso e donde lo stesso Rubrio esce ferito[358]. La voce e l’ira del tumulto viene il giorno appresso portata in piazza, e Verre, assalito in casa da una folla furibonda, che minaccia di metter tutto a ferro e fuoco, deve la sua salvezza soltanto all’interposizione de’ cittadini romani, che erano colà per i loro commerci[359]. E parte, rinunziando anche per ora a chiedere la punizione dell’offesa fatta alla sua autorità ed alla sua persona[360]; ma la vendetta non scende meno sicura nè meno rapida sul capo di Filodamo e del figliuolo. Cn. Dolabella lascia la sua provincia di Cilicia e l’esercito e la guerra per accorrere in Asia ed indurre C. Nerone, esitante, a punire l’uccisione avvenuta nella sua giurisdizione, e da un tribunale composto di Dolabella, de’ suoi prefetti e tribuni, dello stesso Verre e di creditori di Greci sempre ligi a’ legati; Filodamo e il suo figliuolo passano nelle mani del carnefice sul fòro di Laodicea[361], dando a tutta l’Asia spettacolo più della vendetta, che della giustizia romana.
[Il brigantino di Mileto.]
Pur troppo gli Asiatici erano costretti a vederne d’ogni colore. Verre passa per Mileto, ne tratta con alterigia i magistrati, e, mentre si fa ospitare lautamente, li maltratta e taglieggia la città con la richiesta di un contributo di lana; poi, partendo, chiede una nave che gli serva di scorta sino a Myndo, e, subito, con T umiltà di chi serve, gli è dato un brigantino ben allestito, ben armato, scelto tra i dieci che Mileto aveva a servizio della stessa repubblica. Ma il magistrato della repubblica è anche più infido del mare: soldati e marinai tornano, ma a piedi; il vascello non più; venduto a L. Magio e L. Fannio, dichiarati poi nemici di Roma, esso va in corsa da Sinope a Dianium, dalla Spagna al Mar Nero!
E guai a muoverne pure lamento! Lettere di Dolabella arrivano e impongono che non se ne parli, che se ne cancelli la traccia dagli atti pubblici, che tutto insomma torni nel buio[362].
[Verre tutore.]
Ma Verre andava omai a vele spiegate ed era la fortuna che gli gonfiava la vela. C. Malleolo, il questore, viene ucciso ed è una doppia eredità che tocca a Verre, la proquestura, che Cn. Dolabella gli affida, e la tutela del figliuolo dell’ucciso: doppia eredità; chè anche la tutela può, in certi casi e con certe persone, valere come un’eredità.
Qui, a dir di Cicerone, sarebbero cominciate quelle esimie baratterie nelle compre del frumento a un prezzo designato dalla stessa legge che ne ordinava l’acquisto (_emptum_, _imperatum_), e nelle riscossioni fatte in luogo del frumento da fornire al pretore ed al suo seguito (_aestimatum_), che poi in Sicilia assunsero così larghe proporzioni. Nè si tratta di tentativi tanto timidi, se fu poi addebitato un profitto di tre milioni di sesterzî a Dolabella per frumento, cuoi, sacchi, panni, che avrebbe dovuto prendere e non prese, avendone in cambio danaro[363].
E il tutore del pupillo valeva quanto il pubblico amministratore. C. Malleolo, uomo senza scrupoli, per affermazione dello stesso Cicerone faceva il paio con Verre ed era ricco di masserizie, di servi, di crediti verso le città. In tutto questo panno ora Verre avrebbe tagliato a suo agio, senza discrezione: de’ vini, che quegli aveva in gran copia, pensò a rifornire le sue cantine; tutte le argenterie, gli schiavi, o che si raccomandassero per la bellezza dell’aspetto o per particolari attitudini, li prese per sè ed i crediti li fece a poco a poco sfumare tra le sue mani. Egli avrebbe esatto due milioni e cinquecentomila sesterzi, ma di dare i conti non se ne parlava; messo alle strette dalla madre e dall’ava del pupillo, perchè dicesse almeno quanto aveva portato, parlò di un milione, poi, per uno scambietto di cui non possiamo comprendere nulla, come nulla mostrava di comprenderne Cicerone, con una dolosa cancellatura, il milione si trovò ridotto a seicentomila sesterzi, che apparivano dati al servo Crysogono ed accreditati al pupillo Malleolo, senza che nemmeno si fossero integralmente versati[364].
