Part 7
II diritto di pegno, assicurato secondo il diritto ellenico al pubblicano, cominciò a sperimentarsi con l’assistenza del magistrato, ch’era di guarentigia allo stesso _arator_. La denunzia delle colture (_professio_), fatta prima dell’appalto, quando il pubblicano non aveva ancora acquistati i suoi diritti, faceva sì che la sua violazione valesse come una violazione di una disposizione d’ordine pubblico. Il pubblicano aveva tre vie innanzi a sè nello esigere le decime e poteva, come spesso accadeva[287], cedere il suo diritto d’esazione alle singole città, che pensavano ad effettuare dal canto loro la riscossione; poteva mettersi, procedendo direttamente all’esazione, d’accordo con l’_arator_, ed allora il suo diritto veniva a poggiare su di una base contrattuale, alla cui esecuzione era assicurata la protezione del governatore provinciale[288]; poteva finalmente esservi disaccordo tra decumano ed _arator_, ed allora avea origine una controversia, intorno al cui giudizio si può dire che fosse un giudizio sommario, che stesse di mezzo tra il diritto pubblico ed il privato, e, vertendo tra persone di diversa categoria, alla imparzialità sua doveva vegliare il governatore sopra tutto con la scelta de’ _recuperatores_[289].
La lesione de’ diritti de’ pubblicani assumeva un carattere pubblico e di qui le multe e l’ampiezza de’ mezzi esecutivi.
[I poteri del governatore.]
Tale era l’ordinamento effettivo, su cui riposava il governo della Sicilia; ma resta ad indicare quale fosse il valore legale di esso. Tutto questo ordinamento, in altri termini, avea l’autorità e la forza di una legge? Domanda interessante questa, la cui risposta ci aiuta meglio a considerare ed a comprendere l’atteggiamento del governatore della provincia rimpetto ad essa.
È sicuro che Cicerone tutte le volte che parla dell’ordinamento dato sotto Rupilio alla provincia, tiene a distinguer bene che non si trattava di una legge; e tale era chiamata solo impropriamente da’ provinciali[290].
Il Senato con l’estensione, che veniva sempre più dando alle sue attribuzioni ed a’ suoi poteri, era venuto sviluppando questa sua facoltà e questa ingerenza nell’ordinamento provinciale, che avea stretto rapporto con l’amministrazione stessa della provincia e con la sorveglianza su’ suoi governatori. E l’ordinamento, infatti, si veniva per molta parte compiendo dal Senato sia sotto forma di delegazione che sotto forma di ratifica di disposizioni adottate dagli stessi governatori[291].
Perciò non si saprebbe rigorosamente determinare quanto tali ordinamenti emanati dal Senato potessero ritenersi efficaci ed obbligatori per i governatori di provincia[292], e non è perfettamente giusto[293] sostenere che avessero interamente il valore di una legge. Bisogna ammettere non solo che doveano cedere il luogo ad una legge, ove questa vi era, ma ancora che «_formalmente_»[294] il governatore poteva non ritenersi assolutamente stretto da quegli ordinamenti.
A ciò si aggiunga che il potere, nella realtà legislativo, inerente al _jus edicendi_[295] avea limiti tanto poco precisi, che nella sua esplicazione, specialmente nel campo del dritto privato, si convertiva in una vera fonte legislativa. Perciò è la cosa più ardua il voler decidere in quanto secondo le fondamentali regole costituzionali e in quanto anche, secondo i partiti e le necessità della pratica, poteva ritenersi legato da quegli ordinamenti un governatore, sopra tutto in provincia, dove la preoccupazione di raffermare od estendere il dominio romano e quello di fondere ed armonizzare insieme i diversi statuti personali ed i cozzanti interessi di così varî elementi dovea imporsi al governatore e far sì che, in provincia, forse ben più che a Roma, il suo editto fosse uno strumento di continua evoluzione del diritto.
[Le condizioni economiche della Sicilia.]
E in Sicilia, anche più che altrove, codesto compito era interessante e difficile.
