Il processo di Verre

Part 20

Chapter 202,720 wordsPublic domain

V’è appena bisogno di rilevare, di fronte a tutto il complesso de’ fatti anteriori e posteriori ed alla concorde tradizione[1045], che minaccia dovevano essere poi i pirati, per la Sicilia specialmente. Del resto basti dire che lo stesso Cicerone diceva della loro abitudine di svernare a Melitta[1046], e de’ Liparensi, ch’erano divenuti verso di essi veri tributarî[1047]: ed alludeva, con insistenza, alla pericolose avventure del suo viaggio in Sicilia e del suo ritorno[1048]. Quanto più grave era il compito, tanto più erano inadeguati i mezzi, di cui poteva disporre un governatore della Sicilia. Una marineria stabile, regolare e bene ordinata, mancava prima dell’impero, e bisognava sopperire col contingente fornito dalle varie città. Cicerone probabilmente travisa e contorce le varie misure prese da Verre in ordine alla flotta; ma forse non è ardito vedere, attraverso quelle stesse notizie che Cicerone ci dà, frammentariamente ed accompagnate da malevoli interpretazioni, un tentativo di riordinamento della squadra locale. Quali che si fossero le vere intenzioni, che animarono Verre nella sua condotta verso Messana e verso Tauromenium, l’esenzione fatta alla prima di contribuire una nave (se esenzione fu e non sostituzione), non potè indebolire la flotta, dal momento che fu chiamata a concorrervi la seconda, la quale, a dir di Cicerone, non vi era obbligata. Le altre somme, percepite dalla città o da’ privati, per esenzioni dal servizio militare, corrispondono ad una consuetudine sempre più invalsa in quei tempi, nelle leve fatte anche in Italia[1049], e davano modo di colmare quei vuoti con mercenarî e proletarî. Tanto più ciò può intendersi per la Sicilia, dove non è punto nuovo questo scambio di vicarî[1050], e, secondo l’interpretazione di uno scrittore, la decima avrebbe avuto origine come corrispettivo di questa esenzione dal servizio militare[1051]; e s’intende meglio, trattandosi della flotta, che soleva essere armata degli elementi più scadenti della popolazione.

La provvisione avocata al comando dell’armata delle paghe e de’ viveri, forniti prima a cura de’ varî comuni, se può aver fornito, come Cicerone vuole, argomento di ruberie, può anche meglio considerarsi come un passo nel riorganamento, sempre meglio congegnato e coerente, della forza navale; e diventava una necessità per l’alimentazione delle ciurme, quando, mobilizzata la flottiglia e costretta a mutar spesso di posto, occorreva provvedere a tutto con una regolarità, di cui forse non sempre davano affidamento le singole città ed i navarchi.

Il conferimento, poi, del comando a Cleomene non ha bisogno di essere spiegato esclusivamente con un intrigo di gineceo. Anzi tutto, non si trattava di un fatto assoluto. Cicerone stesso ci fa altra volta vedere la squadra sotto il comando de’ legati P. Cesezio e Q. Tadio[1052]. In questa continua guerriglia de’ pirati, si dovea ben sentire quel bisogno che appresso raccomandò greci navigatori, anche liberti, in grazia della loro esperienza, per l’ufficio di ammiragli. I copiosi esempî che appresso ne abbiamo[1053], andando verso l’impero, ci dispensano dal ricorrere proprio alla sottile e personale spiegazione messa innanzi da Cicerone. Che se la flotta venne fugata e distrutta, non occorre dimenticare la forza de’ pirati ed altre memorande sconfitte da essi date a flotte maggiori.

La spiegazione che Cicerone ne dà, può essere accolta o rigettata; ma, in punto di fatto, egli stesso dice che i navarchi ammisero che le navi fossero bene armate e fornite. Per quelli, che doveano giudicar Verre, ciò risultava da un documento[1054]. Parimenti il diverso trattamento usato a Cleomene ed a’ navarchi, trova la sua spiegazione nel fatto che Cleomene era approdato a Pachyno per rinforzare con il presidio di terra l’equipaggio: gli altri invece avrebbero lasciato la flotta in mano de’ pirati[1055]. Come si vede, anche per tempi posteriori, queste milizie locali non erano veramente permanenti e si richiamavano, o si congedavano, secondo il bisogno[1056]. Non era dunque da farsi un così gran carico a Verre de’ congedi accordati, nè v’era da sorprendersi di questo bisogno sentito da Cleomene di imbarcare altri soldati nell’imminenza della zuffa. Potea, dunque, ben avvenire che egli apparisse in qualche maniera giustificato e che la responsabilità dell’abbandono e dell’incendio della flotta si facesse gravare su i navarchi, che non aveano opposta resistenza, ed anzi aveano abbandonato le navi.