[Verre e Dolabella in giudizio.]
Quelli della provincia erano i giorni della gazzarra; ma, mentre il lampo dell’oro e lo strepito de’ tripudî rendeva il governatore ebbro, e come un ebbro sicuro di sè stesso, quelle lagrime di manomessi, di spogliati, di violate talvolta si addensavano lontano, a Roma, per iscoppiare loro, sul capo, al ritorno. Era il fuoco del purgatorio non acceso, oltre la vita, da una trascendente giustizia divina; ma qui in terra, e non dalla pietà verso i provinciali, ma dall’invidia, dall’avidità delusa, dall’ira di parte, dall’ambizione, da tutto il vento delle passioni insomma, che vi soffiava dentro, facendo di quei giudizî una fiamma da tregenda. Un M. Scauro della famiglia degli Aurelî[365], più probabilmente che di quella degli Emilî[366], è forse quello stesso che Cicerone poco innanzi nomina come questore in Asia[367] e che colà poteva avere avuto notizia de’ fatti, giovane d’anni ma astuto e corrivo alla vendetta, si faceva nell’anno 78 accusatore di Dolabella, chiedendogli conto del suo governo di Cilicia.
Quanta parte nel malgoverno aveva avuta Dolabella? quanta ne aveva avuta Verre?
Cicerone tendenziosamente ne vorrebbe addossare tutta a questo la soma, facendone quasi il solo responsabile degli stessi fatti, di cui Dolabella riportò condanna: un’esagerazione, comoda certamente a’ bisogni della causa, ma manifesta sì per la diversa posizione de’ due e sì per le stesse parole di Cicerone, quando fa intervenire Dolabella a metter la polvere sugli atti di Verre od a sperderne la traccia[368] e quando egli stesso, per induzione, arriva a concludere che se Dolabella ne fu l’autore, Verre ne fu l’esecutore materiale[369]. È chiaro in ogni modo che se il governo della provincia avea dovuto farne due amici e la concordia era sopravvissuta anche alla spartizione della preda, ora nel giudizio l’istinto della propria conservazione dovea farne due avversarî; e M. Scauro, intento sopratutto a colpire Dolabella, trasse naturalmente partito da questa posizione di cose, anche senza quell’anticipato e perverso accordo, che forse può essere una posteriore induzione di Cicerone[370].
Cicerone fa colpa anche a Verre di non aver resi i suoi conti prima della condanna di Dolabella; eppure nulla vi era di più giusto. La responsabilità anche amministrativa di Verre e la sincerità de’ suoi conti dipendevano direttamente dal grado di responsabilità di Dolabella e dalla provata verità delle sue attestazioni in giudizio; era impossibile parlare di resoconto, mentre si disputava se Dolabella avesse oppur no ricevuto, e se Verre gli avesse dati cinquecento trentacinque mila sesterzî, e se alla sua volta Verre avesse ricevuto altri duecento trenta duemila sesterzî non riportati ne’ suoi registri, e di frumento un altro milione ed ottocentomila sesterzî parimenti non riportati. Può darsi benissimo che ne’ suoi registri Verre avesse trascurato d’iscrivere i crediti verso Q. e Cn. Postumio Curzio e che avesse pure in Atene versato nelle mani di P. Tadio quattro milioni di sesterzî[371]: in ogni modo da quel processo, donde correva rischio di riuscire come un accusato, ne uscì immune. Fu a proposito di questo giudizio che Verre dovette trattenersi in Roma tre giorni[372], la sola dimora da lui fatta in città dopo l’esercizio della sua questura, a quanto almeno dice Cicerone; e, se ciò è vero, questa sua breve fermata e la lunga assenza valgono anche a togliere credito a’ maneggi che Cicerone gli attribuisce nella causa di Dolabella.
[La pretura di Verre.]