La sua posizione ne avea fatto l’oggetto di contesa ed il luogo di convegno di tutti i popoli che si erano disputato l’imperio del Mediterraneo; e, pure decisa la lotta a favore di Roma, restavano ancora tutte queste diverse razze, diverse consuetudini, diverse norme giuridiche a fondere insieme, ed intanto occorreva renderne possibile la coesistenza.
Inoltre, ruinato il ceto agricolo romano ed italico, e fattosi vorticoso il crescere del proletariato e dato allo Stato, dopo i Gracchi, quell’indirizzo, che metteva tra i suoi compiti l’alimentazione del proletariato cittadino; la Sicilia, sino alla conquista dell’Egitto uno de’ maggiori granai d’Italia, avea per la vita politica ed economica, per la sussistenza stessa di Roma un’importanza capitale. Il particolare sistema di amministrazione della Sicilia (Cicerone non si stanca mai di ripeterlo e di farlo intendere) era in teoria tale che l’interesse suo e quello dello Stato dominante erano intimamente connessi. La prosperità crescente della Sicilia voleva dire una decima più abbondante, il frumento _imperatum_ comperato a miglior prezzo e, con l’aumento dell’importazione e dell’esportazione, una quota più alta di tributi indiretti.
Ma l’ordinamento provinciale della Sicilia, per quanto Roma avesse cercato favorirlo, per necessità di cose e di tempi, non avea punto evitati tanti di quegl’inconvenienti, che ne impedivano il completo sviluppo economico; e, tanto più potea essere naturale l’opera pratica, adattata a’ singoli casi, del governatore, che rendeva meno sensibili alcune asprezze, che attenuava o s’ingegnava di eliminare alcuni mali.
Il sistema d’impedire alle diverse parti della provincia di trovare in se stessa un centro, a cui fortemente riconnettersi, e quello di creare barriere tra parti e parti della provincia, per far sì che propositi di autonomia non sorgessero, o non venissero messi in atto; erano cose a cui i Romani non aveano saputo, nè potuto rinunziare interamente nell’amministrazione della Sicilia. Di qui tanti di quegl’inceppi, che non poteva fare a meno di comprimere lo svolgimento di tutte le sue attività.
Benchè ci avvenga d’incontrare un _commune Siciliae_, è affatto da escludere ogni organizzazione regionale. Tutte le città vivevano ciascuna a sè, trovando il proprio centro, fuori dell’isola, in Roma, e, nell’isola, in colui che ne era il rappresentante, nel governatore.
V’era un più stretto legame tra alcune città, ma erano le diciassette, che s’erano mantenute sempre fedeli a Roma; ed i rapporti più stretti, che le univano, aveano semplicemente carattere e scopo religioso.
A ciò si aggiunga che la classe dominante romana avea vivo l’interesse, chiaro il disegno di attrarre a sè, come più poteva, tutte le fonti di ricchezza e, come meglio le riusciva, di monopolizzarle.
Di tutta l’azione di questi diversi interessi pubblici e privati, la Sicilia sentì vivamente gli effetti e con danno della sua economia.
Se il _commercium_ interdetto ad ogni altro sul territorio di Segesta[296] dipendeva non da altro che dalla sua condizione di città libera, che la facea considerare come uno stato indipendente anche rimpetto a’ Romani; quello che lo stesso Cicerone ci dice di Agrigentum[297], mi pare possa ben dar luogo a supporre che tra città e città si erano elevate barriere, ed era impedito o circoscritto il _commercio_ ai cittadini di una in un’altra città. E, pur ritenendo che la natura del suolo provinciale, sia di città censorie che di decumane, non ammetteva ne’ detentori un diritto di dominio, non è detto che anche il semplice trasferimento del possesso non potesse essere più o meno limitato dal divieto o dalla mancanza d’ogni riconoscimento giuridico. Ne nasceva allora che, posti tali inceppi, i cittadini romani, che, come tali, aveano il _commercium_ nelle città soggette di Sicilia, poteano vittoriosamente fare agli altri la concorrenza.
È sicuro in ogni modo che campi ed aziende agricole siciliane vennero in buona parte, nelle proporzioni e sotto forma di latifondi, in mano di cittadini Romani, i quali, menandone innanzi la coltura, si avvalevano del lavoro servile, e davano luogo ad una industria agricola, che, diretta ad esaurire gli uomini impiegati ed il suolo, ruinava l’agricoltura e fomentava quel malessere che divampò due volte nelle guerre servili.