Ad accrescere la difficoltà della situazione, in quei momenti, in Sicilia, conferì anche, e molto, il contegno di Mitradate, il quale, a combattere Roma, si giovava de’ pirati, de’ Sertoriani, di tutto. Questo scambio di rapporti tra Mitradate e Sertorio dovea richiamare tutta l’attenzione di Verre[1057], che, stando a mezza strada, dovea avere il debito e l’interesse di scoprirli ed intercettarli; tanto più che ciò dava occasione al vecchio sillano di fare le ultime vendette della sua parte. Ed a questo, probabilmente, fu dovuta quella condotta, anche più che severa, crudele talvolta, contro cittadini romani, di cui Cicerone seppe avvalersi assai bene per rinfocolare gli odî e rendere più esosa ancora la causa di Verre.

[L’opera di Verre.]

Una tale causa, a bene intenderla e giudicarla, avea bisogno di una serenità d’indagine, che era illusione attendersi, tenuto conto, specialmente, del suo carattere politico.

Io non ho inteso, nè preteso fare la difesa di Verre. La storia non accusa, nè difende: interpreta e narra; ed io ho voluto precisamente fare uno studio storico, che permettesse di meglio valutare, da un lato le _Verrine_, considerate come documenti storici, e dall’altro, il vero rapporto di Verre con gli uomini e le condizioni del suo tempo.

La spiegazione di molti fatti occorre chiederla alle condizioni, in cui la Sicilia e tutto il dominio romano si trovavano, ed a’ fatti, che precedettero e seguirono il governo di Verre.

Di più altre cose la spiegazione ci vien data dallo studio delle istituzioni, guardate specialmente nel periodo imperiale. V’era nell’amministrazione delle province, ne’ poteri e nelle funzioni del governatore, in tutto insomma, una evoluzione, che appresso si manifesta in forma più distinta e che, in questi ultimi tempi della repubblica, si mostra come un deviamento dal carattere formale della legge e delle istituzioni ed, insieme, come un adattamento di esse allo stato reale delle cose.

Considerata nel suo complesso, l’amministrazione di Verre, malgrado tutte le sue colpe, e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi, sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione, e in forma assoluta, il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia. A questo e all’evidenza stessa de’ fatti, consapevolmente o no, si riferivano Verre ed Ortensio nella difesa, che Cicerone presupponeva ed anticipava; e questo significato avea l’appello alla comune consuetudine, agli abusi anche, così frequentemente commessi e tollerati.

[La causa dal punto di vista politico.]

Questa, a dire di Cicerone, era una _improba defensio_, e, dal punto di vista morale specialmente, egli avea ragione. Ma in questo proprio stava il punto più interessante della causa, che era, sopra tutto, una causa politica. Tutte le osservazioni d’indole giuridica e le rettificazioni de’ fatti potevano trovar posto nella difesa, e non erano trascurate; ma la difesa vera consisteva in questo appello alla solidarietà della classe, e Verre non ne faceva proprio mistero. Egli si rivolgeva a quell’aristocrazia, cui Silla avea voluto ridonare il monopolio del potere; che avea chiesta ed ottenuta la sua vittoria alle proscrizioni ed a’ supplizî, e, avendo diguazzato nella rapina e nel sangue, non sentiva il bisogno e non poteva nemmeno accampare il diritto di aver degli scrupoli. Lo diceva proprio l’accusatore di Verre[1058]: «le loro case e le loro ville eran piene delle statue e de’ dipinti di questi, che, per un eufemismo, Cicerone chiamava ancora «socii.» In quelle ville era racchiuso il danaro, di cui tanti aveano bisogno, tutto quanto di meglio potea offrire il dominio romano. Piangevano tutte le provincie, si dolevano tutti i popoli, chiedevan ragione i regni delle cupidigie e delle offese romane; non v’era luogo, per ogni terra che circondasse l’Oceano, nè così lontano, nè così riposto, ove, ora, la nequizia e la corruzione romana non fossero penetrate. Il popolo romano omai era impotente a resistere, non alle armi, non alla forza, non alle guerre de’ popoli stranieri, ma al loro cordoglio, alle loro lacrime, a’ loro gridi di dolore[1059].»

E pure, in quelle condizioni politiche, era forza che così fosse. Tutte le colpe, di ogni genere, apposte a Verre, ricompariscono, come un fatto immancabile, in tutta la storia del regime coloniale. Allora, poi, col fasto insolente, che ogni giorno più cresceva e più diveniva generale, col decadere dell’agricoltura, col crescere della concorrenza, l’aristocrazia romana dovea trovare nell’espilazione delle provincie una condizione necessaria di vita; e là si fondevano, mirabilmente, come sempre, il suo interesse politico ed il suo interesse economico, di cui il monopolio del potere era la più schietta manifestazione. Verre, ostinato ed intransigente sillano, affermava per suo conto questo, fors’anche con affettazione di cinismo, e chiedeva alla sua parte che anch’essa, cinicamente, l’affermasse da’ rostri, dal tribunale, per tutto. Quando Verre allegava a sua discolpa la corruzione generale, anche più che fare l’appello ad un senso di giustizia distribuitiva, faceva appello allo spirito di solidarietà, ed a quello di conservazione della sua classe.