Dove fu e che cosa fece, dopo ciò, per più che tre anni? Poichè era questo il tempo in cui la parte mariana, rifatta ardita dalla morte di Silla, faceva una nuova levata di scudi in Italia e maggiore anche e più fortunata nella penisola iberica; è probabile che Verre non restò inoperoso e contribuì a sostenere le sorti della parte aristocratica di cui era un campione. È notevole che Cicerone per questo triennio e più non gl’imputa niente di determinato, e, benchè dica che la cronaca cittadina non cessa di occuparsi di lui e non per festeggiarlo, non è improbabile ritenere che, durante la sua lontananza, gli echi di fatti suoi non commendevoli, che aveano potuto ripercuotersi nel processo di Dolabella, si andarono spegnendo, e con essi, come per chi è lontano suole appunto avvenire, molte ire e rancori.
Quando Verre tornò a Roma nel 679 (75 a. C.), vi tornò per essere elevato ad una delle più alte cariche dello Stato, a quella che, se poteva essere seconda in importanza ad un’altra, poteva in dignità ritenersi non seconda ad alcuna. Verre divenne pretore. Fu tutta opera della corruzione elettorale e di nient’altro che della corruzione? Cicerone lo dice nella forma più esplicita e tale che non ammette repliche. Trecentomila sesterzî distribuirono per suo conto i _divisores_ ed ottantamila n’ebbe l’accusatore perchè recedesse dall’accusa[373]. Certamente il credere alla corruzione non è fare ingiuria nè all’uomo, nè a’ tempi; l’uno e gli altri anzi lo suggeriscono; ma non bisogna neppure dimenticare che un uomo come Verre, duro, inesorabile ostinato e senza soverchi scrupoli, era per la parte in cui militava, e lo mostrò, uno strumento non trascurabile, ed il potere della parte aristocratica, allora prevalente, va pure tenuto in conto. Comunque ciò fosse, quando il suo nome uscì trionfante dal voto dei comizî, egli dovè sentire tutto l’orgoglio e la gioia di chi è salito così alto che non ha se non da tendere la mano per afferrare il supremo fastigio del potere. Anche la sorte lo favoriva; egli era pretore urbano[374].
Strumento ed artefice al tempo stesso della legge, egli si assideva oggi in Roma come l’arbitro della giustizia civile; e, tra un anno, l’aspettava la provincia, dove, questa volta, con autorità incontestata, e se dio voglia, con migliore fortuna avrebbe compiuta quello che aveva fatta ed anche quello che forse non aveva fatto Dolabella.
Ma dunque, o Cicerone, è un pirata che si accampa nel fòro di Roma?[375].
Il pretore — occorre appena rammentarlo — non era semplicemente l’esecutore della legge, stretto dalla parola di essa in determinati confini ed a spiegare l’opera sua soltanto caso per caso. Fra gli elementi che concorrono all’esplicazione della coscienza e della vita giuridica romana, il pretore è l’elemento più vivo ed operoso, e il suo editto è lo spirito innovatore che svolge le istituzioni e le leggi antiche e le adatta alle nuove condizioni di vita; deriva da’ nuovi rapporti economici e sociali le nuove norme giuridiche e segue assiduamente Roma in questo allargamento progressivo della sua sfera di azione ed in questa graduale fusione della civiltà cittadina con la civiltà universale. Quanto più vasto il compito adunque, tanto più facilmente irto di pericoli, fecondo di errori; ed il rimedio a tutto non era in una espressa disposizione di legge, ma piuttosto nella natura transitoria del provvedimento, nel divieto al suo adempimento opposto da un magistrato di potere uguale o maggiore, nel limite sopratutto che ciascuno dovea sapere imporre a sè stesso. Ancora un freno di meno: l’editto non era il programma del candidato, che diveniva legge poi per l’eletto; ma uno schema, neppure rigorosamente obbligatorio, del pretore designato ad entrare in funzione. Che cosa non dovea prestarsi a divenire un tale ufficio nella Roma del settimo secolo, divenuta il mercato del mondo, in quella gara intemperante di ambizioni, d’interessi, di cupidigie, e come doveva essere ben saldo sulla sua sedia curule il pretore per resistere a quel cozzo, e quante volte vi restava saldo? E che cosa ne fece Verre? Che pagina scrisse egli in questa storia sì gloriosa, se guardata a grandi tratti, della pretura romana? L’opinione di Cicerone è risaputa: la pagina che Verre vi scrisse, fu quale l’avidità potea suggerire, la malafede dettare, e l’insipienza scrivere. Designato pretore non fece che tessere tutta una rete piena di viluppi per tenderla poi ne’ giorni dell’uffizio: tale è il suo editto. Non è nemmeno la manifestazione di uno o di un altro concetto giuridico; è, così, un ingegno messo insieme per prede predestinate. E Cicerone, al giorno del giudizio, ne strappa via alcuni nodi e alcune maglie per agitarli innanzi a’ giudici e al popolo, onde tutti li vedano, tutti concepiscano il resto.