La produzione nel primo terzo del primo secolo si è fatta ascendere[298] in tutta la Sicilia ad otto milioni di medimni (ogni medimno siciliano è di litri 52,392)[299] di frumento e quattro milioni di medimni di altri cereali; ma, considerando che la sola decima del frumento delle città decumane ascendeva a cinquecentomila medimni, potrebbe fors’anche il computo portarsi più alto[300].
Intanto, secondo calcoli che naturalmente possono accettarsi solo come approssimativi[301], la popolazione che, tra la fine del quinto e il principio del quarto secolo, ascendeva a circa 800000 abitanti e appresso avea avuto un incremento e sotto Agatocle avea potuto salire ad un milione; colla morte del tiranno avea cominciato a decadere, e se, ristabilita la pace dopo ottanta anni di guerre, la regione riavea sotto i Romani un periodo di relativa risurrezione economica, era il numero degli schiavi che cresceva in proporzione assai notevole, assai più che innanzi non fosse stato, sino a pareggiare il numero de’ liberi.
A lenire alcuni inconvenienti, a stornare alcuni mali, ad esercitare in tutto un’azione benefica, potea giovar molto l’opera del governatore, fornito, così com’era, di largo potere; e, del pari, se mosso da impulsi diversi, potea recar molto male.
Di settantasei de’ governatori della Sicilia, che esercitarono l’ufficio loro prima di Verre, noi abbiamo notizia[302]; ma dell’opera ivi spiegata da loro, specialmente quando non si riferisce ad imprese di guerra, poco sappiamo. Di M. Valerio Levino, primo tra i governatori dell’intera Sicilia, sappiamo bensì che cercò di svilupparne la produzione anche artificialmente, incitando personalmente[303], alla coltura del suolo.
In questa provincia fu mandato come governatore, settantesimosettimo di quelli a noi noti, C. Verre.
V.
HOMO AMENS AC PERDITUS?
Chi era C. Verre?
[Le Verrine.]
Lo scrittore, il poeta, l’oratore, l’artista sono anche tanti giustizieri. In questo arruffìo quotidiano della vita, mentre essi, gravati dell’incommodo bagaglio delle loro idealità, passano assai spesso punzecchiati, derisi, angosciati; gli uomini piccoli, che per la loro stessa natura non perdono mai di vista la terra, s’insinuano in tutti i meandri del multiforme inganno umano, tendono reti e stanno in agguato, ghignando, sugl’improvvidi che vi cadono, scavano ad altri la terra sotto i piedi; e da questo lavorio di tutti i giorni assurgono pieni di oro e di fango, carichi di uffizî e di onori, e, tra l’incenso, che loro sale alle nari e le maledizioni che si perdono inascoltate nell’aria, arrivano freschi, riposati, sereni al termine della loro giornata terrena.
Ma se essi inciampano il poeta, lo scrittore, l’artista, in un’ora della vita in cui il loro cuore è colmo d’infinita amarezza, il poeta, lo scrittore, l’artista, che sanno anche essere giustizieri, li acciuffano con la mano febbrilmente potente, e sulla fronte, insolitamente rivolta verso il cielo, imprimono come un suggello il marchio della condanna.
Si spengono allora gli echi dolenti delle angoscie che essi suscitarono; scompare fin la traccia delle ville sontuose e de’ palagi superbi, onde guardarono con piglio insolente sul mondo e sulla vita; le statue, ch’essi si eressero, vanno in pezzi; ma vive ancora nel verso, nell’orazione, nel libro il povero clandestino epigramma, che anonimamente ronzava intorno a loro; e, raccomandati all’opera di chi li fece eterni, passano alla posterità cinti di un nimbo d’infamia, monumenti vivi dello stridente contrasto tra la gente che impera e quella che langue, esempî di tanti altri, che vissero della loro vita e godettero della loro fortuna.
Tale è la sorte di Verre. Non son molti davvero i personaggi dell’antichità, specialmente di ordine secondario, delle cui gesta possiamo dire di sapere tanto come di Verre. Ma tutto quello che sappiamo di lui, sgorga da una fonte sola, e questa non è una fonte spassionata ed impersonale; anzi è un atto di accusa, dove la narrazione si trova incastrata tra invettive, sarcasmi, dileggi.