Ma la memoria del terribile dittatore, dell’uomo, che col suo nome avea fatto tremare i suoi nemici, cominciava ad allontanarsi, e l’opera sua, in gran parte di carattere personale, si andava sgretolando sotto le esigenze del tempo, nell’infiacchirsi della sua parte e nel risorgere delle tendenze democratiche. Molta parte dell’aristocrazia rinunziava alla sua intransigenza, per meglio resistere con graduali concessioni al nuovo impeto della parte popolare e, con la conciliazione, tener lontana ancora l’ora della sua fine. Mutava la sua orientazione politica, e l’appello di Verre dovea perdersi come una voce inascoltata: Verre stesso diveniva quel che di peggio può avere, in certi momenti, un partito reazionario: un troppo zelante partigiano, un incomodo amico. Alcuni anni innanzi, l’interesse di classe avrebbe potuto suggerire il salvataggio di Verre; e l’oligarchia romana si sarebbe condotta verso di lui, come, non di rado nella storia, come, anche oggi, la classe dominante si conduce rispetto ad uomini, che assai più di Verre hanno offesa la legge e la morale, ma che si credono ancora utili; tanto più utili anzi, quanto più sono impulsivi ed inaccessibili ad ogni scrupolo.

Lo spirito di conservazione della classe esigeva, in quel momento, piuttosto il sacrifizio che il salvataggio di Verre. E così fu fatto.

La _lex Aurellia iudiciaria_, tenuta in sospeso mentre Verre sembrava rinunciasse a difendersi, e promulgata, quando parve che risorgessero il suo ardire e le sue speranze[1060]; fu l’indizio di questo momento politico, e, per Verre, il pronostico della sua condanna.

Egli, nella pendenza del giudizio, rimase ancora incerto, cercando, forse, ancora un’estrema via di scampo.

Mandò un messaggio a Messana, chiedendo che fosse dichiarato Heio degno d’ignominia per la parte presa contro di lui[1061].

Intanto restava ancora a Roma. Dopo che il primo stadio della causa fu chiuso, fu visto in casa di L. Sisenna stare a contemplare con occhi appassionati alcuni arredi di argento, oggetto egli stesso di curiosità per tutti gli altri[1062].

[La fine.]

Ma a misura che il secondo periodo della causa stava per avvicinarsi, vide la necessità di lasciar Roma, e partì in volontario esilio.

Le speranze erano venute meno in lui; e, presente o assente, la sua vita pubblica era chiusa per sempre. Fu, in qualche parte, disdegno che l’indusse a partire, senz’attendere la sentenza? Era sopratutto il suo interesse che gli dettava di far così.

Troncando col suo volontario esilio quel giudizio di carattere penale, tra lui ed i Siciliani non vi sarebbe stato più luogo che ad una causa civile, in cui molto più difficile riesciva il provare i profitti che gli si attribuivano, e in cui, oltre a tutte le armi che le sottigliezze giuridiche potevano mettergli in mano, gli doveano giovare anche, specialmente in quanto all’acquisto delle opere d’arte, que’ documenti, di cui si tentava impugnare l’efficacia nel giudizio di concussione.

Con questo anche si può spiegare che la condanna di Verre fu ridotta a tre milioni, soltanto, di sesterzî[1063].

Se ne andò, così, Verre in esilio con le sue ricchezze, con le statue, che avea saputo mettere in salvo[1064], co’ suoi vasi corinzî; ed in quegli ozî invecchiò, non rimpiangendo forse il prestigio del comando e l’agitata vita pubblica e le speranze di maggiori onori.

A quelle sue collezioni artistiche teneva tanto, che il non essersene voluto separare, gli avrebbe, secondo la tradizione, procurata la morte da parte di M. Antonio, il _corinthiarius_, che desiderava appunto i suoi vasi corinzî[1065], e non trovò miglior mezzo, per averli, che comprendere il proprietario nelle liste di proscrizione triumvirali.

E, se non è inventato per ispirito di parte, e ripetuto per comodità di rettorica[1066], seppe morire virilmente.

Prima di morire avea anche saputo, e non senza intima soddisfazione, la morte del suo accusatore[1067], il quale avea resa più vergognosa e più amara la sua fuga scrivendo quelle orazioni che non avea potuto tutte pronunziare.

Tutte cose da inserire negl’inventarî della provvidenza divina!