[L’eredità di P. Annio.]
P. Annio Asello è morto, che era ancor pretore C. Sacerdote, il predecessore di Verre: non avea che una figliuola e la legge Voconia, rogata secondo la data più probabile[376] novantaquattro anni innanzi, nel 585 (169 a. C.) dal tribuno Voconio, favente Catone, avrebbe potuto toglierle o limitarle il diritto ereditario; ma egli non era censito ed il diritto ereditario della figliuola così resta salvo. Pure così non pare a Verre. Giacchè vi è un L. Annio, erede secondo chiamato, a quanto dice Cicerone, Verre lo fa venire a sè, si accorda con lui, ed ecco introdotta nell’editto una regola interpretativa della legge Voconia, e con effetto retroattivo per giunta, per cui la figliuola di P. Annio vien dichiarata incapace di succedere al padre e l’eredità si devolve a L. Annio[377].
[L’eredità di P. Trebonio.]
P. Trebonio muore lasciando varî eredi, tra i quali un suo liberto e, poichè suo fratello A. Trebonio è proscritto e non può essere suo erede, impone agli eredi istituiti di giurare che farebbero in modo di far arrivare ad A. Trebonio almeno la metà di ciascuna porzione ereditaria. Gli eredi, consapevoli della legge Cornelia che interdiceva qualsiasi aiuto al proscritto, vanno da Verre, mostrano l’impossibilità legale del giuramento e sono immessi nel possesso dell’eredità: più ingenuo il liberto presta il suo giuramento e ne è escluso[378]. Ancora. Muore durante la pretura del predecessore di Verre, di C. Sacerdote, C. Sulpicio
[L’eredità di Sulpicio Olympo.]
Olympo ed istituisce suo erede M. Ottavio Ligure, uomo di posizione molto elevata per nome, qualità personali ed opulenza. M. Ottavio Ligure era stato già immesso nel possesso dell’eredità dal pretore C. Sacerdote, quando l’anno appresso, sotto la pretura di Verre, la figliuola del patrono di Olympo si fa a chiedere la sesta parte della sua eredità. Nell’assenza di M. Ottavio, il fratello Lucio, e con lui altri amici e parenti, cercano tutelare il suo interesse: L. Gellio ne assume il patrocinio, sopravviene in fine lo stesso M. Ottavio e cerca far intendere a Verre le sue ragioni e che il suo editto non può avere effetto retroattivo e via; ma Verre gli fa intendere alla sua volta, senza ambagi, che non è questione di argomenti giuridici e disquisizioni legali, è soltanto questione di quattrini[379].
Cicerone dice di poter evocare seicento sentenze almeno, che hanno in sè stesse l’impronta della corruzione[380]. Si trattava di una realtà o di una amplificazione? Non è punto difficile propendere per questa seconda opinione.
Che che ne dica Cicerone, i tre casi innanzi esposti, che sono i tre esempi addotti da Cicerone, non sono tali da far dire che Verre uscisse assolutamente fuori della legalità, decidendo come decise.
[Verre e la _lex Voconia_.]
Noi non possiamo dire di conoscere veramente bene la legge Voconia, giacchè le notizie, che su di essa ci sono pervenute, sono in parte incomplete, e in parte contraddittorie[381]. Due tratti dello stesso Cicerone, che si riferiscono ad essa[382], se a qualcuno sono sembrati atti ad essere conciliati[383], ad altri sono sembrati assolutamente repugnanti. E discordanti sono ancora sembrati un luogo di Gaio[384], ed un altro di Cicerone[385], che si riferiscono non alle regole dell’eredità, ma a quelle de’ legati, imposte dalla legge Voconia.