E, quasi che ciò non bastasse, l’accusa non è soltanto la reazione di un’anima offesa dallo spettacolo dell’ingiustizia, ma, che che Cicerone faccia per attenuarne l’effetto, è l’assalto di un avversario ed un atto coordinato a tutto un piano di condotta politica e destinato ad avere un’azione immediata sugli avvenimenti politici del tempo.
Pure, benchè la fonte sia così unilaterale e ci manchi generalmente la possibilità del controllo, convenientemente usata ed interpretata, ci dà modo di formarci un concetto non incompiuto dell’uomo e del tempo.
Chi ha qualche volta osservato l’indole e le fasi dello svolgimento de’ drammi giudiziari, come usa chiamarli, ha veduto come spesso, nelle mani di chi accusa o difende, i fatti vengano abilmente svisati ed affermati o smentiti secondo un preconcetto disegno. Ma tal’altra volta i fatti son tali, o così provati, che si contende piuttosto della loro importanza e della interpretazione a cui possono andare soggetti, ed allora anche un’accusa od una difesa può esser un documento storico di notevole valore. E questo sembra sia il caso delle «Verrine». In esse per giunta troviamo riflettuto, sia pure per farne strazio, tutto il sistema di difesa di Verre, e di tratto in tratto ci è dato gettare uno sguardo sull’ambiente esteriore, e conoscere ciò che si operava dietro la scena e da quali impressioni era dominata e come si moveva la folla, che, assistendovi, partecipava anch’essa a questo così importante episodio della vita romana.
Accanto a qualche esagerazione ed a qualche interpretazione forzata, da alcuni particolari stessi che non hanno diretto rapporto con l’accusa, balza fuori in qualche modo la figura dell’accusato. Da tutto l’insieme di dati piccoli e grandi, da quella sfida cinica alla giustizia ed all’opinione[304], da quella furberia talvolta sino infantile[305] e da quella cieca e sventata imprevidenza, da quella passione delle opere di arte morbosamente irresistibile[306], da quella sua irritabilità[307] che, eccitata reagisce feroce, da quella sua rapacità che diventa crudeltà, da quel suo furioso entusiasmo della libidine e dell’orgia[308], e da quella sua incontinenza che non conosce confine, si ricompone — se tutti que’ dati son veri — una figura di delinquente quale la scienza moderna[309] lo concepisce: un tipo di degenerato morale, che da un lato si ricongiunge alla follia e dall’altro presenta come un ritorno atavico dell’uomo primitivo, del selvaggio. Tra la civiltà greca, in mezzo a cui vive, egli appare veramente il tardo nepote de’ favoleggiati compagni di Romolo, assertori del diritto della forza, rapitori di donne, banditi; o come un’anticipazione di quello che sarà tra un secolo Nerone, amatore dell’arte cieco ed impotente, che vuol trasportare nella vita un suo grande sogno di lusso e di piacere e, dominato da invincibili impulsi, piega e spezza tutto quanto si para come un ostacolo al suo egoismo armato del potere.
E insieme alla figura di Verre viene a galla tutto un altro gruppo di figure, quale intraveduta appena, quale sbozzata e pur chiara; e tutta una serie di concetti morali dominanti la vita pubblica e la privata, e i buoni e i cattivi istinti della folla e l’ambiente stesso della vita giornaliera de’ dominatori e dei soggetti; tutto un momento insomma della vita romana, che il processo di Verre rievoca e ricompone intorno a Verre, fatto centro di tanti interessi, ire e passioni, che, compenetrandosi con la sua sorte e la sua persona, le danno una particolare importanza storica.
[C. Verre e la sua famiglia.]