Ma Lattanzio dice[1068] che gli dèi del tempo erano inetti a vendicarsi, perfino delle ruberie e de’ sacrilegî; ed il suo dio, evidentemente, non guardava ancora a questi suoi regni d’occidente!

ERRATA CORRIGE

Pag. 37, lin. 4, confidare affidare » 43, » 3, primi prima » 53, » 15, procedere procedimento » 54, » 25, mezza mezzo » 55, » 30, era eran » 56, » 4, contamniati contaminati » 57 e _passim_: Agrigento Agrigentum » 58 e _passim_: Siracusa, Siracusae Syracusae » 64 e _passim_: Lilibeo, Lilybeum Lilybaeum » 80, lin. 11, lece fece » 91, » 9, spegate spiegate » 96, » 4, nell’uffizio dell’uffizio » 103, » 8, l’anno appresso due anni appresso (73 a. C.) (72 a. C.) » 104, » 4, avuta avuto » 108 e _passim_: Messina Messana » 109 e _passim_: Agyrrium Agyrium » 165, lin. 19, presa preso

INDICE

I. LVXVRIA INCVBVIT VICTVMQUE VLCISCITVR ORBEM

Le conquiste oltremarine di Roma Pag. 3 La nuova vita romana » 6 La rivoluzione economica » 9 I cavalieri » 11 Il nuovo costume » 13 Disparità delle fortune » 14 La vita politica » 16 La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie » 17

II. PRAEDIA POPULI ROMANI

La formazione delle provincie » 21 Il diritto di guerra » 22 Le conseguenze della conquista » 24 La _lex provinciae_ » 25 Sistema d’imposizione » 27 Le provincie e i magistrati » 29 Il governatore della provincia e i suoi dipendenti » 31 I pubblicani » 33 I _negotiatores_ » 36 La _praefectura_ e la _legatio libera_ » 37

III. PATRONA SOCIORUM

Roma e gli stranieri » ivi L’origine delle _leges de repetundis_. La _lex Calpurnia_ » 41 La _lex Junia_ » 43 La _lex Acilia_ » 44 Le _leges Serviliae_ » 50 La _lex Cornelia de repetundis_ » 52 La pena » 53 Le vicende del potere giurisdizionale e de’ giudizî » 55

IV. INSULA CERERIS

La conquista e l’ordinamento della Sicilia » 57 Le città di Sicilia » 60 La condizione delle città » 62 Città federate ed indipendenti » ivi Città decumane » 63 Città censorie » 64 Altri tributi » 65 Ordinamento locale » 66 Sistemi d’elezione » 67 Le _leges Rupiliae_ » 68 La _lex Hieronica_ » 70 I poteri del governatore » 74 Le condizioni economiche della Sicilia » 76

V. HOMO AMENS AC PERDITUS?

Le Verrine » 79 C. Verre e la sua famiglia » 82 La questura di Verre » 84 La legazione e la proquestura di Verre » 87 Il viaggio » 88 L’avventura di Lampsaco » 89 Il brigantino di Mileto » 90 Verre tutore » 91 Verre e Dolabella in giudizio » 92 La pretura di Verre » 94 L’eredità di P. Annio » 96 L’eredità di P. Trebonio » ivi L’eredità di Sulpicio Olympo » 97 Verre e la _lex Voconia_ » ivi Verre e la _lex Cornelia de proscriptis_ » 99 Verre e il diritto successorio de’ patroni » 100 La giustizia di Verre » 101 Chelidone » 102 La manutenzione de’ pubblici edifici » 103 La _sortitio iuniana_ » 106

VI. QUASI IN PRAEDAM

Verre e i suoi accoliti in Sicilia » 107 L’eredità di Apollodoro Laphirone » 108 L’eredità di Sosippo e Philocrate » 109 I metodi giudiziari di Verre » ivi L’eredità di Eraclio Siracusano » 110 L’eredità di Epicrate » 112 La condanna di Sopatro di Halycia » 113 Il caso di Stenio da Thermae » 114 L’ingerenza nelle elezioni de’ magistrati locali » 116 I sacerdozî » 117 I censori » ivi Le statue » 118 Le esportazioni abusive » 119 L’amministrazione frumentaria. — Verre e la _lex Hieronica_ » 120 Le angherie degli agricoltori » 122 Le città e il riscatto delle decime » 124 Le compere di frumento » 127 La caccia alle opere d’arte » 129 I sacrilegî » 133 Le cospirazioni degli schiavi » 136 La flotta e i pirati » 137 Il supplizio de’ navarchi » 139 I ricatti e le uccisioni » 140 Lo stato della Sicilia sotto Verre » ivi Le gazzarre del pretore e della coorte » 141 L’addensarsi della tempesta e gli scongiuri » 142

VII. AD ARAM LEGUM