Chi egli fosse e da quale famiglia uscisse, non parve sempre, nè a tutti ben chiaro. Il nome romano, che ha la particolarità di determinare così bene un uomo ne’ suoi rapporti pubblici e privati, nelle sue relazioni famigliari e di schiatta, appare in C. Verre, piuttosto che monco, suscettibile di ambigue interpretazioni. Fu creduto anche che Verre fosse solo il cognome, e il nome gentilizio, per tutto taciuto, fosse Cornelio; ma è invece il contrario ch’emerge dal testo stesso di Cicerone[310], e si può affermare con sicurezza che quello di Verre fu un nome gentilizio[311], e, cosa del resto non rara, egli non ebbe cognome. Nè il nome stesso ha il carattere eccezionale, che da principio si sarebbe inchini ad attribuirgli, se può ritenersi soltanto come una forma più antica di Verrius[312], della cui schiatta la famiglia di Verre potrebbe così essere stata un ramo, distratto sempre più dal tronco comune.
Vi sarebbe qualche motivo per credere che non potesse già vantare parentele illustri e potenti[313]; in ogni modo era nobile[314]. Suo padre, C. Verre anch’esso[315], dovea aver nome d’insigne manipolatore di elezioni e vivea in una cerchia d’incettatori di voti[316], incettatore egli stesso, addestrando nell’arte, perchè non si perdesse, altri membri di sua famiglia, un Q. Verre[317] per esempio, della tribù Romilia.
Malgrado ciò, o forse per ciò, non gli mancò un posto nel senato.
Sua madre avea comune la schiatta ed il nome con Q. Tadio[318]. Questi i congiunti che avea per parte de’ suoi genitori. Il suo matrimonio appresso lo legò con vincoli di affinità a Vezio, cavaliere romano[319]: un legame non sappiamo di qual genere e tra chi, lo rese anche affine de’ Metelli, ma solo alla vigilia del suo giudizio[320]. Di qual famiglia fosse il genero non sappiamo. L’anno della sua nascita ci è del pari ignoto, ma sapendo della sua morte avvenuta, e non per causa naturale, nel 43 av. C. e che, pretore in Sicilia era padre di un figlio presso ad uscire dall’adolescenza e di una figliola già fatta sposa[321]; possiamo da tutto ciò argomentare che all’epoca della sua pretura probabilmente egli doveva avere un’età non maggiore o di poco a quella richiesta per covrire l’ufficio.
Egli dunque dovè fare con rapidità e con fortuna la sua carriera, a cui si preparò non con pazienza di studî e nobile esercizio di vita; ma, piuttosto, sulla scorta dell’esempio paterno e, conforme all’indole dei tempi, emergendo nel lieto pandemonio delle gazzarre cittadine.
Non si logorò proprio negli studî; e se Cicerone non lo calunnia anche in questo[322], non trovò nemmeno il tempo di acquistare una conveniente cultura, neppure quello di apprendere il greco, cosa relativamente comune per gli uomini del suo stato. Ma Cicerone certamente esagerò anche questa volta.
In ogni modo da adolescente si sarebbe annunziato, quale sarebbe poi stato maturo. Cicerone fa le viste di non volersi occupare della sua vita di adolescente; ma ciò non è che un artifizio retorico; ricorrendo alla figura della preterizione, trova benissimo il modo di rievocare le orgie notturne e la gioventù spesa tra lenoni, biscazzieri, mezzani, e i buchi fatti al patrimonio paterno; quella sua prima milizia non ricca che d’ignominie, e in cui profuse oro insieme ed onori; tutta insomma l’impura adolescenza che ora si rinnovava nel figliuolo[323].
[La questura di Verre.]
Questo stesso suo modo di vita non doveva essergli d’impedimento a salire nelle nuove condizioni della vita romana e specialmente nell’infuriare delle dissensioni civili; e lo vediamo infatti entrare nella vita pubblica come questore[324] del console Cn. Papirio Carbone nella lotta della parte mariana e sillana. Cicerone gli fa tener questa carica quattordici anni prima della causa e, benchè, secondo quella che ad alcuni può parere la più usuale maniera di contare, si sarebbe aspettato che avesse detto quindici[325], riesce evidente che intendeva riferirsi all’anno 84 a. C.[326].
Il fatto che Cicerone lo fa restare questore ancora sino al sacco di Rimini[327], il quale non potè accadere che nell’82, e ad anno abbastanza avanzato, ha dato origine ad una viva controversia sull’epoca vera della questura di Verre; onde, mentre qualcuno[328] l’assegna all’anno 84, altri[329] l’attribuisce all’anno 83, ed altri[330] ancora all’anno 82. Che Cicerone assegnasse l’entrata di Verre in carica all’anno 84 è fuor di dubbio e non pare lo facesse per una svista, giacchè egli si ferma molto alle particolarità del fatto, rileva il nome di L. Scipione, siccome quello del console succeduto a Cn. Papirio Carbone e mostra di ben conoscere il seguito de’ fatti di quegli anni, che del resto si erano svolti sotto i suoi occhi.
D’altra parte per l’allusione al sacco di Rimini, per la menzione de’ conti resi a P. Lentulo e L. Triario[331], questori nell’anno 81, si deve pure ritenere, che nell’anno 82, C. Verre occupava l’ufficio di questore.
Di fronte a questi fatti restano prive di valore le opinioni unilaterali di quelli che vorrebbero far valere la data di un anno o quella di un altro, e pare si debba pensare ad una prorogazione dell’ufficio o ad una rielezione di Verre all’ufficio di questore; cosa tanto più probabile in quanto avrebbe fatto riscontro appunto alla reiterazione del consolato di Cn. Papirio Carbone[332].
Cronologicamente dunque la notizia di Cicerone non offre materia ad appunti: merita bensì di essere accolto con ogni cautela il giudizio che dà del modo onde l’ufficio fu gerito e degli incidenti che l’accompagnarono. Verre infatti nell’anno 82 si staccò dalla parte mariana per aderire alla sillana, e Cicerone non ha parole sufficienti per bollare più e più volte questa sua defezione[333]. A sentire il suo accusatore, prima di tutto C. Verre non fece questa apostasia per considerazioni politiche, ma semplicemente a scopo di rapina. Infatti da’ conti resi della sua questura appariva com’egli dovesse avere ancora presso di sè seicentomila sesterzi, quanti costituivano la differenza tra il denaro ricevuto e lo speso, e, intanto, a’ suoi successori non seppe darne altra giustificazione se non d’averli lasciati a Rimini, dove a cagione del sacco doveano essere andati perduti[334]. Ora come accadessero le cose, noi non siamo in grado di dire; ma si può ben dire che la giustificazione di Verre non menava univocamente a quell’interpretazione che Cicerone le dava. E tanto più apparisce parziale, quanto più passionato ed esagerato è il biasimo che Cicerone getta su Verre, indipendentemente da ogni ragione di furto, pel semplice abbandono del suo console.
Per averne un chiaro intendimento occorre mettere in relazione quel fatto con altri avvenimenti del tempo stesso. L. Cornelio Silla era da poco sbarcato in Italia e già dalla parte avversa molti cominciavano ad inclinare verso di lui. L’esercito di L. Scipione abbandonava il suo comandante e si rendeva a Silla[335], e colle vittorie de’ suoi legati e l’affermarsi della sua fortuna, la demoralizzazione e la sfiducia entravano nel campo nemico; e le diserzioni spesseggiavano tanto più, quanto l’uomo, _a’ suoi benigno ed a’ nemici crudo_, sapeva con tutte le arti del fascino personale e con tutte le minacce della più inesorabile vendetta attrarre a sè gli uomini[336]. Se qualche cosa è notevole, è precisamente questo: che Verre potè ancor tanto tempo dopo la venuta di Silla in Italia restare fedele alla sua parte, e non passò all’avversario, se non quando la sua parte si andava ormai dissolvendo senza rimedio e i suoi interessi di Romano e di nobile lo gettavano in braccio a Silla; e probabilmente non si poteva dire ch’egli abbandonava il suo console, ma che il suo console abbandonava lui e l’esercito e la sua parte, cercando in Africa uno scampo[337]. Il peggio che in questo può dirsi di Verre è che, al pari di tanti altri, in questa e nelle posteriori guerre civili, anch’egli finì per obbedire a quel senso dell’opportunità, che, se oggi è perfino il programma e la bandiera di un partito, fu sempre come la bussola de’ moltissimi che, nella vita civile e nella politica, in ogni tempo ebbero a supremo scopo all’esistenza il salvataggio della borsa e della pelle.